_Spedizione di LUIGI III d'Angiò sopra il Regno per gl'inviti fattigli
da Sforza. Ricorso della Regina GIOVANNA ad ALFONSO V, Re d'Aragona, e
sua adozione; e guerra indi seguita tra LUIGI ed ALFONSO._
La Regina Giovanna rimasa libera per la partita del Re suo marito ed
il Gran Siniscalco, a cui ora non mancava altro, che il titolo di Re,
abusandosi del suo potere, e convertendo la sua prospera fortuna in
disprezzo d'altri e della Regina istessa, furono cagione di maggiori
perturbazioni e rovine nel Regno: poichè solo Sforza rimanea che potea,
ed era solito di attraversarsi ed impedire la grandezza sua; ma per una
occasione che se gli presentò, entrò il Gran Siniscalco in speranza di
poterlo abbassare. Era stato Sforza, come si è detto, mandato dalla
Regina contro Braccio che teneva invaso lo Stato della Chiesa per
combatterlo; e venutosi ad un fatto d'arme, fu Sforza da Braccio rotto
nel paese di Viterbo, con tanta perdita de' suoi veterani che parea,
che non potesse mai più rifarsi, nè ragunar tante genti che potesse
tornare in Regno, e far di quelli effetti che avea fatti prima; onde
parea che con l'amor della plebe, con l'amicizia de' Colonnesi e con la
rovina di Sforza, fosse lo Stato del Gran Siniscalco tanto stabilito
che non avesse più che temere: divenne perciò oltremodo insolente,
e cominciò a vendicarsi di tutti i principali de' Seggi della città
ch'erano stati mediatori a proccurar l'accordo di Sforza con la Regina,
tra' quali erano molti di Capuana. Ristrinse molto la Corte, e levò a
molti pensionarj le lor pensioni, e riempiè la Corte di confidenti e
parenti suoi: talchè avea acceso nella Nobiltà di Napoli un desiderio
immenso del ritorno di Sforza; e benchè il Papa per Brevi spesso
sollecitasse la Regina che mandasse danari a Sforza, perchè potesse
rifar l'esercito, con diverse scuse si oppose, ed operò che in cambio
di danari se gli mandassero parole vane; sperando di sentire ad ora ad
ora la novella che Braccio l'avesse in tutto consumato, e per evitar lo
sdegno del Papa, ogni volta che veniva alcun Breve o imbasciata, faceva
che la Regina donasse qualche Terra di più al Principe di Salerno ed al
Duca d'Amalfi.
Sforza essendosi di ciò accorto, e vedendosi marcire, ed essendo
sollecitato per lettere da molti Baroni del Regno a venire in Napoli,
mandò un suo Segretario a _Luigi_ Duca d'Angiò figliuolo di Luigi II
sollecitandolo che venisse all'acquisto del Regno paterno, dimostrando
ancora l'agevolezza dell'impresa con la testimonianza delle lettere de'
Baroni; e ciò, per quel che si vide poi, fu con saputa anche del Papa.
Il Duca accettò lieto l'impresa, e per lo Segretario gli mandò 39 mila
ducati, e 'l privilegio di Vicerè e di Gran Contestabile, co' quali
danari Sforza essendo rafforzato alquanto, si avviò a gran giornate;
ed essendo entrato ne' confini del Regno, per la prima cosa mandò alla
Regina lo stendardo e 'l bastone del Generalato; e poi confortati
i suoi che volessero andare per viaggio con modestia grandissima,
portando spiegato lo stendardo del _Re Luigi III_, che così chiamavano
il Duca, e confortando i Popoli a star di buon animo, con grandissima
celerità giunse avanti le mura di Napoli, e si avanzò nel luogo ov'era
stato accampato l'altra volta, e cominciò ad impedire le vettovaglie
alla città, ed a sollecitarla che volesse alzar le bandiere di _Re
Luigi_ lor vero e legittimo Signore.
(_Luigi III_ perchè per l'impresa di Napoli non gli fossero
d'impedimento le controversie che avea con _Amadeo VIII_ Duca di
Savoja, trattò pace col medesimo, la quale fu stabilita e firmata a' 15
ottobre del 1418, il cui stromento si legge presso _Lunig_[272]).
