CAPITOLO XXIII.

Nel mondo dei curiosi.

Fu ben numerosa la schiera dei curiosi, che, in ogni tempo, vollero

conoscermi da vicino. La fama delle mie gesta, de’ miei scontri coi

carabinieri, e di non so quante altre avventure bizzarre (in gran

parte fantastiche ed esagerate) mi sottoponeva ad un continuo esame,

che molte volte m’irritava. Tutti si rivolgevano ai miei intimi amici

per ottenere il _favore_ di parlarmi, di ascoltarmi, e sovratutto di

vedermi tirare al bersaglio.

Superfluo dirvi, che il ceto dei signori era in numero preponderante.

Militari alti locati, alti magistrati, negozianti, giornalisti,

signori d’ogni genere, sentivano più o meno il bisogno di rivolgere la

parola al bandito di _Monte fenosu_, all’uccisore di tanti nemici, al

benefattore della Nurra.

Antonio Giuseppe Zara, d’ordinario, era l’uomo più ricercato per

ottenere da me una _intervista_, come oggi si dice con parola di moda.

Essendo egli mio compaesano ed intimo amico, a lui si ricorreva, come a

colui che conosceva il rifugio del tigre benefico, o la parola d’ordine

che doveva strappare dalla tana la belva addomesticata

Contandosi a centinaia i miei incontri coi curiosi, mi limiterò a

riferire i pochi che mi vengono alla memoria.

Devo anzitutto dichiarare in coscienza, che la fama di non essere

un ladro, nè un sicario, fu quella che mi attirò maggior numero di

simpatie. Ond’è, che io tenevo a questa stima, la quale forse non

fu estranea a farmi perdurare nel proposito di dar la caccia al

malandrini, in favore dei deboli e degli onesti[35].

I più smaniosi di vedermi furono sempre i continentali, e non solamente

quelli residenti in Sardegna. A Frosinone ed a Roma, per esempio, fui

assalito dai curiosi; e basti dire, che in quest’ultima città dovetti

cedere alle insistenze del mio avvocato, il quale volle presentarmi ad

un _pezzo grosso_ del Ministero di Grazia e Giustizia. Costui aveva

esternato il desiderio di vedermi da vicino, supponendo forse che io

avessi gli occhi di lince e il muso d’una jena.

*

* *

Un distinto pittore di Sassari, che desiderava ardentemente di

conoscermi, si rivolse al solito Zara per un’_intervista_. Accondiscesi

alle preghiere dell’amico, e gli diedi appuntamento alla _Valle della

noce_, nelle vicinanze di Campomela.

Il pittore venne in compagnia di altri curiosi, portando seco una

grande quantità di viveri, di polvere e di palle — solito regalo che

d’ordinario mi facevano i visitatori.

Per dar gusto a costoro, prendevo sempre parte alle partite di caccia;

ed essi si divertivano un mondo, nel vedere che le lepri e le pernici

non sfuggivano al mio tiro. Era mio costume, in simili partite, di

regalare ai cacciatori la selvaggina che prendevo.

Non devo qui tacere, che anche fra quei cacciatori non mancavano gli

scrocconi. Col pretesto di vedermi e di conoscermi, essi tornavano a

casa colle bisaccie piene di cacciagione, mentre io qualche volta ci

rimettevo la polvere e la fatica. Volendo lor dare una lezione, mi

appigliai al partito di regalare al solo Zara le lepri e le pernici,

facendo capire che non ero tanto gonzo. Si noti che in simili caccie

io giunsi a prendere persino una trentina di pezzi, facendo altrettanti

spari. La polvere era preziosa, nè volevo sprecarne nemmeno una carica.

*

* *

Un giorno, nella Nurra, fu concertata una partita di caccia grossa,

a cui vollero ch’io prendessi parte. Assegnatami una posta insieme ad

un altro signore, volle il caso che un enorme cinghiale passasse a me

dinanzi. Lo puntai e l’uccisi.

Tutti i cacciatori corsero sul luogo, gridando:

— Chi lo ha ucciso?

— Questo signore! — risposi con finta mortificazione.

