CAPITOLO XXV.

L’arresto.

Si era verso la metà di settembre del 1880 — precisamente l’anno del

miracoloso raccolto, da me altrove menzionato.

Contavo 57 anni Non ero vecchio; ma la vita randagia, durata per

trent’anni, mi aveva ormai stancato, sfinito. Il mangiar male e

senza alcuna regola; il dormire all’aria aperta, sfidando uragani

e intemperie; il saltare continuamente roccie e macchioni; l’ansia

continua per il timore di un agguato; il tendere continuamente

l’orecchio ed aguzzar l’occhio ad ogni rumore e ad ogni ombra — tutto

ciò mi spossava il corpo e lo spirito. Mi accorgevo già, che la vista e

l’udito mi s’indebolivano. Guai a me se non avessi avuto mia figlia!

Ero da dodici giorni sofferente per una leggera slogatura al braccio

sinistro, dovuta ad un salto da me fatto fra due macigni, in una notte

buia.

Mi recai da mia figlia all’indomani della lussazione, e pregai mio

genero che si recasse subito a Sassari per comprare tre o quattro oncie

di aceto di Saturno. Fattemi alcune fregagioni alla parte malata, agli

otto giorni ero guarito.

Mi trattenni nondimeno ancora a _Lèccari_, dormendo però all’aperto, e

facendomi portare il vitto in campagna dalla mia figliuola.

Durante quel tempo, per ammazzare la noia, mi ero dato a rileggere

il Codice penale, fermando l’attenzione su alcuni articoli che mi

riguardavano. Avevo notato con piacere: che per i delitti da me

commessi era ormai prescritta l’azione penale; che una diminuzione di

pena veniva concessa ad un colpevole, se questo avesse dato prove di

buona condotta per un certo numero d’anni; e che, infine, un bandito,

dopo trent’anni di espiazione volontaria, poteva tornarsene a casa,

senza essere molestato dai carabinieri[37].

Essendomi dato alla macchia il 27 dicembre 1850, avevo dunque battuto

la campagna per 29 anni e circa 9 mesi.

Durante quei giorni di sofferenza al braccio — e volendo pur soddisfare

ad un impegno preso, come dirò in seguito — mi ero avvicinato con

troppa frequenza alla cascina. Qualche tristo, certamente, mi aveva

veduto; e costui non poteva essere che Giuseppe Fraizzu, il quale

meditava da tempo una vendetta, sì per il bue nero da me fatto

restituire ai banaresi, come per l’umiliazione subita nanti il pretore

d’Ossi.

Ruminando nel mio cervello, non vedevo altri che lui, capace di

denunziarmi ai carabinieri di Sassari, per potermi cogliere nel mio

nido.

Nei giorni che a _Lèccari_ si eseguiva la trebbiatura del nostro grano

colla macchina di Maurizio Pintus, questi venne alla Nurra. Egli si era

rivolto a me, pregandomi di favorirgli una quantità di _buda_ (canne

palustri) per cuoprire alcune sue capanne, costrutte di recente verso

_Campomela_. Pintus era un uomo generoso, e mi si mostrava riconoscente

per la sorveglianza che io esercitava sul molto bestiame, che teneva a

pascolo nelle sue terre della Nurra.

Lieto di fargli un piacere, promisi a Maurizio Pintus di mandargliene

due carri sul luogo.

Un giorno — era il 22 di settembre 1880 — verso le tre dopo mezzanotte,

aiutato da mio genero, caricammo due carri di _buda_, che una settimana

prima avevamo accuratamente tagliata, a cinquanta passi dalla cascina.

Agostino, in compagnia di un nostro servo, si mosse dalla Nurra per

condurre i due carri a _Campomela_.

Verso le sette di mattina, dello stesso giorno, vidi una pecora

sbandata, che si dava alla fuga; e diedi ordine ad un ragazzo che me la

portasse per esaminarla. In agosto le zecche tormentano le pecore; ed

infatti glie ne trovai una, che le aveva bucato la pelle.

In quel momento di distrazione, mi lasciai forse scorgere dalla spia, o

dai carabinieri appiattati nelle vicinanze.

Estratto il verme dalla piaga, posi la pecora in libertà; ed io

m’internai, come al solito, nel folto delle canne palustri, per

nascondermi durante il giorno.

