— Piange?...
— Mi ha dato un gran dolore! Potevo illudermi, ora no, più. Ora no,
più, tutto l'incanto è rotto!
Il generale non capisce bene, ma si sente commosso ed è pentito di aver
parlato. Quella donnina, così giovine e fragile, lo turba con tutto ciò
che ha di ignoto e di arcano l'innocenza e la verecondia.
Ella, sempre china, continua con la voce dolorosa e tenera che, a poco
a poco, dal cuore, penetra nei sensi del D'Entracques:
— Ero così felice!... Beata!... Speravo, credevo di aver trovato ciò
che tanto sognavo! Un'amicizia a cui avrei potuto affidare e confidare
tutto dei miei pensieri e de' miei dolori, delle mie debolezze... e
anche delle mie buone qualità! Un'amicizia fatta di tanta bontà e di
tanta tenerezza! Un'affezione sincera, grande e una protezione, una
sicurezza, per me, quando, pur troppo... devo guardare dinanzi a me,
nella mia vita! E anche oggi... Sola sola! Mio marito?... Sono così
poca cosa io per mio marito!... Mammà?... Lo zio Rosalì?... — Voglio
illudermi, ma non posso sempre illudermi! Sono buoni, due tesori, mi
adorano... ma sono esseri... — sospira, abbassa ancor più la testolina
malinconica mentre giuoca nervosamente col piccolo ventaglio luccicante
di miche. — Sono esseri superficiali, figure, all'atto pratico,
semplicemente... decorative! Mia sorella?... Sarà colpa sua, sarà
colpa mia, o colpa di tutte e due, ma non andiamo d'accordo. Dunque...
subito, appena l'ho veduto, appena l'ho conosciuto, mi sono attaccata a
lei... — Alza gli occhi e lo guarda dolcemente. — Sì... lei... tutto...
e tutta l'anima, ma nel bene! Per consigliarmi, per difendermi...
per trattenermi... Dio mio, ma che il bene... sia proprio un sogno
inafferrabile?
La carrozza comincia la salita di Via Nazionale; il Costanzi è
vicino: bisogna far presto. — Sì... balbetta rauco il D'Entracques,
commosso, sincero. — Dimentichi... tutto ciò che ho detto! Avrò per lei
un'affezione grande, eterna, ma sicura, leale... Sì, sì, anche della
mia pazzia... guarirò! In me, lei avrà sempre, ciò che ha desiderato,
sognato: amicizia, protezione, difesa... È contenta?
Pare di no. Remigia fa un altro sospiro: un grosso sospiro che sembra
le venga dall'anima oppressa. Ella mormora con le parole rotte da un
singulto:
— No! No! Non è bella la vita... e non è facile!
In quel punto la carrozza, che segue sempre il landò della marchesa,
svolta in vista del Costanzi illuminato.
La carrozza della marchesa si ferma dinanzi al portone del teatro: si
arresta subito anche quella di Remigia.
Il generale salta a terra, prima ancora del servitore. È pallidissimo,
stravolto. Remigia preme la mano ch'egli le porge, assai marcatamente,
con un rapido sguardo di tristezza e d'angoscia, poi subito, bianca
e leggerissima, vaporosa, alzando la voce allegra e festante come
un canto di primavera, si avvicina agli altri che l'aspettano fermi
dinanzi al teatro.
— Grazie, marchese Pio! Bravissimo caro avvocäto! Si scrive e si
dice di venire a Roma soltanto per me e alla prima occasione mi siete
infedele. Dirò anch'io come il conte Gambara, cattivino, cattivone!
Tutti ridono, meno il D'Entracques, ed entrano insieme in teatro.
La sala è affollata, ma sta per finire il primo atto, e nel vestibolo,
per le scale, nei corridoi, non ci sono che i portieri e gli
inservienti.
Il D'Entracques accompagna le signore fino al palchetto dove le
ringrazia e le saluta, promettendo di ritornare più tardi. Egli, quando
il custode ha aperto l'uscio del palco, s'è tenuto indietro per non
essere visto da quelli di faccia.
