Vita e azienda a «Lèccari».
Nel primo anno di lavoro, a _Lèccari_, si ebbe in generale un buon
raccolto, poichè il grano aveva reso _dell’uno dodici_, e si stava
bene.
In quel tempo mio fratello Giomaria aveva bisogno di essere aiutato
nell’agricoltura; e sebbene mi fosse debitore di un centinaio di
scudi, ordinai a’ miei figliuoli di prestargli sette rasieri di grano,
senza interesse. Venuta la stagione del nuovo raccolto, era sorta
contestazione a proposito di questo prestito; e mio fratello, un po’
irritato, osò rispondere a mia figlia, ch’era pronto a restituirle il
grano, purchè avesse affermato la sua pretesa con un giuramento dinanzi
al pretore. Maria Antonia, rifuggendo da una pubblicità scandalosa,
preferì rinunziare a una parte del suo credito.
Questo incidente provocò malumori in famiglia. Quando l’appresi mi
spiacque, e ne mossi aspra lagnanza a Giomaria.
Pur scorrazzando da un punto all’altro della Nurra, non trascurai di
visitare i miei figliuoli; e se avevo urgente bisogno di conferire con
essi, davo loro un appuntamento in uno dei soliti punti designati.
I malumori continuarono. Da qualche tempo mia cognata — per istigazione
dei parenti lontani — andava brontolando con dispetto ch’era stanca
della Nurra, e che aveva in animo di stabilirsi a Portotorres. Avendo
una figlia da marito, preferiva un centro popoloso ai luoghi deserti,
dove non capitava mai un cane. Giomaria, che subiva l’influenza della
moglie, volendo appagarla, si era dato alla ricerca di una casa in
Portotorres, e di terreni in vicinanza.
Nati nuovi diverbî alla mia presenza, un bel giorno dissi con durezza
a Giomaria, che il rimedio più spiccio sarebbe stato quello della
separazione delle due famiglie.
Le cose per un po’ di tempo furono messe sul tacere, ma i bronci si
allungarono.
Nei tre anni di vita comune, che si erano succeduti con alterna
vicenda, il dissidio non era mai mancato. In ogni nonnulla si cercava
un appiglio. Ne noterò alcuni per non tediare il lettore.
Venni un giorno a sapere, che le due famiglie di Agostino e di Giomaria
solevano fare il pranzo in comune — meno il pane, che ciascuna in
proporzione forniva a parte. Questo sistema non mi andava a genio.
Io desiderava che anche le mense fossero separate, poichè se un mio
amico capitava nella cascina, volevo che mangiasse a spese mie, non a
spese degli altri. Così pure non mi garbava, che gli amici di Giomaria
fossero lautamente trattati col mio danaro. Sono numerosi gli ospiti
che capitano a _Lèccari_, ed è nostro dovere di offrir loro buoni cibi,
e non le fave ed il lardo, che mangiamo noi. Non volevo dare il minimo
pretesto a nuovi screzi e a malumori nuovi.
Giomaria aveva un cognato (marito della sorella di mia moglie) il quale
faceva il vignataro nelle campagne di Sassari, campando miseramente
colla famiglia. Capitato un giorno da lui e udite le sue lagnanze, lo
invitai a stabilirsi a _Lèccari_, dove gli avrei fornito buoi, casa,
terra e semente, lasciandogli la metà dei guadagni. Venne egli infatti
con tutta la famiglia alla Nurra, e Giomaria mi fu grato.
Le cose andarono bene per un po’ di tempo; ma nata questione fra le
donne, per certi pomidoro che i nuovi arrivati si permettevano di
regalare agli antichi loro padroni di Sassari, dovetti intervenire per
mandarli via.
— Se tu li licenzi, ce ne andremo anche noi! — uscì a dirmi Giomaria,
di mala grazia.
— Io non ho parlato che de’ tuoi cognati — risposi pacatamente — tu
però sei padrone di fare quello che ti piace!
