CAPITOLO III.

_Spedizione di LUIGI III d'Angiò sopra il Regno per gl'inviti fattigli

da Sforza. Ricorso della Regina GIOVANNA ad ALFONSO V, Re d'Aragona, e

sua adozione; e guerra indi seguita tra LUIGI ed ALFONSO._

La Regina Giovanna rimasa libera per la partita del Re suo marito ed

il Gran Siniscalco, a cui ora non mancava altro, che il titolo di Re,

abusandosi del suo potere, e convertendo la sua prospera fortuna in

disprezzo d'altri e della Regina istessa, furono cagione di maggiori

perturbazioni e rovine nel Regno: poichè solo Sforza rimanea che potea,

ed era solito di attraversarsi ed impedire la grandezza sua; ma per una

occasione che se gli presentò, entrò il Gran Siniscalco in speranza di

poterlo abbassare. Era stato Sforza, come si è detto, mandato dalla

Regina contro Braccio che teneva invaso lo Stato della Chiesa per

combatterlo; e venutosi ad un fatto d'arme, fu Sforza da Braccio rotto

nel paese di Viterbo, con tanta perdita de' suoi veterani che parea,

che non potesse mai più rifarsi, nè ragunar tante genti che potesse

tornare in Regno, e far di quelli effetti che avea fatti prima; onde

parea che con l'amor della plebe, con l'amicizia de' Colonnesi e con la

rovina di Sforza, fosse lo Stato del Gran Siniscalco tanto stabilito

che non avesse più che temere: divenne perciò oltremodo insolente,

e cominciò a vendicarsi di tutti i principali de' Seggi della città

ch'erano stati mediatori a proccurar l'accordo di Sforza con la Regina,

tra' quali erano molti di Capuana. Ristrinse molto la Corte, e levò a

molti pensionarj le lor pensioni, e riempiè la Corte di confidenti e

parenti suoi: talchè avea acceso nella Nobiltà di Napoli un desiderio

immenso del ritorno di Sforza; e benchè il Papa per Brevi spesso

sollecitasse la Regina che mandasse danari a Sforza, perchè potesse

rifar l'esercito, con diverse scuse si oppose, ed operò che in cambio

di danari se gli mandassero parole vane; sperando di sentire ad ora ad

ora la novella che Braccio l'avesse in tutto consumato, e per evitar lo

sdegno del Papa, ogni volta che veniva alcun Breve o imbasciata, faceva

che la Regina donasse qualche Terra di più al Principe di Salerno ed al

Duca d'Amalfi.

Sforza essendosi di ciò accorto, e vedendosi marcire, ed essendo

sollecitato per lettere da molti Baroni del Regno a venire in Napoli,

mandò un suo Segretario a _Luigi_ Duca d'Angiò figliuolo di Luigi II

sollecitandolo che venisse all'acquisto del Regno paterno, dimostrando

ancora l'agevolezza dell'impresa con la testimonianza delle lettere de'

Baroni; e ciò, per quel che si vide poi, fu con saputa anche del Papa.

Il Duca accettò lieto l'impresa, e per lo Segretario gli mandò 39 mila

ducati, e 'l privilegio di Vicerè e di Gran Contestabile, co' quali

danari Sforza essendo rafforzato alquanto, si avviò a gran giornate;

ed essendo entrato ne' confini del Regno, per la prima cosa mandò alla

Regina lo stendardo e 'l bastone del Generalato; e poi confortati

i suoi che volessero andare per viaggio con modestia grandissima,

portando spiegato lo stendardo del _Re Luigi III_, che così chiamavano

il Duca, e confortando i Popoli a star di buon animo, con grandissima

celerità giunse avanti le mura di Napoli, e si avanzò nel luogo ov'era

stato accampato l'altra volta, e cominciò ad impedire le vettovaglie

alla città, ed a sollecitarla che volesse alzar le bandiere di _Re

Luigi_ lor vero e legittimo Signore.

(_Luigi III_ perchè per l'impresa di Napoli non gli fossero

d'impedimento le controversie che avea con _Amadeo VIII_ Duca di

Savoja, trattò pace col medesimo, la quale fu stabilita e firmata a' 15

ottobre del 1418, il cui stromento si legge presso _Lunig_[272]).

