Voi ed io, se avremo avuto la straordinaria fortuna di guadagnare

qualche cosa di più e di poterci istruire un poco, potremo avere la

capacità di comprendere il nostro interesse, e la forza di affrontare

la vendetta dei padroni; ma la grande massa, fino a che continuerà

la condizione presente, no: — ed in faccia all'urna non è come in

rivoluzione, che un uomo coraggioso e intelligente vale cento uomini

timidi, e trascina dietro di sè tanti che non avrebbero mai avuto da

loro stessi l'energia di rivoltarsi. In faccia all'urna quel che conta

è il numero, e, fino a quando vi saranno preti, padroni e governi, il

numero sarà sempre pei preti, che dispensano l'inferno ed il paradiso,

pei padroni che danno e tolgono il pane a chi vogliono, e pel governo

che ha i gendarmi per intimidire e gl'impieghi per corrompere.

E non lo sapete? Anche oggi, in sostanza, la maggior parte degli

elettori sono poveri; eppure, come fanno quando debbono votare?

nominano forse dei poveri, che conoscono e vogliono difendere i loro

interessi?

Beppe. — Che! questo si sa: domandano al padrone per chi debbono

votare e fanno come il padrone vuole. D'altronde, se non fanno così, il

padrone li manda via!

Giorgio. — Dunque lo vedete. Che cosa volete quindi sperare dal

voto universale? Il popolo manderà al parlamento i signori, ed i

signori sapranno fare in modo da tenere il popolo sempre ignorante e

schiavo come adesso; e quando vedessero che colla repubblica non ci

riescono, tengono tutto in mano per poterla fare andare presto presto

a capitombolo.

Perciò non v'è che un mezzo solo: espropriare i signori e dare tutto al

popolo. Quando il popolo vedrà che tutto è roba sua, e che spetta a lui

oramai il sapersi accomodare per star bene, allora la roba se la saprà

godere, e se la saprà anche guardare.

Beppe. — Lo credo io! Ma però i contadini non intendono la repubblica

come tu dici che sia. Anzi adesso capisco che quello che noi chiamiamo

repubblica è la stessa cosa che voi chiamate socialismo. Ma non si

potrebbe tirare innanzi col nome di repubblica? Che c'importa dei nomi!

l'essenziale è che si facciano le cose come vanno fatte.

Giorgio. — Quel che voi dite è giusto, però vi è un pericolo grande.

Se il popolo continua a credere che la repubblica è un bene per lui,

quando arriverà il giorno che non ne potrà più e farà la rivoluzione,

i repubblicani lo contenteranno subito, proclamando la repubblica,

e dicendo che oramai si può tornare a casa e pensare a nominare i

deputati, perchè tutto presto presto sarà accomodato.

Il popolo, credulo come sempre, lascerà i fucili e si sfogherà

in suoni, canti e baldorie. Intanto i signori si faranno tutti

repubblicani, diventeranno tutto cuore per il popolo, dispenseranno un

po' di quattrini, un po' di vino e di molte feste, pagheranno un poco

meglio i lavoranti, e si faranno mandare al potere. Poi, a poco a poco,

lasceranno calmare la tempesta, e prepareranno le forze per tenere a

freno il popolo, il quale un giorno si accorgerà che ha sparso il suo

sangue per gli altri, e che sta peggio di prima.

Invece, siccome avviene molto di rado che il popolo si ribelli e

riesca vincitore, bisogna che esso profitti della prima occasione, e

applichi subito subito il socialismo, non dando ascolto a promesse,

pigliando direttamente possesso della roba, occupando le case, la terra

e le officine. E chi parlerà di repubblica dovrà essere trattato come

nemico: se no, succede un'altra volta come nel 59 e nel 60.

Le parole pare che contino poco, ma è sempre colle parole che hanno

burlato ed ingannato il popolo!

Beppe. — Hai ragione; siamo stati tante volte sacrificati, ed ora

bisogna aprire bene gli occhi.

Ma però, un governo ci vuole sempre. Se non c'è qualcuno che comanda,

come si fa a andare innanzi?

Giorgio. — E a che serve l'esser comandati? Perchè non potremmo fare da

noi gl'interessi nostri?

