XIV.

Mimì Carfo diventa sempre più inquieta sul conto del signor D'Orea;

Remigia, invece, diventa sempre più tranquilla sul conto del generale

D'Entracques. Ella è di buon umore, attiva, vivacissima, adora Roma.

— Com'è bella Roma, anche d'estate! Così sparsa di verde è meno

classica, ma è assai più poetica e pittoresca. D'inverno sento la

vecchia Roma classica dei Cesari... D'estate, la Roma giovane, nostra,

dell'amore e dei poeti!

Di suo marito, non si occupa più, e anche il sottosegretario

_Rabbagasse_ è stato messo al bando. Il D'Entracques ha voluto così

e Remigia, siccome ormai dello Staffa non ne ha più di bisogno e non

gliene importa affatto, è felicissima di compiere questo sacrificio,

che va poi a pesare su missis Britton.

— Io le sacrifico i miei amici... Ma lei... Le sue amiche?... —

Diventa seria, sospira, poi dà una forte scrollatina di capo, come per

distrarsi.

Remigia D'Orea pare che abbia cambiato di ministero. Più che ai

Lavori Pubblici, è adesso, alla Guerra. L'uniforme degli ufficiali

e dei soldati, il contegno delle truppe, la scuola di Tor di Quinto,

l'acquisto dei cavalli in Irlanda, le esercitazioni e le armi nuovo

modello, riempiono tutti i suoi discorsi. L'esercito è la sua passione:

legge persino l'_Italia Militare_.

Mimì, una sera, si fa coraggio.

— Ma tu, che cosa pensi... di tuo marito?... Che ha?... Non ti accorgi

che tutti i giorni va peggiorando?

— Per me no; va migliorando. Non lo vedo quasi più! — Sorride; si

stringe nelle spalle. — Se non lo rendo felice... colpa sua! Doveva

sposarmi per me... e non per mia sorella!

— Taci! Taci!... — supplica Mimì, atterrita.

Ma da qualche tempo Remigia, ripete con insistenza questo ritornello

e assai facilmente tira in ballo sua sorella... Chi sa?... È forse un

calmante per tenere la coscienza in un continuo e placido sopore.

È allegrissima, ha pranzato di eccellente appetito, è già vestita e non

ha che da mettersi il cappellino. Aspetta le nove e mezzo e la carrozza

perchè quella sera va da Guendalina.

Che serate deliziose!... Appena in quattro, solitamente. Guendalina,

lei, il D'Entracques e il Paparigopulos!

Il principe di Capodimare ha la bellissima qualità di Giacomo.

Occupatissimo sempre, non si vede mai e perciò anche lui...

simpaticone!... Uno, il ministero, l'altro, il Vaticano!

Sottovoce, col D'Entracques ella ride del marito di Guendalina:

— Soldato... del Papa! — Fa uno sbruffo con le labbra. — Ah, _mon

Dieu_, che spavento!

Remigia è già stata due volte a guardare dal balcone.

— Che ora è, Mimì?

— Le nove.

— Soltanto le nove?... Il tempo, per altro, è un grande contradicente.

Quando si desidera che corra, si ferma. Quando si vorrebbe fermarlo,

vola!

Siede, si annoia e parla di suo marito.

— Tu lo trovi peggiorato?... Di salute, no. Sta tutto il giorno al

ministero a lavorare: vuol dire che sta bene.

— Non so... ha una brutta faccia...

— Persuaditi che è proprio la sua! — Non è più nemmeno gentile...

— Questo cambiamento, presto o tardi, succede a tutti i mariti.

— Ma tu...

— Io... che cosa?

— Ne parli... con tanta indifferenza!

