XV.

Secondo i giornali favorevoli al ministero, Sua Eccellenza D'Orea non

ha avuto che un breve deliquio, per eccesso di fatica, di lavoro,

un'indisposizione, prontamente superata. «Fra un paio di giorni,

l'illustre uomo sarà di nuovo al Ministero, e intanto, anche riguardato

nel suo appartamento, continua con la consueta alacrità nel disbrigo

degli affari più urgenti».

Per i giornali dell'opposizione, invece, per i socialisti ed i

repubblicani, l'onorevole D'Orea è stato colpito da un insulto

apoplettico. «Caso gravissimo, disperato: perduta la parola; tutta la

parte destra del corpo, paralizzata».

Questo grave avvenimento, serve tuttavia a distrarre l'attenzione

del pubblico dall'articolo dell'_Allarme_. Nessun altro giornale

lo commenta, lo riporta: l'_Allarme_ stesso riconosce l'attacco

ormai intempestivo e non vi insiste più. Succede, al contrario, un

cambiamento di giudizi, curiosissimo. A poco a poco, l'onorevole

D'Orea, dato addirittura come spacciato, — è — anzi era, — per i

giornali dell'opposizione, «l'unica forza, la bandiera e il timone

del ministero, che per la scomparsa di un tal uomo dovrà fatalmente

e inesorabilmente cadere sfasciato, tra le secche dei rimpasti». A

poco a poco, per i giornali ufficiosi, il deputato di Pontereno e il

ministro dei Lavori Pubblici diventano un uomo e un portafoglio di

secondaria importanza. Anzi, qualcuno, arriva addirittura a far capire

che «allontanandosi il D'Orea, elemento forse troppo conservatore per

la fisonomia del ministero attuale, questo avrebbe potuto muovere più

spedito e più agile verso tutte quelle riforme tributarie e sociali

reclamate dal paese».

Remigia, intanto, legge tutti i giornali col signor Zaccarella, va

sulle furie e in convulsioni. Più che contro i giornali avversi, —

vanno per la loro strada! — grida e si arrabbia contro i giornali

«falsi amici», i venduti, che odorano il vento dell'opportunismo,

pronti alla defezione e al tramonto! Ma sfogatasi col signor Zaccarella

due volte al giorno, al mattino e alla sera, — i giornali del

pomeriggio non hanno una grande importanza, — ella si mostra serena,

sicura, dà tutti gli ordini e fa preparare vestiti e cappellini per le

feste di Napoli, della Spezia, di Venezia, alle quali assisterà col suo

Jack, tesöro.

Dall'_Albergo di Roma_ parte la parola d'ordine e tutti la mettono in

giro, — la Capodimare, i della Gancia, il Paparigopulos e anche il

D'Entracques, — Giacomo D'Orea sta bene. È per l'ostinazione di sua

moglie che aspetta ancora un paio di giorni, prima di farsi vedere al

ministero!

In quanto al signor Zaccarella, premesso che Sua Eccellenza D'Orea

ormai sta benissimo e lavora tutto il giorno con i segretari, nel suo

gabinetto, torce le labbra con supremo disprezzo pronunziando il nome

del _socialista_ dottor Davos e sentenzia: — per sbarazzarsi dei propri

nemici, non c'è di meglio che fare... il dottore. — Poi, dopo aver riso

compiacendosi del proprio spirito, torna grave, impettito, e si batte

tre volte, con le dita raggruppate della mano sullo stomaco:

— In-di-gestione. Sua Eccellenza è ghiottissimo delle fragole alla

panna. Una semplice indigestione.

In una cosa sola l'autorità del dottor Davos è riconosciuta e

rispettata: nella prescrizione che Sua Eccellenza D'Orea, tranne i

segretari, non debba nè ricevere, nè veder nessuno... ancora per un

paio di giorni.

Donna Remigia stessa fa osservare scrupolosamente la consegna,

ripetendo a tutti:

— Non ci lascio entrare in camera nemmeno Mimì! Io stessa, mi sacrifico

e ci vado pochissimo. Lavora anche troppo co' suoi segretari «per il

disbrigo degli affari» senza affaticarlo di più inutilmente.

Il «disbrigo degli affari» è una frase fatta che oramai donna Remigia

va ripetendo cento volte al giorno!

Ella pure è in grandi faccende, e avrebbe bisogno di segretari se non

avesse il signor Zaccarella che fa per dieci.

Il salotto dell'albergo di Roma è diventato quasi l'anticamera del

ministero dei Lavori Pubblici e il signor Zaccarella dà udienza,

risponde alle lettere che chiedono notizie, riceve personaggi, manda il

bollettino ai giornali, ed è lui stesso che stende il telegramma della

signora duchessa, in risposta a quello di Sua Maestà, che si congratula

per il «sicuro miglioramento» e rinnova i voti «per la pronta completa

guarigione».