Questo successo così impensato sbigottì grandemente la Regina, e
l'animo del Gran Siniscalco, parendogli altri tumulti che li passati;
poichè ci erano aggiunte forze esterne, ed introdotto il nome di Casa
d'Angiò che avea tanti anni ch'era stato sepolto. Era nella città una
confusione grandissima, perchè quelli della parte _Angioina_ che dal
tempo che il Re Ladislao cacciò Re Luigi II padre di questo, di cui ora
si tratta, erano stati poveri ed abjetti, cominciarono a pigliar animo,
e speranza di ricovrare i loro beni posseduti da coloro della parte di
_Durazzo_, e tenere segrete intelligenze con Sforza, e molti da dì in
dì uscivano dalla città e passavano al campo. Ma quel che teneva più
in sospetto il Gran Siniscalco era che la parte di Durazzo, la qual
trovavasi tra se divisa, non tenea le parti della Regina con quella
costanza che richiedea il bisogno, perchè gran parte di essi trattava
con Sforza di alzare le bandiere del Re Luigi, purchè Sforza gli
assicurasse che il Re donasse il cambio di quelli beni degli Angioini,
ch'essi possedevano, a' primi possessori, senza sforzar loro a
restituirgli; oltracciò la plebe non avvezza ed impaziente de' disagi,
andava mormorando e già si vedea inclinata a far tumulto. E quantunque
il Gran Siniscalco proccurasse far introdurre nella città vettovaglie
per via di mare, nulladimanco quando sopraggiunse da poi la nuova certa
da Genova che fra pochi dì sarebbe in ordine l'armata del Re Luigi, al
giunger della quale si sarebbe tolto ogni sussidio di vettovaglie che
s'avea per mare, si tenne per imminente la necessità di doversi rendere
la città.
Il Gran Siniscalco prevedendo l'imminente ruina, fece più volte
ragunare il Consiglio supremo della Regina, e dopo molte discussioni di
quel che si avea da fare, fu concluso che si mandasse un Ambasciadore
al Papa, con ordine che se non potea aver ajuto da lui, passasse al
Duca di Milano o a Venezia; ed a questa ambasceria fu eletto Antonio
Carafa soprannomato Malizia, Cavaliere per nobiltà e prudenza di molta
stima. Costui giunto a Fiorenza, espose al Papa il pericolo della
Regina e del Regno, e supplicò la Santità Sua che provedesse; e se non
poteva dar soccorso bastante con le forze della Chiesa, oprasse con
l'altre Potenze d'Italia che pigliassero l'armi in difesa del Regno,
Feudo della Chiesa; e poi con buoni modi gli dimostrò che facendolo
avrebbe insieme mantenuta la dignità dello Stato ecclesiastico, e la
grandezza della Casa sua; perchè la Regina per questo beneficio avria
quasi diviso il Regno a' fratelli e nipoti di S. Santità. Il Papa
rispose che si doleva che quelli mali Consiglieri che aveano o per
avarizia o per altro tardato lo stipendio a Sforza, aveano insieme
e tirata una guerra tanto importante sovra la Regina loro Signora, e
tolto a lui ogni forza e comodità di poterla soccorrere; perchè qual
soccorso potea dar egli a quel tempo che appena manteneva un'ombra
della dignità Pontificale con la liberalità de' Fiorentini? o che
speranza poteva avere d'impetrar soccorso dalle Potenze d'Italia alla
Regina, se non avea potuto ottenerlo per se, e contra un semplice
Capitano di ventura, com'era Braccio, che tenea occupata così
scelleratamente la Sede di S. Pietro e tutto lo Stato ecclesiastico?
Queste parole, benchè fossero vere, il Papa le disse con tanta
veemenza, che subito Malizia entrò in sospetto, che la venuta del Re
Luigi non era senza intelligenza del Papa; e però conobbe che bisognava
altrove rivolgere il pensiero.