Questo successo così impensato sbigottì grandemente la Regina, e

l'animo del Gran Siniscalco, parendogli altri tumulti che li passati;

poichè ci erano aggiunte forze esterne, ed introdotto il nome di Casa

d'Angiò che avea tanti anni ch'era stato sepolto. Era nella città una

confusione grandissima, perchè quelli della parte _Angioina_ che dal

tempo che il Re Ladislao cacciò Re Luigi II padre di questo, di cui ora

si tratta, erano stati poveri ed abjetti, cominciarono a pigliar animo,

e speranza di ricovrare i loro beni posseduti da coloro della parte di

_Durazzo_, e tenere segrete intelligenze con Sforza, e molti da dì in

dì uscivano dalla città e passavano al campo. Ma quel che teneva più

in sospetto il Gran Siniscalco era che la parte di Durazzo, la qual

trovavasi tra se divisa, non tenea le parti della Regina con quella

costanza che richiedea il bisogno, perchè gran parte di essi trattava

con Sforza di alzare le bandiere del Re Luigi, purchè Sforza gli

assicurasse che il Re donasse il cambio di quelli beni degli Angioini,

ch'essi possedevano, a' primi possessori, senza sforzar loro a

restituirgli; oltracciò la plebe non avvezza ed impaziente de' disagi,

andava mormorando e già si vedea inclinata a far tumulto. E quantunque

il Gran Siniscalco proccurasse far introdurre nella città vettovaglie

per via di mare, nulladimanco quando sopraggiunse da poi la nuova certa

da Genova che fra pochi dì sarebbe in ordine l'armata del Re Luigi, al

giunger della quale si sarebbe tolto ogni sussidio di vettovaglie che

s'avea per mare, si tenne per imminente la necessità di doversi rendere

la città.

Il Gran Siniscalco prevedendo l'imminente ruina, fece più volte

ragunare il Consiglio supremo della Regina, e dopo molte discussioni di

quel che si avea da fare, fu concluso che si mandasse un Ambasciadore

al Papa, con ordine che se non potea aver ajuto da lui, passasse al

Duca di Milano o a Venezia; ed a questa ambasceria fu eletto Antonio

Carafa soprannomato Malizia, Cavaliere per nobiltà e prudenza di molta

stima. Costui giunto a Fiorenza, espose al Papa il pericolo della

Regina e del Regno, e supplicò la Santità Sua che provedesse; e se non

poteva dar soccorso bastante con le forze della Chiesa, oprasse con

l'altre Potenze d'Italia che pigliassero l'armi in difesa del Regno,

Feudo della Chiesa; e poi con buoni modi gli dimostrò che facendolo

avrebbe insieme mantenuta la dignità dello Stato ecclesiastico, e la

grandezza della Casa sua; perchè la Regina per questo beneficio avria

quasi diviso il Regno a' fratelli e nipoti di S. Santità. Il Papa

rispose che si doleva che quelli mali Consiglieri che aveano o per

avarizia o per altro tardato lo stipendio a Sforza, aveano insieme

e tirata una guerra tanto importante sovra la Regina loro Signora, e

tolto a lui ogni forza e comodità di poterla soccorrere; perchè qual

soccorso potea dar egli a quel tempo che appena manteneva un'ombra

della dignità Pontificale con la liberalità de' Fiorentini? o che

speranza poteva avere d'impetrar soccorso dalle Potenze d'Italia alla

Regina, se non avea potuto ottenerlo per se, e contra un semplice

Capitano di ventura, com'era Braccio, che tenea occupata così

scelleratamente la Sede di S. Pietro e tutto lo Stato ecclesiastico?

Queste parole, benchè fossero vere, il Papa le disse con tanta

veemenza, che subito Malizia entrò in sospetto, che la venuta del Re

Luigi non era senza intelligenza del Papa; e però conobbe che bisognava

altrove rivolgere il pensiero.

