Giorgio. — Tutti, perchè tutti, nello stesso tempo che coltiveranno

le lettere e le scienze, dovranno fare anche un lavoro manuale; tutti

debbono lavorare colla testa e colle braccia. Queste due specie di

lavoro, lungi dal nuocersi, si ajutano, perchè l'uomo per star bene

ha bisogno di esercitare tutti i suoi organi, il cervello al pari dei

muscoli. Chi ha l'intelligenza sviluppata ed è abituato a pensare,

riesce meglio anche nel lavoro manuale; e chi sta in buona salute,

come si sta quando si esercitano le braccia in condizioni igieniche, ha

anche la mente più sveglia e più penetrante.

Del resto, poichè le due specie di lavoro sono necessarie, ed una

di esse è più piacevole dell'altra ed è il mezzo col quale l'uomo

acquista coscienza e dignità, non è giusto che una parte degli uomini

sia condannata all'abbrutimento del lavoro esclusivamente manuale,

per lasciare ad alcuni soltanto il privilegio della scienza e quindi

del comando: per conseguenza, lo ripeto, tutti debbono fare e i lavori

manuali e i lavori intellettuali.

Beppe. — Anche questa la capisco; ma tra i lavori manuali ci saranno

sempre quelli pesanti e quelli leggeri, quelli belli e quelli brutti.

Chi vorrà, per esempio, andare a fare il minatore, e a vuotare i cessi?

Giorgio. — Se voi sapeste, caro Beppe, quante invenzioni e quanti

studii si sono fatti e si stanno facendo, voi capireste che oggi,

quando l'organizzazione del lavoro non dipendesse più da coloro che

non lavorano e che per conseguenza badano soltanto all'utile proprio

senza curarsi del benessere dei lavoratori, tutti i mestieri manuali

si potrebbero fare in modo che non avessero più nulla di ripugnante,

di malsano e di troppo faticoso. Quindi si troverebbero sempre dei

lavoratori che volontariamente li preferissero. E questo è oggi.

Figuratevi poi quello che sarebbe quando, dovendo lavorar tutti, le

premure e gli studi di tutti fossero diretti a rendere il lavoro meno

pesante e più piacevole!

E quand'anche vi fossero dei mestieri che persistessero ad essere più

duri di altri, si cercherebbe di compensare le differenze mediante

special vantaggi; senza contare che quando si lavora tutti in comune

per il comune vantaggio, nasce quello spirito di fratellanza e di

condiscendenza, come in una famiglia, in modo che piuttosto che

litigare per risparmiar fatica, ognuno cerca di prendere per sè le cose

più faticose.

Beppe. — Tu hai ragione, ma se tutto questo non succede, come si farà?

Giorgio. — Ebbene, se malgrado tutto vi restassero dei lavori

necessarii, che nessuno volesse fare per propria elezione, allora li

faremmo tutti, un po' per ciascuno, lavorandovi, per esempio, un giorno

nel mese, o una settimana nell'anno, o altrimenti. E se davvero è una

cosa necessaria a tutti, state tranquillo, si troverà sempre il modo

di farla. Non facciamo oggi i soldati per piacere degli altri e non

andiamo a combattere contro gente che non conosciamo e non ci ha fatto

alcun male, o contro i nostri stessi fratelli e amici? Sarà meglio, mi

pare, fare i lavoranti per piacer nostro e per bene di tutti!!

Beppe. — Tu non sai che incominci a persuadermi? Però c'è qualche

cosa che non m'entra ancora bene. Quell'affare di levare la roba ai

signori... non so, ma... non se ne potrebbe fare a meno?

Giorgio. — E come volete fare? Fino a che sta tutto in mano ai signori,

saranno essi che comanderanno e faranno il loro interesse senza curarsi

di noi, come hanno fatto da che mondo è mondo. Ma poi, perchè non vi

c'entra di levare la roba ai signori? Credete forse che sarebbe una

cosa ingiusta, una cattiva azione?

Beppe. — No; veramente dopo quello che mi hai detto, mi pare invece

che sarebbe una santa cosa, perchè levando la roba ai signori,

ripiglieremmo il sangue nostro che essi ci succhiano da tanto tempo. E

poi, se la leviamo a loro non è già per pigliarcela noi; è per metterla

in comune e per fare star tutti bene, non è vero?

