Per quanto Remigia fosse andata a letto assai irritata contro il
dottor Davos e assai inquieta per il timore di dover abbandonare tutto
in un giorno, il potere, Roma e il D'Entracques, ella si addormenta
quasi subito profondamente e dorme del suo buon sonno filato fino alle
nove del mattino. Nè si sogna di quell'odioso socialista del dottor
Davos, nè di suo marito, nè di niente che possa turbarla. Sogna,
invece, di _Manon_ e di miss Britton, che fa una scena di gelosia e di
disperazione al D'Entracques.
Si sveglia, sorride, ma poi ha un sobbalzo: — Ah! Mio Dio! — Le vengono
in mente il dottore e le dimissioni. Si rizza a sedere sul letto, si
volta, e preme a lungo il bottone del campanello elettrico.
Entra subito Mimì, poi la cameriera che corre a spalancare le finestre!
— Buon giorno, cara!
— E così? — domanda subito Remigia rispondendo appena al tenero
abbraccio dell'amica. — Giacomo come sta?... Sta male?
— No, no; ha dormito; s'è riposato. Anzi, il signor Gaudenzio dice che
lo trova meglio del solito.
— Chiamalo! Chiamalo! Venga subito qui, da me! — Pare che il
vecchietto, quella mattina, non abbia alcun odore di pizzicheria. — E
fa chiamare il signor Zaccarella!
Mimì e la cameriera escono l'una dietro all'altra. Remigia resta seduta
sul letto; infila una casacca, tutta gale, di seta rosa; si annoda al
collo una sciarpa di trine, e dà una scrollata di testa. I capelli sono
tutti a posto.
Rientra Mimì e la Carolina col caffè.
— Ecco Gaudenzio!
Eccolo in fatti, col suo cappello, il suo bastoncino, il suo cravattino
azzurro e il solito sorriso.
Remigia si volta sul letto, si china verso di lui per parlargli. I
capelli biondi scendono giù dal cuscino e la coprono tutta, le spalle e
la vita.
— Dunque, Sua Eccellenza sta proprio bene? Non è stato altro che un
disturbo di stomaco, affatto passeggero?... Sta benissimo! Meglio del
solito?
Il vecchietto continua a sorridere, ma tentenna il capo mentre con una
mano alza il cappello e con l'altra il bastoncino in segno di protesta.
— Dirò, dirò! Il disturbo, come disturbo, non ha lasciato conseguenze,
tanto è vero che il signor D'Orea, se lei non lo trattiene, farà
la grossa minchioneria di andare al Ministero. Ma da questo al
benissimo... ci corre! — Il signor Gaudenzio stringe tanto le labbra,
in segno dubitativo, da farle diventare bianche. — Uhm!... Qui, a Roma,
non starà mai bene. La macchina è guasta e ha bisogno di olio e di
riparazione. Cioè aria buona... e non far più niente. Glielo dica anche
lei, signora Remigia: è ora di chiuder bottega e di mettersi a riposo.
Pensionato!
La signora duchessa lo saluta seccamente.
— Grazie. Vada pure!
Il vecchietto, senza scomporsi, esce com'è entrato, sempre sorridendo.
— Non prendi, cara, il caffè?
Mimì, mezza ginocchioni dall'altra parte del letto, offre all'amica la
tazza fumante sopra un piccolo vassoio d'argento.
L'Idola, ha un brutto cipiglio. Inghiotte il caffè in due sorsate.
— E questo signor Zaccarella, viene sì o no?
Si batte all'uscio leggermente. La cameriera non c'è; Mimì, corre a
vedere: è proprio l'ex capitano. Si presenta trafelato sull'uscio,
entra, e si ferma ritto, in posizione, due passi distante dal letto. In
una mano ha un giornale e una lettera.
— Senta, signor Zaccarella! una mia idea!
Il signor Zaccarella non muove un passo, ma allunga il collo verso la
signora duchessa.
— Questa notte, come potrà immaginare, non ho chiuso occhio pensando
a mio marito... e a tante cose. Io... vorrei proprio sentire un altro
medico, ma più spassionato e... spregiudicato. Non un medico politico!
— Precisamente! — Il signor Zaccarella si sprofonda in un grande
inchino. — Un medico, soltanto medico!
— Che non abbia nessun interesse a esagerare!
Dopo un momento di meditazione, l'ex capitano pronunzia un nome e
ne enumera i meriti con enfasi crescente: — Il professore Dolder di
Zurigo! Il primo, primissimo specialista per le malattie nervose!