Alfonso Re d'Aragona avea a quel tempo apparecchiata un'armata per
assalire la Corsica, isola dei Genovesi: il Papa gli avea mandato un
Monitorio che non dovesse moversi contra quella Repubblica, la quale
s'era raccomandata alla Sede Appostolica e contra quell'isola, la
quale era stata data da' Pontefici passati a censo a' Genovesi; e 'l Re
Alfonso avea mandato Garsia Cavaniglia Cavalier Valenziano Ambasciadore
al Papa per giustificar la cagion della Guerra; il quale non avendo
avuto niente più cortese risposta di quella che avea avuta Malizia,
si andava lamentando co' Cardinali del torto che si faceva al suo
Re; ed un di Malizia incontrandolo gli disse che alla gran fama che
teneva Re Alfonso, era impresa indegna l'isola di Corsica, massimamente
dispiacendo al Papa, e che impresa degna d'un Re tanto famoso saria
girare quell'armata in soccorso della Regina, sua padrona oppressa e
posta in tanta calamità, dalla quale impresa nascerebbe eterna ed util
gloria, aggiungendo a' Regni che avea, non Corsica ch'era uno scoglio
sterile e deserto, ma il Regno di Napoli, maggiore ed il più ricco
di quanti Regni sono nell'Universo; perchè la Regina ch'era vecchia
e senza figli, vedendosi obbligata da tanto e tal beneficio, non solo
lo istituirebbe erede dopo sua morte, ma gli darebbe in vita parte del
Regno, e tante Fortezze per sicurezza della successione. Tutte queste
promesse faceva Malizia, perchè ogni dì era avvisato da Napoli che la
necessità cresceva, e che la città non si potea tenere senza presto o
speranza di presto soccorso. Il Cavaniglia disse che tenea per certo
che il Re per la sua magnanimità, e per tante offerte avrebbe accettata
l'impresa e lo confortò ad andar a trovarlo in Sardegna dove era.
Non tardò punto di ciò Malizia ad avvisar la Regina, e mandò con una
Fregata Pascale Cioffo Segretario di lei che avea condotto seco che
se alla Regina piaceva ch'egli andasse a trattar questo, gli mandasse
proccura ampissima e conveniente a tanta importanza; ed egli tolto
commiato dal Papa andò ad aspettar la risoluzione a Piombino. Andò
con tanta celerità la Fregata, e trovò con tanto timore la Regina ed
i suoi che si spese poco tempo in consultare; onde Pascale in sette dì
ritornò a Piombino con tutta la potestà che potesse avere o desiderare;
e Malizia subito partito con vento prospero giunse in Sardegna e
impetrata udienza dal Re Alfonso, gli espose i desiderj della Regina;
e per maggiormente invogliarlo all'impresa, gli disse ch'egli avea
avuta da lei potestà grandissima di trasferire per via d'adozione la
ragione di succedere al Regno dopo i pochi dì ch'ella potrà vivere e
consegnare ancora in vita di lei buona parte del Regno. Il Re rispose
che gli dispiaceva degli affanni della Regina, e ch'egli teneva animo
di soccorrerla per proprio istituto: e non già con animo di acquistar
il Regno, avendone tanti che gli bastavano; ma che bisognava che
ne parlasse con suoi Consiglieri; ed il dì seguente fece adunar il
Consiglio. Que' del Consiglio tutti dissuasero al Re l'impresa; ma
Alfonso senza dar segno della volontà sua, mandò a chiamar Malizia,
e gli disse il parere de' suoi Baroni; ma che con tutto ciò voleva
soccorrere la Regina, e che avrebbe mandate per allora sedici galee
ben armate insieme con lui, e che avrebbe anche mandata una quantità
di moneta, perchè si fossero soldati uomini d'arme italiani, e poi
sarebbe venuto anch'egli di persona a veder la Regina. Malizia lodò
il pensiero di Sua Maestà, e promise che la Regina ancora avrebbe
aggiunto tanto del suo, che avessero potuto soldar Braccio ch'era in
quel tempo tenuto il maggior Capitano d'Italia e fierissimo nemico di
Sforza. Il dì seguente il Re fece chiamar il Consiglio e manifestò
la volontà sua ch'era di pigliar l'impresa; poi ordinò a Raimondo
Periglios ch'era de' primi Baroni della sua Corte, e tenuto per uomo di
molto valore che facesse poner in ordine le galee per partirsi insieme
coll'Ambasciadore della Regina. Malizia tutto allegro, per confortar
gli animi degli assediati, fece partir subito Pascale con l'avviso che
'l soccorso verrebbe fra pochi dì; ed egli per acquetar gli animi dei
Catalani che stavano malcontenti dell'impresa, per istrumento pubblico
in nome della Regina adottò Re Alfonso, e promise assignargli il Castel
Nuovo di Napoli, ed il Castel dell'Uovo, e la Provincia di Calabria col
titolo di Duca, solito darsi a coloro che hanno da succedere al Regno,
e fatto questo tolse licenza dal Re, e si pose su l'armata insieme con
Raimondo.
