CAPITOLO VII.

_Politia del Regno sotto i Governadori deputati da GIOVANNA. Governo

che da poi vi tenne la Regina ISABELLA moglie e Vicaria di RENATO

d'Angiò. Guerre sostenute da costui col Re ALFONSO: da cui in fine fu

costretto ad uscirne ed abbandonare il Regno._

Non meno la morte che il testamento della Regina Giovanna pose in

maggiori sconvolgimenti questo Reame; quando prima era combattuto da

due Pretendenti, ecco che ora ne surge un terzo, cioè il Pontefice

romano. Papa Eugenio intesa la morte della Regina, fece intendere a'

Napoletani ch'essendo il Regno Feudo della Chiesa, non intendeva che

fosse data ad altri che a colui ch'egli dichiarasse ed investisse;

ed intanto che dovesse egli amministrarlo, e destinar il Balio par

reggerlo. Alfonso lo pretendeva per se in vigor dell'adozione, e Renato

in vigor di questo testamento.

(La Bolla d'_Eugenio IV_ spedita del mese di giugno in Fiorenza nel

1445, colla quale si comanda ai Napolitani di non riconoscere per Re nè

_Alfonso_, nè _Renato_, è rapportata da _Lunig_[275]).

Ma i Napoletani ch'erano allora quasi tutti affezionati alla parte

Angioina, sentendo la pretensione del Papa, se gli opposero fortemente,

e si dichiararono che non volevano altro Re che Renato, ed insino a

tanto che egli non venisse a reggerlo, dovesse eseguirsi il testamento

della Regina; in effetto furono eletti per lo governo que' sedici

Baroni destinati dalla Regina, li quali furono Raimondo Orsino,

Conte di Nola: Baldassarre della Rat, Conte di Caserta: Giorgio della

Magna, Conte di Pulcino: Perdicasso Barrile, Conte di Montedorisi:

Ottino Caracciolo, Conte di Nicastro e Gran Cancelliere, Gualtieri e

Ciarletta Caracciolo tutti tre Rossi: Innico d'Anna Gran Siniscalco:

Giovanni Cicinello ed Urbano Cimmino, l'uno Nobile di Montagna e

l'altro di Portanova: Taddeo Gattola di Gaeta ed altri che si leggono

nel testamento della Regina. Questi dubitando che tal reggimento in

fine non si convertisse in Tirannia, crearono essi venti uomini Nobili

e del Popolo, i quali furono chiamati Balj del Regno. Da costoro fu

sollecitato che si dovesse mandar tosto in Francia a notificar a Renato

il testamento e volontà della Regina ed il desiderio della città, ed

a sollecitarlo che venisse quanto prima; ed in effetto furono tosto

mandati tre Nobili a chiamarlo, e fra tanto in lor difesa chiamarono

Giacomo Caldora, al quale diedero denari, perchè assoldasse genti;

