_Nozze della Regina GIOVANNA II col Conte GIACOMO della Marcia de'
Reali di Francia._
Questo risentimento pose in gran pensiero la Regina e più il Conte
Pandolfello, e tanto più, quanto che tutti quelli del Consiglio
uniti sollecitavano la Regina, ch'essendo rimasa sola della stirpe
di Re Carlo e di tanti Re, che aveano regnato centocinquanta anni,
dovesse pigliar marito per aver figliuoli ed assicurar il Regno
di quiete; e che il Regno stando in quel modo non potria tardare a
vedersi in qualche movimento. A questo s'aggiunse, che le Feste di
Natale arrivarono in Napoli Ambasciadori d'Inghilterra, di Spagna, di
Cipri e di Francia a trattar il matrimonio, che indussero la Regina
a risolversi. E perchè parea più opportuno il matrimonio dell'Infante
D. Giovanni d'Aragona, figliuolo del Re Ferrante, di tutti gli altri
matrimonj, perchè Ferrante possedea l'isola di Sicilia, donde poteva
più presto mandare soccorso per debellare gli emuli della Regina: il
Consiglio persuase, che si mandasse in Catalogna Messer Goffredo di
Mont'Aquila Dottore di legge e Frate Antonio di Taffia Ministro de'
Conventuali di S. Francesco a trattar il matrimonio, i quali furon
tantosto in Valenza e lo conchiusero con gran piacere di quel Re. Ma
quando gli Ambasciadori tornarono in Napoli, e dissero che l'Infante D.
Giovanni, che avea da essere lo sposo non avea più che diciotto anni,
e la Regina n'avea quarantasette, si mandò a disciogliere tutto quel,
che s'era convenuto e si elesse il matrimonio del Conte Giacomo della
Marcia de' Reali di Francia, ma molto rimoto alla Corona; giudicando
che potrebbe trattar con lui con più superiorità, che con gli altri,
che verrebbero con più fasto e superbia, e patteggiò col di lui
Ambasciadore, che s'avesse ad astenere dal titolo di Re, e chiamarsi
Conte e Governador Generale del Regno, che del rimanente sarebbe
tenuto da lei carissimo. Partì di Napoli l'Ambasciadore sollecitato
da molti, che pregasse il Conte d'affrettarsi al venire, e con questo
restarono gli animi di tutti quieti. Ma Pandolfello pensando, che fosse
poco, che il marito della Regina si chiamasse Conte per la sicurtà
sua, e conoscendo la moltitudine degl'invidiosi, che desideravano
la rovina sua, pensò di fortificarsi di amicizie e di parentadi, e
voltando il pensiero ad obbligarsi Sforza, scese a visitarlo nelle
carceri, sforzandosi di dargli a credere, che la Regina l'avea fatto
restringere ad instigazione d'altri, e ch'egli tuttavia travagliava
per farlo liberare. Sforza ch'era di natura aperta e molto semplice,
tenendolo per vero, il ringraziò, e gli promise ogni ufficio possibile
di gratitudine, ed egli replicò, che stesse di buon animo, che vi
avrebbe interposta Catarinella Alopa sua sorella favoritissima della
Regina. Di là a pochi dì avendo conferito questo suo pensiero con la
Regina, l'indusse a contentarsi di quanto egli faceva, e ritornato in
carcere disse a Sforza, che avea proccurato non solo la libertà, ma la
grandezza sua; ma che la Regina volea per patto espresso, che pigliasse
per moglie Catarinella, che avea tanto travagliato per liberarlo, e
che in conto di dote gli darebbe l'ufficio di G. Contestabile, con
ottomila ducati il mese per soldo delle sue genti. Uscì Sforza da
prigione, e fur celebrate le nozze con gran pompa; ma di ciò nacque un
grandissimo sdegno ed odio contro la Regina, ed il Conte Pandolfello,
in tutti quegli del Consiglio, parendo cosa indegnissima, che un
semplice Scudiero (che così lo chiamavano) disponesse senza vergogna
dell'animo e del corpo della Regina; ma molto più fremevano i servidori
del Re Carlo III e del Re Ladislao che vedevano vituperare la memoria
di due Re tanto gloriosi, e tra gli altri mostrava maggior doglia
Giulio Cesare di Capua, il quale avendo condotto appresso di se gran
parte de' soldati del Re Ladislao, aspirava a cose grandi, essendo
Sforza carcerato; ma quando lo vide libero ed unito con Pandolfello,
già pareva a tutti, che fosse ordinato un _Duumvirato_ di Sforza e del
Conte, che avrebbe bastato a poner in un sacco il Conte della Marcia,
e partirsi il Regno; onde quando venne l'avviso, che il nuovo marito
