_Prigionia del Re GIACOMO; sua liberazione per la mediazione di MARTINO
V, eletto Papa dal Concilio di Costanza; sua fuga e ritirata in Francia
dove si fece Monaco; ed incoronazione della Regina GIOVANNA._
La Regina Giovanna volendo ordinar sua Corte, pose l'occhio e 'l
pensiero sopra Sergianni Caracciolo, e lo fece Gran Siniscalco: era
Sergianni di più di quarant'anni, ma era bellissimo e gagliardo di
persona e Cavaliere di gran prudenza. Fece Capo del Consiglio di
Giustizia Marino Boffa, Dottore e Gentiluomo di Pozzuoli, al quale
diede per moglie Giovannella Stendarda erede di molte Terre: diede
l'Ufficio di Gran Camerario al Conte di Fondi di casa Gaetana; e
si riempiè la Corte di belli e valorosi giovani, tra' quali i primi
furono, Urbano Origlia ed Artuso Pappacoda, e fece cavare dal carcere
Sforza, e lo restituì nell'Ufficio di Gran Contestabile; ed essendo
innamorata di Sergianni, ogni dì pensava come potesse togliersi
d'avanti il Re, per goderselo a suo modo. Ma Sergianni prudentemente
le disse che usando ella violenza al Re così tosto, tutta Napoli
saria commossa ad ajutarlo; poichè l'accordo era fatto sotto fede de'
Napoletani, e che bisognava prima con beneficj e grazie acquistarsi
la volontà de' primi di tutti i Seggi, perchè si dimenticassero con
l'utile proprio di rilevare il Re; e così s'operava che ogni dì la
Regina distribuiva gli Ufficj, in modo che ne partecipassero non
solo i Seggi, ma i primi del Popolo. Con questo la città stava tutta
contenta. Soli Ottino Caracciolo ed Annecchino Mormile stavano pieni
di dispetto e di sdegno, e si andavano lamentando della ingratitudine
della Regina ch'essendo stata liberata da loro di così dura servitù,
non avesse fatto niun conto di loro; del che essendo avvisato
Sergianni, proccurò che la Regina donasse ad Ottino il Contado di
Nicastro che fu cagione di far venire Annecchino in maggior furore.
E perchè Sergianni stava geloso di Sforza di ch'era maggior di lui di
dignità e di potenza, e stando in Corte, poteva superarlo ne' Consigli
e cacciarlo dalla grazia della Regina, la di cui lascivia gli era ben
nota, cercò di allontanarlo dalla Corte con una occasione che Braccio
da Montone Capitano di ventura famosissimo che avea occupata Roma,
teneva assediato, per quel che s'intese, il castel S. Angelo, il qual
si tenea con le bandiere della Regina; onde propose in Consiglio che si
mandasse Sforza a soccorrerlo, forse con speranza che Braccio l'avesse
da rompere e ruinare, e così ordinò la Regina che si facesse.
Toltosi davanti Sforza, determinò mandarne anche via Urbano Origlia
che per la bellezza e valor suo, armeggiando, ogni dì saliva più in
grazia della Regina, e sotto spezie d'onore lo relegò in Germania,
mandandolo Ambasciadore della Regina al Concilio in Costanza, dove si
trattava di toglier lo Scisma che era durato tant'anni, e dove avanti
all'Imperador Sigismondo erano ragunati Ambasciadori di tutti gli altri
Principi cristiani, a promettere di dare ubbidienza al Pontefice che
sarebbe stato eletto in quel Concilio. Restato dunque Sergianni padrone
della casa della Regina, cominciò a pensare di restar solo padrone
ancora della persona, e fece opera che la Regina una sera cenando col
Re, disse che volea che cacciasse dal Regno tutti i Franzesi; e 'l Re
rispose che bisognava pagargli quel che l'aveano servito, seguendolo da
Francia; e replicando la Regina in modo superbo ed imperioso che voleva
a dispetto di lui che fossero cacciati, il Re non potendo soffrir tanta
insolenza, s'alzò di tavola e se n'andò alla camera sua, e la Regina
gli pose una guardia d'uomini deputati a questo. Il dì seguente fece
fare bando che tutti i Franzesi nello spazio d'otto dì uscissero del
Regno. Costoro vedendo il Re loro prigione, se ne andarono subito.
A questo modo restò il Regno e la Regina in mano di Sergianni, il quale
volendosi servire del tempo, fece che la Regina restituisse lo Stato
e l'Ufficio di Gran Giustiziere al Conte di Nola, purchè pigliasse per
moglie una sua sorella, ed un'altra ne diede al fratello del Conte di
Sarno; cosa che parve grandissima che due donne, le quali erano pochi
dì avanti state in tratto di darsi a Gentiluomini di non molta qualità,
fossero senza dote collocate sì altamente.
