Il giudice di pace.
Visitavo da mattina a sera tutti i campi seminati con grano mio, ed
ogni tanto davo appuntamento alla mia figliuola, per parlare delle cose
nostre, o per raccomandarle l’ubbidienza alla nonna ed alle zie.
Frequentavo, come prima, tutti gli _stazzi_ della Nurra, e, più di
tutti, gli ovili dei fratelli Sechi, sui quali potevo contare, perchè
fedelissimi amici.
Trovandomi una sera alla _Sposada_, nell’ovile di Giovanni Sechi,
chiesi a costui:
— Sai dirmi dove sia l’ovile di Giovanni Andrea Sedda?
Giovanni mi guardò con occhio diffidente, poichè sapeva che il Sedda
aveva molti nemici, e pensava forse che io fossi incaricato di eseguire
qualche vendetta per conto d’altri.
— Che ne fai di Giovanni Andrea?
— Desidero abboccarmi con lui, perchè ho appreso che egli ha ucciso due
caprioli ad un tiro. Ho bisogno di una pelle per regalarla ad un amico.
Non fantasticare, via! Giovanni Andrea mi è amico.
— Quando vi siete conosciuti? — mi domandò Giovanni, non ancora
rassicurato sulle mie intenzioni.
— Lo conobbi nelle tanche di _Santa Barbara_, quando facevo
l’agricoltore col suo compagno Baingio Dedola. Sono ripassato di là,
per caso, al tempo della messe, ed egli mi ha pregato di far ricerca di
una cavalla smarrita, che io infatti rintracciai in una tanca d’Osilo.
Giovanni Sechi parve convinto, e mi rispose:
— Giovanni Andrea Sedda sta nell’ovile di _Santa Giusta_.
Andai a trovarlo in sul tramonto; ma nell’ovile non trovai che la
moglie, la quale non mi conosceva, e si mostrò titubante e dubbiosa.
Allora, per rassicurarla, le consegnai il mio fucile:
— Mettilo là in un canto, e dimmi dov’è tuo marito. Sono inerme!
La donna mi prese l’arma e mi disse:
— Mio marito sarà qui a momenti.
Aspettai il suo ritorno. Quando Giovanni Andrea si presentò all’ovile
e mi vide, ci abbracciammo con affetto. La moglie, fuori di sè dalla
gioia, ci riabbracciò entrambi. Si era assicurata che la mia visita non
aveva uno scopo sinistro[22].
— Sei contenta, adesso? — le dissi — Dammi il fucile, poichè non posso
farne senza. Tuo marito mi è amico!
Pernottai nell’ovile. L’indomani, dopo pranzo, si andò insieme a
caccia di lepri e di pernici, in compagnia di altre quattro persone.
I cani scovarono una lepre, che io sparai col fucile carico a palla,
colpendola alla testa. Poco dopo, sempre a palla, presi di mira una
pernice lontana e l’uccisi.
Giovanni Andrea mi fece i complimenti, dicendosi impressionato della
mia bravura nel tiro, che conosceva solo per fama.
Verso sera, quando ci trovammo soli, egli mi propose, in tutta
segretezza, di tenergli compagnia per togliere di mezzo un suo nemico.
— Chi mai?
Egli esitò alquanto, poi mi disse:
— Antonio Francesco Piu.
— Tuo cognato?!
— Lui! Andremo a Portotorres a trovarlo; saremo in sei. Tu sparerai, se
ci sarà bisogno, altrimenti poco importa: avrai ugualmente i 200 scudi
che ho deciso di darti.
Io gli risposi serio:
— Dimmi, Giovanni Andrea: saresti tu contento ch’io ti uccidessi, se
tuo cognato mi offrisse 200 scudi? Tu, son certo, mi sborserai simile
somma con sacrifizio, mentre tuo cognato potrebbe anche duplicarmela...
Via, ricorriamo ad altri mezzi! A me basta l’animo di mettervi in
pace, senza spargere sangue e senza gettare la discordia nelle vostre
famiglie.
Giovanni Andrea esclamò:
— Non sai tu, dunque, che siamo otto uomini in causa, e se lui vive
possiamo ritenerci perduti?
— Non preoccupartene. Dimmi solo: ci hai tu amici, nella Nurra, che ti
vogliano bene?
— Ne ho molti.
— Ebbene, portami dal tuo più fido!
— Conosci Agostino Deroma, ricco proprietario della Nurra?
— Oh altro! è un uomo buono, e mi piace. Andremo insieme da lui.
Giorni dopo, infatti, andammo insieme all’ovile di _Saccheddu_, in _San
Giorgio_.
Trovandomi solo con Agostino, gli dissi:
— Dimmi, Agostino: vuoi tu bene a questi fratelli Sedda?
— Sinceramente, come se mi fossero figli. Li ebbi pastori fin dal
giorno che li ho allevati in casa mia.
— E ad Antonio Francesco Piu vuoi tu bene del pari?
— Gli voglio bene, perchè per tre volte mi è compare di battesimo.
— Vorresti, dunque, fare un buon servizio per il bene comune delle due
famiglie?
— Ben volentieri, se mi sarà possibile. Dimmi che cosa vuoi.
— Orbene: tu devi andare a Portotorres per presentarti al tuo compare
Antonio Francesco Piu. Fissandolo bene in viso per vedere l’effetto
delle tue parole, gli dirai così: «State in guardia, compare, poichè
ho veduto Giovanni Tolu in stretto colloquio con Giovanni Andrea Sedda
ed altri vostri cognati!» Mi riferirai al tuo ritorno l’impressione
risentita da Piu. Null’altro.