— Cara mia... Chi non mi vuole, non mi merita! Doveva conquistarmi,

provare. Io, certamente, sarei stata molto refrattaria, ma siccome lui

non s'è punto scomodato, così la ragione è tutta dalla mia parte. Se ha

brutta cera... Adesso andiamo a Napoli, alla Spezia, a Venezia. Cambiar

aria gli farà bene. Certo che gli farebbe meglio l'aria di Fiumicino,

ma... — Remigia, passeggiando, canterella. — Non si può! Proibitissimo,

direbbe missis Eyre! — Scoppia in una risala. — Te la ricordi, la

Sbirlingonia?... E il suo odio per _Din_ e _Don_, i miei tesöri?

In questo punto si sente nel corridoio un affrettato rumore di passi;

il servitore ha appena il tempo di aprir l'uscio e di annunziarlo, che

già il D'Entracques, pallido, stravolto, entra precipitosamente nel

salotto.

— Domando scusa, donna Remigia, se mi presento in questo modo, a

quest'ora, ma ho assolutamente bisogno di prevenirla... di parlarle.

Scusi, contessina Carfo; chiedo alla sua amica appena due minuti!

Mimì fissa il D'Entracques, fissa Remigia... Esita un istante, guarda

ancora il D'Entracques, non osa interrogarlo, poi esce in fretta

tremando, col presentimento di qualche disgrazia che non sa immaginare.

— Che c'è? — domanda Remigia, prima ancora che la Carfo abbia rinchiuso

l'uscio.

— Che cosa ha fatto?... Quello Staffa, quel Gambara, quella sua

Guendalina! Che cosa ha mai fatto?

Remigia respira: non si tratta che di una scena di gelosia!

— Ah! _mon Dieu!_ Siamo da capo! E oggi stesso, poche ore fa, mi aveva

tanto promesso di credermi sempre!

— Che c'entra il credere e il non credere? Si è rovinata! Questo è:

rovinata!

— Io? — Remigia diventa pallida.

— Si, lei! Per non essersi consigliata con me! Per aver fatto misteri

con me! E assicurava, giurava che io ero il più grande, il suo solo

amico! Che sentiva dal mio... dalla mia amicizia, un senso di sicurezza

e di protezione!

— Rovinata! — ripete Remigia, non pensando ad altro, non sentendo altro.

— Uno scandalo!... Se non si riesce a riparare, a negare, andiamo

incontro ad uno scandalo che rovinerà suo marito e farà cadere il

ministero!

— Ed io?... Sono stata io?... Si spieghi! Parli! Dica tutto!... Ma Dio

mio, vuol farmi morire?...

— Perchè non ha parlato anche con me, della nomina di Cincino D'Ermoli?

— È stata Guendalina! È stata lei a non volere, assolutamente!

— Dunque ha più fiducia nella Capodimare che non in me?... E poi

tutto questo segreto sarà stato chiesto per la nomina di suo fratello

D'Ermoli, ma che c'entra la Capodimare negli affari... loschi del

Berlendis e del Gambara?

— Affari loschi?... Del Berlendis e del Gambara?... Ma io non ne

so niente! — In fatti il viso attonito di Remigia non esprime che

maraviglia e stupore.

— Non sa nemmeno di aver messo la sua firma con l'offerta di cento lire

per il dono al papa della sedia gestatoria?

— Guendalina! Guendalina! È proprio stata Guendalina! — Remigia lo

giura con tutte due le mani sul cuore.

— E non sapeva che era una dimostrazione clericale in espiazione del

sacrilegio commesso dal Governo con la soppressione della Madonna di

Ponte a Ripetta?

— No!

— Una dimostrazione, antinazionale, antiunitaria.

— No! Giuro! No! Guendalina mi ha detto soltanto che era una

sottoscrizione di cattolici, nella quale non c'entrava che la

religione... Per acquistare molte indulgenze!

Remigia fissa il D'Entracques diventando pallida e sedendosi di peso

sopra una poltroncina, dinanzi a lui.

— La moglie di un ministro del regno d'Italia prender parte a una

dimostrazione in onore... del papa-re!

— Mio marito... Mio marito... La prego... la scongiuro... — Remigia

balbetta, la voce piena di lacrime, — che Giacomo... non sappia niente!