Questa così presta Monarchia di Sergianni concitò grande invidia a
lui, e grande infamia alla Regina, spezialmente appresso quelli che
erano della parte di Durazzo, e beneficati dal Re Carlo III e dal Re
Ladislao, i quali vedevano vituperata la memoria di due gloriosissimi
Re, ed il nome del più antico lignaggio che fosse al mondo, con sì
nefanda scelleraggine; ed andavano mormorando, e commovendo i Seggi e
la plebe dicendo, che non si dovea soffrire che un Re innocente fosse
sotto la fede d'una sì nobile ed onorata città tenuto carcerato, in
quella medesima casa, dove l'adultero si giaceva colla moglie, e che
potrebbe essere che si movesse tutta la Francia a vendicar questa
ingiuria fatta al sangue reale, e fra tutti il più veemente era
Annecchino Mormile.
Ma Sergianni che fu il più savio e prudente di quelli tempi, fece
distribuire tutte quelle pensioni che si davano a' Franzesi, a'
Gentiluomini ed a' Cittadini principali delle Piazze; e per tenersi
benevola la plebe ch'era la più facile a tumultuare, fece venire con
danari della Regina gran quantità di vettovaglie e venderle a basso
prezzo, e con questa arte fece vani tutti gli sforzi degli emuli suoi.
Solo gli restava il sospetto di Sforza, il quale avendo soccorso il
Castel di S. Angelo, se n'era ritornato mal soddisfatto di lui, con
dire, che Sergianni a studio non avea mandati a' tempi debiti le paghe
a' soldati, per fare, che quelli ammutinati passassero dalla parte di
Braccio; e per questo s'era fermato colle genti al Mazzone; e senza
venire a visitare la Regina si partì di là, ed andò in Basilicata.
Questa cosa diede a Sergianni segno del mal animo di Sforza, e per
potersi fortificare, affinchè non tutte le genti d'armi, e forze del
Regno stessero in mano di Sforza, fece, che subito venisse a soldo
della Regina Francesco Orsino, il qual allora fioriva nella riputazion
dell'armi; e fece ancor liberar Giacomo Caldora, e gli fece dar denari,
acciocchè andasse in Apruzzo a rifar le compagnie; e fece anche sotto
pretesto d'intelligenza collo Sforza carcerare Annecchino, il quale
alla venuta di Sforza avrebbe potuto movere il popolo a riceverlo colle
genti dentro la città.
Mentre queste cose accadevano nel Regno, nella Germania i Cardinali, ed
i deputati nel Concilio dopo lungo dibattimento entrarono in Conclave,
ed elessero tutti ad una voce il giorno di S. Martino dell'anno 1417
Odone Colonna Cardinal Diacono del titolo di S. Giorgio, che prese il
nome di _Martino V_ a cagion del giorno di sua elezione, il quale fu
riconosciuto da tutta la cristianità, dandosi fine allo Scisma, che
per tanti anni avea travagliata la chiesa. I Franzesi subito fecero
istanza al nuovo Papa, ch'intercedesse colla Regina per la libertà del
Re Giacomo; e da Urbano Origlia subito ne fu scritto alla Regina. Ma
Sergianni non mancò per riparare a questo, di spedire subito Belforte
Spinello di Giovenazzo Vescovo di Cassano suo grande amico, e Lorenzo
Teologo Vescovo di Tricarico per ambasciadori al Papa a rallegrarsi
in nome della Regina dell'elezione e ad offerirgli tutte le forze del
Regno per la ricuperazione dello Stato e della dignità della chiesa,
promettendo donargli, giunto che fosse in Roma, il Castel di S. Angelo
ed Ostia.