soldarono ancora Antonio Pontudera con mille cavalli e Micheletto da

Cotignola con altrettanti, per reprimere gl'insulti d'Alfonso: ed in

cotal guisa quelli mesi che corsero tra la morte della Regina, fin

alla venuta della Regina Isabella moglie di Renato fu governato il

Regno; ond'è, che negl'Istrumenti che si stipularono in quel tempo,

non si metteva altro Regnante, ma si diceva: _Sub regimine Illustrium

Gubernatorum relictorum per Serenissimam Reginam Joannam clarae

memoriae._

Dall'altra parte il Re Alfonso avendo intesa la morte della Regina,

persuaso che, secondo si dicea, quel testamento non fosse stato di

libera volontà della medesima, si apparecchiò subito a far la guerra,

e tirò molti al suo partito, come il Duca di Sessa, quello di Fondi,

il Principe di Taranto ed alcuni altri; e sollecitato da costoro

partì da Messina ove era, e venne a Sessa, indi si portò all'assedio

di Gaeta. L'assedio di questa Piazza che durò lungo tempo, poco mancò

che non recasse ad Alfonso l'ultima sua ruina, e se non fosse stata

la magnanimità del Duca di Milano, la guerra sarebbe finita; poichè il

Duca di Milano avendo sollecitati i Genovesi che soccorressero quella

città, nè sopportassero che il miglior Porto del Mar Tirreno venisse

in potere de' Catalani nemici loro: i Genovesi avendo posto in mare

una potente armata, ed Alfonso all'incontro un'altra potentissima,

nella quale vi erano personaggi cotanto illustri, quanto oltre Alfonso,

erano il Re di Navarra, D. Errico Maestro di S. Giacomo, e D. Pietro

suoi fratelli, il Principe di Taranto, il Duca di Sessa, il Conte di

Campobasso, il Conte di Montorio, e grandissimo numero d'altri Baroni

del Regno di Sicilia e d'Aragona: venutosi a' 5 agosto di quest'anno

1435 ad una battaglia nell'acque di Ponza che durò diece ore,

finalmente i Genovesi ruppero l'armata d'Alfonso, e fecero prigionieri

il Re istesso, il Re di Navarra, D. Errico, il Principe di Taranto

ed il Duca di Sessa, con molti Cavalieri e Baroni, forse al numero

di mille; solo si salvò fuggendo ad Ischia D. Pietro con la nave sua.

Furono i prigionieri condotti a Savona, e poi portati a Milano, dove

il Duca ricevè il Re Alfonso da ospite, non già da prigioniere, e fu

tanta la magnanimità del Duca che non solo gli accordò la libertà;

ma persuaso da Alfonso che la sicurezza del suo Stato, era l'aver

in Italia Aragonesi e non Franzesi, perciocchè se Renato occupava il

Reame di Napoli, non resterebbe di movere il Re di Francia a toglierli

lo Stato, conchiusero insieme lega; e con cortesia che non ebbe altra

simile al Mondo, donò la libertà a lui, a suo fratello ed a tutti gli

altri prigionieri, e prima che si fossero firmati i Capitoli della

lega, il Duca permise che il Navarra ed il Maestro di S. Giacomo

andassero in Ispagna a far nuovo apparato per la guerra di Napoli, e

che il Principe di Taranto, il Duca di Sessa e gli altri Baroni del

Regno venissero in Napoli a dar animo ai partigiani del Re che credeano

che mai più Alfonso potesse sperare d'avere una pietra nel Regno. Poco

da poi fu firmata la lega, ed il Duca mandò in Genova ad ordinare che

si preparasse l'armata, per andare col Re all'impresa di Napoli.

Mentre queste cose succedettero ne' nostri mari, gli Ambasciadori

napoletani, ch'erano stati mandati in Francia a chiamar Renato,

trovarono che il Duca di Borgogna, il quale in una battaglia l'avea

fatto prigione, e che poi l'avea liberato sotto la fede di tornare,

richiese a Renato che osservandoli la fede data fosse tornato a lui, e

quando tornò lo pose in carcere: o fosse per invidia, vedendo ch'era

chiamato a così gran Regno o fosse per far piacere a Re Alfonso:

ciocchè diede materia di discorrere, qual fosse stata maggiore, la

sciocchezza di Renato ad andarvi o la discortesia del Duca a porlo in

carcere, la quale parve tanto più vituperosa e barbara, quanto che fu

quasi nel medesimo tempo della cortesia che fece il Duca di Milano ad

Alfonso. Gli Ambasciadori non ritrovandolo, operarono che con loro,

come Vicaria del Regno, venisse a prenderne il possesso in vece del

marito _Isabella_, la quale con due piccioli figliuoli _Giovanni_

e _Lodovico_, sopra quattro galee Provenzali partì, e nel principio

d'ottobre giunse a Gaeta, dove dai Gaetani fu ricevuta con molto onore

ed ella lodò quei cittadini ch'erano stati fedeli, e loro fece molti

privilegj. Passò poi a Napoli dove giunta a' 18 d'ottobre di quest'anno

1435 fu ricevuta con somma allegrezza di tutta la città, alla quale

era venuto in fastidio il governo della Balìa e de' Governadori, e

dal Conte di Nola le fu giurato omaggio, al cui esempio, quasi tutti

i Baroni fecero il simile; ed ella come _Vicaria_ del Re suo marito,

cominciò a governare il Regno.

