Ottenuta la conciliazione di questi due, feci chiamare l’altro fratello
Baingio Sedda, a cui domandai:
— Farai tu quanto ti comanderò di fare?
— Fino a morire!
— Orbene: appena tua moglie ti partorirà un figlio od una figlia, devi
invitare Antonio Francesco Piu, tuo cognato, a tenertelo a battesimo; e
così sarete compari; e quando ti recherai a Portotorres, o vi andranno
i tuoi parenti ed amici, non dimenticherete di visitare in casa la sua
famiglia. Così voglio, e così sia. Sei disposto ad ubbidirmi?
— Con tutto cuore.
— Lo giuri?
— Lo giuro.
Alla mia esortazione seguì il solito giuramento sulla reliqua,
l’abbraccio, e il bacio della pace.
Allo stesso cerimoniale sottoposi Giovanni Andrea Sedda, terzo cognato
di Antonio Francesco Piu.
Venne poscia la volta di Giovanni Foi e di Baingio e Salvatore Pinna,
ai quali feci la stessa esortazione, invitandoli al giuramento,
all’abbraccio ed al bacio.
I chiamati erano stati sei, poichè Piu mi aveva dichiarato di non
conoscere altri nemici. Io non insistetti per prudenza, ma sapevo che
ve n’erano parecchi altri, a lui ignoti. Non volli menzionarli per non
tradirli, disposto com’ero ad adoperarmi perchè non gli facessero male.
Compiuta la cerimonia delle paci, si andò tutti a pranzo, in numero di
oltre settanta.
*
* *
Sdraiati sull’erba si mangiò con molto appetito, e regnò fra i numerosi
commensali la più schietta allegria.
Sul finire del pranzo Filippo Cano, l’ottimo cacciatore, buttò in aria
un piatto, e poi lo mandò in frantumi con una fucilata a pallini.
— Buttàtene un altro in aria! — gridai scherzando — chè non voglio
lasciar solo un buon tiratore come il signor Filippo!
Fu lanciato un piatto a grande altezza; ed io, che avevo il fucile
carico a palla, lo puntai e feci fuoco, rompendolo in due. Tutti i
commensali proruppero in applausi, vantando il mio difficile tiro.
La comitiva volle in seguito divertirsi a tirare ad una grossa
bottiglia, alla distanza di 200 passi. Io me ne stavo in distanza,
senza prender parte alla gara. Parecchi amici si accostarono a me:
— Perchè non spari?
— Perchè da un’ora non siete riusciti ad _uccidere_ una bottiglia. Se
io sparo l’_uccido_, e voi non vi divertirete più.
— Pròvati!
Puntai la bottiglia. Il primo colpo mi andò fallito; col secondo mandai
la bottiglia in frantumi.
In altra parte del campo una ventina di tiratori erano intenti a
sparare, a 70 passi di distanza, un piccolo bicchiere, nel quale
avevano messo un fiore di papavero. Nessuno ebbe la fortuna di
colpirlo.
Io, che stavo in disparte, conversando coi fratelli Sedda, mi avvicinai
alla brigata:
— Perdio! voi fate vergogna ai tiratori. Siete da mezz’ora consumando
polvere e palle, e non riusciste a rompere un bicchierino.
— Colpiscilo tu, dunque!
— Non col mio fucile — dissi sorridendo — ma colla mia pistola.
E armato il grilletto puntai... e il bicchierino andò in pezzi.
Era la terza vittoria che io riportavo quel giorno, dinanzi alla
numerosa brigata, là convenuta per assistere alle paci. Non dovevo
certo vantare a mia superiorità sugli altri. Fin da ragazzo mi ero
esercitato nel bersaglio, e la mia condizione di bandito mi aveva
aguzzato maggiormente l’occhio. Ci era di mezzo la vita, se io falliva
un colpo!
Quel giorno, nel campo di _Puttu Esse_, erano intervenute molte donne,
per preparare il pranzo a settanta persone; ma vi mancava la moglie
di Antonio Francesco Piu, dalla quale da tempo egli viveva separato.
Questa separazione era stata la causa prima dell’inimicizia coi
cognati.
Alcune di queste donne, verso sera, mi chiamarono in disparte, per
raccomandarmi di rendere complete le paci, col ravvicinamento del
marito alla moglie.
— Per oggi dovete rinunziarvi — risposi — Vi prometto di occuparmene
un’altra volta.
Sull’imbrunire presi commiato dalla comitiva, e ciascuno tornò a casa.
*
* *
La riunione a _Puttu Esse_ aveva avuto luogo nei primi di maggio del
1858. Venuta la festa di San Gavino — la quale chiama molto concorso a
Portotorres — consigliai i cognati e le cognate di Piu di condurre con
loro alla casa di quest’ultimo la moglie Maria Antonia e le sorelle,
come per fargli visita.
Si eseguì quanto io avevo consigliato.
Quando Antonio Francesco Piu, entrando in casa, vide la propria moglie,
parve comprendere, e le disse tra il dolce e il grave:
— Tu sei già stata altra volta in questa casa. Se vuoi rimanere, sei
padrona; se vuoi andartene, fa il piacer tuo. Dal canto mio ti dico,
che sarebbe meglio di fermarti!
Si pianse tutti di commozione, e fu una giornata indimenticabile.
I cognati e gli amici presero commiato da Antonio Francesco Piu,
lasciandolo solo con Maria Antonia; la quale, da quel giorno, visse in
pace col marito, e benedisse la provvidenza che le aveva risparmiato
tante amare lagrime.
Quando la comitiva tornò alla Nurra, le andai incontro sorridendo:
— E Maria Antonia? — chiesi.
— È col marito! — risposero tutti allegramente, e mi narrarono la scena
avvenuta.
— Vedete? — conchiusi. — Quando c’è Dio per lo mezzo, le cose si
aggiustano sempre; ma bisogna credere in Dio, e non fare la vita dei
beduini!
Antonio Francesco Piu si era riconciliato coi nemici, e la giustizia
volle tutti dimenticarli. Ed è così che si fanno le paci: coll’amore, e
senza spargere una goccia di sangue.
Non pochi pastori della Nurra avevano dubitato della fede di Piu;
eppure s’ingannarono. Le paci durarono a lungo, e fu una grazia per le
due famiglie, ch’erano alla vigilia di distruggersi a vicenda.
Soddisfatto e felice dell’opera mia, io ritornai nella solitudine: alla
mia vita randagia e tribolata. Tutti erano contenti — meno io ch’ero
riuscito ad ottenere la pace altrui.
Per me non vi era che la dolce immagine della mia bambina; e quando
alla sera, stanco e sconfortato, mi sdraiai in un macchione, recitai la
mia solita preghiera pensando a lei — alla mia piccola santa!