Il mistero.
Con queste parole Giovanni Tolu chiuse la sua storia.
Come se si fosse liberato da un gran peso, egli si alzò, tolse da tasca
le inseparabili pinzette, si chinò sul camino, frugò nella cenere, e vi
prese un po’ di bragia per riaccendere la pipa.
Anch’io avevo deposto la penna, fedele raccoglitrice della narrazione
del bandito, quasi parola per parola.
— Ho detto la verità — soggiunse Giovanni Tolu, premendo il tabacco
nella pipa coll’unghia del pollice. — Non ho dimenticato alcun mio
delitto, mentre ho voluto omettere non pochi atti di beneficenza[46].
— Molto ho peccato, ma ho molto perdonato. I miei vent’anni di buona
condotta hanno forse cancellato i dieci anni che si dicono di condotta
cattiva. Non è questo un merito mio: è merito della mia figliuola.
Con trent’anni di vita errante, trascorsi fra disagi ed amarezze
indicibili, credo di aver espiato le mie colpe. Non mi resta oramai
che aspettare serenamente la morte, confortata dall’ultimo bacio dei
miei nipotini. Altro non desidero, poichè la vita non può offrirmi
nuove attrattive. Ho dimenticato le offese fattemi, ed ho perdonato ai
nemici tutti, meno ad uno: al prete Pittui, causa unica di tutte le mie
sciagure. Chi lo sa? Forse riuscirò a perdonarlo il giorno della mia
morte!
Giovanni Tolu tacque, e si diede a stuzzicare nervosamente il tabacco,
il quale si ostinava a non voler bruciare.
Io lo guardavo di sottocchi, titubante se dovevo, o non, rivolgergli
una domanda che più volte mi era venuta sulle labbra.
Mi feci alfine coraggio e gli dissi:
— Giovanni Tolu; avrei bisogno di uno schiarimento. Prima però di
domandarlo, dichiaro che mi asterrò dall’insistere, se troverete
indiscreta la mia curiosità.
Il vecchio bandito tolse la pipa di bocca, e mi fissò con un senso di
stupore. Io gli chiesi:
— Non avete altro a dirmi a riguardo di prete Pittui?
— Nulla.
— Non mi avete taciuto, per riguardi di famiglia, qualche sua azione
disonesta?
— Nessuna. Ma perchè simile dubbio?
— Sarò schietto. Nel pubblico è fondata la credenza, che Giovanni Tolu
siasi vendicato del prete, solo perchè costui gli aveva oltraggiato la
moglie...
— Ciò è falso!
— Eppure così fu detto fin dal giorno che vi deste alla macchia.
— È una menzogna!
— Eppure così si legge nel foglio pubblicato a Frosinone nel 1882,
col titolo: _l’ultimo bandito sardo_. In questo scritto si parla
chiaramente della tresca del prete con vostra moglie, della corruzione
ottenuta per mezzo di doni, e del vostro dispetto quando sapeste che
Maria Francesca frequentava la casa di quel sacerdote.
— Non è la verità!
— Ma non basta. Dal resoconto giudiziario pubblicato dai giornali
si deprende, che altrettanto voi asseriste dinanzi ai giudici, alla
Corte di Assise di Frosinone. Faceste capire, che vostra moglie non
si era mantenuta onesta in casa del prete Pittui; che invano cercaste
strapparla a quello sfacciato, il quale osò persino condurla ai balli
pubblici per compiacerla.
— Tutte menzogne. Alle Assise non potevo ciò dire; altri certo lo
disse, ed io forse, col silenzio, lo lasciai credere, sperando che
quella circostanza potesse giovare alla mia difesa. Dentro la gabbia
l’accusato non può, nè deve tutto dire!
— Dunque voi smentite il fatto?
— Recisamente, e ve lo giuro. Mia moglie non aveva che sedici anni; e
devo dichiarare sulla mia coscienza, che fino al giorno della nostra
separazione non ebbi a farle il minimo appunto a riguardo dell’onestà,
della condotta, e de’ suoi costumi. Ella si perdette in seguito, quando
venne da me separata. Il difetto di Maria Francesca era nella lingua;
nel pettegolezzo; nella facilità di cedere alle altrui insinuazioni;
nel mal vezzo d’inasprirmi con sfuriate inopportune. Della sua
inesperienza approfittarono appunto gli scaltri, per renderla a me
ribelle.
— Permettete allora che io vi dica, che non trovo giustificata la
vostra ferocia nell’attentato contro il prete Pittui.
— Fu l’ira del momento quella che mi acciecò. Se avessi premeditato
l’assassinio, non avrei affrontato il prete senza un fucile, od un
pugnale. Vi confesso, nondimeno, che deplorai la mia imprevidenza. Se
avessi ucciso il prete, sarei stato subito sciolto dalle _legature_
fattemi.
— Vi inasprì dunque tanto la sua prepotenza?
— In modo indicibile. Chi lo sa? forse sarei stato meno feroce, se si
fosse trattato di una tresca. O avrei subito ucciso i due colpevoli, o
mi sarei limitato a scacciar di casa la moglie infedele, abbandonandola
al suo rimorso ed al suo disonore. Ma quel continuo torturarmi
entro alle pareti domestiche; quel continuo intromettersi nei fatti
miei; quel continuo sindacare ogni azione della mia vita coniugale;
quell’eccitamento continuo perchè mia moglie si separasse da me; oh,
perdio! tutto ciò doveva inasprirmi e farmi perdere la pazienza! Ero
io il marito, ero io il padrone in casa mia; e quel prete doveva badare
alla sua sagrestia, senza mettere ogni tanto il suo tricorno fra marito
e moglie.
