Secondo i giornali favorevoli al ministero, Sua Eccellenza D'Orea non
ha avuto che un breve deliquio, per eccesso di fatica, di lavoro,
un'indisposizione, prontamente superata. «Fra un paio di giorni,
l'illustre uomo sarà di nuovo al Ministero, e intanto, anche riguardato
nel suo appartamento, continua con la consueta alacrità nel disbrigo
degli affari più urgenti».
Per i giornali dell'opposizione, invece, per i socialisti ed i
repubblicani, l'onorevole D'Orea è stato colpito da un insulto
apoplettico. «Caso gravissimo, disperato: perduta la parola; tutta la
parte destra del corpo, paralizzata».
Questo grave avvenimento, serve tuttavia a distrarre l'attenzione
del pubblico dall'articolo dell'_Allarme_. Nessun altro giornale
lo commenta, lo riporta: l'_Allarme_ stesso riconosce l'attacco
ormai intempestivo e non vi insiste più. Succede, al contrario, un
cambiamento di giudizi, curiosissimo. A poco a poco, l'onorevole
D'Orea, dato addirittura come spacciato, — è — anzi era, — per i
giornali dell'opposizione, «l'unica forza, la bandiera e il timone
del ministero, che per la scomparsa di un tal uomo dovrà fatalmente
e inesorabilmente cadere sfasciato, tra le secche dei rimpasti». A
poco a poco, per i giornali ufficiosi, il deputato di Pontereno e il
ministro dei Lavori Pubblici diventano un uomo e un portafoglio di
secondaria importanza. Anzi, qualcuno, arriva addirittura a far capire
che «allontanandosi il D'Orea, elemento forse troppo conservatore per
la fisonomia del ministero attuale, questo avrebbe potuto muovere più
spedito e più agile verso tutte quelle riforme tributarie e sociali
reclamate dal paese».
Remigia, intanto, legge tutti i giornali col signor Zaccarella, va
sulle furie e in convulsioni. Più che contro i giornali avversi, —
vanno per la loro strada! — grida e si arrabbia contro i giornali
«falsi amici», i venduti, che odorano il vento dell'opportunismo,
pronti alla defezione e al tramonto! Ma sfogatasi col signor Zaccarella
due volte al giorno, al mattino e alla sera, — i giornali del
pomeriggio non hanno una grande importanza, — ella si mostra serena,
sicura, dà tutti gli ordini e fa preparare vestiti e cappellini per le
feste di Napoli, della Spezia, di Venezia, alle quali assisterà col suo
Jack, tesöro.
Dall'_Albergo di Roma_ parte la parola d'ordine e tutti la mettono in
giro, — la Capodimare, i della Gancia, il Paparigopulos e anche il
D'Entracques, — Giacomo D'Orea sta bene. È per l'ostinazione di sua
moglie che aspetta ancora un paio di giorni, prima di farsi vedere al
ministero!
In quanto al signor Zaccarella, premesso che Sua Eccellenza D'Orea
ormai sta benissimo e lavora tutto il giorno con i segretari, nel suo
gabinetto, torce le labbra con supremo disprezzo pronunziando il nome
del _socialista_ dottor Davos e sentenzia: — per sbarazzarsi dei propri
nemici, non c'è di meglio che fare... il dottore. — Poi, dopo aver riso
compiacendosi del proprio spirito, torna grave, impettito, e si batte
tre volte, con le dita raggruppate della mano sullo stomaco:
— In-di-gestione. Sua Eccellenza è ghiottissimo delle fragole alla
panna. Una semplice indigestione.
In una cosa sola l'autorità del dottor Davos è riconosciuta e
rispettata: nella prescrizione che Sua Eccellenza D'Orea, tranne i
segretari, non debba nè ricevere, nè veder nessuno... ancora per un
paio di giorni.
Donna Remigia stessa fa osservare scrupolosamente la consegna,
ripetendo a tutti:
— Non ci lascio entrare in camera nemmeno Mimì! Io stessa, mi sacrifico
e ci vado pochissimo. Lavora anche troppo co' suoi segretari «per il
disbrigo degli affari» senza affaticarlo di più inutilmente.
Il «disbrigo degli affari» è una frase fatta che oramai donna Remigia
va ripetendo cento volte al giorno!
Ella pure è in grandi faccende, e avrebbe bisogno di segretari se non
avesse il signor Zaccarella che fa per dieci.
Il salotto dell'albergo di Roma è diventato quasi l'anticamera del
ministero dei Lavori Pubblici e il signor Zaccarella dà udienza,
risponde alle lettere che chiedono notizie, riceve personaggi, manda il
bollettino ai giornali, ed è lui stesso che stende il telegramma della
signora duchessa, in risposta a quello di Sua Maestà, che si congratula
per il «sicuro miglioramento» e rinnova i voti «per la pronta completa
guarigione».