Missis Britton, è in teatro: il D'Entracques, per poter tardare, aveva
addotto la solita scusa del Ministero. Aspetta girando su e giù nei
corridoi che l'atto finisca prima di presentarsi a lei, che già sarà
indispettita e nervosa per quel ritardo.
Ripensa a donna Remigia: che strana creatura!... È buona? È cattiva?
Ora ha tanta espressione, tanta tenerezza negli occhi... Ed ora tanta
spensieratezza, tanta leggerezza!... Rivede il suo viso melanconico,
sente le sue parole dolorose: — No!... Non è bella la vita e non è
facile!... — Poi soggiunge, mentalmente: — Non è facile e non bella per
me! Diventar matto è sempre una disgrazia!... Diventar matto per una
donna è una disgrazia ed è una colpa!
— Quella vita di piccole menzogne, di continui sotterfugi è così penosa
per il suo carattere e per la sua coscienza!
— Devo sempre inventare, trovare scuse, pretesti, come una _cocotte_
che ha un amante da tener nascosto al suo protettore!
E lo stanca e lo angoscia l'intima lotta che deve sopportare dentro
di sè tra la nuova passione che lo turba e lo travolge e l'antico
amore non ancora del tutto sopito e che si ridesta nel rimpianto e nel
rimorso, quando è solo e quando dubita.
Remigia, appena nel palchetto, abbraccia Guendalina, — cara, tesoro,
amöre! — e stringe la mano al Paparigopulos, che ha dovuto accompagnare
la principessa perchè il principe è a letto con la lombaggine, causa
le esercitazioni militari. Poi esclama subito, prima ancora di guardare
Fanfan:
— Ah, _mon Dieu!_ Com'è bella!
Remigia non vuol sedersi avanti; fa passare Quanita al parapetto. Ella
resta in piedi in mezzo al palco per meglio vedere e farsi vedere.
Si muove, parla, ride, gestisce con grazia, cerca fra le poltrone,
trova subito il naso del Gambara, che l'ha già presa di mira, e in
quel momento che il D'Entracques non può vederla, e con la scusa
di accomodarsi il cappellino, gli concede una lunghissima e tenera
occhiata di consolazione.
Si fa dare il cannocchiale; si mette davvero a fissare Fanfan.
— È proprio bella!... È una bellissima _Manon_... E canta anche benis...
Ahi! _Manon_ cresce, per troppa anima, nell'ultimo grido di amore e di
speranza e l'atto finisce con una grande stonata e fra un subisso di
applausi.
Il pubblico della platea e delle gallerie applaude Fanfan perchè
rinfrescata dal belletto e nel graziosissimo costume di _Manon_ è assai
bella e sembra ancora giovanissima. Le signore dai palchi e i frac
delle poltrone, applaudono perchè ciò è molto _chic_ e dinota che si
appartiene all'aristocrazia, essendo Fanfan l'amante di don Luciano
D'Orea.
— Canta anche benino!
Il Paparigopulos approva in silenzio, aprendo la bocca e chiudendo gli
occhi.
L'avvocato ripete la solita spiritosità molto nota a Bologna:
— Diremo, per essere precisi, che canta... bellissimo!
Guendalina, non bada alla scena: languida e stanca non fa che
rosicchiare i cioccolatini di mandorla e odorare i fiori che le ha
portato Paparigopulos. Quanita pure: ha altro in mente che _Manon_ e
Fanfan! Ella cerca e cerca con l'occhialetto e col cannocchiale in
tutto il teatro, ma non trova! È assai inquieta, non parla... A un
tratto diventa di buon umore, non sta più ferma e si mette anche lei a
rosicchiare cioccolatini. Il bel giovanotto dalla barbetta rossa, con
una magnifica cravatta arancione, è entrato in quel punto nelle file
dei posti riservati. Passa diritto senza salutare nessuno, urta chi gli
capita contro i gomiti, e arrivato alla sua poltroncina, dà un colpo al
sedile buttandolo giù con fracasso e vi si sdraia boriosamente.