Chi comanda fa sempre il comodo suo, e sempre, sia per ignoranza,

sia per malvagità, tradisce il popolo. Il potere fa montare i fumi

al cervello anche ai migliori; e poi bisogna, ed è forse la ragione

principale per non voler comando, bisogna, dico, che gli uomini cessino

di essere pecore e si abituino a pensare ed a sentire fieramente

della loro dignità e della loro forza. Il comando degli uni educa gli

altri all'obbedienza; e, se anche si potesse avere un governo buono,

esso sarebbe più corruttore, più debilitante che un governo cattivo;

e, durante il dominio suo o dei suoi immediati successori, sarebbe

più facile che mai un colpo di stato, che distrugga i miglioramenti

acquisiti, ristabilendo privilegi e tirannie. Per educare il popolo

alla libertà ed alla gestione dei suoi interessi, bisogna lasciarlo

fare da sè; fargli sentire la responsabilità dei suoi atti nel bene o

nel male che glie ne deriva. Farà male molte e spesse volte, ma, dalle

conseguenze che ne risentirà, capirà che ha fatto male, e tenterà nuove

vie; senza contare che il male, che può fare un popolo abbandonato a

sè stesso, non è la millesima parte di quello che fa il più benigno

dei governi. Perchè un bambino impari a camminare, bisogna lasciarlo

camminare, e non spaventarsi di qualche urto e di qualche caduta.

Beppe. — Si, ma perchè il bambino possa esser messo a camminare,

bisogna che una certa forza nelle gambe ce l'abbia di già, se no deve

stare ancora in braccio alla mamma.

Giorgio. — È vero; ma i governi non somigliano niente affatto alle

mamme, e non sono essi che migliorano e fortificano il popolo; anzi

i progressi sociali si compiono, quasi sempre, contro o malgrado il

governo. Questo, tutto al più, traduce in legge quello che è diventato

bisogno e volontà della massa, e lo guasta sempre per spirito di

dominio e di monopolio. Ci sono dei popoli più o meno avanzati; però,

in qualunque stadio della civiltà, anche in quello della selvaggeria,

il popolo farebbe i suoi interessi sempre meglio di quello che glieli

faccia il governo, che esce dal suo seno.

Voi supponete, a quel che sembra, che il governo sia composto dei

più intelligenti e dei più capaci, e ciò non è punto vero, perchè

in generale i governi sono composti, direttamente o per delegazione,

da coloro che hanno più quattrini. Ma anche che fosse, forse che la

gente intelligente diventa tale perchè va al governo? Quelli che hanno

maggiori capacità, se lasciati in mezzo al popolo, le eserciteranno

a vantaggio del popolo e sotto il suo controllo; se messi invece

al governo, non sentendo più i bisogni del popolo, trascinati ad

occuparsi più degl'interessi creati dalla politica, cioè dal desiderio

di reggersi al potere, che dei bisogni reali della società; corrotti

dalla mancanza di emulazione e di controllo; distratti spesso dal ramo

di attività in cui avevano una competenza reale per dettar leggi sopra

cose di cui prima non avevano nemmeno inteso parlare, finiranno, anche

i più intelligenti ed i migliori, col credersi di natura superiore, col

costituirsi in casta e coll'occuparsi del popolo solo quanto basta per

sfruttarlo e tenerlo a freno.

Sarebbe dunque meglio e più sicuro che noi provvedessimo da noi stessi

ai nostri interessi; cominciando dalle cose del nostro comune e del

nostro mestiere, che noi conosciamo di più, e poi mettendoci di mano in

mano d'accordo con tutti gli altri mestieri e paesi, non solo d'Italia

ma di tutto il mondo, perchè gli uomini sono tutti fratelli, ed hanno

interesse a volersi bene ed ajutarsi tutti. Non ti pare?

Beppe. — Eppure mi persuade. Ma, e i malviventi, i ladri, i prepotenti?

come si farà?

Giorgio. — Prima di tutto quando non vi sarà più miseria e ignoranza

tutti questi malviventi non vi saranno più. Ma poi, ancorchè ve ne

fosse qualcuno, vi è bisogno per questo di tenere un governo ed una

polizia? Non saremmo buoni da noi a mettere a dovere chi non rispetta

gli altri? Soltanto, non li strazieremmo, come si fa adesso dei rei e

degli innocenti; ma li metteremo in posizione di non poter nuocere, e

faremo di tutto per riportarli sulla diritta via.

Beppe. — Dunque, quando ci sarà il socialismo, tutti saranno felici e

contenti, e non vi saranno più miseria, odii, gelosie, prostituzione,

guerre, ingiustizie?

Giorgio. — Io non so fino a che punto di felicità potrà giungere

l'umanità; ma son convinto che si starà tutti il meglio possibile, e

che si cercherà sempre di migliorare e di progredire: e i miglioramenti

non saranno più come oggi a vantaggio di pochi e a danno di molti, ma

saranno a benefizio di tutti.