Giorgio. — Senza dubbio, anzi se voi considerate bene la cosa vedrete

che gli stessi signori ci guadagnerebbero. Certamente dovrebbero

smettere di comandare, di fare i prepotenti e gli oziosi. Dovrebbero

lavorare, ma il lavoro, quando fosse fatto con l'ajuto delle macchine

e con grande cura del benessere dei lavoratori, si ridurrebbe ad un

utile e piacevole esercizio. Non vanno a caccia ora i signori? non

fanno le corse, la ginnastica e tanti esercizii che dimostrano che il

lavoro muscolare è una necessità ed un piacere per tutti gli uomini che

sono sani e mangiano bene? Si tratta dunque di fare per la produzione

quel lavoro che fanno oggi per puro divertimento. E quanti vantaggi

non risentirebbero i signori stessi dal benessere generale e dalla

progredita civiltà! Guardate per esempio nel nostro paese: quei pochi

signori che ci sono, sono ricchi, fanno i principotti; ma intanto le

strade sono brutte e sporche per loro come per noi; l'aria cattiva

che esce dalle nostre case e dai pantani delle vicinanze ammorba

anche loro; il colera, che viene per la miseria di genti lontane e si

propaga per la miseria nostra, colpisce spesso anche loro; la nostra

ignoranza fa sì che essi pure s'abbrutiscano. Come potrebbero fare

colle loro ricchezze private a bonificare il paese, a far le strade

ed illuminarle? Come eviterebbero le adulterazioni dei generi di

consumo? Come potrebbero usufruire di tutti i progressi della scienza

e dell'industria? Tutte cose che quando fossero fatte col concorso di

tutti si farebbero facilissimamente. E la loro stessa vanità, come può

essere soddisfatta quando la loro società si restringe in pochi?

E tutto questo, senza contare il pericolo continuo di una schioppettata

che arrivi loro di dietro a una siepe, e la paura di una rivoluzione, e

il pensiero di una disgrazia che li riduca alla miseria ed esponga le

loro famiglie alla fame, al delitto, alla prostituzione, come vi sono

esposte le nostre!

Dunque vedete bene che non solo, col levar la roba ai signori, noi non

lediamo i loro diritti, ma facciamo loro un gran bene.

È vero che i Signori non la capiscono e non la capiranno mai, perchè

vogliono comandare, e credono che i poveri sieno fatti di un'altra

pasta; ma che ci possiamo fare noi? Se non ci si vogliono accomodare

colle buone, tanto peggio per loro; ci si accomoderanno colle cattive.

Beppe. — Queste sono sante verità: ma è una cosa difficile assai a

farsi. Non si potrebbe mo' cercare di far le cose d'accordo, a poco

a poco? Lasciamo la roba a quelli che l'hanno, a patto però che

aumentassero le paghe e ci trattassero come uomini. Così, gradatamente,

potremmo mettere da parte qualche cosa, comprare anche noi un pezzo

di terra al sole, e poi, quando fossimo proprietarii tutti, mettere

ogni cosa in comune e fare come dici tu. Ho inteso uno, una volta, che

diceva qualche cosa di simile.

Giorgio. — Sentite: per far le cose d'accordo non ci sarebbe che un

sol mezzo, quello che i proprietarii si persuadessero a rinunziare alle

loro proprietà; perchè è certo che quando uno la dà una cosa, non si ha

bisogno di levargliela per forza. Ma a questo non c'è da pensarci, voi

lo sapete.