Dall'altra parte Sforza tornò con le sue genti in Napoli, e postosi
con le sue squadre ordinate alla porta del Carmelo, per dove essendo
entrato fece gridare: _viva la Regina Giovanna, e mora il suo falso
Consiglio_. Francesco Orsino all'incontro co' suoi pigliò l'arme,
ed assaltò con tanto impeto il campo sforzesco, che lo strinse a
ritirarsi, e per la via delle Grotte se n'andò a Casal di Principe,
donde per messi e lettere mandava sollecitando tutti i Baroni suoi
amici vecchi a liberarsi dalla tirannide di Sergianni. In effetto ne
tirò molti al suo partito, ed a due d'ottobre venne con l'esercito
alla Fragola, e di là cominciò a dare il guasto alle ville de'
Napoletani; onde per Napoli si fè grandissimo tumulto, e crescendo
tuttavia l'incomodità intollerabile di quelle cose, che sogliono dì
per dì venir a vendersi nella città, ch'erano intercette dalli cavalli
di Sforza; per riparare a' mali peggiori, alcuni vecchi proposero,
che si creassero deputati, come furono creati a tempo della Regina
Margarita, ch'avessero cura del buono stato della città; ed a questo
i nobili ed i plebei ad una voce assentirono, e subito furono eletti
venti deputati, dieci dei nobili ed altrettanti del popolo, i quali
per pubblico istrumento giurarono perpetua unione tra 'l popolo ed i
nobili. Questi deputati elessero tra loro dieci, cinque de' nobili
e cinque del popolo, ch'andassero a sapere da Sforza la cagione di
questa alienazione dalla Regina e dalla città, ove avea tanti che
l'amavano, ed a pregarlo, che sospendesse l'offese, per alcuni dì, che
si tratterebbe di soddisfarlo in tutte le cose giuste: furono accolti
con grande onore da Sforza, il quale loro rispose con molta umanità,
ch'egli era buono servidore della Regina, e che si reputava amorevole
cittadino di Napoli, e ch'era venuto là per vendicarsi di Sergianni,
maravigliandosi, che tanti signori potenti, tanti valorosi cavalieri,
quanti erano a Napoli, potessero soffrire una servitù così brutta:
ch'egli veniva per liberargli, ed all'ultimo conchiuse, che porrebbe
in mano de' signori deputati le sue querele. Quelli replicarono che a
queste cose onorate, ch'egli diceva, avria trovata la città grata e
pronta a seguirlo; e fu destinato un dì, in cui s'aveano da trovare
tutti i Deputati con lui, per trattare quel che s'avea da fare; ed
intanto Sforza assicurò tutti i cittadini, che potessero venire alle
loro ville e vietò le scorrerie.
Tornati ben soddisfatti nella città i Deputati, andarono alla Regina a
pregarla, che concedendo quelle cose, che giustamente chiedea Sforza,
liberasse la città di tanto pericolo, ed a' prieghi aggiunsero alcune
proteste. La Regina sbigottita non seppe dir altro: _andate a vedere,
che vuole Sforza da me, e tornate_. Quelli senza dimora andarono
al tempo determinato a trovarlo, e pigliarono da lui i Capitoli e
patti ch'egli voleva, tra' quali i principali furono questi: _Che
si cacciasse dal Governo e dalla Corte Sergianni: che si liberasse
Annecchino ed alcuni altri prigioni: che se gli dessero le paghe, che
doveva avere fin'a quel dì, e ventiquattromila ducati per li danni
ch'ebbe per la rotta datagli da Francesco Orsino_. La Regina pigliò
i Capitoli e disse, che voleva trattare col Consiglio quel ch'era da
fare, e risponderebbe fra due dì. Allora Sergianni, vedendo, che non
poteva resistere alla città unita con Sforza, elesse prudentemente di
cedere al tempo, più tosto che di ponere in pericolo lo Stato della
Regina; ed innanzi alla medesima fece sottoscrivere la volontà di
quella, condennando se stesso in esilio a Procida, e promettendo tutti
gli altri patti, che Sforza voleva: esso fu il primo ad osservare
quanto a lui toccava, perchè sapeva che Sforza non potea molto stare
a Napoli, e che l'esilio non poteva molto durare; l'altre cose furono
subito dalla Regina osservate.
Intanto Papa Martino V, sollecitato più volte dal Re di Francia e
dal Duca di Borgogna, che trattasse la libertà del Re Giacomo, avea
mandato in Napoli Antonio Colonna suo nipote a pregarne la Regina, più
con modi d'inferiore, che di pari o maggiore; perocchè avea designato
valersi delle forze della Regina, per ricovrar di mano de' tiranni lo
Stato della chiesa. Sergianni oltre l'onore che le fece fare dalla
Regina, in particolare gli fè tali accoglienze e promesse, che se
l'obbligò in modo, che, come si dirà appresso, cavò di quell'obbligo
grandissimo frutto; ma quanto alla liberazione del Re fece, che la
Regina promettesse farlo liberare a tempo, che stesse in più sicuro
stato, e che'l Papa fosse vicino, e la potesse favorire in tanti spessi
tumulti.