Mentre questi apparecchi si facevano per la Regina, il Re Luigi colla
sua armata all'improvviso giunse a Napoli, ed avendo poste le sue genti
in terra, unite con quelle di Sforza strinse la città; la quale si
sarebbe a lui resa, se opportunamente non fosse sopraggiunta l'armata
aragonese comandata dal Periglios, che fu dalla Regina accolto con
somma stima, la quale per mostrar la ferma deliberazione del suo animo,
acciocchè Alfonso e que' del suo Consiglio non ne dubitassero, il dì
seguente per atto pubblico ratificò l'adozione e tutti i capitoli
stipulati in Sardegna, e fu dato ordine, che negli stendardi ed in
molti altri luoghi fossero dipinte l'arme d'Aragona quarteggiate
con quelle della Regina, e fu bandita per tutto l'adozione e la lega
perpetua. Si mandò ancora a soldare Braccio da Perugia, il quale non
volle venire, se, oltre il soldo, la Regina non gli dava l'investitura
di Capua e dell'Aquila che avea dimandata.
Intanto Aversa erasi resa al Re Luigi, e crescendo tuttavia la parte
angioina, fu mandato a sollecitar Braccio, il qual venuto con tremila
cavalli, ruppe Sforza, che gli contrastava il passo e venne a Napoli,
dove dalla Regina fu caramente accolto.
Re Alfonso ch'era passato in Sicilia, ancorchè fosse stato più volte
sollecitato dalla Regina a venir presto, ed egli andava temporeggiando,
avendo intesa la venuta di Braccio in Napoli, partì da Sicilia con
l'armata e se ne venne ad Ischia. La Regina mandò il G. Siniscalco ad
incontrarlo con alquanti Baroni, il qual dopo le lodi e grazie, resegli
da parte di lei, l'invitò a passare coll'armata al Castel dell'Uovo,
da dove la Regina voleva farlo entrare in Napoli con quella pompa
ed apparato, che conveniva ad un tanto Re e suo liberatore. Il G.
Siniscalco rimase poco contento, vedendo il Re così bello di persona,
valoroso, magnanimo e prudente; ed oltre di ciò la compagnia di tanti
onorati Baroni aragonesi, castigliani, catalani, siciliani ed altre
nazioni soggette al Re, perchè dubitava che l'autorità sua in breve
sarebbe in gran parte, e forse in tutto diminuita ed estinta, e si
ricordava bene dell'esito del Conte Pandolfello, temendo, che tanto
peggio potea succedere a lui, quanto che questo Re era di maggior
ingegno, valore e potenza, che non era stato Re Giacomo; con tutto
ciò ingegnossi coprire questo suo sospetto e fece disporre apparati
magnifici per l'entrata d'Alfonso in Napoli. Il Re nel dì statuito,
avendo cavalcato con gran pompa per la città, fu condotto al Castel
Nuovo, dove la Regina discese sin alla porta, ricevendolo con ogni
segno di amorevolezza e di letizia, e da poi che l'ebbe abbracciato,
gli consignò le chiavi del castello, ed il rimanente di quel dì e
molti altri appresso si passarono in feste e conviti, ed in questi dì
in presenza di tanti Baroni, e di quasi tutta la nobiltà e popolo,
dal Re Alfonso e dalla Regina si ratificarono l'adozione e tutti
i capitoli poc'anzi ratificati con Periglios, e sotto il dì 8 di
luglio di quest'anno 1421 se ne stipulò nuovo istromento, che, oltre
Chioccarello[273], si legge presso il Tutino, che l'ha fatto imprimere
nel suo libro de' G. Contestabili.