Alfonso Re d'Aragona avea a quel tempo apparecchiata un'armata per

assalire la Corsica, isola dei Genovesi: il Papa gli avea mandato un

Monitorio che non dovesse moversi contra quella Repubblica, la quale

s'era raccomandata alla Sede Appostolica e contra quell'isola, la

quale era stata data da' Pontefici passati a censo a' Genovesi; e 'l Re

Alfonso avea mandato Garsia Cavaniglia Cavalier Valenziano Ambasciadore

al Papa per giustificar la cagion della Guerra; il quale non avendo

avuto niente più cortese risposta di quella che avea avuta Malizia,

si andava lamentando co' Cardinali del torto che si faceva al suo

Re; ed un di Malizia incontrandolo gli disse che alla gran fama che

teneva Re Alfonso, era impresa indegna l'isola di Corsica, massimamente

dispiacendo al Papa, e che impresa degna d'un Re tanto famoso saria

girare quell'armata in soccorso della Regina, sua padrona oppressa e

posta in tanta calamità, dalla quale impresa nascerebbe eterna ed util

gloria, aggiungendo a' Regni che avea, non Corsica ch'era uno scoglio

sterile e deserto, ma il Regno di Napoli, maggiore ed il più ricco

di quanti Regni sono nell'Universo; perchè la Regina ch'era vecchia

e senza figli, vedendosi obbligata da tanto e tal beneficio, non solo

lo istituirebbe erede dopo sua morte, ma gli darebbe in vita parte del

Regno, e tante Fortezze per sicurezza della successione. Tutte queste

promesse faceva Malizia, perchè ogni dì era avvisato da Napoli che la

necessità cresceva, e che la città non si potea tenere senza presto o

speranza di presto soccorso. Il Cavaniglia disse che tenea per certo

che il Re per la sua magnanimità, e per tante offerte avrebbe accettata

l'impresa e lo confortò ad andar a trovarlo in Sardegna dove era.

Non tardò punto di ciò Malizia ad avvisar la Regina, e mandò con una

Fregata Pascale Cioffo Segretario di lei che avea condotto seco che

se alla Regina piaceva ch'egli andasse a trattar questo, gli mandasse

proccura ampissima e conveniente a tanta importanza; ed egli tolto

commiato dal Papa andò ad aspettar la risoluzione a Piombino. Andò

con tanta celerità la Fregata, e trovò con tanto timore la Regina ed

i suoi che si spese poco tempo in consultare; onde Pascale in sette dì

ritornò a Piombino con tutta la potestà che potesse avere o desiderare;

e Malizia subito partito con vento prospero giunse in Sardegna e

impetrata udienza dal Re Alfonso, gli espose i desiderj della Regina;

