Mimì Carfo è assai inquieta. Il dottor Davos ha un altro ammalato grave
e non può aspettare. Guarda l'orologio, poi si alza:
— Tornerò domattina!
Mimì insiste, lo prega di rimanere ancora un momento.
— È necessario che parli lei con Remigia, subito... stasera!
— E poi? — replica il dottore, pensando alla signora D'Orea. — Si
persuaderà?
— Certo, se le dice lei, che bisogna farlo, per salvare suo marito!
Il signor Zaccarella, che dal balcone guarda giù, lungo il corso,
rientra frettolosamente e attraversa il salotto di corsa.
— È qui! È qui! Ho veduto la carrozza della signora duchessa!
Mimì Carfo si alza, ma non ha il coraggio di andarle incontro;
lascia che la prima notizia le sia data dal signor Zaccarella. Il
dottor Davos, un po' inquieto a sua volta, fa qualche passo su e giù
meditabondo, preparando in mente ciò che dovrà dire alla duchessa
D'Orea, che non gli ispira nessuna confidenza e nessuna simpatia.
Il signor Zaccarella ritorna subito, con la faccia ancora più
costernata e si ferma sull'uscio che tiene aperto. Remigia entra: si
ferma ritta, in mezzo al salotto.
— È così, dottore? — È rossa, ansante. — È così?
— Mah! — Il dottore, un omettino piccolo, magro, assai sparuto e tutto
nero, — vestito, barba, capelli, — allarga le braccia: — Mah! — Sono
neri anche i pronostici.
Remigia batte ripetutamente il piedino sul pavimento:
— Si spieghi, la prego, e faccia presto. Vede, come son nervosa! Mio
marito, come sta?
— Ora dorme. La crisi è superata.
— Dunque sta meglio?
Il dottore non risponde; crolla il capo.
— Non esageriamo, dottore, per carità!... — Remigia siede sbuffando
mentre Mimì le leva il cappellino. Lo Zaccarella sta in guardia
sull'uscio. Siede anche il dottore, accavallando una gamba sull'altra.
— Due sole parole, signora duchessa, perchè ho un'altra visita da fare.
Io non esagero: dico sempre la verità, e quando lo credo necessario,
come nel nostro caso, la dico senza pietose reticenze che possono
essere dannose.
— Ma se sta già meglio, se riposa, se dorme, non c'è da inquietarsi!
— Invece c'è da inquietarsi... moltissimo. Il caso può rinnovarsi...
più grave... fors'anche letale.
Remigia diventa pallidissima, mentre Mimì congiunge le palme alzando
gli occhi al cielo con un sospiro, e il signor Zaccarella, che ormai ha
indovinato i sentimenti della padrona, la fissa, mostrandole chiaro che
non approva le esagerazioni del dottore.
— Allora, secondo lei...
— Secondo me, se vuol salvare suo marito, gli faccia dare le dimissioni
e lo porti via da Roma, domani stesso. Si ricordi, il ritardo di un
giorno, può essere un'imprudenza, ogni esitazione può riuscire fatale.
— Subito le dimissioni?... Domani?... Ma... e il ministero?
Remigia guarda il signor Zaccarella che l'approva e l'incoraggia con
gli occhi e con i moti delle labbra:
— Lei non deve pensare ai ministero, ma a suo marito. I ministeri si
rimpastano, e bene o male si tengono in piedi più facilmente degli
uomini!
Le labbra sottili del signor Zaccarella disegnano, con un sorriso, la
parola socialista, senza pronunziarla.
— Permetterà, dottore... — l'espressione di Remigia è solenne ed
eroica. — Permetterà che io voglia molto bene anche alla mia patria!
Il dottore si alza e fa un profondo inchino.
— Si figuri! Soltanto, per il momento, mi pare che suo marito, corra
più pericoli della patria! — Il dottor Davos anche quando è ironico,
non ride mai. Si rivolge, sul punto di congedarsi, a Mimì Carfo, come
continuando un discorso già incominciato e non nascondendo la propria
indifferenza e la propria sfiducia verso la duchessa Remigia e il
signor Zaccarella.
— Il fisico di quell'uomo è stato logorato dal lavoro e dai dispiaceri!