«Commossa, riconoscente interessamento Maestà Vostra salute mio amato

consorte, onoromi confermare alla Maestà Vostra condizioni sempre

migliori. Voglia gradire Vostra Maestà profonda gratitudine, ossequi

devoti, ecc. ecc...»

Questo telegramma, per altro, prima di essere spedito, deve ottenere

l'approvazione anche del conte D'Entracques: «Sua Eccellenza», come

lo chiama adesso, brevemente, il signor Zaccarella, parlando con la

duchessa Remigia, sicuro che non viene confuso con Sua Eccellenza

D'Orea.

Di buon umore fuori, l'Idola, in casa, è nervosa, inquieta e strapazza

la povera Carfo continuamente, perchè sta sempre lì immusonita, perchè

non è sicurissima che il signor D'Orea sia completamente guarito in un

paio di giorni, e possa assistere alle feste di Napoli, della Spezia e

di Venezia.

— Sempre così! Quando io ho qualche contrarietà, tu, invece di un

conforto, diventi un peso!

Un giorno uscendo dalla oreficeria del Marchesani, — ah, _mon Dieu!_ —

s'incontra... nella vecchia Sbirlingonia! In missis Eyre!...

Si guardano un istante, poi Remigia le fa un saluto dignitoso, da vera

ministressa.

— A Roma, missis?... Come mai?

— Di passaggio; Roma, specialmente d'estate, non la posso vedere! Vado

all'_Abetone_. Ne ho abbastanza della Svizzera e della _Tête-pointue!_

— Poi il viso secco diventa più verde: sta schizzando il fiele.

— Il nostro onorevole D'Orea, ho letto anche nei giornali, sempre

malissimo?... Ne sono desolata.

— E io tutt'altro!... Mio marito sta tanto bene, che è già tornato al

ministero. Buon giorno, missis Eyre, e buona villeggiatura! — Le volta

le spalle e se ne va furiosa.

— Vecchia arpia!

A mammà ha sempre scritto e fatto telegrafare ottime notizie, tenendola

in guardia, — l'espressione è del signor Zaccarella, — contro le

informazioni pessimiste di fonte avversaria. Ma con tutto ciò, alla

fine del terzo o del quarto paio di giorni, che occorrevano a Giacomo

per rinfrancarsi pienamente e tornare al ministero, la duchessa

Cristina e il principe Rosalino arrivano, senza nessun preavviso,

all'_Albergo di Roma_. Si presentano all'Idola inquieti, ansiosi, con

le lacrime agli occhi: ma l'Idola, più sorpresa e contrariata, che

soddisfatta, li accoglie di malumore.

— Perchè non avete scritto o telegrafato? Sapete che io non amo le

improvvisate!

Ma ormai sono lì, non può mandarli via e bisogna continuare nella

solita commedia dell'indisposizione passeggera, e mentre Remigia

abbraccia la mammà cara e lo zio Rosalì tesöro, il signor Zaccarella

continua gravemente a battersi il petto con le dita raggruppate:

— Scherzi dello stomaco!... Le fragole con la panna!... Indigeste

quanto mai!

Poco dopo, la duchessa e il principe, entrati all'albergo con la faccia

costernata, ne escono in carrozza scoperta insieme all'Idola e si

mostrano ilari e contentissimi. Non hanno ancora potuto vedere il caro

Giacomo, occupato co' suoi segretari «nel disbrigo degli affari più

urgenti», ma sono felici delle ottime notizie avute.

— Proprio vero, — sentenzia il principe di Sant'Enodio: — se vuoi

sapere, vai; se non vuoi sapere, manda!

Egli saluta affabilmente dalla carrozza con le scappellate, con i

cenni della mano. È sempre cortese, ha sempre il sorriso sulle labbra

e il complimento opportuno, eppure soffre tanto per il suo figliuolo,

lontano.

— Mah! Gli eccessi dello sport!... la pipa!... Ostinato! Caparbio!...

— Egli ha finito anche per crederlo, a forza di ripeterlo. E... chi

sa?... Finisce quasi per crederlo anche il povero Totò, ammalato,

morente in mezzo al mare, sotto quel sole che lo abbrucia senza

riuscire a riscaldarlo!

Remigia, dalla carrozza, mostra alla folla del corso, tutta la grande

gioia di essere con la sua mammà. Saluta espansiva e gaia, e fa il nome

alla duchessa Cristina delle signore più alla moda e dei personaggi più

importanti. A un tratto si oscura in viso:

— Non guardate a destra! C'è quel cretino odioso di Luciano! Non

bisogna più salutarlo! Ha inventato tante cattiverie! Che Giacomo è

gravemente ammalato! Che ha fatto un colpo!

— Che uomo!...

— Che essere!

Remigia comincia a difendere sua sorella.

— È proprio stata una vittima! Povera Maria cara!

— Domanda che ora è: sono le cinque e mezzo. — Bisogna andare al tè da

Guendalina. Si passa un'ora piacevolissima! Non troppa gente e tutti

simpaticoni!