— Non sappia niente?... A quest'ora lo saprà lui, tutta Roma e

domani tutta l'Italia, tutto il mondo! Ho visto adesso, al ministero

dell'Interno, la copia mandata dall'_Allarme_, il giornale socialista,

alla Procura... C'è un articolo contro di lei...

Remigia balza in piedi atterrita.

— Contro di me?

— Sì, intitolato: _Ministresse nouveau jeu_...

Remigia pallida, tremante, afferra le mani del D'Entracques, come

aggrappandosi alla sua àncora di salvezza.

— È lei e non suo marito che regge il ministero dei Lavori Pubblici!...

Lei, fa nominare nei posti più ambiti e delicati, dove occorrono

capacità tecniche, capacità... giovani! È accusata di corruzione per

aver fatto approvare alla lesta e alla sordina, «efficace propiziatore

un altro... bel giovane bolognese» un contratto, una cessione di forza

d'acque, oneroso per l'erario, e vantaggioso, al cento per cento, per

gli azionisti, «una banda, non musicale, di affaristi italo-svizzeri,

capitanata dal famigerato avvocato Berlendis e da un negriero delle

finanze, un italo-svizzero e soprattutto egiziano, commendatore

emerito, reduce... dal fallimento!

— Giacomo... Giacomo... Dio! Dio!... Non sappia niente! — Remigia ormai

non vede, non teme che la collera di suo marito. Stringe più forte

le mani, si stringe tutta al D'Entracques mormorando con un tremito

pauroso, disperato: — Mi ammazza! Mi ammazza! Mi ammazza!...

— Apposta sono corso, per avvertirla! Per prepararla! Per salvarla, se

sarà possibile!

— Faccia sopprimere tutte le copie, sequestrare l'_Allarme_...

— Non si può e si farebbe peggio! E poi è tardi. L'_Allarme_ esce

adesso, se non è già uscito! Domani, tutti i giornali pro o contro, per

assalirci o per difenderci, propagheremo lo scandalo. Noi tenteremo di

sventare il colpo, ma si riuscirà?

Il generale si leva la lente dall'occhio e la caccia nel taschino del

gilet con un moto di stizza, dopo il quale riprende con più calma:

— Io sarei ben contento di andarmene, perchè se ci sto... è soltanto

perchè ci sono comandato; ma andarmene, — _parbleu!_ — di mia spontanea

volontà! Non essere cacciato fuori perchè lo scandalo ha colpito il

_Gabinetto rosa_, come chiama adesso l'_Allarme_, il nostro ministero!

— Il D'Entracques batte energicamente il piede per terra. Il lampadario

traballa, tintinnando; traballano i ninnoli sui palchettini e Remigia

si butta attraverso il canapè, nascondendo la faccia contro i cuscini,

scoppiando in lacrime.

Il generale... a quelle lacrime, a quella disperazione, alla vista di

quelle spalle gracili che sussultando all'urto dei singhiozzi, rompono

l'onda d'oro, accavallata, dei bei capelli, il generale... Sparisce

il generale! Sparisce il senatore, il ministro, non resta più che il

D'Entracques, l'uomo, l'innamorato!

Invece di continuare a infuriarsi, cerca le parole per consolare, per

calmare Remigia e per scusare sè stesso.

Il flutto aureo dei lunghi capelli biondi ha sepolto l'_Allarme_, ha

allontanato ogni timore di scandalo e dilegua insieme anche quella

sua collera resa più furibonda dalla gelosia dello Staffa e di Narciso

Gambara.

— Donna Remigia... — chiama egli, sottovoce.

Risponde l'urto dei singhiozzi, ancora più forte, il pianto più

dirotto. Siede anch'egli sul canapè, vicino, chinandosi e mormorandole

quasi sui capelli: — Donna Remigia... non pianga così! Non si disperi,

così! Io, capisco, mi sono lasciato spaventare esageratamente... per

lei! Ma sono corso qui, apposta, per consigliarla, per suggerirle, ciò

che dovrà dire per difendersi, per salvare... Per salvar lei! Tutto il

resto, sarà quel che sarà!