Giomaria, senz’altro, mi restituì i buoi che gli avevo prestato, e se
ne andò a vivere altrove insieme alla famiglia ed ai cognati. Io e mio
genero tenemmo le terre di _Lèccari_, che quell’anno avevamo seminato a
granone.
Essendo le tanche di mio fratello e dei cognati vicine alle nostre,
avveniva che il loro bestiame venisse assai spesso a far danno al
nostro seminerio. Me ne dolsi vivamente, e se ne dolse anche Agostino;
ma le nostre doglianze si perdevano nell’aria. I buoi, persino in
numero di dodici, continuavano a danneggiare il nostro granone.
Perduta alfine la pazienza, e veduto che il brutto giuoco assumeva la
parvenza di un dispetto, una mattina feci denunziare il bestiame in
contravvenzione; e mio fratello e i cognati furono costretti a pagare
la multa d’una ventina di scudi.
Questo fatto finì per farci guastare con Giomaria, nonchè coi
cognati; i quali per molti anni ci trattarono sul tirato — ora con una
benevolenza pelosa come le mani di Esaù, ed ora con un muso lungo come
la scala di Giacobbe.
Io narro queste minuzie, unicamente per dimostrarvi quanto poco
duratura sia la pace domestica, sempre quando sotto un medesimo tetto
si raccolgono più donne di diversa famiglia. Come nella torre di
Babele, si finisce sempre per non intendersi, e i contendenti hanno
bisogno di separarsi, per metter casa a parte. I capi di famiglia,
istigati dalle proprie donne, che li menano per il naso, non tardano
a cedere alle gonnelle. E grazia, quando questi futili appigli non
vengono risolti con le coltellate!
*
* *
Rimasto solo a _Lèccari_, Agostino si trovò in condizione di potersi
dedicare al lavoro, disponendo di quattro paia di buoi, di due servi
fissi, e di quattro o cinque uomini a giornata, a seconda le esigenze
del seminerio. Venuto il tempo della messe, egli salariava un numero
di lavoratori, adeguato all’entità del raccolto. Per venti rasieri,
per esempio, abbisognavano 25 uomini per otto giorni. Se poi il
seminerio toccava i trenta rasieri, le persone da impiegarsi erano una
quarantina.
I nostri affari andavano abbastanza bene, e non risparmiavamo mezzi per
far progredire in tutti i modi l’agricoltura.
Una volta ebbi bisogno di 2000 lire, e le ottenni facilmente da un
istituto di Sassari, per mezzo d’una cambiale firmata da Zara, con
avallo di un ricco proprietario di bestiame. La pagai intieramente, con
diminuzioni trimestrali.
Eravamo da una diecina d’anni a _Lèccari_, quando mi venne l’idea
di tentare la trebbiatura per mezzo della nuova macchina di Maurizio
Pintus; e si ottenne un risultato soddisfacente. Da ogni parte della
Nurra erano accorsi uomini e donne, curiosi di veder funzionare la
trebbiatrice a vapore, da loro mai veduta. Fu una vera festa campestre.
In soli quattro giorni si trebbiarono 330 rasieri di grano, 100 rasieri
d’orzo, e 20 di fave.
Fu quello un anno miracoloso. Le spese nostre, fra trebbiatura e
fitto delle terre, si calcolarono dai 60 ai 70 rasieri di grano — il
rimanente fu tutto guadagno.
Appunto in quell’annata abbondante, io volli dare alcuni consigli ad
Agostino; il quale, debbo dichiararlo, peccava assai d’imprevidenza.
— Sai tu, che cosa devi fare? Vendere cinque cavalli e tre paia di
buoi. Con due paia di buoi e coi tre cavalli, che a te resterebbero, ne
avresti a sufficienza per tirare innanzi l’azienda. Dovresti parimenti
ridurre in danaro tutto il grano che hai raccolto, lasciando in casa la
sola quantità necessaria per il seminerio e per la provvista del pane.
