volessero lavorare, ma io v'ho già detto le ragioni per cui il lavoro,
che oggi è una pena tanto grave, diventerà un piacere e nello stesso
tempo un obbligo morale, che solamente un pazzo potrebbe rifiutarsi
di adempiere. E vi ho detto pure che, a peggio andare, se per effetto
della cattiva educazione che abbiamo avuta, e per qualche privazione a
cui si dovrebbe sottostare prima che la nuova società fosse organizzata
per bene e la produzione accresciuta in proporzione dei nuovi bisogni,
se, dico, vi fossero di quelli che non vogliono lavorare e ve ne
fossero tanti da creare imbarazzi, tutto si ridurrebbe a scacciarli
dalla comunanza, dando loro materia e strumenti per lavorare a conto
loro. Così, se volessero mangiare, si metterebbero a lavorare. Ma voi
vedrete che questi casi non si daranno.
Del resto, quello che noi vogliamo fare per forza è la messa in comune
del suolo, della materia prima, degli strumenti da lavoro, delle case
e di tutte le ricchezze che esistono ora. In quanto poi al modo di
organizzarsi e di distribuire la produzione, il popolo farà quello
che vorrà, tanto più che altro è dire, altro è fare, e che solamente
all'atto pratico si può vedere qual è il sistema migliore. Anzi si
può prevedere quasi con certezza che in alcuni posti si stabilirà il
comunismo, in altri il collettivismo, in altri qualche altra cosa: e
poi, quando si sarà visto chi si trova meglio, a poco a poco, tutti
quanti accetteranno lo stesso sistema.
L'essenziale, ricordatelo bene, è che nessuno incominci a voler
comandare sugli altri, e ad impadronirsi della terra e degli strumenti
da lavoro. A questo bisogna stare attenti, per impedirlo, se avvenisse,
magari a colpi di fucile: il resto camminerà da sè.
Beppe. — E anche questa l'ho capita. Dimmi adesso che cosa è
l'_Anarchia_.
Giorgio. — _Anarchia_ significa senza governo. Non vi ho detto io
che il governo non serve ad altro che a difendere i signori, e che,
quando si tratta degl'interessi nostri, il meglio è di badarci da
noi senza che alcuno ci comandi? Invece di nominare dei deputati e
dei consiglieri comunali, che poi vanno a fare e disfare leggi, alle
quali ci tocca ubbidire, noi tratteremmo da noi stessi le cose nostre,
decideremmo il da farsi; e, quando per mettere in esecuzione le
nostre deliberazioni, ci fosse bisogno d'incaricare qualcuno, noi lo
incaricheremmo di fare così e così e non altrimenti. Se si trattasse di
cose che non si possono stabilire prima, allora incaricheremmo quelli
che ne sono capaci, di vedere, studiare, proporre; in ogni modo niente
sarebbe fatto senza la nostra volontà. Così i nostri delegati, invece
di essere degli individui a cui abbiamo dato il diritto di comandarci
su tutte le cose, su cui piace loro far delle leggi, sarebbero persone
scelte apposta e fra le più capaci in ogni singola faccenda; che non
avrebbero nessuna autorità e solamente il dovere di eseguire quello che
gl'interessati vorrebbero: insomma si incaricherebbe uno di organizzare
le scuole, per esempio, o di tracciare una strada, o di provvedere allo
scambio dei prodotti, come s'incarica un calzolaio di fare un pajo di
scarpe.
Questo è l'_anarchia_. Del resto, se volessi spiegarvi tutto, dovrei
parlare su questo solo argomento tanto quanto ho parlato su tutto il
resto. Un'altra volta ne parleremo a lungo.
Beppe. — Sta bene, ma dammi intanto qualche altra spiegazione. Che
vuoi? oramai mi hai messo la voglia addosso!
Mi devi spiegare come mai potrei intendermi io, che sono un povero
ignorante, di tutte quelle cose che chiamano la politica, e fare da me
quello che fanno i ministri ed i deputati.
Giorgio. — O che cosa fanno di buono i ministri ed i deputati, perchè
voi abbiate a lamentarvi di non saperlo fare?! Fanno le leggi ed
organizzano la forza per tenere sottoposto il popolo e garentire lo
sfruttamento esercitato dai proprietarii: ecco tutto. Di questa scienza
noi non abbiamo bisogno.