Beppe. — Magari! ma quando sarà questo? Io son vecchio, e ora che so

che il mondo non andrà sempre così, mi dispiacerebbe di morire senza

avere visto almeno un giorno di giustizia.

Giorgio. — Quando sarà? che ne so io. Dipende da noi: più ci daremo da

fare per aprire gli occhi alla gente, e più presto si farà.

Un bel passo già si è fatto. Mentre anni or sono pochissimi predicavano

il socialismo ed erano trattati da ignoranti, da matti, o da arruffoni,

oggi l'idea è conosciuta da molti; ed i poveri, che prima soffrivano in

pace, o si rivoltavano spinti dalla fame ma senza coscienza delle cause

e dei rimedii dei loro mali, e si facevano ammazzare o si ammazzavano

tra di loro per conto dei signori, oggi in tutto il mondo si agitano,

s'intendono tra di loro, si rivoltano con l'idea di sbarazzarsi dei

padroni e dei governi, e non contano più che sulle proprie forze,

avendo finalmente incominciato a capire che tutti i partiti, in cui si

dividono i signori, sono tutti egualmente loro nemici.

Attiviamo la propaganda, ora che il momento è buono; stringiamoci tra

di noi, che abbiamo capito la questione; soffiamo nel fuoco che cova

in mezzo alle masse; profittiamo di tutti i malcontenti, di tutti i

movimenti, di tutte le rivolte; diamo un colpo vigoroso, non abbiamo

paura, e presto presto la baracca borghese andrà all'aria ed il regno

della libertà e del benessere sarà incominciato.

Beppe. — Sta bene, ma badiamo a non fare i conti senza l'oste. Levare

la roba ai signori, è presto detto, ma ci sono i carabinieri, le

guardie di P. S., i soldati; e, adesso che ci penso, ho paura che le

loro manette, i loro _vetterli_, i loro cannoni sieno fatti, più che

per altro, proprio per questo: per difendere i signori.

Giorgio. — Questa è cosa che si sa, mio caro Beppe, che la polizia

e l'esercito ci stanno per tenere a freno il popolo ed assicurare la

tranquillità dei signori; ma se essi hanno i fucili ed i cannoni, non

è mica detto che noi dobbiamo far la guerra con le mani in mano. I

fucili sappiamo spararli anche noi e con l'astuzia, o con l'audacia

possiamo procurarceli; poi vi sono la polvere, la dinamite e tutte le

materie esplosive, le materie incendiarie e mille arnesi che, se in

mano al governo servono per tenere schiava la gente, in mano al popolo

servono per conquistare la libertà. Le barricate, le mine, le bombe,

gl'incendii sono i mezzi con cui si resiste agli eserciti, e noi non

ci faremo pregare per servircene. Si sa bene; la rivoluzione non si fa

mica con l'acqua santa e con le litanie.

D'altra parte, considerate che i poveri sono l'immensa maggioranza,

e che se arrivano a capire e gustare i vantaggi del socialismo, non

vi è forza al mondo che possa costringerli a restare come stanno.

Considerate che i poveri sono quelli che lavorano e producono tutto,

e che, se solo una parte importante di loro sospendesse il lavoro,

ne avverrebbe tale uno sfacelo, tale un panico che la rivoluzione

s'imporrebbe subito come unica soluzione possibile. Considerate pure

che i soldati, in generale, sono essi stessi dei poveri, obbligati per

forza a far da sbirri e da carnefici ai loro fratelli, e che non appena

avran visto e capito di che si tratta simpatizzeranno, prima in segreto

e poi apertamente, per il popolo — e vi persuaderete che la rivoluzione

non è poi tanto difficile quanto può parere a prima giunta.

L'essenziale è di tener sempre presente l'idea che la rivoluzione

è necessaria, di esser sempre disposti a farla, di prepararcisi

continuamente... e non dubitate che l'occasione, spontanea o provocata,

non mancherà di presentarsi.

Beppe. — Tu dici così ed io credo che tu abbi ragione. Ma vi sono

anche quelli che dicono che la rivoluzione non serve, e che le cose si

maturano da loro. Che te ne pare?