Abile... e nello stesso tempo prudentissimo e circospetto!
Remigia, pensa mormorando:
— Da Zurigo... a Roma...
— È di Zurigo, ma sta a Roma. Mi fu suggerito e raccomandato dallo
stesso albergatore.
— Allora, benissimo!... Sarà anche più facile persuadere Giacomo...
— Appunto! — Ma il signor Zaccarella non ha finito. Anzi, deve avere
qualche grave comunicazione da fare, perchè fissando la signora
duchessa, fa un cenno verso la contessina Carfo.
— Mimì! Gioia!... Dov'è andata la Carolina?
— Di sopra, credo; in camera sua!
— Ti prego: vuoi dirle di prepararmi il vestito... quello rosso, di
foulard? — No! No! — quello di tela bianca! Si sente già, a quest'ora,
che oggi deve fare un caldo tropicale!
Appena uscita Mimì, lo Zaccarella si avvicina al letto e porge alla
signora duchessa la lettera e il giornale.
Remigia guarda la lettena.: — È di mammà! Tesoro! — La butta sul
copripiedi. — La leggerò con comodo. — Prende, apre il giornale. — C'è
qualche cosa?
Il signor Zaccarella risponde di sì, ma oscurandosi in faccia.
— Ah, mio Dio! Che cosa c'è? — Remigia, spaventata, si tira più su
contro i guanciali.
— Legga, in terza pagina; lì.
Remigia legge dove l'altro le indica col dito.
— Le prime al Costanzi?
— Sì.
— «Il successo che ha sorriso ieri sera alla bellissima Fanfan Trécoeur
è stato uno di quei successi che danno gioia non solo a chi li merita,
ma anche a chi li decreta. Il pubblico entusiasta e commosso, sembrava
volesse esprimere alla giovine e leggiadra vincitrice, non soltanto la
propria ammirazione pel suo talento, ma ben anche per l'energia con la
quale al suo amore per l'arte ella — l'intellettualissima, — ha saputo
sacrificare le gioie ardenti di una felice e spensierata aurora della
vita. Questa lode ammirativa per un così raro prodigio di abnegazione
e di forza, nel volere, era specialmente palese nel plauso delle
signore. Pareva che l'eletto mondo femminile, convenuto a quella festa
dell'arte, mutuamente si compiacesse dell'esempio di auto-elevazione
che la gloriosa affascinatrice offriva dalla scena e a lei inviasse,
con i graziosi battimani, la gratulazione e il saluto augurale. In
un palchetto di prima fila...» — Remigia si ferma, — oh mio Dio! —
alza gli occhi inquieti nella faccia abbuiata del signor Zaccarella,
che le fa cenno, gravemente, di continuare. «... In un palchetto di
prima fila ove sedeva, regina di bellezza e di super-intellettualità,
la duchessa D'Orea Moncavallo, era un vero fremito di approvazione
per l'affascinante _Manon_». — Ah, mio Dio! Mio Dio! — ripete Remigia
continuando a leggere, ma con un leggero tremito nella voce «e... dalle
labbra stesse della moglie di Sua Eccellenza il ministro dei Lavori
Pubblici, gli ospiti fortunati raccoglievano le frasi più lusinghiere
per il nuovo astro della lirica scena italiana del quale si magnificava
la ormai «purissima luce!»
«Donna Remigia D'Orea, sempre nobile e squisita in ogni espressione
della sua grazia e della sua bontà tutta moderna, Donna Remigia D'Orea,
— raro fiore, da cui emana più raro e più soave il profumo, — ha voluto
ella stessa, direttamente, dopo il secondo atto, inviare alla signorina
Fanfan Trécoeur, parole così lusinghiere che fecero insieme esultare e
commuovere l'orgoglio dell'artista e il cuore della donna!»
«_fa diesis_».
— Cretino! Stupido! — Remigia, stringe il giornale con ira. — Se
Giacomo leggesse quell'articolo... Guai!
— Guai!
— Ma non è vero niente! È tutto inventato dalla prima parola
all'ultima! Glielo giuro, signor Zaccarella! Che bugiardo! Bugiardo,
stupido, e cretino!
— Ma... il redattore del _Corriere_ non poteva immaginare...
— Che redattore! Che _Corriere_! Luciano!... Quel bugiardo di Luciano!
Ah, mio Dio, mio Dio!... — Remigia è spaventata e furente. Ha le
lacrime e l'ira negli occhi. — Giacomo!... Mio marito!.. Chi sa! Chi
sa! — Si protende con le mani supplici, verso il signor Zaccarella.
