Il disgraziato bandito, che ogni due o tre settimane veniva a Sassari,
smanioso di veder pubblicata la sua storia, non fu appagato nel suo
desiderio.
Era stata una vera fatalità! Per trent’anni Giovanni Tolu aveva taciuto
le sue avventure; e finalmente si era deciso a raccontarle... quasi
alla vigilia della sua morte. Vi ha di più: da soli due mesi l’editore
Dessì lo aveva indotto a farsi fare il ritratto, riprodotto in questo
libro.
Or ditemi: non vi par tutto questo il romanzo d’una storia, o la storia
di un romanzo?[50]
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Abboccatomi nella prima metà di luglio colla figlia e coi parenti
dell’ex bandito, appresi i particolari della sua morte.
Il giorno 28 giugno Giovanni Tolu aveva deciso di recarsi a
Portotorres, per assistere l’indomani alla festa di San Pietro.
Siccome dovevano pur recarvisi alcuni servi, la mattina del 29 egli
si affrettò ad aiutarli, per chiudere il bestiame grosso nel recinto
a ciò destinato. Egli si era dato a spingere i tori e le vacche,
percuotendoli colla palma della mano; e, dopo aver molto faticato, sì
era messo in viaggio per Portotorres.
Tornato il martedì (30) a _Lèccari_, si lamentò di un piccolo foruncolo
ad una mano, che lo tormentava alquanto. Entrata l’indomani la
figliuola nella sua camera, avvertì la gonfiezza della mano; ma Tolu,
burbero com’era, le rispose:
— Cose da nulla; non dartene pensiero!
Il giorno seguente crebbe l’enfiagione; e quantunque il vecchio
persistesse nell’assicurare che non era nulla, la figliuola gli bruciò
alla meglio la ferita col nitrato di argento.
Di ciò non ancor contenta, Maria Antonia costrinse il vecchio a montare
a cavallo; gli sedette in groppa, e si avviarono a Portotorres per
consultare il medico.
Il giorno 2 il medico avvertì il carbonchio, fece il taglio, cauterizzò
la ferita, e fece stare a letto l’ex bandito, in casa del nipote
(figlio di Giomaria).
Non tardò il male ad aggravarsi. Giovanni Tolu cadde in un torpore, che
lo rendeva ignaro della gravità del male.
Fu supposto che il vecchio, aprendo il cancello, avesse riportato
qualche leggera scalfitura; nella quale, o si era comunicato il
carbonchio per le percosse date alle vacche, oppure per qualche mosca
(come comunemente avviene) che avesse deposto il veleno sulla ferita.
Poche ore prima di morire furono consigliati al vecchio bandito i
conforti religiosi. Egli assentì col capo, senza pronunciar parola.
A un’ora dopo mezzogiorno, del sabbato, egli spirava.
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Quasi tutti i giornali italiani annunziarono la scomparsa di Giovanni
Tolu sotto la rubrica: _la morte di un celebre brigante_[51].
Niente di più erroneo. Il bandito sardo non è il brigante; e, per
convincersene, basta riandare le gesta dei famosi capi squadriglia,
che, in tempi civili (1860-1896) infestarono le due Sicilie, la
Romagna, ed altre regioni d’Italia: — gesta, che hanno destato il
terrore per la ferocia dei misfatti, per il sangue freddo con cui
vennero preparati, e per il cinismo degli assassini dopo averli
commessi. Dal complesso dei fatti fin qui narrati, il lettore
avrà rilevato quanto diverse siano le cause che hanno spinto alla
delinquenza i disgraziati banditi.
Giovanni Tolu non era Ninco Nanco, non era Caruso, non era Cipriano
La Gala, non Torrigiani, non Mistretta, non Domenichino Tiburzi. Molta
differenza corre fra l’uno e gli altri. Il brigante si dà alla macchia
per formare una banda di malfattori; il bandito rifugge dai compagni
per meglio meditare nella solitudine; il primo non pensa che al furto e
all’assassinio, il secondo non sogna che la vendetta[52].
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Da pochi giorni era morto Giovanni Tolu, quando la sua figliuola
ricevette una lettera da un avvocato di Cagliari. Costui, per incarico
di Maria Francesca Meloni, domiciliata a San Gavino Monreale, chiedeva
informazioni sul patrimonio lasciato dall’estinto, non volendo
la vedova rinunciare alla _quarta uxoria_, che le spettava per
disposizione dell’art. 753 del Codice civile.
La domanda di quella vecchia, pervenuta a _Lèccari_ in un giorno di
dolore, era stata una spina al cuore di Maria Antonia. La povera
figliuola rispose di proprio pugno alla madre, e venne a me per
leggermi la _brutta copia_ della lettera inviata.
Lo scritto di Maria Antonia era forse assai povero di grammatica,
ma il concetto era grande, nobile, generoso, e rivelava un profondo
sentimento di amor figliale.
Riassumo fedelmente i pensieri contenuti in quel foglio.
«_Carissima madre_,
«Sono più di trent’anni che mi avete dimenticata, ed io ignoravo
persino la vostra esistenza. Oggi solamente vi siete ricordata di
me, per chiedermi conto, in nome della legge, dei beni lasciati dal
disgraziato padre mio. Mi meraviglio come non abbiate riflettuto,
che un bandito non può aver patrimonio. Il poco che oggi possediamo
è frutto del mio sagrifizio e del lavoro di mio marito. Nostro
padre non ha lasciato che un pezzo di terra in _Uccareddu_,
che ci darà molti fastidi, per una lite pendente, a causa di
delimitazioni.
«Io non ho accuse da farvi, nè vi rinfaccio alcuna colpa, poichè
una figlia non può avere il diritto di giudicare la propria madre.
Ho il dovere di rispettarvi; ed oggi vi dico, anche a nome di mio
marito: — Qui a _Lèccari_ abitiamo una casa vasta e molto comoda;
vi crescono i nostri figliuoli, e non vi mancano i servi. Venite
pure: mi aiuterete nel disbrigo delle faccende domestiche, se lo
desiderate — oppure non lavorerete, se così vi piace. Vostra figlia
apre a voi la sua casa, affinchè in essa possiate passar tranquilli
gli ultimi anni della vecchiaia.
«Altro non abbiamo a dirvi.