Giorgio. — Dovete sapere che da che il socialismo si è fatto potente,

ed i _borghesi_, vale a dire i signori, hanno incominciato ad aver

paura sul serio, si stanno tentando tutte le vie per stornare la

tempesta ed ingannare il popolo. Tutti hanno incominciato a dire che

sono socialisti, financo gl'imperatori... e vi lascio pensare che

specie di socialismo hanno messo insieme. Di mezzo ai nostri stessi

compagni sono anche usciti, purtroppo, dei traditori che, allettati

dall'importanza che i borghesi davan loro per attirarli, e dai vantaggi

che potevano ottenere abbandonando la causa rivoluzionaria, si sono

messi a predicare le vie legali, le elezioni, le alleanze coi partiti,

che essi dicono affini, e così si sono fatti un posto in mezzo alla

borghesia e trattano da matti o peggio quelli che vogliono far la

rivoluzione. Parecchi continuano a dire che la rivoluzione vogliono

farla essi pure, ma intanto... vogliono essere nominati deputati.

Quando qualcuno vi dice che la rivoluzione non è necessaria, o vi parla

di nominare dei deputati e dei consiglieri comunali, o di far causa

comune con una frazione qualsiasi della borghesia, se è un compagno

vostro, che lavora come voi, cercate di persuaderlo del suo errore; se

invece è un borghese o uno che vuol trovar modo di diventar borghese,

consideratelo come nemico e tirate innanzi per la vostra strada.

Basta; un'altra volta parleremo più a lungo di queste questioni. A

rivederci.

Beppe. — A rivederci; e son contento che mi hai fatto capire molte cose

che, adesso che me le hai dette, mi pare impossibile come non le avessi

pensate prima. A rivederci.

—————

Beppe. — Aspetta; giacchè ci siamo, tanto per non lasciarci a becco

asciutto, andiamo a bere un gotto, ed intanto ti domanderò qualche

altra cosa.

Tutto quello che hai detto, io l'ho capito... e poi ci penserò sopra

e cercherò da me stesso di persuadermi meglio. Ma tu non mi hai

detto quasi nessuna di quelle parole difficili, che sento dire sempre

quando si parla di queste cose, e che m'imbrogliano il capo perchè

non ci capisco nulla. Per esempio, ho inteso dire che voialtri siete

_comunisti_, _socialisti_, _internazionalisti_, _collettivisti_,

_anarchici_, e che so io. Si può sapere precisamente che significano

queste parole e che cosa siete davvero?

Giorgio. — Ah! giusto, avete fatto bene a domandarmi questo, perchè le

parole sono necessarie per intendersi e distinguersi, ma quando non si

capiscono bene, generano una grande confusione.

Dunque dovete sapere che i _socialisti_ sono quelli i quali credono

che la miseria è la causa prima di tutti quanti i mali sociali, e

che fino a quando non si sarà distrutta la miseria, non vi sarà modo

di distruggere nè l'ignoranza, nè la schiavitù, nè l'ineguaglianza

politica, nè la prostituzione, nè alcuno di tutti quei mali, che

mantengono il popolo in così orribile stato, e che pure sono un nulla

di fronte alle sofferenze che vengono direttamente dalla miseria

stessa. I _socialisti_ credono che la miseria dipende dal fatto che

la terra e tutte le materie prime, le macchine e tutti gli strumenti

di lavoro appartengono a pochi individui, i quali dispongono perciò

della vita e della morte di tutta la classe lavoratrice, e si

trovano in continuo stato di lotta e di concorrenza non solo contro i

_proletarii_, cioè quelli che non tengono niente, ma anche tra di loro

stessi per strapparsi l'un l'altro la proprietà. I _socialisti_ credono

che abolendo la proprietà individuale, cioè la causa, si abolirà nello

stesso tempo anche la miseria che ne è l'effetto. E questa proprietà

si può e si deve abolire, perchè la produzione e la distribuzione

della ricchezza debbono esser fatte secondo l'interesse attuale degli

uomini, senza nessun rispetto per i cosiddetti diritti acquisiti, cioè

i privilegi che i signori d'adesso si arrogano, colla scusa che i loro

antenati furono più forti, o più fortunati, o più birbanti, o, sia

pure, più laboriosi e più virtuosi degli altri.

Dunque, intendete bene, spetta il nome di _socialista_ a tutti coloro

che vogliono che la ricchezza sociale serva a tutti gli uomini, e

vogliono che non vi sieno più proprietarii e proletarii, ricchi e

poveri, padroni e sottoposti.

Anni or sono, questa era una cosa intesa, e bastava dirsi _socialista_

per essere perseguitato ed odiato dai signori, i quali avrebbero voluto

piuttosto che ci fosse un milione di assassini che un sol socialista.