Questo esilio così vicino di Sergianni, solo in apparenza, parve che
gli avesse diminuita l'autorità, poichè in effetto non si faceva
cosa nel Consiglio o nella Corte, che non si comunicasse con lui
per continui messi: ed in questo mentre Antonio Colonna andò tanto
mitigando l'animo di Sforza, che non stava più con quell'odio intenso
per abbassarlo. Il Papa intanto da Mantova era venuto a Fiorenza; onde
la Regina elesse Sergianni, che in suo nome andasse a dargli ubbidienza
e a rassegnargli quelle Fortezze, che Re Ladislao avea lasciato con
presidii nello Stato della Chiesa. Antonio Colonna andò insieme con
lui, ed avanti che fossero a Fiorenza, Sergianni gli rassegnò la
Fortezza d'Ostia, il Castel di S. Angelo e Cività Vecchia, e poi passò
a Fiorenza. Così di quanto Ladislao avea conquistato nello Stato di
Roma, ne fece Giovanna dono al Pontefice Martino; ma non per questo
lasciò ella d'intitolarsi _Regina di Roma_, come suo fratello; ond'è,
che ne' suoi diplomi e capitoli si legga anche fra i suoi titoli,
_Romae Regina_[266].
(Negli altri Codici e diplomi, si legge _Ramae_, non già _Romae_, ed
è più verisimile che la Regina _Giovanna_ e _Ladislao_, intitolandosi
Re d'Ungheria, si dicessero anche Re di _Rama_; poichè fra i titoli di
quei Re si legge che esprimevasi anche quello di Re di _Rama_, ch'è una
provincia della Dalmazia, così allora chiamata, posta tra la Croazia
e la Servia. Così presso _Aventino Annal. Boior. lib._ 6 si legge in
un diploma di Bela Re d'Ungaria: _Bela_, _Dei gratia_, _Hungariae_,
_Dalmatiae_, _Croatiae_, _Ramae_, _Serviae_, _Galliciae_, _Lodomeniae_,
_Clumaniaeque_, _Rex_; nè presso gli Autori di quel Regno mancano altri
diplomi di altri Re, nei quali pur si legge lo stesso).
Giunto Sergianni a Fiorenza, fu dal Papa ricevuto con molta umanità,
e nel trattare e discorrere della qualità del presente stato sì
della Chiesa romana, sì del Regno, si fece Sergianni conoscere per
uomo che dovea non meno per la prudenza, che per la bellezza aver
la grazia della Regina. Fece veder al Papa che di tutti i Principi
cristiani, niuno ajuto era più spedito, e pronto per li Pontefici
romani che quello del Regno di Napoli; ed all'incontro niuna forza
poter mantenere ferma la Corona in testa a' Re di Napoli più che i
favori e la buona volontà de' Pontefici; e con quest'arte ottenne dal
Papa, che mandasse un Cardinal Legato appostolico ad ungere e coronare
la Regina, ed a darle l'investitura del Regno[267], la quale ancorchè
Giovanna l'avesse ricercata a Baldassar Cossa che si faceva chiamare
_Giovanni XXIII_[268], l'era stata sempre differita; e di più che si
gridasse lega perpetua fra lei ed il Papa. Poi volendo particolarmente
per se acquistare il favor del Papa, e l'amicizia di casa Colonna,
promise al fratello, ed a' nepoti grandissimi Stati nel Regno, e si
partì molto soddisfatto dell'opera loro; e perchè a quel tempo Braccio
tenea occupato quasi tutto lo Stato della Chiesa di là dal Tevere,
promise al Papa mandargli tutto l'esercito della Regina con Sforza
Gran Contestabile, e pigliò per terra la via di Pisa, e di là poi
andò ad imbarcarsi alle galee della Regina, ch'erano venute per lui a
Livorno, e si fermò alquanti dì in Gaeta, fingendo d'esser ammalato, e
scrisse alla Regina quanto avea fatto, e che ordinasse che si dessero
danari a Sforza ed alle genti, acciò che potesse subito partire; perchè
dubitava che ritornando di riputazione molto maggiore di quel ch'era
partito, l'invidia non movesse Sforza a proccurare ch'egli andasse a
finir l'esilio di Procida. La Regina per lo gran desiderio, che avea
di vederlo, fece subito ritrovare tutti i denari che Sforza volle,
e l'avviò in Toscana in favor del Papa; e Sergianni venne a Napoli
ricevuto dalla Regina e da' suoi seguaci, con onore grandissimo che
parea, che con questa lega trattata col Papa, avesse stabilito per
sempre lo Stato della Regina e della parte di Durazzo; e da allora
cominciò a chiamarsi e sottoscriversi _Gran Siniscalco_: e questo fu
nel 1418.