Fanfan, intanto, è uscita a salutare una prima volta con gli artisti,
poi una seconda volta con gli artisti e il maestro, poi sola,
finalmente, tra un maggiore entusiasmo. Il pubblico la richiama ancora
tre, quattro volte perchè ci prende gusto a vederla commossa a mandar
baci, non più inchinandosi, ma allargando le braccia e stringendosele
al seno con l'atto di abbracciar tutti, appoggiandosi al telone, quasi
languente di felicità.
Remigia finisce col battere le mani anche lei. In quel momento non
pensa più a Narciso Gambara e nemmeno al D'Entracques! Il suo pensiero
corre da quel teatro, da quella donna raggiante, che trionfa, alla
quiete silenziosa e buia di Fiumicino, a due donne così lontane da quel
mondo, così sole e abbandonate. Una di esse è tanto infelice, eppure il
suo ricordo basta ad infastidire Remigia.
— Com'è bella la Trécoeur! Bellissima! — Poi trova l'elogio nel
quale tutti convengono, anche l'avvocato. — Intanto, dev'essere
intelligentissima per fare quello che fa... dopo quello che ha fatto!
— Sua Eccellenza Leonida Staffa — bisbiglia il Berlendis sottovoce
a donna Remigia, — è stato oltremodo gentile. Gran brava persona!
Lavoratore!... Non aveva altro che un difetto: la repubblica! Utopie!
Quarantottate! Anacronismo storico! — L'avvocato si fa più vicino
all'orecchio della Duchessa, dandosi l'aria di essere addentro nelle
segrete confidenze: — Leonida Staffa era addoloratissimo di non poter
venire al Costanzi.. Mi ha detto di presentarle i suo omaggi, i suoi...
— S'interrompe, si volta.
Narciso Gambara, che non ha avuto la forza di aspettare il terzo atto
per farsi vedere nel palchetto con la moglie di Sua Eccellenza, apre
l'uscio ed esita incerto, se debba entrare sì o no.
— Venga! Venga! Conte Gambara! — esclama Remigia allegramente. Missis
Britton era proprio in un palchetto di faccia e da poco vi era entrato
il D'Entracques.
L'avvocato si alza e cede il posto al giovinotto ringalluzzito,
congedandosi dalla duchessa Remigia e dalle signore.
— Sono stanco e vado a letto! La ferrovia, il caldo specialmente, mi
ammazza...
Narciso si volta, il naso si alza e lancia un motto spiritoso:
— Cioè, cioè! Vi liquida! Vi liquefa! Ma sì! Ma sì! Proprio così!
L'avvocato esce dopo essersi sprofondato in un inchino; Remigia ride,
scherza col Gambara, si alza, vuol cambiare di posto, resta in piedi.
Tutto ciò per il palco di faccia, nel quale finge di non guardar mai.
Ad un tratto domanda ad alta voce:
— Sapete dirmi chi è quel giovane, troppo bel giovane, rosso... Ha
un'enorme cravatta gialla...
Il Paparigopulos resta immobile, di sasso, compresa la barba. La
Capodimare socchiude un momento gli occhi affaticati dalla troppa luce.
Il silenzio è così profondo che si sente il fischiettìo leggero del
marchese, che pisola in fondo al palco, tra le sciarpe e le mantiglie.
Remigia continua a fissare nella poltrona col cannocchiale e il Gambara
diventa intempestivamente geloso.
— Dov'è? Dov'è?... Chi è?
— Nella terza fila delle poltrone!... Quasi nel mezzo... Io lo credo un
mio segreto adoratore!... «Dovunque il guardo io giro...» me lo trovo
dinanzi!
Narciso geme e fa una smorfietta di dolce rimprovero sfogandosi
contro l'orribile cravatta; ma Quanita, invece, domanda a Remigia,
distrattamente, con un piccolo sbadiglio:
— Chi guardi? Di chi parli?
Remigia le indica il giovinotto: la marchesa non riesce a vederlo. La
Capodimare, dopo un'occhiata al Paparigopulos, si alza per cambiare
di posto e far cambiare il discorso. Quanita vede delle amiche in
un palchetto, le saluta, e continua a mandar loro dei sorrisi e dei
cenni... Intanto missis Britton si fa venire il D'Entracques più
vicino, gli dice, chinandosi, qualche parola all'orecchio... e anche
Remigia non pensa più a Barbetta rossa!