Questa Regina per la sua gran prudenza e bontà fra poco tempo s'avea

acquistata presso tutti grandissima benevolenza, tanto che se la

fortuna non avesse prosperate tanto le cose d'_Alfonso_, e attraversate

quelle di _Renato_ suo marito, avrebbe stabilito il Regno nella di

lui posterità. Ma la lega pattuita col Duca di Milano quando men si

credea, e la libertà data ad Alfonso ed a suoi fratelli con inaudita,

e non creduta magnanimità, pose in grande spavento la Regina Isabella

e tutta la parte Angioina. A questo s'aggiunse, che Gaeta la quale con

tanti assalti, e con tante forze non avea potuto pigliarsi, per una

tempesta occorsa a D. Pietro fratello d'Alfonso, venne in mano degli

Aragonesi; perchè D. Pietro che stava in Sicilia, essendosi mosso con

cinque galee per andare alla Spezie a pigliar il Re ch'era stato già

liberato, essendo arrivato ad Ischia, fu ritenuto da una grave tempesta

di mare nella marina di Gaeta; e perchè in quella città v'era la peste,

ed i Gaetani più nobili e più facoltosi erano usciti fuori della Città,

e per caso il Governadore era morto, alcuni Gaetani che teneano la

parte del Re Alfonso andarono ad offerirsegli, e a dargli la città in

mano. D. Pietro restò in Gaeta, e mandò Raimondo Periglio con le galee

a Porto Venere, dove trovò il Re che avuta la novella della presa di

quella Piazza, tosto si incamminò a quella volta, ed il dì 2 febbrajo

del nuovo anno 1436 vi si portò, e passarono molti mesi che senza

fare impresa alcuna andava e veniva da Gaeta a Capua che se gli era

parimente resa. S'aggiunse ancora la ribellione del Conte di Nola, di

quello di Caserta e di molti altri Baroni che vennero al suo partito.

Questa prosperità d'Alfonso fece pensare alla Regina, ed a coloro

della sua parte di dimandar al Papa soccorso; e furono inviati Ottino

Caracciolo e Giovanni Coffa al Pontefice Eugenio a chiederlo, il quale

con molta prontezza il diede; perchè il Papa, sapendo l'ambizione

del Duca di Milano che da se solo tentava di farsi Signore di tutta

l'Italia, pensava ora che molto maggiore sarebbe stata l'audacia sua,

essendogli giunta l'amicizia del Re d'Aragona e di tanti altri Regni;

onde mandò Giovanni Vitellisco da Corneto Patriarca Alessandrino, uomo

più militare che ecclesiastico, con tremila cavalli e tremila fanti in

soccorso della Regina, e con questo si sollevò molto la parte Angioina;

e tanto più quanto che acquistò l'amicizia de' Genovesi ch'erano

diventati mortali nemici del Duca e del Re d'Aragona, li quali con

grandissima fede favorirono quella parte fino a guerra finita.

Si guerreggiò per tanto con dubbio evento per ambe le Parti, e mentre

ardea la guerra in molte parti del Regno, il Duca di Borgogna, ricevuta

una grossa taglia, liberò _Renato_, il quale senza perder tempo si

imbarcò in Marsiglia, e con vento prospero venne a Genova, ove a' 8

di aprile di quest'anno 1438 fu con sommo onor ricevuto; ed avute da'

Genovesi sette altre galee sotto il governo di Battista Fregoso si

partì, e navigando felicemente, a' 9 maggio giunse in Napoli.

(Prima di partir _Renato_ da Marsiglia a' 20 gennaro dell'anno 1438

spedì Legati ad _Eugenio_, a' quali diede mandato di filial ubbidienza,

e procura di poter transigere col Papa ogni controversia, ed in suo

nome intervenire nel Concilio designato dal Papa, di doversi convocare

in Ferrara o in altro luogo che piacerà ad _Eugenio_; il qual si legge

presso _Lunig_[276]).

Fu a Napoli con gran festa ricevuto Renato, cavalcando per la città

con _Giovanni_ suo primogenito con giubilo ed applauso grande, e per

tutto il Regno sollevò molto gli animi della parte Angioina per la

gran fama delle cose fatte da Luigi nelle guerre di Francia contro

gl'Inglesi; la qual fama comprobò colla presenza e co' fatti; perchè

subito che fu giunto, e dai Napoletani ricevuto come Angelo disceso

dal Cielo, cominciò a voler riconoscere i soldati ch'erano in Napoli,

e la gioventù napoletana e ad esercitargli; onde acquistò grandissima

riputazione insieme e benevolenza. Mandò subito a chiamare il Caldora,

col quale consultò di ciò che dovea farsi per l'amministrazione della

guerra; e deliberarono, dopo essersegli resa Scafati, di passare in

Abruzzo ed all'assedio di Sulmona.

Ma mentre che Renato era in Abruzzo colla maggior parte della gioventù

napoletana, il Re Alfonso, al quale da Sicilia e da Catalogna eran

venute molte galee per rinforzo, andò con quindicimila persone ad

accamparsi a Napoli sopra la riva del fiume Sebeto. I Napoletani per

l'assenza del Re loro, restarono per lo principio molto sbigottiti; ma

non mancarono poi con l'ajuto de' Genovesi di far una valida difesa,

tanto che Alfonso fu costretto a levar l'assedio e ritirarsi a Capua,

nel quale vi perdè D. Pietro suo fratello, che vi rimase ucciso da una

palla di cannone.