L'anno seguente nel mese di gennajo entrò in Napoli il Legato
appostolico che veniva per coronare la Regina, e con lui Giordano
Colonna fratello ed Antonio Colonna nipote del Papa. Al Legato si uscì
incontro col Pallio, ed a' Colonnesi la Regina ed il Gran Siniscalco
fecero onori straordinarj. Questi per la prima cosa trattarono la
libertà del Re Giacomo, per la qual dicevano che il Papa era molestato
dal Re di Francia e dal Duca di Borgogna, ed all'ultimo l'ottennero; ed
acciocchè il Re ricuperasse la riputazione perduta, i Colonnesi, quasi
con tutta la cavalleria, l'accompagnarono per la città e poi la sera
non volle ritornare al Castel Nuovo, ma a quel di Capuana, dicendo che
bisognava, che quelli che si rallegravano della libertà sua, avessero
da travagliar di mantenerlo in quella, e non farlo andare là, dove era
in arbitrio farlo tornare in carcere, ogni volta che a lei piacesse: e
con questo acquistò pietà appresso a' più prudenti.
Perseverando dunque il Re a starsi nel castello di Capuana, pareva
a tutti colà inconveniente che 'l Re stesse senz'autorità alcuna, ed
in Castel Nuovo si facesse ogni cosa ad arbitrio del Gran Siniscalco;
e per questo per tutti i Seggi furono creati Deputati alcuni Nobili
principali ad intervenire col Legato appostolico e co' Signori
colonnesi, per trattare alcuno accordo stabile tra il Re e la Regina;
e non mancarono di coloro che proposero che 'l Re dovesse coronarsi
insieme colla Regina, e che se gli giurasse omaggio. Ciò che perturbò
molto l'animo del Gran Siniscalco, perchè questa sola era la via di
abbassar la sua autorità; e per questo deliberò di acquistar l'animo
de' Signori colonnesi, con speranza di fare impedire per mezzo loro
quella proposta; e fece che la Regina di man propria facesse albarani
di dare ad uno d'essi il Principato di Salerno ed all'altro il Ducato
d'Amalfi, con l'ufficio di Gran Camerario, subito che fosse coronata.
Trattanto diede per moglie Ruffa ad Antonio Colonna ch'era Marchesa
di Cotrone e Contessa di Catanzaro, la quale morì poi senza figli, e
lo Stato rimase ad Errichetta sua sorella. Questi insieme col Legato
fecero restar contenti i Deputati della città di questo accordo; che
s'avesse da mutar Castellano, e cacciar dal Castel Nuovo tutta la
guardia, e dare a Francesco di Riccardo di Ortona, uomo di molta virtù
e di molta fede, il governo del castello con guardia eletta da lui,
e che giurasse in mano del Legato appostolico di non comportar che la
Regina al Re, nè il Re alla Regina potesse fare violenza alcuna; e come
fu fatto questo, il Re andò a dormire con la Regina.
Ma di là a pochi dì, vedendo che avea solamente ricovrata la libertà,
ma dell'autorità non avea parte alcuna; ed ancora vedendo che la Regina
passava cinquanta anni ed era inabile a far figli, tal che non potea
sperare successione, determinò d'andarsene in Taranto, e di là in
Francia a casa sua; e così un dì dopo aver cavalcato per Napoli andò
al Molo, e disceso di cavallo e posto in una barca, da quella saltò in
una gran nave di Genovesi, ove erano prima andati alcuni suoi intimi,
e con prospero vento giunse in pochi dì a Taranto, dove ricevuto dalla
Regina Maria con onore, fece opera che il Re trovasse passaggio sicuro
per Francia, e 'l provide liberalmente di quanto bisognava, e così se
n'andò, dove dicono che al fine si facesse Monaco[269]. Liberata la
Regina di quella a lei cotanto molesta compagnia, diede poi ordine
per la sua incoronazione, la quale fu celebrata nel Castel Nuovo la
domenica a' 2 ottobre sopra un pomposissimo talamo, ricevendo la corona
per mano del Legato, e fu letta l'investitura mandata dal Papa, la
quale essendosi per deplorabili esempi veduto quanto funesto fosse
stato fra noi il Regno delle femmine, l'esclude dalla successione,
sempre che vi siano maschi insino al quarto grado, siccome si legge in
quella rapportata dal Chioccarello e dal Summonte[270], ed i Napoletani
giurarono omaggio alla Regina loro Signora.
(Il Breve di _Martino V_ spedito a Mantua l'anno 1418 col quale si
dà facoltà al Legato della Sede Appostolica di coronare la Regina
_Giovanna_, si legge presso _Lunig_[271]).