Fino a che vi sarà la proprietà individuale, cioè fino a che la terra

e tutto il resto, invece di appartenere a tutti, apparterrà a Tizio

o a Sempronio, vi sarà sempre miseria, anzi più si andrà innanzi e

più si starà male. Colla proprietà individuale ognuno cerca di tirare

l'acqua al suo mulino, ed i proprietarii non solo cercano di dare al

lavorante il meno che possono, ma si fanno la guerra anche tra di

loro. In generale, ognuno cerca di vendere la sua mercanzia il più

che può, e ogni compratore da parte sua cerca di comprare al minor

prezzo possibile. Allora che succede? I proprietarii, i fabbricanti,

i negozianti più ricchi, siccome hanno mezzi per fabbricare e comprare

all'ingrosso, per provvedersi di macchine, per profittare di tutte le

condizioni favorevoli che si producono sul mercato, e per aspettare,

ove occorra, il momento opportuno per la vendita, o magari per vendere

a perdita per qualche tempo, finiscono col ridurre alla liquidazione

o al fallimento i proprietarii ed i negozianti più deboli, i quali di

mano in mano cadono in povertà, e debbono, essi o i loro figli, andare

a lavorare a giornata. Così (è una cosa che si vede ogni giorno) i

padroni che lavorano, da soli o con pochi operai, in piccole officine

debbono, dopo una lotta dolorosa, chiuder bottega e andare a cercar

lavoro nelle grandi fabbriche; i piccoli proprietarii, che non riescono

nemmeno a pagar le tasse, debbono vendere casa e campicello ai grandi

proprietarii, e così via via. In modo che se qualche proprietario di

buon cuore volesse migliorare la condizione dei suoi lavoranti, egli

non farebbe altro che mettersi in condizione da non poter più sostenere

la concorrenza e dover fallire.

D'altra parte i lavoranti, spinti dalla fame, debbono farsi la

concorrenza tra di loro, e siccome ci sono più braccia disponibili

che richieste di lavoro (non già perchè il lavoro non occorrerebbe,

ma perchè i padroni non hanno interesse a far lavorare di più) così

debbono strapparsi il pane di bocca l'un l'altro; e se tu lavori per

guadagnare due, trovi sempre quello che lavorerebbe pur di guadagnare

uno.

In tal modo, ogni progresso diventa una disgrazia. S'inventa una nuova

macchina: subito resta senza lavoro un gran numero di operai, i quali,

non guadagnando, non possono consumare, e quindi indirettamente levano

il lavoro ad altri ancora. In America si mettono a coltura molte terre

e si produce molto grano: i proprietari di là, senza occuparsi, questo

s'intende, se in America la gente mangia secondo il proprio appetito,

per guadagnare di più mandano il grano in Europa. Qui il grano

ribassa, ma i poveri, invece di star meglio, stanno peggio, perchè

i proprietarii, non trovandovi più la loro convenienza con il grano

così a buon mercato, non fanno più coltivare la terra, oppure fanno

coltivare solo quella piccola parte dove il suolo è più produttivo,

e perciò gran parte dei contadini restano disoccupati. Il grano costa

poco, è vero, ma la povera gente non guadagna nemmeno quei pochi, che

ci vogliono per comprarlo.

Beppe. — Ah! ora capisco. Io avevo inteso dire che non volevano

far venire il grano di fuori, e mi sembrava una grande birbonata

il rifiutare così la grazia di Dio; credevo che i signori volessero

affamare il popolo. Ma ora veggo che la loro ragione l'avevano.

Giorgio. — No, no, perchè, se il grano non viene, è male per un altro

verso. I proprietarii allora, non temendo la concorrenza estera,

vendono la roba quanto piace a loro, e...

Beppe. — Dunque?

Giorgio. — Dunque? dunque l'ho detto: bisogna mettere tutto in comune

a benefizio di tutti. Allora, più roba c'è, e più si sta bene. Se

s'inventano nuove macchine, o si fabbrica di più o si lavora meno,

secondo i casi, ed è sempre tanto di guadagnato; e se in un paese

hanno, par esempio, troppo grano e ce lo mandano a noi e noi mandiamo

agli altri quelle cose che avanzano a noi, sarà tutto benessere

acquistato per noi e per gli altri.

Beppe. — Dimmi un po'... e se si facesse a mezzo coi proprietarii?

Essi metterebbero la terra e il capitale, e noi il lavoro; e poi si

spartirebbe il prodotto. Che ne dici?

Giorgio. — Prima di tutto dico che se vorreste spartire voi, non

vorrebbe spartire il vostro padrone. Bisognerebbe adoperar la forza,

e tanto ci vorrebbe per obbligarlo a spartire, quanto per fargli

lasciar tutto. Allora, perchè fare le cose a mezzo e contentarsi di un

sistema che lascia sussistere l'ingiustizia ed il parassitismo, e che

inceppa l'aumento generale della produzione, che è pure una cosa tanto

necessaria?