Remigia si drizza, si volta lentamente, col viso molle, bianco, rigato

di lacrime. Fissa il D'Entracques... Pazza di terrore e d'angoscia gli

si butta al collo, stringendosi a lui disperatamente.

Egli esita, scosso da un tremito... la sua bocca bramosa si arresta.

Dopo un istante preme un bacio lungo sulla massa soffice, odorosa dei

capelli. Si fa forza, irrigidisce, si scioglie con dolce violenza da

quella stretta febbrile e passeggia su e giù, pallidissimo a sua volta,

il viso contraffatto.

Remigia, diventa seria e attenta, sotto il velo delle lacrime, lo

osserva dietro le spalle, lo spia con ansia... Quando egli si volta

per avvicinarsi, torna a nascondere il viso fra le mani e ricomincia a

singhiozzare.

— E Giacomo? — Ha un fremito lungo di spavento. — Dio, Dio, Dio,

Giacomo!...

Il generale, torna a levare la lente dal taschino e a ficcarsela

nell'occhio, accompagnando l'atto con una lieve alzata di spalle.

— Anche Giacomo, dopo aver gridato, si calmerà. Dovrà credere a quello

che gli dirà lei, che gli dirò io, che gli diremo tutti d'accordo. Non

ho pensato che a lei, lo confesso, e lei... faccia quello che le dirò

io, e ne uscirà bene!

— Mi salvi! Mi salvi! — Remigia ha un nuovo slancio, ma di gratitudine

questa volta, di tenerezza e corre a rifugiarsi e a posarsi come una

colombella spaurita su quel petto generoso e valoroso che la protegge

e la difende. Ella, dopo tante scosse, ha pure un impeto di abbandono e

di... sincerità.

— Mi salvi! Mi salvi! Le voglio già bene... — Sul viso bianco e molle

passa come una vampa; le candide ali della colombella hanno un fremito

di timidezza pudibonda, mentre aggiunge con voce sommessa: — le vorrò

ancora più bene!... Io non credevo di far male!... — La cara voce

riacquista tutte le sue note più dolci, più soavi e penetranti. —

Non ne ho parlato con lei... perchè, pure sentendomi attratta verso

di lei da tanta, tanta confidenza... certe volte, perdo le parole,

mi agghiaccio, provo dinanzi a lei una soggezione così forte e così

strana! Ora sono tutta nelle sue mani, mi dò tutta a lei... e lei,

conoscerà persino l'ultimo de' miei pensieri. — Posa la vaga testolina

sul petto, proprio sul cuore del generale, ch'ella sente battere

violentemente. — Qui! Sempre qui! Tutta qui! Dentro qui!... — Alza

il capo, lo fissa con profonda mestizia. — Non l'amante, non è vero?

Buono, generoso, ella non vorrà fare di me la sua amante, ma di più,

di più, assai di più... Farà di me... io sarò la sua anima. Sempre qui,

dentro qui, tutta. Io non so della vita; sono tanto giovine ancora, ma

sento che la colpa non può essere gioia... La tenerezza, sì, invece,

una grande gioia immensa, infinita. — La testina, sempre appoggiata sul

petto del D'Entracques, chiude gli occhi un istante, poi li riapre,

si scote per la prima, e domanda, tranquilla, vincendo l'estasi e la

paura:

— Che cosa devo fare, dunque? Che cosa devo dire?

Il generale fa sedere Remigia sul canapè e siede a sua volta sopra

una poltroncina in faccia, prendendole le mani e accarezzandole mentre

parla.

— Stia ben attenta. Lei deve negare sempre, tutto! Con suo marito,

specialmente, e con gli altri!

— Tutto! Tutto! — ripete Remigia, con entusiasmo e con convinzione.

— Cincino D'Ermoli, si ricordi bene, è stato raccomandato allo Staffa

dalla sola Capodimare.