È vero che i ministri ed i deputati si occupano pure di tante cose,
che sono buone e necessarie; ma mischiarsi di una cosa, per volgerla
a profitto di una data classe di persone o per incepparne lo sviluppo
con regolamenti inutili e vessatorii, non vuol dire farla. Per esempio,
quei signori si ingeriscono nelle cose ferroviarie; ma per costruire ed
esercitare una ferrovia non v'è niente affatto bisogno di loro, come
non v'è bisogno degli azionisti: bastano gl'ingegneri, i meccanici e
gli operai ed impiegati di tutte le categorie, e questi ci resteranno
sempre, anche quando ministri, deputati ed altri parassiti saranno
completamente spariti.
Così per la posta, per il telegrafo, per la navigazione, per
l'istruzione pubblica, per gli ospedali: tutte cose che sono fatte
da lavoratori di ogni sorta, come impiegati postali e telegrafici,
marinai, maestri, medici, e nelle quali il governo c'entra soltanto per
inceppare, guastare e sfruttare.
La politica, come s'intende e si fa dalla gente di governo, è per
noi un'arte difficile, perchè si occupa di tutte cose che, per noi
lavoratori, non sanno nè di sale nè di pepe, e perchè non ha nulla
che vedere cogl'interessi reali delle popolazioni, ch'essa si occupa
soltanto d'ingannare e dominare. Se invece si trattasse di soddisfare,
nel miglior modo possibile, ai bisogni del popolo, allora la cosa
sarebbe ben più difficile per un deputato che per noi.
Infatti, che cosa volete che sappiano i deputati, che stanno a Roma,
dei bisogni di tutte le città e borgate d'Italia? Come volete mai che
della gente, che in generale ha perduto il suo tempo col latino e col
greco, e lo perde ora con peggiori inutilità, si possa intendere degli
interessi dei varii mestieri? Le cose andrebbero altrimenti se ognuno
si occupasse delle cose che sa, e dei bisogni che sente e che vede.
Fatta la rivoluzione, bisogna incominciare dal basso e andare all'alto.
Il popolo si trova diviso in comuni ed in ciascun comune vi sono i
diversi mestieri, che subito, per l'effetto dell'entusiasmo e sotto
l'impulso della propaganda, si costituiranno in associazioni. Ora,
degl'interessi del vostro comune e del vostro mestiere chi se ne
intende meglio di voi?
Quando poi si tratterà di mettere d'accordo più comuni, più mestieri,
i delegati respettivi porteranno in apposite assemblee i voti dei
loro mandanti e cercheranno di armonizzare i varii bisogni ed i varii
desiderii. Le deliberazioni saranno sempre soggette al controllo
ed all'approvazione dei mandanti, in modo che non c'è pericolo che
gl'interessi del popolo sieno posti in oblio.
E così, di mano in mano, si procederà fino all'accordo di tutto il
genere umano.
Beppe. — Ma se in un paese o in un'associazione v'è chi l'intende in un
modo e chi in un altro, allora come si fa? Vincono quelli che sono di
più, non è vero?
Giorgio. — Per diritto no, perchè in faccia alla verità ed alla
giustizia il numero non conta niente, e spesso uno solo può avere
ragione contro cento e contro centomila. In pratica si fa come si
può: si fa di tutto per conseguire l'unanimità, e quando questo fosse
impossibile, si voterebbe e si farebbe come vuole la maggioranza,
oppure si rimetterebbe la decisione a terze persone che farebbero da
arbitri, salvo sempre però l'inviolabilità dei principii di uguaglianza
e di giustizia su cui si regge la società.
Notate però che le questioni sulle quali non si potrà mettersi
d'accordo senza ricorrere al voto o all'arbitrato, saranno poche
e di poca importanza, perchè non vi saranno più le divisioni di
interessi che vi sono oggi, perchè ognuno potrà scegliersi il paese
e l'associazione, vale a dire i compagni con cui meglio se la dice, e
soprattutto perchè si tratterà sempre di decidere sopra cose chiare,
che ognuno può comprendere, e che appartengono piuttosto al campo
positivo della scienza che a quello mobile delle opinioni. E più si
andrà innanzi e più il voto diventerà cosa inutile ed antiquata, anzi
ridicola affatto, poichè quando si sarà trovato, mediante l'esperienza,
qual è in un dato problema la soluzione che meglio soddisfa ai bisogni
di tutti, allora bisognerà dimostrare e persuadere, non già schiacciare
con una maggioranza numerica l'opinione avversaria. Per esempio, non
vi farebbe ridere oggi il chiamare i contadini a votare sull'epoca in
cui si deve seminare il grano, quando questa è una cosa già accertata
dall'esperienza? E se non lo fosse ancora, ricorrereste al voto o
all'esperienza?