Poi domando, con che diritto alcuni uomini, senza lavorare, si

dovrebbero prendere la metà di quello che producono tutti i lavoratori?

E, come vi ho detto, non solo bisognerebbe dare la metà del prodotto

ai padroni, ma lo stesso prodotto totale sarebbe di molto inferiore

a quello che potrebbe essere; perchè quando esiste la proprietà

individuale, la produzione è inceppata e fuorviata dall'interesse

privato, dalla concorrenza e dalla mancanza di organizzazione, e

così si viene a produrre molto meno di quel che si farebbe quando il

lavoro fosse fatto in comune e guidato dall'interesse generale dei

produttori e dei consumatori. È la stessa cosa che per alzare un masso:

cento uomini ci si provano uno dopo l'altro e non ci riescono, nè ci

riuscirebbero se ci si mettessero tutti insieme ma ognuno tirasse per

suo conto e cercasse di contrariare gli sforzi degli altri. Invece

due o quattro persone, che agiscano contemporaneamente combinando i

loro sforzi e servendosi di leve ed altri arnesi opportuni, lo alzano

senza fatica. Se uno si mette a fare uno spillo, chi sa se ci riesce in

un'ora; dieci uomini insieme ne fanno migliaja e migliaja per giorno.

E più si va innanzi, più si scoprono macchine, e più il lavoro deve

essere fatto in comune, se si vogliono mettere a profitto i nuovi

progressi.

A questo proposito voglio rispondere ad una obbiezione, che ci fanno

molto di sovente.

Gli economisti (che sono certa gente, la quale pagata o no, mette

insieme, sotto il nome di scienza, una quantità di corbellerie e

di menzogne per dimostrare che i signori hanno il diritto di vivere

sul lavoro degli altri) gli economisti e tutti i sapientoni a pancia

piena dicono spesso che non è vero che la miseria c'è a causa che

i proprietarii si pigliano ogni cosa per loro, ma perchè i prodotti

sono pochi, e non bastano per fare star tutti bene. Dicono così, per

conchiudere che della miseria nessuno ci ha colpa, e che non occorre nè

giova rivoltarsi. Il prete vi tiene docili e sommessi, dicendovi che

tale è la volontà di Dio; gli economisti dicono che tale è la legge

di natura. Ma non ci credete: è vero bensì che i prodotti attuali

dell'agricoltura e dell'industria sarebbero insufficienti per dare

a tutti un nutrimento buono ed abbondante e tutti quegli agi di cui

oggi godono appena pochissimi; ma questo è colpa dell'attuale sistema

sociale, perchè i padroni non si curano dell'interesse generale, e

fanno produrre soltanto quando ci hanno il loro tornaconto, e spesso

distruggono anche le cose prodotte per evitare il ribasso dei prezzi.

Infatti, non vedete che mentre dicono che c'è poca roba, poi lasciano

tante terre incolte e tanti operai senza lavoro?

Ma ecco che vi rispondono che anche se tutte le terre fossero messe a

coltura e tutti gli uomini lavorassero coi migliori sistemi conosciuti,

la miseria ritornerebbe lo stesso, perchè, la produttività della terra

essendo limitata, e gli uomini potendo fare un numero grandissimo

di figli, si arriverebbe presto a un punto in cui la produzione

dei generi alimentari resterebbe stazionaria, mentre la popolazione

crescerebbe indefinitamente, e la carestia con essa. Perciò, dicono,

l'unico rimedio ai mali sociali è che i poveri non facciano figli, o ne

facciano soltanto quei pochi, che possono allevare discretamente.

Molto ci sarebbe da discutere su questa questione in quanto riguarda

il lontano avvenire. V'è chi sostiene, e con buone ragioni, che

l'aumento della popolazione trova un limite nella natura stessa, senza

che vi sia bisogno di ricorrere a freni artificiali, volontarii o no.

Pare che collo svilupparsi della razza, coll'elevarsi delle facoltà

intellettuali, coll'emancipazione della donna e col crescere del

benessere i bisogni generativi naturalmente diminuiscano. Ma queste

sono questioni che oggi non hanno nessuna importanza pratica, e nessun

legame colle cause attuali della miseria.