«Commossa, riconoscente interessamento Maestà Vostra salute mio amato
consorte, onoromi confermare alla Maestà Vostra condizioni sempre
migliori. Voglia gradire Vostra Maestà profonda gratitudine, ossequi
devoti, ecc. ecc...»
Questo telegramma, per altro, prima di essere spedito, deve ottenere
l'approvazione anche del conte D'Entracques: «Sua Eccellenza», come
lo chiama adesso, brevemente, il signor Zaccarella, parlando con la
duchessa Remigia, sicuro che non viene confuso con Sua Eccellenza
D'Orea.
Di buon umore fuori, l'Idola, in casa, è nervosa, inquieta e strapazza
la povera Carfo continuamente, perchè sta sempre lì immusonita, perchè
non è sicurissima che il signor D'Orea sia completamente guarito in un
paio di giorni, e possa assistere alle feste di Napoli, della Spezia e
di Venezia.
— Sempre così! Quando io ho qualche contrarietà, tu, invece di un
conforto, diventi un peso!
Un giorno uscendo dalla oreficeria del Marchesani, — ah, _mon Dieu!_ —
s'incontra... nella vecchia Sbirlingonia! In missis Eyre!...
Si guardano un istante, poi Remigia le fa un saluto dignitoso, da vera
ministressa.
— A Roma, missis?... Come mai?
— Di passaggio; Roma, specialmente d'estate, non la posso vedere! Vado
all'_Abetone_. Ne ho abbastanza della Svizzera e della _Tête-pointue!_
— Poi il viso secco diventa più verde: sta schizzando il fiele.
— Il nostro onorevole D'Orea, ho letto anche nei giornali, sempre
malissimo?... Ne sono desolata.
— E io tutt'altro!... Mio marito sta tanto bene, che è già tornato al
ministero. Buon giorno, missis Eyre, e buona villeggiatura! — Le volta
le spalle e se ne va furiosa.
— Vecchia arpia!
A mammà ha sempre scritto e fatto telegrafare ottime notizie, tenendola
in guardia, — l'espressione è del signor Zaccarella, — contro le
informazioni pessimiste di fonte avversaria. Ma con tutto ciò, alla
fine del terzo o del quarto paio di giorni, che occorrevano a Giacomo
per rinfrancarsi pienamente e tornare al ministero, la duchessa
Cristina e il principe Rosalino arrivano, senza nessun preavviso,
all'_Albergo di Roma_. Si presentano all'Idola inquieti, ansiosi, con
le lacrime agli occhi: ma l'Idola, più sorpresa e contrariata, che
soddisfatta, li accoglie di malumore.
— Perchè non avete scritto o telegrafato? Sapete che io non amo le
improvvisate!
Ma ormai sono lì, non può mandarli via e bisogna continuare nella
solita commedia dell'indisposizione passeggera, e mentre Remigia
abbraccia la mammà cara e lo zio Rosalì tesöro, il signor Zaccarella
continua gravemente a battersi il petto con le dita raggruppate:
— Scherzi dello stomaco!... Le fragole con la panna!... Indigeste
quanto mai!
Poco dopo, la duchessa e il principe, entrati all'albergo con la faccia
costernata, ne escono in carrozza scoperta insieme all'Idola e si
mostrano ilari e contentissimi. Non hanno ancora potuto vedere il caro
Giacomo, occupato co' suoi segretari «nel disbrigo degli affari più
urgenti», ma sono felici delle ottime notizie avute.
— Proprio vero, — sentenzia il principe di Sant'Enodio: — se vuoi
sapere, vai; se non vuoi sapere, manda!
Egli saluta affabilmente dalla carrozza con le scappellate, con i
cenni della mano. È sempre cortese, ha sempre il sorriso sulle labbra
e il complimento opportuno, eppure soffre tanto per il suo figliuolo,
lontano.
— Mah! Gli eccessi dello sport!... la pipa!... Ostinato! Caparbio!...
— Egli ha finito anche per crederlo, a forza di ripeterlo. E... chi
sa?... Finisce quasi per crederlo anche il povero Totò, ammalato,
morente in mezzo al mare, sotto quel sole che lo abbrucia senza
riuscire a riscaldarlo!
Remigia, dalla carrozza, mostra alla folla del corso, tutta la grande
gioia di essere con la sua mammà. Saluta espansiva e gaia, e fa il nome
alla duchessa Cristina delle signore più alla moda e dei personaggi più
importanti. A un tratto si oscura in viso:
— Non guardate a destra! C'è quel cretino odioso di Luciano! Non
bisogna più salutarlo! Ha inventato tante cattiverie! Che Giacomo è
gravemente ammalato! Che ha fatto un colpo!
— Che uomo!...
— Che essere!
Remigia comincia a difendere sua sorella.
— È proprio stata una vittima! Povera Maria cara!