— Lei! Lei! Così bravo! Così buono! Mi salvi lei! Trovi lei il modo!
Bisognerebbe... Bisogna che mio marito, stamattina, non abbia e non
veda il suo _Corriere_.
Il signor Zaccarella, risponde a testa alta, con un breve risolino:
— Il suo _Corriere_ non lo vede certamente, perchè il _suo_... è questo
qui!
Remigia lo guarda ammirata; si tira più su e si porta tutta sulla
sponda del letto per essere più vicina alla sua protezione.
Il signor Zaccarella, da bravo capitano, ha già pensato e combinato il
piano di difesa.
— Il _Corriere_ non è il solo giornale di Roma. Bisogna che nessun
altro, assolutamente, riporti simili... strafalcioni.
— No! No! Per l'amor del cielo!
Anche con la mano, egli rassicura e calma la signora duchessa.
— Ci penso io. Vado adesso subito, a suo nome, dal sottosegretario di
Stato, l'onorevole Staffa...
— Anche a nome della principessa Capodimare! Anche a nome della
marchesa Della Gancia! Erano loro che applaudivano! Io sono sempre
stata tutta sera in fondo al palchetto!
— I giornalisti, — continua il signor Zaccarella, non sono gente
cattiva. Anzi, in generale... tutt'altro! Con un bigliettino di
autorevole raccomandazione da parte del sottosegretario Staffa, mi
recherò alle varie redazioni e farò intendere quale ripercussione
dolorosa, l'articolo cervellotico del _Corriere Romano_ abbia avuto
nella famiglia di Sua Eccellenza! Dirò, velatamente, dei dissapori
tra...
— Tra Luciano e mio marito! Perchè è stata una cattiveria di Luciano!
Ma dica lei, signor Zaccarella, com'è sempre lo stesso!
L'ex-capitano annuisce evocando il passato con un sospiro:
— I gravi dispiaceri di donna Maria!
— Certo! Certo! Povera Maria!
— E mostrerò la sconvenienza, l'assurdità della invenzione!
— Precisamente! Basta il fatto che si tratta di mia sorella!... Sarebbe
stata tale una enormità...
— Non dubiti. Messe le cose in chiaro, nessun giornale farà più il nome
della signora duchessa, e Sua Eccellenza non ne saprà niente.
Remigia stende il braccio che esce mezzo nudo dalle sete e dalle trine
della manica ampia e questa volta dà una forte stretta di mano al
signor Zaccarella:
— Lei è proprio un vero... tesöro! — È lì lì per mandar a chiedere
una raccomandazione anche al D'Entracques, ma... No. È meglio che il
puritano generale non ne sappia niente. Anzi, al caso, negar tutto
anche con lui!
Remigia, ormai, è pienamente tranquilla. — Chi lo sa, davvero?...
Nessuno. — Le sue amiche sono in ballo con lei; il Paparigopulos non
conta, il marchese Pio non fiata. Narciso è a Bologna, Luciano è un
bugiardo... Che pericolo c'è?
Entrano Mimì, la Carolina, ed ella gettando via le coltri salta sul
letto ginocchioni, segnandosi e recitando l'Avemaria, prima d'alzarsi.
La lettera, ch'era sul copripiedi, scivola per terra. Remigia la vede
ed emette un piccolo grido.
— Ah!... la mia lettera! La lettera della mia mammà cara, tesöro!
dammela; fa presto!
Mimì Carfo la raccoglie e gliela porge.
La cameriera, intanto, sta preparando il bagno nell'attiguo gabinetto
di toeletta. Remigia, che sente l'acqua cadere nella vasca, aspetta,
sempre ginocchioni sul letto, che tutto sia pronto.
— Fresca l'acqua, anzi fredda, Carolì!
— Sì, signora duchessa!
— _Brrr!_ Che piacere!
Apre la lettera e la scorre soltanto. Per leggerla tutta, subito, è
troppo lunga. Vuol godersele adagio le lettere di mammà!
Fa sempre così; le guarda di volo, poi le ripone nella cartella e non
le legge più.
— ... Sta benissimo!... Che gioia!... Anche lo zio Rosalì, bellezzone
cäro! — Uno slancio di tenerezza, il salto di due pagine e si ferma
alle ultime righe.
— Oh, povero Totò! Non sta bene il povero Totò! È molto giù e lo
mandano per qualche tempo sul mare!