Il signore tacque, ma sottomano mi regalò dieci lire, tenendosi una

gloria, che volentieri gli cedetti. Mi era stato dato a compagno, e

volevo fargli fare una bella figura. Non paleso il suo nome, perchè

ancor oggi egli si dà vanto di quel tiro, che mi fruttò due scudi.

*

* *

Venuto per diporto in Sardegna uno dei fratelli Rocca (banchieri

genovesi) fu concertata una caccia alla Nurra da diversi signori di

Sassari. Il banchiere volle conoscermi e mi pregò di narrargli alcuni

episodi della mia vita. Convintosi ch’ero un disgraziato, più che un

malfattore, mi propose di prendermi seco sulla sua nave, per farmi

sbarcare in terra straniera, dove sarei tornato libero. Rifiutai

recisamente la generosa offerta, dicendogli:

— Che mi vale la libertà, quando mi allontana dalla mia figliuola e

dai luoghi che mi videro nascere? Non tarderei a morirne di crepacuore.

Meglio, dunque, che affronti il mio destino!

*

* *

Altra simile proposta mi era stata fatta da parecchi viaggiatori

continentali, poco prima dell’annessione delle due Sicilie all’Italia.

Mi si voleva condurre a Napoli, e di là in Grecia. Il pensiero della

mia bambina (che da un anno appena avevo strappato alla madre) mi

consigliò a respingere la libertà, che mi si voleva concedere fuori

dell’isola mia.

*

* *

Mentre mi trovavo a Sassari, in salvacondotto, fui chiamato un giorno

dagli ingegneri inglesi, incaricati dello studio delle strade ferrate

nell’isola.

Recatomi nel loro ufficio (posto allora nella casa Crispo) vollero

consultarmi a proposito del tracciamento:

— Siccome vi sappiamo pratico dei luoghi, che per molti anni avete

battuto, noi chiediamo il vostro parere sulla strada più comoda e più

breve per andare a _San Michele_. Diteci qual via scegliereste: quella

che passa per i bagni di San Martino — quella che va per il _Piano di

coloru_ — o quella che prende la vallata di _N. S. di Saccargia_?

Risposi agli inglesi, senza punto esitare:

— Per _San Martino_ avreste molte aperture da praticare e molti

rialzi da formare. Per la _Valle della Trinità_ dovreste costruire

una galleria molto lunga. Io, dunque, sceglierei il _Piano di coloru,_

poichè il terreno è meno accidentato e più comodo per la linea.

Seppi più tardi che fu scelta la linea da me suggerita. La cosa era

chiara: le strade battute dai banditi sono quelle più costose nel

tracciamento d’una ferrovia.

In compenso del parere dato, gli inglesi mi offrirono una ricca

fiaschetta da polvere ed una rivoltella, che rifiutai[36].

*

* *

Un’altra volta, trovandomi in Sassari (sempre in virtù di

salvacondotto) l’amico Zara mi prevenne, che doveva condurre alcuni

inglesi in campagna, per visitare un _nuraghe_. Avendone poco prima

veduto uno in sughero ad un’Esposizione, essi volevano esaminarlo al

naturale.

Desiderosi di conoscermi, montai con loro in carrozza, e lungo il

viaggio diedi spiegazione su molte località della Sardegna. Fra essi

erano due signore, a cui regalai diverse monete antiche, da me trovate

nella Nurra. Mi pregarono di mandargliene altre in Anversa, dov’erano

domiciliati.

*

* *

Taccio molti altri incontri di simil genere, perchè tutti si

rassomigliano.

Tanto nelle vicinanze di Florinas durante il primo periodo, quanto

nelle terre della Nurra quando la prescelsi a mia stabile dimora, non

mi mancarono mai le visite dei curiosi, appartenenti ad ogni ceto. Ho

notato altra volta il piacere che provavano le dame e i cavalieri dei

villaggi, quando andavo a visitarli in campagna.

In seguito. — dopo la mia assoluzione — cominciarono a piovere le

_interviste_ dei redattori delle _gazzette_; i quali (come accennerò

a suo tempo) non riuscirono a strapparmi che confessioni monche, che

alteravano sconciamente.

Giovanni Tolu, vol. 2/2 · 第 38 / 63 题