Renato, ridotte tutte le terre di Abruzzo a sua devozione, sentendo

l'assedio di Napoli, per la via di Capitanata e di Benevento tosto

venne a soccorrerla; e dopo aver tolto a' Catalani la torre di S.

Vincenzo, entrò in speranza di ricuperare il Castello Nuovo che per

tanti anni era stato in mano degli Aragonesi: ordinò per tanto al

Castellano di S. Eramo che cominciasse a danneggiarlo, poich'essendogli

cominciato a mancar la polvere ed il vitto, era impossibile potersi

difendere, ed il soccorso che avrebbe potuto venirgli dal Castel

dell'Uovo ch'era in mano d'Alfonso, era impedito dalle navi de'

Genovesi. In questo arrivarono in Napoli due Ambasciadori di Carlo VI

Re di Francia, il quale dubitando che Renato suo parente non ritornasse

discacciato dal Regno per le poderose forze d'Alfonso, mandò a trattar

la pace tra questi Re; e prima d'ogni altra cosa trattarono i patti

della resa del castello. Ma il Renato che stava esausto per le spese

fatte alla guerra, fece proponer ad Alfonso la tregua per un anno,

offerse di contentarsi che 'l castello si ponesse in sequestro in

mano degli Ambasciadori, e passato l'anno si restituisse al Re Alfonso

munito per quattro mesi. Ma Alfonso che vedea le forze di Renato tanto

estenuate, elesse di perdere più tosto il castello che dargli tanto

spazio di respirare, e con nuove amicizie riassumere forze maggiori,

talchè gli Ambasciadori franzesi se ne ritornarono senza aver fatto

altro effetto che intervenire alla resa del castello, il qual si

rese a' 24 agosto di quest'anno 1439, con patto che il presidio se

ne uscisse con quelle robe che ciascun soldato potea portarsi, non

senza dispetto d'Alfonso, il quale in faccia sua si vide perdere

quel castello che s'era per lui tenuto undici anni, quando egli non

possedeva una pietra nel Regno, ed ora perdersi in tempo che con sì

grand'esercito possedeva le tre parti del Regno.

Compensò non però Alfonso questa perdita coll'acquisto che fece della

città di Salerno, la quale se gli rese senza contrasto, e della quale

ne investì con titolo di Principe, Ramondo Orsino Conte di Nola, al

quale l'anno avanti avea data per moglie Dianora d'Aragona sua cugina

col Ducato d'Amalfi, e poi subito tornò in Terra di Lavoro.

La morte improvvisa seguita a' 15 di ottobre di quest'anno di Giacomo

Caldora celebre Capitano di quei tempi indebolì in gran parte le

forze di Renato; poichè quantunque Renato avesse ad Antonio Caldora

suo figliuolo confermati tutti gli Stati paterni, e l'Ufficio di G.

Contestabile[277], e di più l'avesse mandato il privilegio di Vicerè

in tutta quella parte del Regno che gli ubbidiva; nulladimanco essendo

poi venuto in sospetto, che il Caldora tenesse secreta intelligenza

con Alfonso lo fece imprigionare. Ciò che cagionò il maggior suo

danno; poichè i soldati Caldoreschi levatisi in tumulto, con quella

facilità che fu carcerato, colla medesima fu liberato. Antonio per

questa ingiuria avendo ragunato il suo esercito, impetrò dal Re Alfonso

tregua per 50 giorni, e venuti insieme a parlamento, il Caldora se gli

offerse con tutte le sue genti. Intanto Acerra e poi Aversa nel 1421

si resero ad Alfonso; onde Renato rimasto molto debole per la partenza

del Caldora, e vedendo in tanta declinazione lo stato suo, ne mandò

la Regina Isabella sua moglie ed i figliuoli in Provenza; e cominciò a

trattare accordo ed offerire di cedere il Regno al Re Alfonso, purchè

pigliasse per figlio adottivo _Giovanni_ suo primogenito, il qual

dopo la morte d'Alfonso avesse da succedere al Regno. Ma i Napoletani

che stavano ostinatissimi ed abborrivano la Signoria de' Catalani, il

confortavano e pregavano che non gli abbandonasse, perchè Papa Eugenio,

il Conte Francesco Sforza ed i Genovesi, a' quali non piaceva che 'l

Regno restasse in mano de' Catalani, subito che avessero intesa la

ribellione del Caldora, avrebbero mandati nuovi aiuti; e per questo lo

sforzarono a lasciare la pratica della pace: e già fu così, perchè i

Genovesi mandarono nuovi soccorsi, ed il Conte Francesco mandò a dire

che avrebbe inviati gagliardi e presti aiuti.