Così avverrà di tutte le cose che riguardano la utilità pubblica e
privata.
Beppe. — Ma se nullameno vi fossero di quelli, che per un capriccio
qualunque volessero opporsi ad una deliberazione presa nell'interesse
di tutti?
Giorgio. — Allora naturalmente bisognerebbe ricorrere alla forza,
poichè, se non è giusto che le maggioranze opprimano le minoranze, non
è nemmeno giusto il contrario; e come le minoranze hanno il diritto
d'insurrezione, le maggioranze hanno quello di difesa, o, se la parola
non v'offende, di repressione.
Non dimenticate però che sempre e dappertutto gli uomini hanno il
diritto imprescrittibile alle materie prime ed agl'istrumenti di
lavoro, sicchè possono sempre separarsi dagli altri e restare liberi
e indipendenti. È vero che questa non è una soluzione soddisfacente,
perchè così i dissidenti resterebbero privati di molti vantaggi
sociali che l'individuo isolato o il gruppo non basta a produrre, e
che domandano il concorso di tutta una grande collettività... ma che
volete? gli stessi dissidenti non saprebbero pretendere che la volontà
di molti fosse sacrificata a quella di pochi.
Persuadetevi, al di fuori della solidarietà, al di fuori dell'amore,
al di fuori della mutua assistenza, e, quando occorre, del mutuo
compatirsi e sopportarsi, non v'è che la tirannia o la guerra civile;
ma siate sicuro però che, siccome tirannia e guerra civile sono cose
che fanno male a tutti, gli uomini, non appena saranno arbitri dei loro
destini, si avvieranno verso la solidarietà, in cui soltanto possono
realizzarsi i nostri ideali, e per essi la pace, il benessere e la
libertà universale.
Notate pure che il progresso, mentre tende a solidarizzare sempre più
gli uomini tra di loro, tende anche a renderli sempre più indipendenti
e capaci di bastare a loro stessi. Per esempio: oggi per viaggiare
rapidamente sopra terra bisogna ricorrere alle ferrovie, le quali
richiedono, per essere costruite ed esercitate, il concorso di gran
numero di persone; sicchè ciascuno è obbligato, anche in anarchia,
ad adattarsi al tracciato, all'orario ed alle altre regole che la
maggioranza crede migliore. Se però domani s'inventa una locomotiva che
un uomo solo può condurre, senza pericolo nè per lui nè per gli altri,
sopra una strada qualunque, ecco che non c'è più bisogno di tener
conto, in questa questione, del parere altrui, e ciascuno può viaggiare
per dove gli pare ed all'ora che gli pare.
E così per mille altre cose che si potrebbero fare fin da ora, o che
in avvenire si troverà il mezzo di fare; sicchè si può dire che la
tendenza del progresso è verso un genere di relazione tra gli uomini
che si può definire colla formula: _solidarietà morale ed indipendenza
materiale_.
Beppe. — Va bene. Dunque tu sei _socialista_ e tra i socialisti
sei _comunista_ e _anarchico_. Perchè mo' ti chiamano anche
_internazionalista_?
Giorgio. — I socialisti sono stati chiamati _internazionalisti_
perchè la prima grande manifestazione del socialismo moderno è stata
l'_Associazione internazionale dei Lavoratori_, che per abbreviazione
si chiamava _L'Internazionale_. Quest'associazione, surta nel 1864,
collo scopo di unire gli operai di tutte le nazioni nella lotta per
l'emancipazione economica, aveva al principio un programma molto
indeterminato. Poscia nel determinarsi si divise in varie frazioni,
e la sua parte più avanzata giunse fino a formulare e propugnare i
principii del socialismo anarchico, che io ho cercato di spiegarvi.