Quel giorno, oltre la padrona di casa, non ci sono che i della Gancia,

il D'Entracques e il cavaliere Paparigopulos.

Guendalina e Quanita, nei successi avvenimenti, si erano mostrate

amicissime più che mai e più che mai legate, a doppio filo, con donna

Remigia D'Orea. Erano le più risolute e infervorate nel dichiarare

subdole e false, — una manovra dei sovversivi, — le voci corse del

colpo apoplettico. Le due signore — compreso Cincino e Paparigopulos,

— assicuravano di vedere il D'Orea tutti i giorni, di averlo trovato

sempre nella sua piena lucidità di mente, e, si capisce, sempre dedito

con i suoi segretari «al disbrigo degli affari più urgenti».

Guendalina Capodimare, consigliata in questo e spinta anche un pochino

dalla cognata, non solo ha accettato, per il momento, la sostituzione

del vecchio barbuto professore di Torino, al suo giovane elegante

e sbarbato fratello nella commissione marconiana, ma conviene,

rassegnatamente, di aver forse peccato lei, per troppo zelo, a

proposito della famosa firma e della sottoscrizione in omaggio al Sommo

Pontefice.

Chi solo naviga in cattive acque e si trova stretto tra l'uscio e

il muro delle dimissioni, è il malcapitato Leonida dal cappellone,

ex-repubblicano... e di nuovo molto radicale!

Con le principesse romane non è riuscito a perdere la virtù, ma sta per

perdere l'Eccellenza: l'_Allarme_ tace, ma vigila. Nel consiglio dei

ministri, Sua Eccellenza Staffa è già stato liquidato.

— Un vero _Rabbagasse_ antipaticissimo! — È l'orazione funebre di

tutte e tre: Quanita, Guendalina e Remigia, con la muta, ma eloquente

approvazione di Paparigopulos.

Remigia entra allegra e festante nel salotto della Capodimare:

— Guendalina! Quanita! Vi conduco mammà! La mia cara mammà! E anche il

mio tesorone caro! Lo zio Rosalì!... Son venuti oggi, da Napoli!... Per

uno dei miei tanti onomastici e per passare qualche giorno con me e con

Jack!

Si capisce che questa dev'essere la parola d'ordine per spiegare

l'arrivo a Roma dei parenti.

Dopo le presentazioni, le due signore s'impossessano subito della

duchessa Cristina, evocando ricordi, aneddoti, parentele, mentre

il cavalier Paparigopulos, a un cenno della Capodimare, attacca

conversazione, più a monosillabi e a smorfie che a parole, e

intermediario l'astuccio delle sigarette, con il principe di

Sant'Enodio. Questi, per la circostanza, accesa una sigaretta di

Paparigopulos e soffiando il fumo dal naso, sfoggia gravemente un

proverbio orientale:

— Donna bruna... e tabacco biondo!

Remigia e il generale d'Entracques, sorbendo il tè e ammirando le

magnifiche incisioni all'acquaforte, — sono del Durer, nientemeno! —

passano nell'attiguo gabinetto. Lì soli, Remigia cambia ad un tratto

colore, voce, espressione.

— L'intelligenza si mantiene abbastanza lucida, ma non può muovere il

braccio e parla stentatamente, ingarbugliandosi...

— E il dottore che cosa dice?

— Il dottor Davos prevede vicino un altro colpo e il dottor Dolder

comincia a non escluderlo più...

Remigia sospira, e abbassa la voce: — È stato sempre tanto cattivo e

ingiusto con me... Pure, gli ho perdonato e mi fa compassione!

Il D'Entracques la guarda con tenerezza.

— È naturale. È suo marito ed è molto ammalato!

L'Idola ha un tremito leggero che la fa tutta vibrare e gli occhi,

fissando il D'Entracques, si riempiono di lacrime. Bisbiglia appena:

— Ho paura.

— Di che? — domanda ansioso il generale.

— Mi vedo sola, mi sento sola e ho paura!

Il D'Entracques le prende una mano e gliela stringe forte, mentre

guarda Remigia lungamente.

— Lei capisca... ciò che io oggi non voglio, non posso dire. Felice...

non so se potrà esserlo ancora. Ma... sola, no. — Si avvicina di

più, si fa forza, e mentre nel salotto si sentono squillare le risa

di Guendalina e di Quanita, egli le bacia la mano con devozione

mormorando: — Amico... o... come vuole, tutto ciò che vuole: io le

appartengo interamente.

La giovane signora lo guarda lei, adesso, a lungo, poi scrolla il capo

lievemente con una grande profonda malinconia negli occhi.

— Interamente... no.

Il D'Entracques diventa pallido, quasi terreo, mentre risponde con la

voce alterata:

— È partita per sempre!

La moglie di Sua Eccellenza · 第 50 / 57 题