CAPITOLO XXIV.

Vita e azienda a «Lèccari».

Nel primo anno di lavoro, a _Lèccari_, si ebbe in generale un buon

raccolto, poichè il grano aveva reso _dell’uno dodici_, e si stava

bene.

In quel tempo mio fratello Giomaria aveva bisogno di essere aiutato

nell’agricoltura; e sebbene mi fosse debitore di un centinaio di

scudi, ordinai a’ miei figliuoli di prestargli sette rasieri di grano,

senza interesse. Venuta la stagione del nuovo raccolto, era sorta

contestazione a proposito di questo prestito; e mio fratello, un po’

irritato, osò rispondere a mia figlia, ch’era pronto a restituirle il

grano, purchè avesse affermato la sua pretesa con un giuramento dinanzi

al pretore. Maria Antonia, rifuggendo da una pubblicità scandalosa,

preferì rinunziare a una parte del suo credito.

Questo incidente provocò malumori in famiglia. Quando l’appresi mi

spiacque, e ne mossi aspra lagnanza a Giomaria.

Pur scorrazzando da un punto all’altro della Nurra, non trascurai di

visitare i miei figliuoli; e se avevo urgente bisogno di conferire con

essi, davo loro un appuntamento in uno dei soliti punti designati.

I malumori continuarono. Da qualche tempo mia cognata — per istigazione

dei parenti lontani — andava brontolando con dispetto ch’era stanca

della Nurra, e che aveva in animo di stabilirsi a Portotorres. Avendo

una figlia da marito, preferiva un centro popoloso ai luoghi deserti,

dove non capitava mai un cane. Giomaria, che subiva l’influenza della

moglie, volendo appagarla, si era dato alla ricerca di una casa in

Portotorres, e di terreni in vicinanza.

Nati nuovi diverbî alla mia presenza, un bel giorno dissi con durezza

a Giomaria, che il rimedio più spiccio sarebbe stato quello della

separazione delle due famiglie.

Le cose per un po’ di tempo furono messe sul tacere, ma i bronci si

allungarono.

Nei tre anni di vita comune, che si erano succeduti con alterna

vicenda, il dissidio non era mai mancato. In ogni nonnulla si cercava

un appiglio. Ne noterò alcuni per non tediare il lettore.

Venni un giorno a sapere, che le due famiglie di Agostino e di Giomaria

solevano fare il pranzo in comune — meno il pane, che ciascuna in

proporzione forniva a parte. Questo sistema non mi andava a genio.

Io desiderava che anche le mense fossero separate, poichè se un mio

amico capitava nella cascina, volevo che mangiasse a spese mie, non a

spese degli altri. Così pure non mi garbava, che gli amici di Giomaria

fossero lautamente trattati col mio danaro. Sono numerosi gli ospiti

che capitano a _Lèccari_, ed è nostro dovere di offrir loro buoni cibi,

e non le fave ed il lardo, che mangiamo noi. Non volevo dare il minimo

pretesto a nuovi screzi e a malumori nuovi.

Giomaria aveva un cognato (marito della sorella di mia moglie) il quale

faceva il vignataro nelle campagne di Sassari, campando miseramente

colla famiglia. Capitato un giorno da lui e udite le sue lagnanze, lo

invitai a stabilirsi a _Lèccari_, dove gli avrei fornito buoi, casa,

terra e semente, lasciandogli la metà dei guadagni. Venne egli infatti

con tutta la famiglia alla Nurra, e Giomaria mi fu grato.

Le cose andarono bene per un po’ di tempo; ma nata questione fra le

donne, per certi pomidoro che i nuovi arrivati si permettevano di

regalare agli antichi loro padroni di Sassari, dovetti intervenire per

mandarli via.

— Se tu li licenzi, ce ne andremo anche noi! — uscì a dirmi Giomaria,

di mala grazia.

— Io non ho parlato che de’ tuoi cognati — risposi pacatamente — tu

però sei padrone di fare quello che ti piace!