Ma tutti questi aiuti non poterono far argine alla prospera fortuna

d'Alfonso; poichè nel seguente anno 1442, quando meno 'l pensava,

stando in Capua, venne un Prete dell'isola di Capri ad offerire di

dargli in mano la Terra: Alfonso mandò subito con lui sei galee, e

senza difficoltà il trattato riuscì, ed ebbe quell'isola, la quale se

ben parea piccolo acquisto, tra poco si vide che importò molto: poichè

una galea che veniva da Francia, avendo corsa fortuna e credendo che

l'isola fosse a devozione del Re Renato, pose le genti in terra, le

quali furono tutte prese dagli isolani e si perderono con la galea

ottantamila scudi, che si mandavano a Renato per rinforzo: il che parve

che avesse tagliato in tutto i nervi e le forze di Renato, poichè con

quelli danari avria potuto prolungare buon tempo la guerra.

Così vedendo Re Alfonso, che la fortuna militava per lui, andò ad

assediar Napoli dove accampato, vedendo quella città tanto indebolita

di forze, che appena poteano guardare le porte e le mura, mandò parte

delle genti ad assediar Pozzuoli, che dopo valida resistenza si rese

con onorati patti; indi mandò a tentare la torre del Greco, che si

rese subito: poi per tenere più stretta la città di Napoli fece due

parti dell'esercito, una parte ne lasciò alle paludi che sono dalla

parte di levante con _D. Ferrante_ suo figliuol bastardo e l'altra

condusse ad Echia, e s'accampò a Pizzofalcone. La città fece valida

difesa, ma introdotte per un acquedotto le genti di Alfonso dentro

la città di Napoli, a' 2 giugno di quest'anno 1442 fu presa; e benchè

l'esercito aragonese, irato per la lunga resistenza, avesse cominciato

a saccheggiar la città, il Re Alfonso con grandissima clemenza cavalcò

per le strade con una mano di Cavalieri e di Capitani eletti, e vietò

a pena della vita che non si facesse violenza nè ingiuria a' cittadini,

sicchè il sacco durò solo quattro ore, nè si sentì altra perdita che di

quelle cose, che i soldati poteano nascondere, perchè tutte le altre le

fece restituire.

Renato, ridotto nel Castel Nuovo, permise a Giovanni Cossa, ch'era

Castellano del castel di Capuana, che rendesse il castello per cavarne

salva la moglie ed i figli; ed il dì seguente essendo arrivate due

navi da Genova piene di vettovaglie, in una di esse montò con Ottino

Caracciolo, Giorgio della Magna e Giovanni Cossa, e fatta vela si

partì, mirando sempre Napoli, sospirando e maledicendo la sua rea

fortuna, e con prospero vento giunse a porto Pisano, e di là andò a

trovare Papa Eugenio ch'era in Fiorenza, il quale fuor di tempo gli

diede l'investitura del Regno, confortandolo che si sarebbe fatta nuova

lega per farglielo ricuperare: Renato, che non vide altro che parole

vane, gli rispose, che voleva andarsene in Francia, acciocchè non

facessero mercatanzia di lui i disleali Capitani italiani; e perch'era

debitore di grandissima somma di denari ad Antonio Calvo genovese, che

l'avea lasciato Castellano del Castel Nuovo di Napoli, poichè vide che

da Papa Eugenio non avea avuto altro che conforto di parole, scrisse

ad Antonio che cercasse di ricuperare quel che dovea avere, vendendo il

castello al Re Alfonso, come fece.

Ecco il fine della dominazione degli _Angioini_ in questo Reame, li

quali da Carlo I d'Angiò insino alla fuga di Renato l'aveano governato

centosettantasette anni. Ecco come fu trasferito in mano degli

_Aragonesi_, che da poi lo tennero settantadue anni. Ma Renato partendo

portò seco in Francia tali semi di discordie e di crudeli guerre, che

lungamente turbarono il Regno; poichè i Re di Francia succeduti nelle

di lui ragioni ed a quelle di suo figliuolo _Giovanni_, spesso lo

combatterono; e quantunque sempre con infelice successo, non è però che

non fossero stati cagione di grandissimi sconvolgimenti e disordini,

come si vedrà ne' seguenti libri di quest'Istoria.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 6 · 第 41 / 64 题