[Illustrazione: Lettera iniziale allegorica _al banditismo_]
Morte di Giovanni Tolu.
La storia fin qui narrata (meno alcune note) è quella contenuta nel
manoscritto da me consegnato all’editore Dessì, verso gli ultimi
di maggio. Non immaginavo, certo, di dover aggiungere quest’ultimo
capitolo!
Posto termine alla narrazione delle sue avventure, Giovanni Tolu era
ritornato alla Nurra. Continuò nonpertanto a recarsi con frequenza a
Sassari, per fornirmi gli schiarimenti che mi abbisognavano.
Ero già stato con lui a _Monte Fenosu_, e col prof. Piras a Florinas,
per prendere alcuni schizzi sui luoghi dell’azione. Volendo pur
visitare la cascina di _Lèccari_, informai l’ex bandito del giorno
della mia partenza.
La mattina del 21 giugno, col primo treno, mi recai a Portotorres.
Come smontai dal vagone, vidi venire al mio incontro un uomo sulla
cinquantina, dall’occhio vivo e intelligente, dalla lunga barba
brizzolata, e dal grigio cappellone a larghe tese. Era Giovanni
Agostino Tolu, il genero dell’ex bandito.
Montati su due ottime cavalle, ci mettemmo in viaggio per _Lèccari_,
dove arrivammo alle nove.
Giovanni Tolu mi presentò alla sua figliuola ed ai nipoti, i quali mi
accolsero con un’infinità di cortesie.
Tutta la mattina fu da me impiegata a visitare la vasta cascina ed i
dintorni, e a prendere alcuni schizzi[48]. Giovanni Tolu volle che io
vedessi tutto, compreso il pollaio, ricco di galline, di tacchini e
d’oche; e l’orto, ben assortito di erbaggi d’ogni genere.
Nel centro della palazzina è l’ampia sala da pranzo, a cui si accede
dalla porta principale, difesa da una bussola in legno. A destra
della sala, verso levante, è la camera dei coniugi Tolu; a sinistra
quella dell’ex bandito. In questa ultima vedesi, appiedi del letto, un
armadio scavato nel muro, a quattro piani: i due primi destinati alle
stoviglie, i due inferiori alla libreria di Tolu; la quale si compone
di una quarantina di volumi dai dorsi sgangherati, dai cartoni logori,
e dai fogli colle punte accartocciate. La biblioteca di Giovanni Tolu
non ha che un pregio: quello di esser letta e riletta! Presi in mano
alcuni libri per leggerne i titoli: — _Ufficio della Beata Vergine;
Bibbia_ di Diodati; _I Reali di Francia; Bertoldo e Bertoldino;
Guerrino il meschino; Ettore Fieramosca; Carlo Magno; Vita dei Santi_;
l’_Inquisizione di Spagna_.
La famiglia di Agostino si compone di cinque figli, fra i quali una
ragazza da marito e un giovanotto ventenne.
A mezzogiorno si andò tutti a pranzo — e ricorderò sempre la cordialità
affettuosa di quella buona famiglia.
A tavola l’ex bandito tirò in campo la pubblicazione imminente della
storia veridica da lui narratami, che doveva far dimenticare l’altra
fantastica, messa in giro dal popolo[49].
Notai che fra padre e figlia non correva armonia d’intendimenti. Maria
Antonia, sempre seria e riflessiva, pareva soffrisse, non condividendo
l’entusiasmo paterno. Rispondendo ad una frase del vecchio, che
alludeva ai torti della propria moglie, ella disse a me rivolta:
— Il torto fu di entrambi. Con qualche buona persona per lo mezzo si
sarebbero potuti evitare molti malumori e molti guai. La mia mamma era
troppo giovane, e fu lasciata sola; il mio babbo fu troppo puntiglioso
e troppo aspro. Non so, d’altronde, chi sia dei due il più disgraziato.
Non credo un’invidiabile celebrità quella cui aspira un bandito, dopo
aver ucciso, a torto od a ragione, il proprio simile. Spetta a Dio, non
agli uomini, togliere la vita ad altri!
Erano sante parole, che il vecchio certo non afferrò intieramente,
perchè un po’ sordo.
Si parlò in seguito della disgrazia di Giovannino, morto annegato; e
Maria Antonia, colle lagrime agli occhi, esclamò vivamente:
— La colpa fu tutta del poco spirito degli uomini presenti alla
disgrazia. Se ci fossi stata io, lo avrei di certo salvato!
Verso le 5, io ed Agostino montammo a cavallo. Il bandito, la figliuola
e i nipoti vennero tutti sul piazzale per salutarmi. Promisi loro una
seconda visita in settembre.
Giovanni Tolu era di buon umore, e mi colmava di cortesie. Voleva
essere scrupoloso nel fare gli onori di casa. Egli mi disse:
— Noi ci rivedremo fra pochi giorni!
Dopo un’ora di cavalcata arrivammo a Portotorres. Agostino volle
accompagnarmi alla stazione, ed io fui di ritorno a Sassari col treno
della sera.
*
* *
Erano appena trascorsi tredici giorni dalla mia gita a _Lèccari_,
quando il 4 luglio 1896 l’editore Dessì ricevette da Portotorres la
seguente cartolina:
«Oggi, alle ore 13, morì qui di carbonchio Giovanni Tolu. Partecipi
la notizia al Cav. Enrico Costa.