Oggi non è questione di popolazione, ma questione di organizzazione

sociale; ed il rimedio di non far figliuoli non rimedierebbe proprio

a nulla. Infatti vediamo che nei paesi dove la terra è abbondante e

la popolazione e scarsa, data ogni altra condizione uguale, vi è tanta

miseria quanta nei paesi in cui la popolazione è densa, e spesso anche

di più. Oggi la produzione, malgrado tutti gli ostacoli derivanti

dalla proprietà privata, cresce più rapidamente della popolazione, e

l'inasprirsi della miseria dipende dalla sovrabbondanza di produzione,

relativamente ai mezzi per consumare che hanno i poveri. E voi vedete

che gli operai restano a spasso perchè i magazzini sono pieni dei

generi che essi hanno prodotto, e che non trovano compratori. Le

terre che già erano in coltura sono lasciate incolte e rimesse a

bosco, perchè c'è troppo grano, i prezzi ribassano ed i proprietarii

non trovano più convenienza a far coltivare, nulla curandosi che i

contadini restano senza lavoro e senza pane.

Dunque bisogna prima di tutto cambiare l'organizzazione sociale,

mettere tutta la terra a coltura, organizzare la produzione e

la consumazione nell'interesse di tutti, lasciar campo libero

all'attuazione di tutti i progressi conseguiti e da conseguirsi,

occupare tutta l'immensa parte del mondo ancora disabitata o quasi; —

e quando poi, malgrado tutte le previsioni ottimiste, si vedesse che

realmente la popolazione tende a diventare troppo numerosa, allora

solo sarebbe il caso, per gli uomini che vivranno in quell'epoca,

di pensare ad imporsi un limite nella procreazione. Ma questo limite

dovrebbero imporselo tutti, senza eccezione per un piccolo numero di

uomini, i quali, non contenti di vivere nella abbondanza col lavoro

degli altri, vorrebbero, soli, avere il diritto illimitato di far

figli. Del resto, fino a che vi saranno poveri, questi il limite nella

procreazione non se lo imporranno mai, sia perchè non hanno altra gioja

che quella di generare, sia perchè non possono pensare alla scarsezza

assoluta dei prodotti, quando hanno sotto gli occhi una causa più

immediata di miseria, cioè il padrone che si fa la parte del leone. Più

uno è disgraziato, più uno è incerto del domani, e più è naturalmente

imprevidente e noncurante. Solo quando tutto sarà di tutti, e tutti

soffrissero egualmente se vi fosse scarsezza di alimenti, solo allora

gli uomini potranno, ove sia necessario, imporsi volontariamente un

limite, che nessun potere umano riuscirebbe ad imporre per forza.

Ma torniamo alla questione della divisione del prodotto tra il

proprietario ed il lavoratore. Che cosa dareste a quelli che non hanno

lavoro? i proprietarii, fino a che sono proprietarii, non possono

essere obbligati ad impiegare la gente di cui non hanno bisogno!

Questo sistema, che è chiamato _partecipazione_ o _mezzadria_, ci

stava altravolta, per il lavoro dei campi, in molte parti dell'Europa

meridionale, e ancora oggi ci sta in qualche parte d'Italia, come in

Toscana. Ma a poco a poco è andato sparendo e sparirà anche di Toscana,

perchè i proprietarii trovano più vantaggio a far lavorare a giornata.

Oggi poi, colle macchine, coll'agricoltura scientifica e colla roba

che viene di fuori, adottare la grande coltura coi lavoranti a salario

è diventato pei proprietarii una vera necessità; e quelli che non lo

faranno a tempo saranno ridotti alla miseria dalla concorrenza.

In conclusione, per non farvela più lunga, se si continua con il

sistema attuale, si arriverà a questi resultati: la proprietà si

concentra sempre più in mano a pochi, e il lavorante è gradatamente

gettato sul lastrico dalle macchine e dai metodi accelerati di

produzione. Così avremo pochi grossi signori padroni del mondo, pochi

lavoranti addetti al servizio delle macchine, e poi domestici e birri

per servire e difendere i signori. La massa, o morirà di fame, o vivrà

di elemosina. S'incomincia a vedere fin da ora: la piccola proprietà

sparisce, gli operai senza lavoro aumentano, ed i signori, per paura

o per pietà di tutta questa gente che morrebbe di fame, organizzano le

cucine economiche ed altre opere cosiddette di beneficenza.