— Se non è che questo, sei bell’e servito!
Ritornato Agostino da Portotorres, mi riferì in confidenza, che Antonio
Francesco Piu aveva impallidito e si era turbato.
— Benissimo. Ora lo abbiamo in mano! — esclamai contento; e rivolto ad
Agostino:
— Chiedo un altro favore. Fra una quindicina di giorni ti recherai di
nuovo da Antonio Francesco per riferirgli in nome mio, che ho bisogno
urgente di abboccarmi con lui.
La risposta di Piu a Deroma fu questa:
«— Dirai a Tolu, che non posso per ora recarmi da lui; ma, se
avesse bisogno di qualche cosa, me lo faccia sapere, chè lo renderò
soddisfatto, senza pur bisogno dell’abboccamento.»
Raccomandai allora ad Agostino Deroma di comunicare al Piu, ch’io
desiderava la sua riconciliazione coi cognati e cogli altri suoi
nemici.
La risposta fu, che sarei stato soddisfatto.
Le cose prendevano dunque una buona piega, ed io non frapposi indugio a
conchiudere la pace.
Parlai di questo fatto con Giovanni Sechi e con altre persone
autorevoli e assennate della Nurra; ma tutti mi dichiararono di non
aver fiducia nella parola di Piu, il quale non era uomo da mantenerla;
motivo per cui sarebbe tornata vana la generosa opera mia.
— Dio voglia che egli mi dia la parola! — risposi — se poi vi mancasse,
penserò io ad aggiustarlo!
*
* *
Fermo nel mio proposito, trovai modo di riunire una settantina di
persone in un dato punto; e quindi invitai Piu a recarsi alla Nurra.
Egli vi accorse in compagnia di tre suoi amici: Antonio Vincenzo Melis,
Miali Ghera, e Filippo Cano, il famoso cacciatore.
Per luogo di riunione era stato scelto un vasto campo nella regione
di _Puttu Esse_, sebbene io avessi proposto di riunirci in montagna,
per essere più al sicuro. Mi si era fatto osservare, che essendo in
settanta, e tutti armati, si poteva far fronte a cento carabinieri, in
caso di un assalto.
— Quando i pericoli sì possono evitare — soggiunsi — è sempre meglio.
Parmi stoltezza mettere a repentaglio la vita per futili motivi.
Gli amici insistettero, ed io mi lasciai convincere a rimanere in
_Puttu Esse_.
Tutta la mattina fu impiegata nel divertimento del tiro al bersaglio.
Il bravo cacciatore Filippo Cano prendeva diletto a misurarsi con me,
ma io fui fortunato, e lo vinsi in tutti gli spari; poichè tenevo a non
fallire un colpo, quando mi trovavo in compagnia d’altri.
Mentre le carni erano tutte al fuoco — poco prima di andare a pranzo —
determinai di sbrigare la cerimonia delle paci.
La numerosa comitiva, divisa qua e là in gruppi, era intenta a
discutere e a chiacchierare allegramente. Chiamai allora da una parte
Antonio Francesco Piu e i suoi tre amici, e dissi loro, ridendo:
— Vogliamo finirla colle ciancie? Bisogna prima far le paci!
— Figlio mio — prese a dire Miali Ghera, ch’era il più anziano — noi
nulla sappiamo di queste ragioni e di queste paci. Fa tu; disponi come
meglio credi, e noi seguiremo il tuo consiglio.
— Ebbene, m’incaricherò io della cosa; ma fate silenzio e lasciate per
un poco le ciancie.
— Aggiustati, figliuolo! noi siamo qui a tua disposizione.
Mi rivolsi a Piu, ch’era presente e non parlava.
— E tu, Antonio Francesco, dichiari di sottostare a quanto farò io?
— Ti ho dato la mia parola e la manterrò fino alla morte. Quello che ti
piacerà fare sarà sempre ben fatto: per me e per gli altri!
— Sai che cosa dico? Dio vi guardi da una leggerezza! Colui che
mancherà di parola, non avrà più da fare coi propri nemici, ma con
me: con Giovanni Tolu, che ha assunto l’incarico di ravvicinarvi. Il
bandito della Nurra, saprà punire il traditore della fede!
— È intesa! — esclamarono tutti.
Feci in seguito chiamare Giovanni Sedda, e tolsi da tasca una reliquia,
che tenero involta in un fazzoletto. Questo talismano, benedetto da un
prete, lo portavo sempre meco, poichè serviva per il bestiame malato.
Lo si cuopriva di terra e vi si faceva passar sopra la mandra. Talvolta
le faceva bene, tal altra non faceva nulla.
Presa in mano la reliquia, dissi rivolto a Sedda:
— Farai, tu, quanto ti comanderò di fare?
— Sono disposto a farlo!
— Orbene: tu, che sei il più anziano della famiglia, dovrai cresimare
un figlio di tuo cognato Antonio Francesco Piu; e così voi sarete
compari d’olio santo. T’impongo pure in penitenza, che, tanto tu,
quanto i parenti e gli amici tuoi, ogniqualvolta vi recherete a
Portotorres, non dimentichiate di far visita a Piu nella propria
abitazione; e se Piu per caso non vi fosse, visiterete la moglie, o
la famiglia, o la sua casa. Voglio che ciò si adempia! Farai tu il tuo
dovere?
— Lo farò.
— Lo giuri?
— Lo giuro.
Recitato il mio sermone, invitai Antonio Francesco Piu e Giovanni Sedda
a mettere la mano sulla reliquia benedetta. Compiuto il giuramento,
dissi loro:
— Manca ancora una formalità.
— Quale?
— Il bacio della pace.