Forse i carabinieri, appiattati, aspettavano che venissi loro a tiro,

per farmi fuoco addosso. L’appiattamento era stato disposto alla

_Murella maestra_, lungo il tratto che divide la _Pischina_ dal fiume,

donde ero stato veduto.

Non sospettando di nulla, ero rimasto per quattr’ore fra le _bude_.

Verso le 11 venni fuori con precauzione dal canneto, ed entrai

prestamente in casa per mangiare un boccone.

Trovai il desinare, già preparato da mia figlia, sulla tavola della

sala centrale. Ivi mangiai, in piedi, armato come sempre di fucile, di

pistola e di stile.

Nella palazzina (composta di dieci ambienti) non c’era altri che mia

figlia e i suoi tre bambini. Mio genero era in viaggio coi carri di

_buda_, e la serva era al fiume per lavare.

Ero solo nella sala terrena.

Finito ch’ebbi di pranzare, mi feci all’uscio; indi mi spinsi fino

all’angolo della casetta del forno, per esplorare in basso, verso la

_Murella_. Ivi scorsi molti carabinieri sparpagliati, che venivano

avanti, in direzione della cascina.

Indovinai tutto, e non pensai che a mia figlia, allora incinta grossa.

Per evitarle uno spavento, che poteva riuscirle fatale, rientrai in

casa, e mi diedi a cercarla di camera in camera. La trovai finalmente

nel cortile interno, insieme ai bambini.

— Figlia mia! — gridai concitato — fa coraggio e non spaventarti: ci

sono i carabinieri!

Così dicendo mi slanciai fuori della cascina, dalla parte di ponente;

voltai a sinistra, e mi diressi correndo verso il canneto, distante un

cinquanta passi.

Il tempo impiegato alla ricerca di mia figlia mi aveva perduto. Mi

era impossibile raggiungere la palude, perchè 14 carabinieri stavano a

trenta passi da me.

Pur continuando a correre, spianai prontamente il fucile ed armai i due

grilletti, deciso di ucciderne almeno due.

Mi fermai quindi di botto, mentre gli armati continuavano ad avanzare,

un po’ sconcertati, nè certo di buon animo!

Se essi in quel momento non furono i primi a farmi fuoco, fu certo

perchè una quindicina di agricoltori, che lavoravano la terra a poca

distanza, sarebbero stati testimoni di un’infrazione ai regolamenti

militari.

— Metti il fucile a terra! — mi gridò il maresciallo, alla distanza di

una quindicina di passi.

Per un’istantanea decisione — frutto di mille ragionamenti fatti in un

attimo — deposi il fucile a’ miei piedi, poi la pistola e lo stile, e

mi rizzai con fierezza, guardando in faccia il carabiniere comandante.

In quei due o tre minuti di corsa affannosa, (dalla casa del forno al

cortile interno, e dal cortile alla discesa della palude) molte idee

m’erano balenate alla mente.

Anzitutto ricordai la ragguardevole quantità di grano depositato nella

cascina, che rappresentava la nostra fortuna; e questo pensiero mi

distolse dallo sprangare la porta, chiudermi dentro casa, ed opporre

viva resistenza alla forza di quattordici carabinieri, che avrei

combattuto dalle piccole finestre ovali del piano superiore. Oltre alle

armi che portavo addosso, avevo in casa cinque fucili, due pistole

e due rivoltelle. Dirò ancora, che in un ripostiglio, ignorato dalla

famiglia, tenevo in custodia, insieme a molta polvere, venti grosse

cariche di dinamite, che avrei potuto gettare dalle finestre, per far

pagar cara l’audacia a’ miei assalitori.

Mi bastava l’animo di tradurre in atto il mio disegno; ma... e poi?

Si sarebbe finito per incendiare la cascina, bruciando tutta la nostra

fortuna: circa 3000 scudi.

Poco male anche questo; ma... e la mia figliuola? i miei nipotini? E

i 29 anni e 9 mesi di buona condotta, che avrebbero potuto rendere più

benigni i miei giudici?

Tutto questo in un attimo ho pensato. Certo è, che se il destino non

mi avesse spinto sulla traccia di mia figlia, io mi sarei lanciato

ad occhi chiusi fra le canne della palude — o per salvarmi come a

_Monte rasu_ e a _Monte fenosu_, o per morire fulminato dalle palle di

quattordici carabinieri.