Ma, come già vi ho detto, quando i signori e quelli che lo vogliono

diventare, videro che, malgrado tutte le loro persecuzioni e le loro

calunnie, il _socialismo_ camminava e il popolo incominciava ad aprire

gli occhi, allora pensarono che bisognava cercare d'imbrogliare

la questione per poter meglio ingannare; e molti tra di loro

incominciarono a dire che essi pure erano socialisti, perchè essi

pure volevano il bene del popolo, essi pure capivano che bisognava

distruggere o _diminuire_ la miseria. Prima dicevano che la questione

sociale, cioè la questione della miseria e di tutti gli altri mali

che ne derivano, non esisteva; oggi poi, che il socialismo fa loro

paura, dicono che è socialista chiunque studia detta questione sociale,

quasichè si potesse chiamare medico colui il quale studia una malattia,

non coll'intenzione di guarirla, ma con quella di farla durare.

Così oggi voi trovate persone, che si dicono socialisti, in mezzo

ai repubblicani, ai realisti, ai clericali, in mezzo agli usurai, ai

magistrati, ai poliziotti, dappertutto insomma; ed il loro socialismo

poi consiste nel tenere a bada il popolo, o nel farsi nominar deputati,

promettendo cose che, anche a volerlo, non potrebbero mantenere.

Vi sono certamente, in mezzo a questi falsi socialisti, di quelli che

sono in buona fede e credono davvero di far bene; — ma che v'importa?

Se uno, credendo di farvi del bene, vi ammazza di bastonate, voi dovete

innanzi tutto pensare a levargli il bastone di mano, e le sue buone

intenzioni potranno servire, tutto al più, a non fargli rompere il

capo, quando il bastone gli sarà stato tolto.

Perciò, quando uno vi dice che è _socialista_, domandategli se vuole

abolire la proprietà individuale, o, a farla breve, se vuole levare,

si o no, la roba a chi ce l'ha per metterla in comune a tutti. Se si,

e voi abbracciatelo come fratello; se no, e voi mettetevi in guardia,

perchè avete da fare con un nemico.

Beppe. — Dunque tu sei _socialista_; questa l'ho capita. Ma che vuol

dire poi _comunista_ e _collettivista_?

Giorgio. — I _comunisti_ ed i _collettivisti_ sono socialisti gli uni

e gli altri, ma hanno idee diverse su quello che si deve fare dopo che

la proprietà sarà messa in comune, e io, se ve ne ricordate, ve ne ho

già detto qualche cosa. I _collettivisti_ dicono che ogni lavorante

o, anche meglio, ogni associazione di lavoranti deve avere la materia

prima e gli strumenti per lavorare, e che ognuno deve essere padrone

del prodotto del proprio lavoro. Fino a che uno è vivo, se lo spende,

o lo conserva, ne fa insomma quello che vuole, meno che servirsene

per far lavorare gli altri per suo conto: quando poi muore, se ha

messo da parte qualche cosa, questa ritorna alla comunità. I suoi

figli hanno naturalmente anche essi i mezzi per poter lavorare e

godere del frutto del lavoro; e lasciarli ereditare sarebbe un primo

passo per tornare alla disuguaglianza ed al privilegio. Per ciò che

riguarda l'istruzione, il mantenimento dei fanciulli, dei vecchi e

degli impotenti, per le strade, per l'acqua, per l'illuminazione e la

nettezza pubblica, per tutte quelle cose insomma che si debbono fare

per conto di tutti, ogni associazione di lavoranti darebbe un tanto per

compensare coloro che disimpegnano questi ufficii.

I _comunisti_ poi vanno più per le spiccie. Essi dicono: poichè, per

andare innanzi bene, bisogna che gli uomini si amino e si considerino

come membri di una sola famiglia; poichè la proprietà deve stare in

comune; poichè il lavoro per essere molto produttivo e per potere

giovarsi delle macchine deve essere fatto da grandi collettività

operaie; poichè, per profittare di tutte le varietà di suolo e di

condizioni atmosferiche, e far sì che ogni luogo produca le cose a cui

è meglio adatto, e per evitare d'altra parte la concorrenza e gli odii

tra i diversi paesi e l'accorrere della gente nei luoghi più ricchi,

è necessario stabilire una solidarietà perfetta tra tutti gli uomini

del mondo, e poichè sarebbe un lavoro del diavolo il distinguere in

un prodotto la parte che spetta ai suoi diversi fattori — facciamo

una cosa, invece di starci a confondere con quello che hai fatto tu

e quello che ho fatto io, lavoriamo tutti o mettiamo ogni cosa in

comune. Così _ognuno darà alla società tutto quello che le sue forze

gli permettono di dare fino a che non vi sieno prodotti sufficienti per

tutti; ed ognuno piglierà tutto quello che gli bisogna, limitandosi,

s'intende, in quelle cose per le quali non si sarà ancora potuta

raggiungere l'abbondanza_.