— È la verità!

— Il Berlendis non ha avuto da lei che un bigliettino insignificante di

presentazione...

— Insignificantissimo! Due righe col lapis in fretta, mentre mi

vestivo...

— Ignorando che si trattasse di speculazioni, di affari...

— Assolutamente!

— E per la sottoscrizione al papa-re, è stata ingannata; la sua buona

fede è stata sorpresa dalla Capodimare!

— Sì, sì! Guendalina! Se vuol essere sincera, Guendalina stessa, non

potrà dire di no!

— In quanto a noi e ai nostri giornali risponderemo all'_Allarme_

vittoriosamente. Il caso del conte D'Ermoli, sarà dichiarato un vero

e grosso granchio dei socialisti. Non sanno, — _parbleu!_ — che c'è a

Torino un vecchio e illustre professore, Giovanni Ermoli, che insegna

elettro-fisica al Valentino? Era lui, è lui, la persona scelta per gli

Stati Uniti!... Errore di nome! Comunicazione sbagliata da un impiegato

e gonfiata dai _reporters_ dell'opposizione!

Remigia approva e ammira, mentre il generale continua, sempre

accarezzandole la mano e sorridendo:

— In politica, _la verità_, non è mai una sola, ma sono sempre

due: quella del governo e quella dell'opposizione. La proposta

Italo-Svizzera? Si presentava bene, vantaggiosa per l'erario e la si

è presa in esame. Invece, vantaggiosa non è? È un carrozzino bell'e

buono?... E noi stessi lo faremo ribaltare al Consiglio Superiore dei

_Lavori Pubblici_ e sarà provato che non furono i cento occhi d'Argo

dell'_Allarme_ a fiutare il tiro. Il Ministero ci ha visto subito

chiaro, pel primo!...

La giovane signora sembra ravvivarsi.

— Allora... Siamo salvi!

— Certo! Si trova sempre rimedio a tutto; purchè ci lascino in piedi il

tempo necessario!

— Ah, mio Dio! Mio Dio!... Ho una gran paura di Giacomo!

— Un po' di coraggio al primo incontro, poi adesso ella sa che cosa

deve dire e come deve difendersi.

— Più! Più! — Remigia guarda il D'Entracques e sorride con grazia

infantile. — Non farò più nemmeno un passo, senza dirlo prima a lei. Mi

tenga legata, stretta stretta, con un filo invisibile...

In questo punto, entra la Carfo quietamente nel salotto. Ella si

mostra all'aspetto calma e tranquilla, mentre dice con voce leggermente

alterata:

— Viene il signor D'Orea. Sale le scale in fretta. Non ha voluto

aspettare il _lift_.

Remigia e il D'Entracques si alzano simultaneamente, tutti e due

impallidendo. Poi, come la Carfo siede al tavolino riprendendo il

suo ricamo, siedono di nuovo anche il generale e Remigia: Remigia

raccomandandosi con gli occhi, e il generale, con gli occhi,

infondendole coraggio.

Sembra lunghissimo il tempo nel silenzio, nell'ansia, nell'attesa...

Finalmente si sente camminare nel corridoio... I passi si avvicinano,

si fermano all'uscio... Ma non è Giacomo D'Orea, è il sorridente

Gaudenzio che si presenta con un leggero e goffo inchino:

— Il signor Giacomo, chiama la signora Remigia, un momento... di là!

Sparisce subito, perchè di Sua Eccellenza il ministro della Guerra, il

mite vecchietto ha un sacro terrore.

— Vada, donna Remigia. Subito. — Il D'Entracques, calmo, sereno, le

infonde sicurezza con una forte stretta di mano.

— Oh Mimì! la mia Mimì! — Remigia sente di voler un gran bene a Mimì,

in quel momento, e le stende le braccia tremanti. La Carfo l'abbraccia

stretta, la bacia appassionatamente e ripete ella stessa con la calma

del generale: — Va!