Se il popolo non vorrà esser ridotto a mendicare un piatto di minestra

alla porta dei signori o del municipio, come altra volta alla porta

dei conventi, non ha che un mezzo: impossessarsi della terra e delle

macchine, e lavorare per proprio conto.

Beppe. — Ma se il governo facesse delle buone leggi per obbligare i

signori a non far soffrire la povera gente?

Giorgio. — Siamo sempre da capo. Il governo è composto dai signori, e

non c'è dubbio che i signori vogliano far delle leggi contro di loro.

E quando giungessero a comandare i poveri, perchè far le cose a mezzo e

lasciare ai signori tanto in mano da poter poi rimetterci il piede sul

collo? Perchè, voi lo capite bene, dovunque vi sono ricchi e poveri,

i poveri possono schiamazzare un momento, in tempo di sommossa, ma poi

sono sempre i ricchi che finiscono col comandare. Perciò, se riusciamo

a essere per un momento i più forti, leviamo subito la roba ai ricchi,

e così questi non avranno più mezzo di far ritornare le cose come

prima.

Beppe. — Ho bell'e capito. Bisogna fare una buona _repubblica_. Far

tutti pari, e poi chi lavora mangia e chi non lavora si gratta la

pancia... Ah! mi dispiace che son vecchio. Beati voi giovanotti, che

vedrete questi bei tempi.

Giorgio. — Adagio, amico. Voi per _repubblica_ intendete rivoluzione

sociale, e quindi, per chi sa comprendere il vostro pensiero, avete

perfettamente ragione. Ma vi esprimete di molto male, perchè repubblica

non significa niente affatto quello che intendete voi. Mettetevi

in mente che la repubblica è un governo tale e quale come questo

che ci sta ora, solamente invece di un re ci sta un presidente, o

magari non ci sta nemmeno il presidente e fanno ogni cosa i ministri.

Levato il re, il governo si chiama sempre repubblica, ci fosse pure

l'inquisizione, la tortura, la schiavitù! Se poi volete la repubblica

bella bella, come dicono di volerla fare in Italia, alla soppressione

del re dovete aggiungere i seguenti cambiamenti: invece di due camere,

ce ne sarà una sola, cioè solamente quella dei deputati, ed il voto,

invece di darlo solamente quelli che hanno quattrini o sanno leggere e

scrivere, lo daranno tutti.

E non c'è altro, sapete, perchè tutto il resto, come per esempio quella

di non far più il soldato, di pagar poche tasse, di aver molte scuole,

di proteggere i poveri, sono tutte promesse che saranno mantenute... se

piacerà ai signori deputati. E in quanto a promettere, non c'è bisogno

dei repubblicani, perchè anche ora, quando i candidati hanno bisogno

di essere eletti, promettono mari e monti, e poi, dopo eletti, chi s'è

visto s'è visto.

D'altronde son tutte chiacchiere; fino a quando ci saranno ricchi

e poveri, comanderanno sempre i ricchi. Ci sia la repubblica, o

la monarchia, i fatti che derivano dalla proprietà individuale

saranno sempre gli stessi. La concorrenza regola tutti i rapporti

economici, quindi la proprietà si concentra in poche mani, le macchine

sostituiscono gli operai, e le masse saranno ridotte, come vi ho detto,

a morire di fame o a vivere di elemosina.

E poi già si vede. Di repubbliche ce ne sono state e ce ne stanno

tante, e mai hanno apportato un miglioramento nelle condizioni del

popolo.

Beppe. — Guarda, guarda che sento! Ed io che credevo che repubblica

significasse che si deve essere tutti eguali!

Giorgio. — I repubblicani dicono così, e si poggiano su questo

ragionamento. In repubblica, essi dicono, i deputati, che fanno

leggi, sono eletti da tutto il popolo; perciò, quando il popolo non è

contento, manda deputati migliori e tutto s'accomoda: anzi, siccome i

poveri sono la gran maggioranza, in fondo sono essi che comandano. Ma

il vero fatto è tutt'altro. I poveri, i quali appunto perchè poveri

sono anche ignoranti e superstiziosi, votano come vogliono i preti e i

padroni, e voteranno sempre così, fino a che non avranno indipendenza

economica, e coscienza chiara dei loro interessi.

Fra Contadini · 第 2 / 4 段