Vita nuova.
Dopo il ritiro della mia bambina da Florinas, io sentiva nell’anima
un sentimento che non sapevo spiegarmi, una gioia mai provata, che mi
rendeva quasi felice. Sopportavo con più rassegnazione il disagio e la
solitudine; sentivo più vivo il bisogno di amare, e meno intenso l’odio
verso i miei nemici Mi sembravo un altro! Un repentino cambiamento si
era in me operato. Vi erano momenti in cui mi sentivo capace anche di
perdonare.
Quella bella creatura ingenua, quella bambina innocente aveva portato
un raggio di sole nella mia anima: mi aveva fatto dimenticare tutte le
amarezze che la madre aveva versato nel mio cuore.
Oramai non ero solo: io aveva una casa, avevo una famiglia, per formar
la quale ero andato incontro all’odio di tutti.
Preoccupato com’ero di quella fanciulla, per più mesi non avevo
potuto pensare ad altri: a null’altro, tranne che a preservarmi dalla
persecuzione delle spie e dei carabinieri; perocchè la vita e la
libertà mi erano divenute care, dopo aver avvinto al mio destino il
destino della mia figliuola, alla quale dovevo procurare tutte quelle
felicità, che a me erano state tolte.
Singolare sentimento! Io avevo pietà degli infelici; sentivo il bisogno
di proteggere i deboli contro i prepotenti; diventavo buono.
Pensai ch’era necessario dedicarmi al lavoro: preparare un avvenire
alla mia figliuola. Non potevo, come prima, sprecar danaro a capriccio
— ogni soldo faceva bisogno in casa.
Colla vendita della cera, tolta al legno naufragato, io ero riuscito
a raggruzzolare una bella sommetta, gran parte della quale avevo già
speso per la bandiera di San Paolo. Ma non ero stato inoperoso. Avevo
acquistato un po’di grano, che davo in prestito per il seminerio a’
miei fratelli ed ai cognati, dividendo con essi gli utili a metà. Ne
avevo pur prestato ad altri, e nelle mie escursioni non dimenticavo
di sorvegliare i campi seminati, per vedere se i lavori erano
stati eseguiti con cura e coscienza. Seguivo ansiosamente il corso
delle stagioni, preoccupandomi degli eccessivi caldi e dei freddi
eccessivi: ogni vento mi turbava, perchè pensavo a’ miei germogli.
Mettevo a frutto i danari, che di tanto in tanto mi davano gli amici
e i proprietari, e vedevo giorno per giorno crescere il mio piccolo
patrimonio. Meno ricercato dalla giustizia, io più non menavo la vita
oziosa dei primi anni di banditismo: lavoravo, quasi, come ai bei tempi
della mia giovinezza.
Avevo quasi dimenticato l’odio a’ miei nemici.
*
* *
Una mattina, recatomi presso Florinas, mi trovai con Giovanni Antonio
Piana, il marito della serva di prete Pittui, già ferito al braccio, e
col quale, come dissi altra volta, mi ero riconciliato.
Sedemmo insieme in aperta campagna, e scambiammo alcune parole sui
casi della nastra vita. Non so come, egli fece cadere il discorso
sul ferimento del suo braccio, avvenuto nove anni addietro. Si doleva
vivamente di non aver potuto sfogare la sua collera contro gli autori
del tiro, attribuito ai due ladri, da lui fatti arrestare come capitano
dei barracelli.
— Ma non li ho perdonati! Se mi verranno a tiro non li risparmierò
sicuro! — così esclamò Piana, minacciando l’aria coi pugni stretti.
Io dissi pacatamente, senza guardarlo:
— E faresti male!
— Perchè?
— Perchè uccideresti due innocenti. Essi non ti hanno offeso. Fui io
che ti ho sparato!
Giovanni Antonio impallidì, fece un brusco movimento, e mi guardò
fissamente, quasi dubitando di uno scherzo. Io rimasi serio.
— Tu?! — ripetè, fissandomi sempre.
— Proprio io! — gridai con forza, piantandogli gli occhi in faccia,
quasi per avvertirlo ch’ero disposto a ripetere il colpo, se non
smetteva il piglio minaccioso.