Fa soldi di tutto e compra altre terre, Agostino; poichè queste non
ti verranno portate via dal vento, nè da nessuno; e così riuscirai a
risparmiare il fitto gravoso, che paghi per i terreni.
— Non è questa la mia idea! Io penso invece a continuare il seminerio
in larga scala. — rispose Agostino, stringendosi nelle spalle, senza
riflettere che a me doveva la sua posizione.
— Il giorno che riuscirai a far grano in questi terreni, mi lascierò
tagliare il collo! — soggiunsi — Possibile che tu non veda, che le
terre nostre sono ormai disfatte ed esauste per il continuo seminerio
degli stessi cereali? Esse ti saranno ingrate, e ti niegheranno
il frutto. È nei tempi di abbondanza che noi dobbiamo pensare ai
tempi calamitosi. Tristo colui, che non trae ammaestramento dalle
sette spighe piene e dalle sette spighe vuote, di cui parla la sacra
scrittura!
Agostino tornò ad alzare le spalle con noncuranza, e tacque per non
provocare spiacevoli discussioni. Egli non volle tener conto del mio
consiglio, e gli tenni il broncio per un po’ di tempo. Vedremo com’egli
avesse torto.
*
* *
I miei figliuoli continuarono ad abitare il tenimento di _Lèccari_,
come l’abitiamo anche oggi, dopo avervi lavorato per quasi trent’anni.
La cascina è vasta, elegante e comoda, poichè si compone di una
quindicina di ambienti: cinque a pianterreno e cinque al piano
superiore; senza contare le altre casette annesse, con forno, pollaio,
pagliaio, un cortile chiuso, un piccolo vigneto e giardino interno.
L’estensione del terreno circostante è di circa 40 ettari, di cui 8
seminabili, e 32 occupati dalla peschiera.
La famiglia intanto si era accresciuta. Dopo il primo anno di
matrimonio, Maria Antonia ebbe una figlia; e in seguito, in media, un
bambino ogni due anni.
Io mi recavo ogni tanto a _Lèccari_ a visitare i miei figliuoli
e i miei nipotini, ma con molta prudenza; poichè i carabinieri vi
piombavano ogni tre o cinque mesi, sempre colla speranza di cogliermi.
[Illustrazione: La cascina di _Lèccari_]
D’ordinario essi si presentavano, alla cascina chiedendo da mangiare
e da bere; ma la mia figliuola non volle mai soccorrerli, neppure in
omaggio a quella ospitalità, che nella Nurra non viene mai negata ad
alcuno.
— Io non posso offrire viveri a chi viene per arrestare mio padre! —
essa rispondeva.
La visita d’ispezione si praticava dai carabinieri in moltissimi
_stazzi_ della Nurra, specialmente per cercar me, condannato alla morte
dalla Corte d’Assise di Sassari.
In un giorno di _Pasqua d’aprile_, otto carabinieri si presentarono a
Maria Antonia, chiedendo un capretto.
— Ce ne ho, ma da me non ne avrete. Cercate pure e frugate da per
tutto, com’è il vostro dovere, ma andate a mangiare altrove.
— E zio Giovanni lo mangerà, oggi, il capretto di Pasqua?
— Zio Giovanni lo mangerà di certo... ma non qui!
— Davvero?... vogliamo accertarcene.
— Visitate pure tutte le camere. Se foste sicuri che mio padre si
trovasse in casa, certo non vi fidereste ad affrontarlo in tal modo.
I carabinieri fecero la perquisizione, e se ne andarono. Avevano forse
sperato, che in un giorno così solenne io non dovessi mancare alla
mensa di famiglia.
Quel giorno invece, mi trovavo lontano da _Lèccari_, perchè avevo
preveduto la visita sgradita. Ero stato a visitare la mia famiglia
tre giorni innanzi, a notte inoltrata, per regalare ai nipotini
l’agnello bianco. I miei figliuoli, in precedenza, mi avevano preparato
il pranzetto pasquale, che avevo portato meco sulla montagna, per
godermelo tutto solo, facendo un brindisi alla salute dei cari assenti.