Giomaria, senz’altro, mi restituì i buoi che gli avevo prestato, e se

ne andò a vivere altrove insieme alla famiglia ed ai cognati. Io e mio

genero tenemmo le terre di _Lèccari_, che quell’anno avevamo seminato a

granone.

Essendo le tanche di mio fratello e dei cognati vicine alle nostre,

avveniva che il loro bestiame venisse assai spesso a far danno al

nostro seminerio. Me ne dolsi vivamente, e se ne dolse anche Agostino;

ma le nostre doglianze si perdevano nell’aria. I buoi, persino in

numero di dodici, continuavano a danneggiare il nostro granone.

Perduta alfine la pazienza, e veduto che il brutto giuoco assumeva la

parvenza di un dispetto, una mattina feci denunziare il bestiame in

contravvenzione; e mio fratello e i cognati furono costretti a pagare

la multa d’una ventina di scudi.

Questo fatto finì per farci guastare con Giomaria, nonchè coi

cognati; i quali per molti anni ci trattarono sul tirato — ora con una

benevolenza pelosa come le mani di Esaù, ed ora con un muso lungo come

la scala di Giacobbe.

Io narro queste minuzie, unicamente per dimostrarvi quanto poco

duratura sia la pace domestica, sempre quando sotto un medesimo tetto

si raccolgono più donne di diversa famiglia. Come nella torre di

Babele, si finisce sempre per non intendersi, e i contendenti hanno

bisogno di separarsi, per metter casa a parte. I capi di famiglia,

istigati dalle proprie donne, che li menano per il naso, non tardano

a cedere alle gonnelle. E grazia, quando questi futili appigli non

vengono risolti con le coltellate!

*

* *

Rimasto solo a _Lèccari_, Agostino si trovò in condizione di potersi

dedicare al lavoro, disponendo di quattro paia di buoi, di due servi

fissi, e di quattro o cinque uomini a giornata, a seconda le esigenze

del seminerio. Venuto il tempo della messe, egli salariava un numero

di lavoratori, adeguato all’entità del raccolto. Per venti rasieri,

per esempio, abbisognavano 25 uomini per otto giorni. Se poi il

seminerio toccava i trenta rasieri, le persone da impiegarsi erano una

quarantina.

I nostri affari andavano abbastanza bene, e non risparmiavamo mezzi per

far progredire in tutti i modi l’agricoltura.

Una volta ebbi bisogno di 2000 lire, e le ottenni facilmente da un

istituto di Sassari, per mezzo d’una cambiale firmata da Zara, con

avallo di un ricco proprietario di bestiame. La pagai intieramente, con

diminuzioni trimestrali.

Eravamo da una diecina d’anni a _Lèccari_, quando mi venne l’idea

di tentare la trebbiatura per mezzo della nuova macchina di Maurizio

Pintus; e si ottenne un risultato soddisfacente. Da ogni parte della

Nurra erano accorsi uomini e donne, curiosi di veder funzionare la

trebbiatrice a vapore, da loro mai veduta. Fu una vera festa campestre.

In soli quattro giorni si trebbiarono 330 rasieri di grano, 100 rasieri

d’orzo, e 20 di fave.

Fu quello un anno miracoloso. Le spese nostre, fra trebbiatura e

fitto delle terre, si calcolarono dai 60 ai 70 rasieri di grano — il

rimanente fu tutto guadagno.

Appunto in quell’annata abbondante, io volli dare alcuni consigli ad

Agostino; il quale, debbo dichiararlo, peccava assai d’imprevidenza.

— Sai tu, che cosa devi fare? Vendere cinque cavalli e tre paia di

buoi. Con due paia di buoi e coi tre cavalli, che a te resterebbero, ne

avresti a sufficienza per tirare innanzi l’azienda. Dovresti parimenti

ridurre in danaro tutto il grano che hai raccolto, lasciando in casa la

sola quantità necessaria per il seminerio e per la provvista del pane.

Fa soldi di tutto e compra altre terre, Agostino; poichè queste non

ti verranno portate via dal vento, nè da nessuno; e così riuscirai a

risparmiare il fitto gravoso, che paghi per i terreni.