di Giovanna era in Venezia, e che fra pochi dì sarebbe a Manfredonia,
Giulio Cesare si partì con alquanti altri Baroni senz'ordine, ed
incontrato il Conte al piano di Troja, fu il primo, che scese da
cavallo e lo salutò Re, e così fecero gli altri. Narrò poi in che
miseria era il Regno, e quanta speranza avea d'esserne liberato dalla
Maestà Sua, perchè la Regina impazzita d'amore, s'era vilmente data in
preda d'un ragazzo, il quale avendo apparentato con un altro villano
condottiere di gente d'armi, disponeva e tiranneggiava il Regno con
gran vituperio della Corona e del sangue reale, e che però bisognava
ch'egli con spirito di Re e non di Conte pigliasse la Signoria, e che
non aspettasse che que' due manigoldi l'appiccassero, come in tempo di
un'altra Regina Giovanna fu appiccato Re Andrea; perchè certamente la
Regina, quando si vedesse impedita dal commercio amoroso di colui che
amava tanto, non è dubbio che avrebbe posto insidie alla vita sua. Re
Giacomo restò punto da doglia e da scorno, parendogli aver pigliata
la speranza della Signoria dubbia, e il pericolo e la vergogna certa,
perchè con lui non avea condotto esercito; pur lo ringraziò assai,
e gli promise che in ogni cosa si sarebbe servito del consiglio e
del valor suo. Il giorno seguente, quando il Re fu sei miglia presso
Benevento, arrivò Sforza mandato della Regina ad incontrarlo con molta
comitiva, il quale senza scender da cavallo lo salutò non da Re ma da
Conte: il Re con mal viso non gli rispose altro, se non come stava
la Regina; onde gli altri della sua compagnia, vedendo il Capo loro
mal visto, ed intendendo che il Conte era stato gridato Re, andarono
con tutti gli altri Baroni e cavalieri a baciargli le mani come Re.
Ma venendo poi Sforza, Giulio Cesare che sapeva farne piacere al Re,
quando l'incontrò alla scala gli disse, ch'essendo nato in un castello
di Romagna, non dovea togliere a quel Signore il titolo di Re, che gli
avean dato i Baroni nativi del Regno e rispondendo Sforza, che se era
nato in Romagna, volea con l'arme in mano far buono ch'era così onorato
come ogni Signore del Regno: e posto l'uno e l'altro mano alla spada
con grandissimo tumulto, mentre gli altri Cavalieri che erano presenti
si posero a spartire, uscì dalla camera del Re il Conte di Troia, che
come gran Siniscalco avea potestà di punire gl'insulti che si fanno
nella casa reale, e fece ponere in una camera Sforza, ed in un'altra
Giulio Cesare tutti due sotto chiave ma con diversa sorte: perchè
Giulio Cesare uscì la medesima sera, e Sforza senza rispetto fu calato
in una fossa.
La Regina, che la notte medesima ebbe avviso di questo, la mattina
mandò a chiamare gli Eletti di Napoli, e loro disse, che il dì
seguente il marito era per far l'entrata nella città, che pensassero
di riceverlo come Re. Fu ricevuto il Conte da' Napoletani, e salutato
Re; il qual giunto che fu alla sala del Castello trovò la Regina, la
qual dissimulando il dolore interno con quanta maggior dimostrazione
di allegrezza potè, l'accolse; e trovandosi con lei l'Arcivescovo di
Napoli con le vesti sacre, fu con le solite cerimonie celebrato lo
sponsalizio; e l'una e l'altro andarono al talamo, ove erano due sedie
reali; ivi come fu giunta la Regina, tenendolo per la mano si voltò
verso le donne, e' Cavalieri e l'altra turba, e disse: _Voi vedete
questo Signore, a cui ho dato il dominio della persona mia, ed or dono
del Regno: chi ama me, ed è affezionato di casa mia, voglia chiamarlo,
tenerlo e servirlo da Re_. A queste parole seguì una voce di tutti che
gridarono: _Viva il Re Giacomo e la Regina Giovanna Signori nostri_. Da
poi che fu consumato quel dì in balli e musiche, seguì la cena ed il Re
giacque con la Regina.
Il dì seguente, che tornarono le donne ed i Cavalieri, credendo di
continuar la festa reale, come si conveniva per molti giorni, conobbero
nella faccia della Regina e del Re altri pensieri, che di festeggiare;
perchè sopravvenne da Benevento Sforza incatenato, e con grand'esempio
della varietà della fortuna, fu messo nel carcere, onde pochi dì avanti
era con tanta grandezza uscito.