e per maggiormente invogliarlo all'impresa, gli disse ch'egli avea

avuta da lei potestà grandissima di trasferire per via d'adozione la

ragione di succedere al Regno dopo i pochi dì ch'ella potrà vivere e

consegnare ancora in vita di lei buona parte del Regno. Il Re rispose

che gli dispiaceva degli affanni della Regina, e ch'egli teneva animo

di soccorrerla per proprio istituto: e non già con animo di acquistar

il Regno, avendone tanti che gli bastavano; ma che bisognava che

ne parlasse con suoi Consiglieri; ed il dì seguente fece adunar il

Consiglio. Que' del Consiglio tutti dissuasero al Re l'impresa; ma

Alfonso senza dar segno della volontà sua, mandò a chiamar Malizia,

e gli disse il parere de' suoi Baroni; ma che con tutto ciò voleva

soccorrere la Regina, e che avrebbe mandate per allora sedici galee

ben armate insieme con lui, e che avrebbe anche mandata una quantità

di moneta, perchè si fossero soldati uomini d'arme italiani, e poi

sarebbe venuto anch'egli di persona a veder la Regina. Malizia lodò

il pensiero di Sua Maestà, e promise che la Regina ancora avrebbe

aggiunto tanto del suo, che avessero potuto soldar Braccio ch'era in

quel tempo tenuto il maggior Capitano d'Italia e fierissimo nemico di

Sforza. Il dì seguente il Re fece chiamar il Consiglio e manifestò

la volontà sua ch'era di pigliar l'impresa; poi ordinò a Raimondo

Periglios ch'era de' primi Baroni della sua Corte, e tenuto per uomo di

molto valore che facesse poner in ordine le galee per partirsi insieme

coll'Ambasciadore della Regina. Malizia tutto allegro, per confortar

gli animi degli assediati, fece partir subito Pascale con l'avviso che

'l soccorso verrebbe fra pochi dì; ed egli per acquetar gli animi dei

Catalani che stavano malcontenti dell'impresa, per istrumento pubblico

in nome della Regina adottò Re Alfonso, e promise assignargli il Castel

Nuovo di Napoli, ed il Castel dell'Uovo, e la Provincia di Calabria col

titolo di Duca, solito darsi a coloro che hanno da succedere al Regno,

e fatto questo tolse licenza dal Re, e si pose su l'armata insieme con

Raimondo.

Mentre questi apparecchi si facevano per la Regina, il Re Luigi colla

sua armata all'improvviso giunse a Napoli, ed avendo poste le sue genti

in terra, unite con quelle di Sforza strinse la città; la quale si

sarebbe a lui resa, se opportunamente non fosse sopraggiunta l'armata

aragonese comandata dal Periglios, che fu dalla Regina accolto con

somma stima, la quale per mostrar la ferma deliberazione del suo animo,

acciocchè Alfonso e que' del suo Consiglio non ne dubitassero, il dì

seguente per atto pubblico ratificò l'adozione e tutti i capitoli

stipulati in Sardegna, e fu dato ordine, che negli stendardi ed in

molti altri luoghi fossero dipinte l'arme d'Aragona quarteggiate

con quelle della Regina, e fu bandita per tutto l'adozione e la lega

perpetua. Si mandò ancora a soldare Braccio da Perugia, il quale non

volle venire, se, oltre il soldo, la Regina non gli dava l'investitura

di Capua e dell'Aquila che avea dimandata.

Intanto Aversa erasi resa al Re Luigi, e crescendo tuttavia la parte

angioina, fu mandato a sollecitar Braccio, il qual venuto con tremila

cavalli, ruppe Sforza, che gli contrastava il passo e venne a Napoli,

dove dalla Regina fu caramente accolto.

Re Alfonso ch'era passato in Sicilia, ancorchè fosse stato più volte

sollecitato dalla Regina a venir presto, ed egli andava temporeggiando,

avendo intesa la venuta di Braccio in Napoli, partì da Sicilia con

l'armata e se ne venne ad Ischia. La Regina mandò il G. Siniscalco ad

incontrarlo con alquanti Baroni, il qual dopo le lodi e grazie, resegli

da parte di lei, l'invitò a passare coll'armata al Castel dell'Uovo,

da dove la Regina voleva farlo entrare in Napoli con quella pompa

ed apparato, che conveniva ad un tanto Re e suo liberatore. Il G.

Siniscalco rimase poco contento, vedendo il Re così bello di persona,

valoroso, magnanimo e prudente; ed oltre di ciò la compagnia di tanti

onorati Baroni aragonesi, castigliani, catalani, siciliani ed altre

nazioni soggette al Re, perchè dubitava che l'autorità sua in breve

sarebbe in gran parte, e forse in tutto diminuita ed estinta, e si

ricordava bene dell'esito del Conte Pandolfello, temendo, che tanto

peggio potea succedere a lui, quanto che questo Re era di maggior

ingegno, valore e potenza, che non era stato Re Giacomo; con tutto

ciò ingegnossi coprire questo suo sospetto e fece disporre apparati

magnifici per l'entrata d'Alfonso in Napoli. Il Re nel dì statuito,

avendo cavalcato con gran pompa per la città, fu condotto al Castel

Nuovo, dove la Regina discese sin alla porta, ricevendolo con ogni

segno di amorevolezza e di letizia, e da poi che l'ebbe abbracciato,

gli consignò le chiavi del castello, ed il rimanente di quel dì e

molti altri appresso si passarono in feste e conviti, ed in questi dì

in presenza di tanti Baroni, e di quasi tutta la nobiltà e popolo,

dal Re Alfonso e dalla Regina si ratificarono l'adozione e tutti

i capitoli poc'anzi ratificati con Periglios, e sotto il dì 8 di

luglio di quest'anno 1421 se ne stipulò nuovo istromento, che, oltre

Chioccarello[273], si legge presso il Tutino, che l'ha fatto imprimere

nel suo libro de' G. Contestabili.