Quando Remigia entra nella stanza, Giacomo è ritto in piedi, appoggiato

al tavolino. Egli la fissa un momento, prima di poter parlare. Remigia

sente avvicinarsi lo scoppio di quella collera e il pericolo stesso le

infonde audacia:

— Mi hai fatto chiamare, gioia?

Il D'Orea ha un sobbalzo: il suo volto scarno, emaciato, più che ira

getta odio.

— Tu partirai domattina, subito, per Pontereno e non ti muoverai di là,

non uscirai di là, mai più!

Remigia raggrotta le ciglia e anche i suoi occhi schizzano lampi di

odio:

— Perchè?...

A Giacomo gira la testa, battono i polsi, il cuore martella e salta nel

petto vuoto.

— Perchè sei falsa, senza dignità, senza cuore! Perchè non ti posso

più vedere! Perchè ti odio! Perchè se mi stai ancora davanti, lì, così,

vivaddio... — Si arresta, poi riprende con voce più bassa, più sorda, —

vivaddio, ho paura di ammazzarti!

Remigia, imperterrita, si avanza d'un passo:

— Io no, invece. Io non ho nessuna paura. So, da molto tempo, che mi

odii. Ho sbagliato! Dio mio, posso avere sbagliato, ma perchè? Perchè,

appunto, a cagione del tuo odio, sono rimasta abbandonata, sola, in

balìa di me stessa! Non lo nego, avrò commesso qualche leggerezza,

qualche imprudenza per inesperienza, per buona fede e bontà d'animo...

e di ciò la colpa è degli altri e soprattutto tua. So dell'articolo

dell'_Allarme_. Il nostro buon amico D'Entracques è corso ad

avvertirmene. Sono tutte esagerazioni e infamità. Ma tu sei capace di

crederle... appunto perchè? Perchè mi odii!

— E l'altro giornale? L'altro giornale? L'altro?... — ripete Giacomo

convulsamente, senza poter riuscire a ricordare a dirne il titolo. —

È buona fede?... È bontà d'animo? — Le parole gli escono stentate, si

sente il battere secco dei denti — A... A teatro!... Al trionfo pa...

pagato... com... comperato, di quella donna... Pa... pagato... com...

comperato... È buona fede? È bontà d'animo verso tua sorella?...

Remigia alza la voce con un riso ironico di vittoria:

— Ah! Ah! Ci siamo! Mia sorella! Non si tratta dunque degli... affari

di Stato, del ministero, che io ho compromesso con la mia leggerezza?

Si tratta che, senza saperlo, — perchè non ci volevo nemmeno andare e

fui trascinata al Costanzi, — io ho urtata la suscettibilità, ho offesa

la gelosia di mia sorella! Ho capito! Capisco! Non è quello che ha

esagerato e inventato l'_Allarme_, che forma il mio delitto! È quello

che ha esagerato il _Corriere_... Ma si sa, sappiamo, sanno tutti! Mia

sorella... ancora, sempre!

Remigia si allontana ridendo, stringendosi nelle spalle.

Giacomo la fissa stravolto, sfigurato, ha la schiuma alla bocca. Fa un

passo, traballa... fa un altro passo più sicuro, le afferra un braccio,

la volta di colpo, faccia a faccia: — Sì! Ancora! Sempre! Tua sorella!

Allora come oggi, sempre tua sorella!

— Giacomo... Giacomo... — grida Remigia spaventata. Ma l'altro la

stringe sempre più forte; la sua mano è una tenaglia. Parlandole sulla

faccia, contro la faccia, — balbettando, — le schizza il volto di

saliva.