Ora quest'associazione è morta, in parte perchè perseguitata e
proscritta, in parte per le divisioni intestine e per le varie
opinioni che se ne contrastavano il campo. Da essa però sono nati
e il grande movimento operajo che ora agita il mondo, e i varii
partiti socialisti dei diversi paesi, e il _partito internazionale
socialista-anarchico-rivoluzionario_ che ora si va organando per dare
il colpo mortale al mondo borghese.
Questo partito ha per iscopo di propagare con tutti i mezzi possibili
i principii del socialismo anarchico; di combattere ogni speranza
nelle concessioni volontarie dei padroni o del governo e nelle riforme
graduali e pacifiche; di risvegliare nel popolo la coscienza dei suoi
diritti e lo spirito di rivolta, e spingerlo ed ajutarlo a fare la
rivoluzione sociale, vale a dire a distruggere il potere politico, cioè
il governo, e a mettere in comune tutte le ricchezze esistenti.
Fa parte di questo partito chi ne accetta il programma e vuol
combattere, insieme agli altri, per la sua attuazione. Il partito non
avendo capi ed autorità di nessuna specie ed essendo tutto fondato
sull'accordo spontaneo e volontario tra combattenti per la stessa
causa, ciascuno conserva piena libertà di unirsi più intimamente con
chi meglio crede, di praticare quei mezzi che crede preferibili, e di
propagare le sue idee particolari, purchè non si metta per nulla in
contraddizione col programma e colla tattica generale del partito; nel
qual caso non potrebbe più essere considerato quale membro del partito
stesso.
Beppe. — Perciò tutti quelli che accettano i principii socialisti-
anarchici-rivoluzionarii sono membri di questo partito?
Giorgio. — No, perchè uno può essere perfettamente d'accordo col nostro
programma, ma può, per una ragione o per l'altra, preferire di lottare
da solo o d'accordo con pochi, senza contrarre vincoli di solidarietà
e di cooperazione effettiva con la massa di quelli che accettano il
programma. Questo può anche essere un metodo buono per certi individui
e per certi fini immediati che uno può proporsi; ma non può accettarsi
come metodo generale, perchè l'isolamento è causa di debolezza e crea
antipatie e rivalità là dove si ha bisogno di affratellamento e di
concordia. In ogni modo noi consideriamo sempre come amici e compagni
tutti quelli che in qualunque modo combattono per le idee per le quali
combattiamo noi.
Vi possono essere poi quelli che sono convinti della verità dell'idea,
e nullameno se ne stanno a casa loro, senza occuparsi di propagare
quello che credono giusto. A costoro non si può dire che non sieno
socialisti e anarchici d'idea, poichè pensano come noi; ma è certo che
debbono avere una convinzione molto debole o un animo molto fiacco;
perchè quando uno vede i mali terribili che affliggono sè stesso ed i
suoi simili e crede di conoscere il rimedio per metter fine a questi
mali, come può fare, se ha un po' di cuore, a starsene tranquillo?
Colui che non conosce la verità non è colpevole: ma lo è grandemente
chi la conosce e fa come se l'ignorasse.
Beppe. — Hai ragione, ed io appena avrò un po' riflettuto su quello che
mi hai detto e mi sarò persuaso per bene, voglio entrare anche io nel
partito e mettermi a propagare queste sante verità — e se poi i signori
chiameranno anche me birbante e malfattore, dirò loro che vengano a
lavorare e a soffrire come faccio io, e poi avranno diritto di parlare.
Biblioteca della Questione Sociale
P. GORI Gli Anarchici e l'Art. 248 Cent 5.
A. HAMON Gli uomini e le teorie dell'Anarchia » 5.
E. RECLUS A mio fratello contadino » 5.
Canti Anarchici Rivoluzionari » 5.
E. MALATESTA Fra Contadini » 10.
RITRATTO DI MICHELE ANGIOLILLO » 10.
Di prossima pubblicazione:
JOHN MOST, LA PESTE RELIGIOSA.
G. ETIEVANT, DICHIARAZIONI.
P. KROPOTKIN, LE PAROLE DI UN RIBELLE.
Dirigere richieste, accompagnate da relativo importo, alla QUESTIONE
SOCIALE, Paterson, New Jersey, U. S. of America.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.