Giunto Alfonso colla sua armata in Napoli, s'accese più fiera la guerra

in Terra di Lavoro col Re Luigi, il quale fortificato in Aversa, che

se l'era resa, avea posta quella provincia in confusione. Alfonso

dall'altra parte stimolato dal G. Siniscalco andò a porre l'assedio ad

Acerra, che era allora posseduta da Giovanni Pietro Origlia nemico di

Sergianni. E Braccio nel medesimo tempo avendo assaltato l'esercito

di Sforza, faceva premurose istanze, che se gli dasse la possessione

di Capua; ed andandosi dalla Regina temporeggiando, Braccio andò a

lamentarsene col Re Alfonso, il quale per non disgustar quel Capitano

Indusse la Regina a consegnargliela. Tenendo ancor Alfonso assediata

Acerra, Martino V temendo, che finalmente Alfonso (di cui si era

scoperto nemico, per la mano che avea avuta a far venire Re Luigi)

non rimanesse superiore, spedì due Cardinali per pacificare questi

due Re; e mentre trattavano col Re Alfonso le condizioni della pace,

Alfonso dubitando che non fossero venuti per dargli parole, non

volle tralasciar l'assedio di quella città, e cominciò a batterla

più fortemente che prima, non ostante la gagliarda resistenza degli

Acerrani.

I due Cardinali per la forte difesa di quella piazza vedendo la grande

strage che ne seguiva e che sarebbe riuscito vano il disegno d'Alfonso,

lo pregarono che non volesse esporre a tanto pericolo i suoi,

promettendo che Papa Martino avria almeno presa in sequestro Acerra,

sì che non avrebbe potuto nuocere allo Stato della Regina Giovanna,

e, conchiudendosi la pace, l'avrebbe forse assignata a lei. Il Re

piegato ai prieghi de' Cardinali levò l'assedio; e Luigi chiamò a se i

presidii e fece consignare Acerra in deposito ai Legati appostolici;

ed il Re Alfonso si ritirò a Napoli e Braccio co' suoi a Capua. Fu

conchiusa tregua fra questi due Re per tanto spazio, quanto parea, che

bastasse per trattare la pace; e poco da poi il Re Luigi andò a trovar

Papa Martino, e lasciò Aversa e gli altri luoghi alli medesimi Legati;

e Sforza ebbe per patto nella tregua di potersene andare a star a

Benevento, ch'era suo.

Martino V era tenuto da Alfonso in freno, perchè sebbene col Concilio

di Costanza fosse cessato lo scisma, e Gregorio XII e Giovanni XXIII

avessero ubbidito a quello e deposto il pontificato; nulladimanco

Benedetto XIII Antipapa ancor viveva ostinato, e s'era fatto forte

in un luogo inespugnabile in Spagna, chiamato Paniscola, dove con

pertinacia grandissima accompagnato da quattro Cardinali conservava

ancora il nome e' contrassegni della pontifical dignità, e voleva

morire col titolo di Papa, ancorchè da nazione alcuna non fosse

ubbidito. Re Alfonso ponendo in gelosia Martino e dimostrando, che

se non avesse favorito le parti sue, avrebbe fatta dare ubbidienza da

tutti i suoi Regni all'Antipapa, ottenne pochi mesi da poi, che il Papa

gli facesse consignare non pure Acerra ma tutte le terre, che i Legati

tenevano sequestrate. In Napoli si fece grand'allegrezza, perchè parea,

che la guerra fosse finita, tenendosi l'Aquila solamente per se alla

divozione del Re Luigi; onde Alfonso per togliersi d'avanti Braccio,

gli comandò che andasse ad espugnarla: Braccio ne fu molto contento;

poichè per virtù de' patti, quando venne a servire la Regina ed

Alfonso, gli era stata promessa. Così la provincia di Terra di Lavoro

restò libera, ed in Napoli i partigiani della Regina viveano assai

quieti.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 6 · 第 37 / 64 题