Beppe. — Piano: prima mi devi spiegare che significa la parola

_solidarietà_, perchè hai detto che vi deve essere _solidarietà_

perfetta tra tutti gli uomini, ed io, bene bene, a dirti la verità, non

l'ho capita.

Giorgio. — Ecco: nella vostra famiglia, per esempio, tutto quello che

guadagnate voi, i vostri fratelli, vostra moglie, i vostri figli, lo

mettete tutto in comune: poi fate la minestra e mangiate tutti, e se

non ce n'è abbastanza, vuol dire che vi stringete la pancia un poco

tutti. Ora, se uno di voi ha una fortuna, o trova a guadagnare di più,

è bene per tutti; se invece uno resta senza lavoro o cade malato, è

male per tutti, perchè certamente tra di voi quegli che non lavora

mangia lo stesso alla tavola comune, e quegli che sta malato è causa

anche di spese maggiori. Così avviene che nella vostra famiglia, invece

di cercare di levarvi il lavoro e il pane l'un l'altro, voi cercate

di ajutarvi, perchè il bene di uno è il bene di tutti, come il male

di uno è il male di tutti. Così si allontanano l'odio e l'invidia e

si sviluppa quell'affetto reciproco, che invece non esiste mai in una

famiglia in cui gl'interessi sieno divisi.

Questa si chiama _solidarietà_. Si tratta dunque di stabilire, fra gli

uomini tutti, gli stessi rapporti che esistono in una famiglia, i cui

membri si vogliano bene davvero.

Beppe. — Ho capito. Ora tornando alla questione di prima, dimmi se tu

sei _comunista_ o _collettivista_.

Giorgio. — Io, per me, sono _comunista_, perchè mi pare che quando

s'ha da essere amici, torni poco conto di esserlo a mezzo. Il

_collettivismo_ lascia ancora i germi della rivalità e dell'odio.

Ma v'è di più. Se ognuno potesse vivere con quello che produce egli

stesso, il _collettivismo_ sarebbe sempre inferiore al _comunismo_,

perchè tenderebbe a tener gli uomini isolati e quindi diminuirebbe

le loro forze ed il loro affetto, ma, tanto quanto, potrebbe andare.

Però siccome, per esempio, il calzolaio non può mangiare scarpe, nè il

fabbro può nutrirsi di ferro, e l'agricoltore non può far da sè tutto

quello che gli occorre e non può nemmeno coltivare la terra senza gli

operai che scavano il ferro e quelli che fabbricano gli strumenti, e

via discorrendo, così sarebbe necessario organizzare lo scambio fra i

diversi produttori, tenendo conto a ciascuno di quello che ha fatto.

Allora avverrebbe necessariamente che il calzolaio, per esempio,

cercherebbe di dare gran valore alle sue scarpe, cioè pretenderebbe per

un paio di scarpe avere quanta più roba vorrebbe, ed il contadino, da

parte sua, potrebbe dargliene il meno possibile. Chi diavolo potrebbe

raccapezzarcisi!? Il _collettivismo_, mi pare, darebbe luogo ad una

quantità di questioni, e si presterebbe sempre a molti imbrogli, che a

lungo andare potrebbero farci tornare al punto di prima: perchè dovete

sapere che l'uomo non ismetterà d'imbrogliare, fino a quando egli non

avrà più interesse a farlo.

Il _comunismo_ invece non dà luogo a nessuna difficoltà: tutti lavorano

e tutti usufruiscono del lavoro di tutti. Bisogna soltanto vedere quali

sono le cose che bisognano perchè tutti sieno soddisfatti, e fare in

modo che tutte queste cose sieno abbondantemente prodotte.

Beppe. — Sicchè in _comunismo_ non ci sarebbe bisogno di moneta?

Giorgio. — Nè di moneta, nè di altro che sostituisca la moneta. Niente

altro che un registro delle cose richieste e delle cose prodotte, per

cercare di tenere sempre la produzione all'altezza dei bisogni.

Fra Contadini · 第 3 / 4 段