— Dispiaceri?... — Remigia non può trattenere una risatina. — Il mio
Jack, tesoro, è sempre stato felicissimo!
— Sempre! Felicissimo! — ripete da lontano, come l'eco, il signor
Zaccarella.
— L'onorevole D'Orea, — continua il dottore sempre rivolto a Mimì, è
affetto da un vizio al cuore, non congenito ma acquisito, e il caso
d'oggi ne è una conseguenza. Bisogna cambiar rotta. Assoluto riposo del
cervello, la calma più completa del sistema nervoso. Non più politica
e non più affari. Per mesi e mesi, se vuol rimettersi, deve fare una
vita puramente materiale; deve vegetare, in campagna: quiete, quiete,
quiete. Non ho altro consiglio da dare.
— Scusi, dottore, un momento. Parli anche con me; sono io la moglie di
Sua Eccellenza, e spieghiamoci chiaro. Non crede lei, che seguendo in
tutto, alla lettera, questo suo consiglio, non si vada incontro ad un
altro pericolo?
— Precisamente, — mormora lo Zaccarella.
Mimì tace, sospira, il suo cuore è stretto stretto. Sente che il
dottore ha ragione, ma che anche il sacrificio che s'impone a Remigia è
troppo grande, e geme, muta, con tremiti angosciosi.
Remigia continua vivacemente e con convinzione:
— Non crede lei, che per un uomo come mio marito, che ha assunto
obblighi e impegni verso la Nazione, il Re, e i suoi colleghi, possa
essere un pensiero non di quiete ma di tormento quello di abbandonare
tutto e tutti, improvvisamente, precipitosamente, senza nulla
preparare, provocando... una crisi, in questo momento disastrosa?
Sopraggiunge in aiuto della signora duchessa, la voce umile, melata del
signor Zaccarella:
— A poco... a poco! Bisogna andare a rilento! Nelle condizioni appunto
di Sua Eccellenza! Piantare il Governo! Roma!... La notizia... un
colpo così fulmineo... Credo gli sarebbe fatalissimo!... Avrebbe anche
l'apparenza, quasi direi... di una fuga!
— Ma che apparenza! — Il dottore seccato da tanta diplomazia e da tanti
infingimenti conclude, con una risata: — Una vera fuga, per salvar la
pelle!
Remigia offesa fa un atto di collera e di disprezzo. Il dottore non se
ne accorge, prende il suo cappello e se ne va, dopo aver detto questa
volta, fermo, in faccia a Remigia e proprio a lei, direttamente:
— Ho parlato chiaro, senza reticenze, perchè le condizioni, per me
gravissime, dell'onor. D'Orea, me ne impongono il dovere. Quello che
credo si debba fare, quello che credo necessario e urgente di fare,
l'ho detto e ripetuto. Ora soggiungo soltanto questo: qualunque cosa
possa accadere io non avrò certo rimorsi. Facciano in modo... di non
doverne avere nemmeno loro!
Appena rimasta sola, Remigia dà sfogo alla sua collera.
— Antipatico, odioso e ineducato!... Del resto è un socialista, e basta!
— Dicono per altro, che sia molto bravo... — soggiunge Mimì, assai
timidamente.
— Bravo, — ripete argutamente il signor Zaccarella, ma... socialista!
Remigia ci tiene a convincere Mimì. Vuol averla tutta dalla sua.
— Che sia bravo, capirai, nessuno lo mette in dubbio. Ma in questo caso
è portato naturalmente a esagerare. Pensa i socialisti come sarebbero
contenti di provocare una crisi...
— Col ministero, non ben consolidato! — crede di soggiungere il signor
Zaccarella, ma a torto, perchè donna Remigia gli dà un rabbuffo.
— Come non ben consolidato?... Dove trovare un ministero più ben
consolidato del nostro?... Piuttosto Giacomo... che si dimette...
una crisi... proprio in questo momento... con le feste di Napoli,
per il passaggio dello Scià di Persia, alla Spezia per il varo
dell'_Invincibile_, a Venezia per l'inaugurazione dell'Esposizione
di merletti, sotto il patronato di Sua Maestà la Regina... Capirai,
Mimì... Capirà, signor Zaccarella... anche... per me...
L'Idola non può più contenersi, ha una crisi nervosa di lacrime.