— E non sospettaste mai di una tresca?
— Mai, quantunque il volgo vi alludesse prima e dopo il mio matrimonio.
Mia moglie era una ragazza sedicenne, al servizio, fin da bambina, in
casa di prete Pittui; e di là io l’aveva tolta incontaminata. Se il
prete avesse avuto intenzioni disoneste, o avrebbe prima impedito che
la ragazza mi fosse data, o avrebbe impedito dopo che mi venisse tolta.
Sarebbe stato suo interesse a mantenerci uniti, tanto più che io mi
assentavo con frequenza dal villaggio. Basta questo per dimostrare, che
tresca alcuna non poteva sussistere.
Le ragioni del bandito erano molto assennate, e mi facilitavano la
strada per poter esternare un dubbio, che mi era sorto nell’animo.
— Ma perchè, dunque — chiesi — quel sacerdote prepotente si preoccupava
tanto di Maria Francesca, quando i genitori di lei non se ne
preoccupavano? Ma perchè il solo prete, e non altri, osò chiedervi
conto dei maltrattamenti fatti a vostra moglie? Ma perchè dal solo
prete doveva venir l’ordine di strapparvi alle braccia di Maria
Francesca? È mai possibile che l’affetto di Giovanni Maria Pittui fosse
più forte di quello di Salvatore Meloni Ru?
Il bandito, dopo avermi a lungo fissato, come uomo a cui si strappa
dall’anima un segreto geloso, abbassò il capo dicendo:
— È appunto questo il mistero che per lungo tempo mi tenne agitato...
— Ma che in seguito vi parve di spiegare... non è così?
Giovanni Tolu tacque esitando, ed io continuai:
— Proprio così! Bisognava risalire alla gioventù scioperata di Masala
Pittui — alla sua vita scandalosa — alle sue libidini abituali,
per ricercare le cause intime che spingevano l’anziano sacerdote a
proteggere la servetta di casa. Non era febbre di amore impuro, nè
gelosia di ganzo senile, quella che riscaldava il sangue di prete
Pittui — era forse affetto di padre che parlava con rimorso alla sua
coscienza! Un padre, non un amante geloso, poteva consigliare la sua
creatura a distrarsi nei divertimenti, per dimenticare la supposta
infelicità coniugale... Non è così...?
A questo punto il bandito prese a dire con vivacità:
— Ora posso confessarlo: fu appunto questo il mio pensiero; e sono
ben lieto di non averlo per il primo a lei rivelato. Debbo però
soggiungere, che neppure l’affetto di padre potè far presa nella
coscienza di quell’anima nera, negli ultimi otto mesi che rimase in
questo mondo. Il prete Pittui non porse mai la mano a Maria Francesca
per trarla dalla miseria e dal peccato. Abbandonata a sè stessa, la
poveretta non ebbe l’aiuto di nessuno — nè del prete protettore, nè dei
genitori indifferenti. Il frutto del peccato fu lasciato al peccato, e
il peccatore fu punito dalla stessa sua colpa. Il tradimento fatto ad
uno stupido o compiacente marito era ridondato a danno di prete Pittui.
Io non fui che il cieco strumento della collera divina!»
*
* *
Così conchiuse Giovanni Tolu, in un impeto di profonda amarezza. Io
avevo letto nel suo pensiero e messo il dito sulla piaga; ma non
volli più oltre fermarmi sopra un argomento scottante. Compresi
che un mistero doveva celarsi in quel complesso di fatti, che non
giustificavano il feroce attentato della piazzetta di Santa Croce. Ma
a che servirebbero le ulteriori indagini, quando il prete Pittui ha
portato il suo segreto nella tomba?[47].
*
* *
La storia del bandito è finita. Vittima più del pregiudizio e della
superstizione, che della malvagità degli uomini, Giovanni Tolu ha
scontato le sue colpe. Egli ha detto tutta la verità; ed io son lieto
di aver potuto narrare ai lettori la storia di un uomo co’ suoi vizi
e le sue virtù, anzichè quella di un eroe benefico, quale il popolo la
vuole, o quella di un volgare delinquente, come altri la vorrebbero.
A coloro che mi facessero carico di aver aderito a pubblicare la
confessione di Giovanni Tolu, risponderò: che non vi ha storia al
mondo, la quale non dia campo a profonde meditazioni, a studi serî, e
ad ammaestramenti proficui. È questa la mia convinzione!
Non al legislatore, non al giudice, non al carabiniere, non al
psichiatra verrà affidato il còmpito di liberare la società futura da
questi esseri perniciosi, i quali, (cattivi o buoni) lasciano sempre
una traccia di sangue sulla strada che percorrono — e sono nocivi
sempre, anche quando riescono a fare il bene!
Ad altro benemerito sarà in avvenire riserbata l’alta missione
civilizzatrice: — al maestro di scuola.
Ma — intendiamoci bene! — non al maestro di scuola che insegni
solamente a leggere un libro; ma a quello che illumina le menti, educa
il cuore, indirizza il sentimento al benessere di tutte le classi
sociali, unite in un vincolo d’amore e di fratellanza.