Il Re nel dì appresso fece pigliare il Conte Pandolfello, e condurre
prigione al castel dell'Uovo, dove fu atrocissimamente tormentato,
confessando tutto quello, che il Re volle sapere, e condennato a morte,
e nel primo dì d'ottobre fu menato al mercato, ove gli fu mozzo il
capo, e da poi il corpo fu strascinato vilissimamente per la città, ed
al fine appiccato per li piedi con intenso dolore della Regina e con
gran piacere di coloro, ch'erano stati servidori del Re Ladislao.
Avendo adunque il Re Giacomo trovato vero quanto avea detto Giulio
Cesare di Capua della disonesta vita della Regina, deliberò di togliere
a lei la comodità di trovare nuovo adultero, onde cacciò dalla Corte
tutti i Cortigiani della Regina, ed in luogo di quelli pose altrettanti
de' suoi Franzesi, e cominciò a tenerla tanto ristretta, che non poteva
persona del Mondo parlare, senza l'intervento d'un Franzese vecchio,
eletto per uomo di compagnia, il qual con tanta importunità esercitava
il suo ufficio, che la Regina senza sua licenza non potea ritirarsi per
le necessità naturali.
Il Re Giacomo, se dopo questa depression della Regina avesse saputo
rendersi benevoli i Baroni, ogni cosa sarebbe sempre seguita per
lui con ottimi successi: perchè tutti i Baroni abbominavano tanto la
memoria del tempo di Pandolfello, e gli inonesti costumi della Regina
atta a sottomettersi ad ogni persona vile, che avevano a piacere di
vederla in sì basso stato; e volevano più tosto ubbidire al Re, che
stare in pericolo d'esser tiranneggiati da qualch'altro nuovo adultero.
Ma il Re, benchè si mostrasse piacevole a loro, dall'altra parte
mettendo gli ufficj in mano dei Franzesi, gli alienò molto da se; tal
che pareva, che fossero saltati dall'un male in un altro, ma tra tutti
era il più mal contento Giulio Cesare di Capua; il qual essendo di
natura ambizioso, ed avendo desiderato sempre uno de' sette Ufficj del
Regno, essendo per questo stato autore, che il Conte avesse assunto il
titolo di Re, non poteva soffrire, ch'essende vacato l'Ufficio del G.
Contestabile, quel del G. Camerario e di G. Siniscalco, gli avesse dati
a' Franzesi[265], non tenendo conto di lui, che credea meritarlo molto
più degli altri. Dall'altra parte i Napoletani tanto Nobili, quanto del
Popolo, sentivano gran danno e incomodità da questa strettezza della
Regina, perchè non solo gran numero di essi, che vivevano alla Corte
dì lei, si trovavano cassi e senz'appoggio; ma tutti gli altri aveano
perduta la speranza di avere da vivere per questa via; oltre di ciò,
era nella città una mestizia universale, essendo mancate quelle feste,
che si facevano, ed il piacere che avevano in corteggiar la Regina,
tanto i giovani, che con l'armeggiare cercavano di acquistar la grazia
di lei, quanto le donne, che solevano partecipare de' piaceri della
Corte; e per questo essendo passati più di tre mesi, che la Regina non
s'era veduta, si mosse un gran numero di Cavalieri e cittadini onorati,
ed andarono in castello con dire, che volevano visitare la Regina loro
Signora; e benchè da quel Franzese uomo di compagna fosse detto, che
la Regina stava ritirata a sollazzo col Re, e che non voleva che le
fossero fatte imbasciate: tutti dissero, che non si partirebbero senza
vederla. Il Re che vide questa pertinacia, uscì dalla camera, e con
allegro e benigno volto, disse, che la Regina non stava bene, e che se
venivano per qualche grazia, egli l'avria fatta così volentieri, come
la Regina Allora gridarono tutti ad alta voce: noi non vogliamo da
Vostra Maestà altra grazia, se non che trattiate bene la Regina nostra,
e come si conviene a nata di tanti Re nostri benefattori, perchè così
avremo cagione di tener cara la Maestà Vostra. Queste parole fecero
restare il Re alquanto sbigottito, che parvero dette con grand'enfasi,
e rispose, che per amor loro era per farlo.