Giunto Alfonso colla sua armata in Napoli, s'accese più fiera la guerra
in Terra di Lavoro col Re Luigi, il quale fortificato in Aversa, che
se l'era resa, avea posta quella provincia in confusione. Alfonso
dall'altra parte stimolato dal G. Siniscalco andò a porre l'assedio ad
Acerra, che era allora posseduta da Giovanni Pietro Origlia nemico di
Sergianni. E Braccio nel medesimo tempo avendo assaltato l'esercito
di Sforza, faceva premurose istanze, che se gli dasse la possessione
di Capua; ed andandosi dalla Regina temporeggiando, Braccio andò a
lamentarsene col Re Alfonso, il quale per non disgustar quel Capitano
Indusse la Regina a consegnargliela. Tenendo ancor Alfonso assediata
Acerra, Martino V temendo, che finalmente Alfonso (di cui si era
scoperto nemico, per la mano che avea avuta a far venire Re Luigi)
non rimanesse superiore, spedì due Cardinali per pacificare questi
due Re; e mentre trattavano col Re Alfonso le condizioni della pace,
Alfonso dubitando che non fossero venuti per dargli parole, non
volle tralasciar l'assedio di quella città, e cominciò a batterla
più fortemente che prima, non ostante la gagliarda resistenza degli
Acerrani.
I due Cardinali per la forte difesa di quella piazza vedendo la grande
strage che ne seguiva e che sarebbe riuscito vano il disegno d'Alfonso,
lo pregarono che non volesse esporre a tanto pericolo i suoi,
promettendo che Papa Martino avria almeno presa in sequestro Acerra,
sì che non avrebbe potuto nuocere allo Stato della Regina Giovanna,
e, conchiudendosi la pace, l'avrebbe forse assignata a lei. Il Re
piegato ai prieghi de' Cardinali levò l'assedio; e Luigi chiamò a se i
presidii e fece consignare Acerra in deposito ai Legati appostolici;
ed il Re Alfonso si ritirò a Napoli e Braccio co' suoi a Capua. Fu
conchiusa tregua fra questi due Re per tanto spazio, quanto parea, che
bastasse per trattare la pace; e poco da poi il Re Luigi andò a trovar
Papa Martino, e lasciò Aversa e gli altri luoghi alli medesimi Legati;
e Sforza ebbe per patto nella tregua di potersene andare a star a
Benevento, ch'era suo.
Martino V era tenuto da Alfonso in freno, perchè sebbene col Concilio
di Costanza fosse cessato lo scisma, e Gregorio XII e Giovanni XXIII
avessero ubbidito a quello e deposto il pontificato; nulladimanco
Benedetto XIII Antipapa ancor viveva ostinato, e s'era fatto forte
in un luogo inespugnabile in Spagna, chiamato Paniscola, dove con
pertinacia grandissima accompagnato da quattro Cardinali conservava
ancora il nome e' contrassegni della pontifical dignità, e voleva
morire col titolo di Papa, ancorchè da nazione alcuna non fosse
ubbidito. Re Alfonso ponendo in gelosia Martino e dimostrando, che
se non avesse favorito le parti sue, avrebbe fatta dare ubbidienza da
tutti i suoi Regni all'Antipapa, ottenne pochi mesi da poi, che il Papa
gli facesse consignare non pure Acerra ma tutte le terre, che i Legati
tenevano sequestrate. In Napoli si fece grand'allegrezza, perchè parea,
che la guerra fosse finita, tenendosi l'Aquila solamente per se alla
divozione del Re Luigi; onde Alfonso per togliersi d'avanti Braccio,
gli comandò che andasse ad espugnarla: Braccio ne fu molto contento;
poichè per virtù de' patti, quando venne a servire la Regina ed
Alfonso, gli era stata promessa. Così la provincia di Terra di Lavoro
restò libera, ed in Napoli i partigiani della Regina viveano assai
quieti.