Egli chinò la fronte, e ammutolì tutto tremante. Io continuai con
vivacità:
— Fui io, sì! Ti ho sparato perchè tu facevi parte dei misteriosi
congiurati, che nell’inverno del 1851 (nove anni fa!) si riunivano
in casa di prete Pittui, col proposito di uccidermi, o di farmi
cadere nelle mani della giustizia. Insieme ai fratelli Rassu, ai
fratelli Dore, allo Zara, al Serra, e parecchi signori di Florinas, tu
dichiarasti ch’era facile il colpirmi. Ma volle Iddio che i colpiti
foste voi!... Se io ti ho ferito al braccio, anzichè al cuore od alla
testa, tu devi solamente ringraziare i tre compagni, coi quali quel
giorno stavi, e ch’io non volevo offendere. Al mio occhio non rimaneva
scoperto che il tuo braccio, ed al braccio ho puntato per darti una
lezione![20]
Giovanni Antonio, colla testa bassa, ascoltava e taceva. Pensai alla
mia bambina, e conchiusi:
— Non se ne parli dunque più! Il tuo braccio è ormai guarito, e i tuoi
complici sono quasi tutti morti di palla, o di pugnale. Se oggi te ne
parlo per la prima volta, è solo perchè voglio risparmiarti l’uccisione
di due innocenti.
Da quel giorno non ebbi più alcuna questione con Piana, che tacque
questo nostro dialogo. Avevo deciso di far punto alle mie vendette, e
di vivere tranquillo insieme alla mia figliuola.
*
* *
In una brutta giornata d’inverno era stato ucciso, nella _Viddazzone_,
un toro ad Antonio Sechi, uno dei fratelli degli amici miei della
Nurra.
I sospetti di Antonio caddero su Salvatore Dachena. Risentito del
colpo, risolvette di vendicarsi, e venne a trovarmi.
— Mi fai un piacere? — mi disse.
— Sentiamo.
— Dimmi prima se me lo fai!
— Non lo so.
— Ti voglio meco per una notte.
— Per che fare?
— Uccideremo Salvatore Dachena, quando uscirà dalla sua capanna per
qualche bisogno. Mi ha ucciso il toro!
— Scherzi? questo è un uomo che fa il fatto suo; non è mai andato
alla _Viddazzone_ per ammazzar buoi. Il toro te lo avrà ucciso qualche
altro.
— No. So che me lo ha ucciso lui!
— Lasciami pensare, e poi ne riparleremo. Trattandosi del fratello de’
miei cari amici, voglio occuparmene.
Ci separammo. Io mi recai subito da’ suoi fratelli Paolo, Ambrogio e
Giovanni Sechi.
— Sono in dovere di avvertirvi, che Antonio ha deciso di uccidere
Salvatore Dachena, che egli crede l’uccisore del suo toro. Spetta a voi
decidere se questa vendetta sia giusta, o inconsiderata.
— Nostro fratello fu sempre senza testa — disse Paolo — Farebbe invero
un bell’affare togliendo dal mondo uno dei nostri più cari amici!
— Aggiustatevela tra voi — risposi — Vi prevengo che egli ha chiesto la
mia cooperazione per sbarazzarsi del nemico; ed io son ben lontano dal
prestarmi a tali servizi!
Allora i Sechi chiamarono il fratello Antonio e lo rimproverarono
acerbamente per le sue sfuriate. Gli fecero osservare, che, non avendo
figli, ei poteva sbizzarrirsi a suo talento; mentre essi avevano
famiglia, nè volevano fastidi di sorta. Se egli era ben sicuro del suo
fatto, poteva compensare il danno col togliere un altro bue dalla tanca
del nemico: non però con un assassinio, che avrebbe tolto la pace e la
tranquillità a due famiglie.
Le cose si aggiustarono e non si parlò più di vendetta. Io intanto ero
riuscito a scuoprire il vero autore dell’uccisione del toro, ma non
volli denunziarlo per non suscitare nuovi guai. Tacqui, e non mancai
alle regole di cavalleria.
Da qualche tempo Antonio Sechi mi teneva il broncio, ed un bel giorno
lo fermai:
— Perchè quel muso lungo con me? Metti giudizio!
— Non credevo che tu fossi così facile a riferire ai miei fratelli
quanto ti avevo confidato!
— Miserabile! Non ti accorgi che sei appassionato e cieco, e che i tuoi
fratelli vedono più lontano col naso, che tu cogli occhi? Io ho fatto
il mio dovere, e tu farai il tuo desistendo da una vendetta insensata.
Antonio, che in fondo era di buon conto, finì per persuadersi che aveva
torto, e mi ringraziò di avergli fatto risparmiare un eccesso.
— Sì: ti ho risparmiato un carico di coscienza; e so quello che mi
dico. Un uomo non si uccide per un bue: si uccide per gravi ragioni
d’onore e di odio fondato!
I fratelli Sechi mi ringraziarono di non essermi prestato ai capricci
di Antonio, il quale era eccitato per il toro rubatogli. Io però non
meritava i suoi ringraziamenti, ch’erano dovuti solo a Maria Antonia —
alla mia bambina[21]!