— Domanda che ora è: sono le cinque e mezzo. — Bisogna andare al tè da
Guendalina. Si passa un'ora piacevolissima! Non troppa gente e tutti
simpaticoni!
Quel giorno, oltre la padrona di casa, non ci sono che i della Gancia,
il D'Entracques e il cavaliere Paparigopulos.
Guendalina e Quanita, nei successi avvenimenti, si erano mostrate
amicissime più che mai e più che mai legate, a doppio filo, con donna
Remigia D'Orea. Erano le più risolute e infervorate nel dichiarare
subdole e false, — una manovra dei sovversivi, — le voci corse del
colpo apoplettico. Le due signore — compreso Cincino e Paparigopulos,
— assicuravano di vedere il D'Orea tutti i giorni, di averlo trovato
sempre nella sua piena lucidità di mente, e, si capisce, sempre dedito
con i suoi segretari «al disbrigo degli affari più urgenti».
Guendalina Capodimare, consigliata in questo e spinta anche un pochino
dalla cognata, non solo ha accettato, per il momento, la sostituzione
del vecchio barbuto professore di Torino, al suo giovane elegante
e sbarbato fratello nella commissione marconiana, ma conviene,
rassegnatamente, di aver forse peccato lei, per troppo zelo, a
proposito della famosa firma e della sottoscrizione in omaggio al Sommo
Pontefice.
Chi solo naviga in cattive acque e si trova stretto tra l'uscio e
il muro delle dimissioni, è il malcapitato Leonida dal cappellone,
ex-repubblicano... e di nuovo molto radicale!
Con le principesse romane non è riuscito a perdere la virtù, ma sta per
perdere l'Eccellenza: l'_Allarme_ tace, ma vigila. Nel consiglio dei
ministri, Sua Eccellenza Staffa è già stato liquidato.
— Un vero _Rabbagasse_ antipaticissimo! — È l'orazione funebre di
tutte e tre: Quanita, Guendalina e Remigia, con la muta, ma eloquente
approvazione di Paparigopulos.
Remigia entra allegra e festante nel salotto della Capodimare:
— Guendalina! Quanita! Vi conduco mammà! La mia cara mammà! E anche il
mio tesorone caro! Lo zio Rosalì!... Son venuti oggi, da Napoli!... Per
uno dei miei tanti onomastici e per passare qualche giorno con me e con
Jack!
Si capisce che questa dev'essere la parola d'ordine per spiegare
l'arrivo a Roma dei parenti.
Dopo le presentazioni, le due signore s'impossessano subito della
duchessa Cristina, evocando ricordi, aneddoti, parentele, mentre
il cavalier Paparigopulos, a un cenno della Capodimare, attacca
conversazione, più a monosillabi e a smorfie che a parole, e
intermediario l'astuccio delle sigarette, con il principe di
Sant'Enodio. Questi, per la circostanza, accesa una sigaretta di
Paparigopulos e soffiando il fumo dal naso, sfoggia gravemente un
proverbio orientale:
— Donna bruna... e tabacco biondo!
Remigia e il generale d'Entracques, sorbendo il tè e ammirando le
magnifiche incisioni all'acquaforte, — sono del Durer, nientemeno! —
passano nell'attiguo gabinetto. Lì soli, Remigia cambia ad un tratto
colore, voce, espressione.
— L'intelligenza si mantiene abbastanza lucida, ma non può muovere il
braccio e parla stentatamente, ingarbugliandosi...
— E il dottore che cosa dice?
— Il dottor Davos prevede vicino un altro colpo e il dottor Dolder
comincia a non escluderlo più...
Remigia sospira, e abbassa la voce: — È stato sempre tanto cattivo e
ingiusto con me... Pure, gli ho perdonato e mi fa compassione!
Il D'Entracques la guarda con tenerezza.
— È naturale. È suo marito ed è molto ammalato!
L'Idola ha un tremito leggero che la fa tutta vibrare e gli occhi,
fissando il D'Entracques, si riempiono di lacrime. Bisbiglia appena:
— Ho paura.
— Di che? — domanda ansioso il generale.
— Mi vedo sola, mi sento sola e ho paura!
Il D'Entracques le prende una mano e gliela stringe forte, mentre
guarda Remigia lungamente.
— Lei capisca... ciò che io oggi non voglio, non posso dire. Felice...
non so se potrà esserlo ancora. Ma... sola, no. — Si avvicina di
più, si fa forza, e mentre nel salotto si sentono squillare le risa
di Guendalina e di Quanita, egli le bacia la mano con devozione
mormorando: — Amico... o... come vuole, tutto ciò che vuole: io le
appartengo interamente.
La giovane signora lo guarda lei, adesso, a lungo, poi scrolla il capo
lievemente con una grande profonda malinconia negli occhi.
— Interamente... no.
Il D'Entracques diventa pallido, quasi terreo, mentre risponde con la
voce alterata:
— È partita per sempre!