Giulio Cesare di Capua informato di questo successo, mosso da sdegno
e dallo stimolo d'ambizione, deliberò vindicarsi della ingratitudine
del Re, e di tentare (liberando la Regina) occupare il luogo di
Pandolfello, e dalla Terra di Morrone, ove dimorava, venne in Napoli;
e da poi ch'ebbe visitato il Re con gran simulazione di amorevole
servitù, disse che voleva visitar la Regina. I Cortigiani sapendo la
confidenza che teneva col Re, l'introdussero nella camera di lei, e
gli diedero comodità di parlare quel che gli piaceva. Allora con somma
sciocchezza, fidandosi d'una femmina ch'egli avea così atrocemente
offesa, gli disse che gli bastava l'animo di torre la vita al Re, e
così liberarla dalla servitù e miseria presente. La Regina dubitò
che non fosse opra del Re per tentar l'animo suo, poi si risolse
per raddolcire il Re, e vendicarsi di Giulio di scoprirgli tutto, e
risposegli che n'era contentissima. La Regina confidò il trattato al
Re, e perchè lo sentisse colle proprie orecchie, concertò col medesimo
che quando Giulio tornava, si fosse posto dietro la cortina. Tornò
egli, ed il Re intese il modo che avea pensato per assassinarlo;
ma quando uscì del cortile, volendo porre il piede alla staffa, fu
pigliato, e con lui il suo Segretario e condotti nel Castel Capoano e
convinti, furono di là a due dì nel mercato decapitati. Tutte queste
cose fur fatte in cinque mesi dal dì che Re Giacomo era giunto in
Napoli.
Il Re avendo con l'esperienza di Giulio Cesare conosciuto che cervelli
si trovavano allora nel Regno, cominciò a guardarsi, e ad allargarsi
da que' Baroni e Cavalieri che solevano trattare familiarmente seco; e
dall'altra parte ogni dì andava allargando la strettezza, in che avea
tenuto la Regina, e le mostrava d'esserle obbligato per la fede che
avea trovata in lei; ma con tutto ciò non voleva che fosse corteggiata,
e perseverava la guardia dell'importuno Franzese, con la quale
perseverò ancora la mal contentezza della città, perchè pochissimi
aveano adito al Re e niuno alla Regina; ed in questo modo si visse dal
principio dell'anno 1415 sin al settembre seguente.
In questo mese avvenne che il Re avendo data licenza alla Regina
d'andare a desinare ad un giardino d'un mercatante fiorentino; quando
per la città s'intese che la Regina era uscita, vi accorse un gran
numero di Nobili insieme e di Popolani che andarono a vederla, e la
videro di maniera che a molti mosse misericordia; ed ella ad arte quasi
con le lagrime agli occhi, e sospirando benignamente riguardava tutti
e pareva che in un compassionevole silenzio dimandasse a tutti ajuto.
Erano allora tra gli altri corsi a vederla Ottino Caracciolo, unito
con Annecchino Mormile Gentiluomo di Porta Nova che avea grandissima
sequela dal Popolo. Questi accordati tra loro di pigliar l'impresa di
liberar la Regina, andarono a concitar la Nobiltà e la Plebe, e con
grandissima moltitudine di gente armata ritornarono a quel punto che la
Regina volea ponersi in Carretta, e fattosi far luogo da' Cortigiani,
dissero al Carrettiere che pigliasse la via dell'Arcivescovado.
La Regina ad alta voce gridava: _Fedeli miei per amor di Dio non
m'abbandonate ch'io pongo in poter vostro la vita mia ed il Regno_: e
tutta la moltitudine gridava ad alta voce: _Viva la Regina Giovanna_. I
Cortigiani sbigottiti fuggirono tutti al Castel Nuovo a dire al Re il
tumulto, e che la Regina non tornava al castello. Il Re dubitando di
non essere assediato al Castel Nuovo, se ne andò al Castel dell'Uovo.
Fu grandissima la moltitudine delle donne che subito andarono a visitar
la Regina, ed i più vecchi Nobili di tutti i Seggi si strinsero
insieme, e parendogli che non conveniva che la Regina stesse in
quel palazzo, la portarono al castello di Capuana, e fecero che 'l
Castellano lo consignasse alla Regina. La gioventù tutta amava questa
briga, e gridava che si andasse ad assediare il Re; ma i più prudenti
di tutti i Seggi giudicavano che questa infermità della città era da
curarsi in modo che non si saltasse da un male ad un altro peggiore;
perchè prevedevano che la Regina vedendosi libera d'ogni freno, darebbe
se, ed il Regno in mano di qualche altro adultero più insopportabile.
Perciò cominciarono a pensare del modo da tenersi, per reprimere
l'insolenza del Re, e tenere alquanto in fren la Regina; onde fecero
Deputati d'ogni Seggio, che andarono a trattare col Re l'accordo. Il Re
non sperando da' suoi alcun presto soccorso, fu stretto di pigliarlo
in qualunque maniera che gli fosse proposto, e fur conchiuse queste
Capitulazioni: _Che sotto la fede de' Napoletani venisse egli a starsi
con la moglie: che concedesse alla Regina, come a legittima Signora
del Regno che si potesse ordinare e stabilire una corte conveniente,
e fosse suo il Regno, come era già stato capitolato dal principio che
si fece il matrimonio: ch'egli stesse col titolo di Re ed avesse 40
mila ducati l'anno da mantener sua Corte, la quale per lo più fosse di
Gentiluomini napoletani._ E così fu fatto.