— Giù, giù, giù!... Giù la maschera! Tua sorella, non amo che lei,

vivo e muoio per lei, l'amo, non penso che a lei, non m'importa più

altro che di lei, l'amo, l'amo, l'amo, — hai capito? — e a questo

mondo è tutto indifferente, è tutto niente, famiglia, leggi, patria,

amicizia, ricchezze, salute, onore, è niente, non c'è che l'amore,

l'amore, di grande, di vero, di forte, di buono, che valga il prezzo

della vita, che valga il prezzo della morte! Sì! Sì! Non è quello che

ha scritto l'_Allarme!_ te lo avrei perdonato! È l'altro, il teatro,

il Costanzi, che non ti perdonerò mai perchè... Perchè è vero! Perchè

amo tua sorella! Mia cognata!... E io sono un colpevole!... La mia

colpa è mostruosa per te che giuochi all'amore col D'Entracques, per

le tue amiche, la Della Gancia che trova i suoi amanti per le strade

e la Capodimare che sceglie i suoi nelle Banche!... Sì, son col...

colpevole. La mia è una colpa; ma questa mia colpa è amore, è passione,

è forza, coraggio, sincerità, e vale cento, mille volte di più, è

cento, mille volte più bella e più alta della tua virtù, tutta un

piccolo mosaico di calcolo, di doppiezza, di bassezza, di bugia, di

prudenza, di simulazioni! Nella mia colpa, così orribile, c'è il cuore,

tutto il cuore! Nella tua virtù, così levigata e lucidata, non c'è che

egoismo, aridità, sterilità, cattiveria! Della mia colpa si muore! La

tua virtù, fa crepare gli altri!...

Remigia, smarrita, pallida, vacillante, tenta di sciogliere la sua mano

dalla stretta di Giacomo: non può. Egli continua con la voce più bassa,

più rotta, più convulsa:

— Giù! Giù! Giù la maschera! Tu e gli altri! Compagnia... di virtuosi

istrioni! Tuo cugino, muore tisico per te! Tu lo sai. Tutti lo sapete!

Ma non si dice, non si deve dire per non darti il fastidio, l'incomodo,

non di avere, ma di fingere un po' di dolore, un po' di compassione!

Rimorso, no! Ri... morsi mai! Tu sei troppo illibata, troppo virtuosa,

troppo innocente per avere rimorsi!

— Lasciami andare! — continua a ripetere Remigia. — Lasciami andare!...

È una vigliaccheria! Lasciami andare... o chiamo!... Mi fai male!...

Bada... Chiamo!...

Giacomo non la vede più, non vede più niente, i suoi occhi smarriti

vagano lontano...

— La tua virtù! La tua virtù!... Dove passa la tua virtù passa il

dolore... È un gelo di dolore e di morte la tua virtù!... Che cosa ti

aveva fatto missis Britton!... E non lo ami il D'Entracques perchè

tu non amerai mai nessuno, fingendo di voler bene a tutti, uomini e

bestie! Tu ridi, scherzi, spari i fuochi artificiali de' tuoi occhi

e dei tuoi sorrisi col D'Entracques e spezzi il cuore a una povera

donna! Tu resti virtuosa!... E quella povera donna, dopo aver tutto

sacrificato a lui, e dopo tanti anni di amore resterà sola, infelice,

con la vita infranta! — Ti fa meraviglia che io sappia questo?... Io so

tutto! Io vedo tutto! E anche dentro di te! Sì, per questo devi aver

paura, hai ragione di aver paura! E vedo nel tuo cuore candido... e

freddo come il ghiaccio! Vedo nella tua anima vuota... deserta... — La

mano si rallenta, Remigia riesce a sciogliersi, ma resta lì a guardarlo

immota, tanto è sfigurato. Egli balbetta più forte: — Per que...

questo... ti o... dio... per... perchè ti conosco, ti co... nosco...

Sei perfida... per... per... per... — Fa uno sforzo: non riesce a

ripetere la parola, straluna gli occhi, gira su sè stesso e stramazza

di peso per terra, privo di coscienza, di moto, di senso.

— Mimì! Mimì!

Remigia corre fuori dalla stanza, corre per il corridoio, gridando con

voce forte, disperata, che si ripercuote in tutto l'albergo:

— Mimì! Mimì! Mimì!

La moglie di Sua Eccellenza · 第 49 / 57 题