Rimasi là come pietrificato, coll’occhio sempre fisso sui carabinieri,

e le due braccia tese in avanti: quasi implorando che me le legassero

subito, prima che mi pentissi d’una docilità in me insolita ed

umiliante.

Quattro carabinieri si erano intanto avanzati a grandi passi, per

legarmi le braccia e i polsi con catene. Come alzai gli occhi, vidi il

maresciallo che mi puntava il fucile a dieci passi di distanza.

Il sangue mi salì alla testa, e gli gridai con fierezza:

— Fa mettere quante catene vuoi; ma togli il fucile dalla faccia, chè

non sai ancora portarlo in mano!

Il maresciallo abbassò subito l’arma[38].

Non ero del tutto legato, quando la mia figliuola venne fuori dalla

cascina e corse a me, dando in ismanie. Le gridai con dolcezza:

— Non piangere, Maria Antonia, chè non è nulla! Toglimi il portafoglio

da tasca, e gli altri oggetti dalle bisaccie.

La mia figliuola, sempre piangendo, mi alleggerì di ogni cosa, salvo

del portafoglio, che volle io tenessi. Conteneva da sette ad otto scudi

in biglietti di banca.

Com’ebbero finito di legarmi, i carabinieri si diedero a bere dalle

fiaschette, che portavano addosso.

Il maresciallo, dopo aver bevuto, porse a me gentilmente la fiaschetta.

— Grazie — risposi — Non sono uomo di troppo vino, io! Ho già

mangiato... ed anche bevuto!

Dopo aver salutato la mia figliuola, che lagrimava sempre,

m’incamminai, scortato dai 14 carabinieri.

Fatti un centinaio di passi, i carabinieri si lamentarono di aver le

fiaschette vuote.

Mi rivolsi ad uno di essi:

— Va a casa, e fa riempire il tuo fiasco dalla mia figliuola. Dille che

voglio bere anch’io.

Pregai in seguito il maresciallo, perchè mandasse un carabiniere da mia

figlia per farmi dare un fazzoletto; ma non mi venne concesso, come per

il vino! Esternai pure il desiderio di venir portato a Portotorres, per

esser di là tradotto a Sassari col treno, pagando io i biglietti; ma mi

si rispose, che i regolamenti lo vietavano.

*

* *

Era circa mezzogiorno; il sole scottava, ed io grondavo sudore. Il

maresciallo mi offrì il suo fazzoletto, che accettai volontieri, perchè

ne avevo bisogno.

Prendemmo il sentiero della Crucca, e poi si camminò lungo lo stradone,

in mezzo ad un nugolo di polvere che mi soffocava.

Quando eravamo ad un’ora da Sassari, vennero staccati due carabinieri,

che si mossero al trotto per dar l’avviso in caserma.

Impiegammo circa quattro ore ad arrivare alle porte della città.

I due carabinieri, che ci avevano preceduto, si erano affrettati a

dar la notizia del mio arresto. Lungo lo stradone, e sui muri di cinta

delle vigne, accorreva la gente a frotte per vedermi.

Nel largo di Porta Sant’Antonio era sì fitta la calca, che a stento ci

riuscì ad aprici un passaggio. Da destra e da sinistra mi si gridava

dai popolani:

— Coraggio, zio Giovanni! non sarà niente! Due mesi, e a casa!

I carabinieri, imbronciati, lanciavano torve occhiate ai malaugurati

profeti.

Erano le 4 pomeridiane.

Condotto alla caserma dei carabinieri, venni messo in camera di

sicurezza. Diedi subito una lira ad un servo, perchè mi comprasse un

fazzoletto, non volendo più servirmi di quello del maresciallo.

La sera stessa venni tradotto alle carceri nuove, dinanzi alle quali

faceva ressa una folla enorme.

Mi cacciarono subito in una cella poco spaziosa.

Ero stanco del lungo viaggio a piedi, ma mi sentivo l’animo tranquillo.

Poco dopo l’imbrunire, non sapendo cosa fare, mi cacciai addirittura

fra le coltri.

Era la prima volta, dopo trent’anni, che mi spogliavo per andare a

letto!

Giovanni Tolu, vol. 2/2 · 第 40 / 63 题