— Non è questa la mia idea! Io penso invece a continuare il seminerio

in larga scala. — rispose Agostino, stringendosi nelle spalle, senza

riflettere che a me doveva la sua posizione.

— Il giorno che riuscirai a far grano in questi terreni, mi lascierò

tagliare il collo! — soggiunsi — Possibile che tu non veda, che le

terre nostre sono ormai disfatte ed esauste per il continuo seminerio

degli stessi cereali? Esse ti saranno ingrate, e ti niegheranno

il frutto. È nei tempi di abbondanza che noi dobbiamo pensare ai

tempi calamitosi. Tristo colui, che non trae ammaestramento dalle

sette spighe piene e dalle sette spighe vuote, di cui parla la sacra

scrittura!

Agostino tornò ad alzare le spalle con noncuranza, e tacque per non

provocare spiacevoli discussioni. Egli non volle tener conto del mio

consiglio, e gli tenni il broncio per un po’ di tempo. Vedremo com’egli

avesse torto.

*

* *

I miei figliuoli continuarono ad abitare il tenimento di _Lèccari_,

come l’abitiamo anche oggi, dopo avervi lavorato per quasi trent’anni.

La cascina è vasta, elegante e comoda, poichè si compone di una

quindicina di ambienti: cinque a pianterreno e cinque al piano

superiore; senza contare le altre casette annesse, con forno, pollaio,

pagliaio, un cortile chiuso, un piccolo vigneto e giardino interno.

L’estensione del terreno circostante è di circa 40 ettari, di cui 8

seminabili, e 32 occupati dalla peschiera.

La famiglia intanto si era accresciuta. Dopo il primo anno di

matrimonio, Maria Antonia ebbe una figlia; e in seguito, in media, un

bambino ogni due anni.

Io mi recavo ogni tanto a _Lèccari_ a visitare i miei figliuoli

e i miei nipotini, ma con molta prudenza; poichè i carabinieri vi

piombavano ogni tre o cinque mesi, sempre colla speranza di cogliermi.

[Illustrazione: La cascina di _Lèccari_]

D’ordinario essi si presentavano, alla cascina chiedendo da mangiare

e da bere; ma la mia figliuola non volle mai soccorrerli, neppure in

omaggio a quella ospitalità, che nella Nurra non viene mai negata ad

alcuno.

— Io non posso offrire viveri a chi viene per arrestare mio padre! —

essa rispondeva.

La visita d’ispezione si praticava dai carabinieri in moltissimi

_stazzi_ della Nurra, specialmente per cercar me, condannato alla morte

dalla Corte d’Assise di Sassari.

In un giorno di _Pasqua d’aprile_, otto carabinieri si presentarono a

Maria Antonia, chiedendo un capretto.

— Ce ne ho, ma da me non ne avrete. Cercate pure e frugate da per

tutto, com’è il vostro dovere, ma andate a mangiare altrove.

— E zio Giovanni lo mangerà, oggi, il capretto di Pasqua?

— Zio Giovanni lo mangerà di certo... ma non qui!

— Davvero?... vogliamo accertarcene.

— Visitate pure tutte le camere. Se foste sicuri che mio padre si

trovasse in casa, certo non vi fidereste ad affrontarlo in tal modo.

I carabinieri fecero la perquisizione, e se ne andarono. Avevano forse

sperato, che in un giorno così solenne io non dovessi mancare alla

mensa di famiglia.

Quel giorno invece, mi trovavo lontano da _Lèccari_, perchè avevo

preveduto la visita sgradita. Ero stato a visitare la mia famiglia

tre giorni innanzi, a notte inoltrata, per regalare ai nipotini

l’agnello bianco. I miei figliuoli, in precedenza, mi avevano preparato

il pranzetto pasquale, che avevo portato meco sulla montagna, per

godermelo tutto solo, facendo un brindisi alla salute dei cari assenti.

Giovanni Tolu, vol. 2/2 · 第 39 / 63 题