— A lei, per sua quiete! — dice al Gambara sottovoce. — Guardi in
faccia a noi. Quella signora così inverosimilmente bionda?... È
l'America abbondantissima, scoperta da Sua Eccellenza D'Entracques!
Con la scusa di indicarla a Narciso Gambara, punta lei stessa il
cannocchiale e lo tiene ostinatamente fisso su missis Britton.
Nel palchetto, oltre a missis Britton, c'è un'altra signora assai
più attempata, anch'essa dall'aria esotica. Sono accompagnate da
un vecchio, — deve essere un diplomatico; certo un personaggio
d'importanza, — con la faccia rasa, marmorea e pensosa che ricorda
quella di Napoleone I.
Accanto a missis Britton, ma da essa un po' discosto, è seduto il
generale D'Entracques, con gli occhi sempre rivolti verso Remigia. Ha
l'aria cupa e sembra invecchiato.
— Bionda... inverosimilmente?... Perchè? Ma perchè? — gorgheggia il
rorido Narciso, tenendo il binoccolo a cavallo del naso. — Io la trovo
elegantissima!... Bellissima!
— Bella di sera! — L'Idola è seccata dall'entusiasmo di quel
provinciale. — Di giorno è orribile! Una pittura a pastello! — Comincia
il secondo atto; ella non sta più attenta alla _Manon_, ma, invece,
sempre al palchetto dov'è il D'Entracques.
Anche missis Britton, ad onta della sua calma, della sua freddezza
matronale ha osservato ed osserva la D'Orea... Si volta verso il
generale, lo chiama vicino, gli parla ancora sottovoce, all'orecchio:
il generale, che s'è avvicinato di malavoglia, risponde con un'alzata
di spalle allontanandosi di nuovo.
Evidentemente missis Britton è gelosa e il D'Entracques è seccato.
Remigia, felice, per attizzare il malumore nel palchetto di faccia, si
mette a ridere, a far l'amabile col Gambara. L'uscio si schiude appena:
si mostra Luciano dalla fessura.
— Vieni! Vieni!... Congratulazioni!
Luciano non vuol entrare, non vuol farsi vedere dalla sala del teatro
in quella sera di trionfo: per modestia.
Remigia corre lei sull'uscio del palchetto:
— È deliziosa! Un amore! E anche l'espressione, la passione, la scena,
_ben...nissimo!_ Come ha fatto?... È un miracolo!
Don Luciano sempre serio, ma con un velo di dolce compiacimento,
approva e ringrazia. È convinto del miracolo, ed è altrettanto convinto
di averlo operato lui!
La Capodimare, la della Gancia si voltano verso il D'Orea e l'una
sentimentale, l'altra vivacissima, fanno pure i loro rallegramenti.
— Sa e sente ciò che dice!
— A me piace moltissimo! Sarà, non sarà una grande artista, a me piace
moltissimo!
Il cavalier Paparigopulos, dal suo sedile, continua a inviare inchini
gratulatorî al D'Orea, alzando e abbassando il capo, aprendo e
stringendo le labbra, mentre il marchese Pio, svegliatosi allora, gli
dà la mano esclamando:
— In gonnellino corto!... Con la parrucca bianca! È un capolavoro!
— E che _bijoux!_ Uno splendore!
Anche Remigia torna al parapetto del palco, e dopo un rapido giro
d'occhi per osservar D'Entracques e missis Britton, torna a puntare il
canocchiale su Fanfan.
— ... Bella _toilette!_ Una meraviglia!
— _Madame_ Croisard! — Don Luciano parla lentamente, con grande
importanza. — Oggi a Parigi, non si parla che di _madame_ Croisard.
Vedrete la _toilette_ del terzo atto! La principessa di Galles, l'ha
voluta, tal'e quale! — Si arrabbia guardando verso la scena e borbotta
tra denti: — Animale! — Poi, in fretta, fa un saluto per andarsene.
— Scappi via?
— Vado a dare dell'asino all'elettricista. Adesso doveva abbassare la
luce e non sta mai attento...