Per un momento non si sente altro che il rumore dell'acqua che scorre
dal rubinetto e che si fa più cupo più si riempie la vasca del bagno.
Mimì si avvicina a Remigia con una espressione di grande ansia dolorosa
negli occhi.
— Sta poco bene?
L'Idola, assume un tono di donna seria, da moglie di Sua Eccellenza.
— Quel benedetto ragazzo!... La manìa di voler fare l'inglese! La manìa
dello sport!... E poi la pipa! Tutto il santo giorno... la pipa!
Cessa a un tratto il rumore dell'acqua. Si sente la voce della Carolì:
— Il bagno è pronto, signora duchessa!
Remigia resta ancora un attimo pensierosa, poi scrolla forte la testa
ed esclama per non aver malinconie: — Io sono sicurissima che l'aria e
la vita del mare gli faranno molto bene!
Si leva in fretta e butta via la casacca di seta e di trine che cade a
piè del letto con un volo di cigno.
— Ah, _mon Dieu!_ Che caldo oggi!... Fresca, l'acqua, Carolì?
— Freschissima!
Corre verso il gabinetto di toeletta slacciandosi i nastrini della
camicia che le cade dalle spalle.
— Brrr... che piacere!
Al povero Totò non ci pensa più che Mimì Carfo. Mimì, è rimasta nella
camera da letto, prepara sulla specchiera i pettini, le forcine, le
piccole forbici... È assai pensierosa e mesta.
La manìa di voler far l'inglese, lo sport, la pipa! Nessuno! Nessuno!
Nemmeno suo padre che pure ne ha il cuore gonfio, in tumulto,
sotto la calma della gran barba bianca, ammette che ci possa essere
un'altra cagione, perchè quel giovine cuore, quella giovane vita, si
sieno spezzati! Mimì Carfo pensa e crede fermamente che sia stato il
matrimonio di Remigia... Ma non lo dirà mai, nemmeno Mimì Carfo, per
non dare, non un rimorso, — che non ne ha alcuna colpa, — ma per non
rendere più vivo il dispiacere dell'Idola.
Giacomo D'Orea, dopo il deliquio avuto e la breve indisposizione, è
stato relativamente bene, è ritornato al ministero e si mostra anche
con la moglie allegro e buono; ma poi, da un giorno all'altro, cambia
straordinariamente di faccia, di modi, di umore. Non si vede più:
sempre al ministero, mai all'albergo. Stravolto, cupo, sfugge sua
moglie, sfugge la Carfo.
Che cosa è successo?
Il _Corriere Romano_ è capitato nelle mani di Giacomo proprio in que'
giorni; in ritardo, perchè ritornava a Roma da Fiumicino, spedito dalla
zia Gioconda e accompagnato da una breve lettera:
«_Caro Mino_,
«Maria ha ricevuto da Roma questo giornale che io ti rimando senza che
Maria lo sappia. Io non so spiegarmi quando scrivo, ma da te medesimo,
caro Mino, capirai che effetto ha avuto qui. Pensaci e fa che tua
moglie sia più riguardosa, tanto più che Maria, benchè non ne voglia
convenire, è assai ammalata e tutto, pur troppo, le fa molto male.
«Ti abbraccio e ti benedico nel nome di tua madre, che pare impossibile
sia stata la stessa madre anche di quell'altro!... Che brutto mondo e
che brutta vita!... E che amarezza dover concludere così a ottant'anni!
Eppure, io mi accorgo adesso, perchè prima a queste cose non ci avevo
mai badato, di aver avuto una grande fortuna, per grazia del Signore:
quella di aver voluto bene a poche persone e di non essermi mai
innamorata di nessuno. Morirò ragazza anche di cuore. Tuttavia non ti
posso nascondere che se fossi morta tre anni fa, quando ho avuto la
pleurite, sarei morta più contenta. Ma forse il Signore che ci vede più
di noi ha voluto così per qualchedun altro, e sia tutto per il meglio.
«_Tua zia_ GIOCONDA».
Giacomo, al ricevere questa lettera, non ha pensato al giornale, subito
non lo ha nemmeno guardato: tutta l'anima, tutto il cuore soffocati,
gli sono d'impeto venuti a galla:
— Maria! Maria! Maria!
Poi scrive una lettera alla zia Gioconda, che la zia Gioconda non fa
leggere a Maria, in cui c'è tutta la sua vita, tutto lo sfogo del suo
amore disperato, della sua collera e del suo odio!