Remigia è eccitata dal teatro, dal pubblico, dalla musica, dal palco di
faccia. Gli grida dietro:
— A _Manön!_... Rallegramenti sincëri!
Don Luciano, appena arrivato sul palcoscenico, dimentica la luce e
l'elettricista. Fanfan, il viso rorido fra le chiazze del belletto,
raggiante, scintillante di gioia e di gioie, rientra allora dalla
scena, dopo due altre chiamate. È commossa, delirante.
Piange e ride. Abbraccia il maestro dei cori, l'impresario, il
direttore di scena, abbraccia la cameriera... e in quella confusione
abbraccia anche Luciano.
Giovanotti eleganti, maestri di musica, giornalisti le sono tutti
d'attorno, complimentandola, ammirandola, quasi soffocandola.
Fanfan ringrazia i suoi buoni amici, ringrazia Roma, ringrazia la bella
Italia.
— Oh l'Italia! l'Italia! La vostra Italia!
Don Luciano porta la constatazione del successo: un successo morale,
più ancora di convincimento che di applausi.
— Le signore, poi!!... L'entusiasmo delle signore è straordinario!...
La principessa Capodimare! La marchesa della Gancia, mia cognata... Mi
hanno incaricato di farvi i loro rallegramenti!
— La moglie di Sua Eccellenza D'Orea? — domanda il critico del
_Corriere Romano_, che sta scrivendo in fretta tutti quei nomi.
— Sì, la moglie di Sua Eccellenza il ministro dei Lavori Pubblici. Mio
fratello.
Don Luciano, socialista, non ripudia sul palcoscenico la sua parentela
con il ministro. Anzi, tutt'altro, perchè gli conferisce autorità.
Fanfan, ch'è ancora sull'uscio del camerino, rompe la folla degli
adoratori, attraversa di corsa il palcoscenico, chiamandosi dietro
Luciano, e si mette per guardare da una spia del telone nella sala.
— Fatemi vedere vostra cognata!
— Guardate a destra...
Fanfan si curva, mette l'occhio al piccolo foro; Don Luciano approfitta
della vicinanza e col braccio leggero le circonda la vita: Fanfan si
divincola con un contorcimento serpentino e uno sguardo irato.
— Fatemi vedere vostra cognata!
— Il palchetto... il quarto dalla scena... Ci sono tre signore...
— Sì! Sì! Vedo!... Una, con i capelli incipriati... Che belle perle!
— Non è incipriata. Ha i capelli bianchi, davvero!
— Così giovane? Sta benissimo! È quella vostra cognata?
— No. Quella è la principessa Capodimare. L'altra.
— La bruna? Oh!... Che magnifici _solitaires!_
— No! Quella è la marchesa della Gancia! Quella in mezzo! La bionda!
Fanfan fissa attentamente Remigia, poi domanda a Luciano aggrottando le
ciglia:
— Somiglia a vostra moglie?
Luciano risponde di no con un'alzata di spalle assai significativa e
sprezzante, che rassicura Fanfan. Ella torna a guardare dal sipario,
allegramente:
— Oh! _Quelle est pétillante la petite blonde!_
Luciano, guarda anche lui da una fessura:
— Quello che entra adesso nel palchetto... Lo vedete?
— _Ce grand monsieur?_...
— È il ministro della Guerra. Il conte D'Entracques!
— È il suo amante?... _Tout le monde le dit!_
Luciano fa un'altra alzata di spalle, ma con più indifferenza.
— Quella lì, non avrà mai un'amante... proprio davvero. Troppo
incomodo.... e nessun divertimento!
— Caro voi!... Tutto il mondo lo dice!
— Allora... sarà. Ma in tal caso, non una passione! Viceversa....
una speculazione! — Fa il solito ghignetto e soggiunge: — Per il
D'Entracques affatto passiva!
Il macchinista dà la voce:
— Largo, signori! Attenti!
Fanfan corre nel camerino a vestirsi per il terzo atto e Luciano si
ferma in mezzo al palcoscenico a comandare e a brontolare, sorvegliando
il cambiamento di scena.