— Ah! _Mon Dieu, mon Dieu!_ Quante teste pelate!
È l'esclamazione di donna Remigia appena si sporge dal parapetto
della tribuna diplomatica, e gira gli occhi in fondo all'aula di
Montecitorio.
— Ah! _Mon Dieu, mon Dieu!_ Com'è brutto qui! — Si era immaginata la
Camera dei Deputati, assai più grande, più bella e più sfarzosa.
La marchesa della Gancia la guarda sorridendo:
— Ma come?... Non c'eri mai stata?
— Mai! Quando dico a Jack di condurmi in qualche posto, o non può,
o se può... sta poco bene! Ma adesso ho preso il mio partito: andrò
dappertutto senza di lui!
— E farai benissimo!
Approva anche il marchese Pio della Gancia, il marito di Quanita.
Remigia torna a sporgere il capo e a guardar giù. L'aula va sempre
più affollandosi. Alcuni onorevoli, non teste pelate, ma arruffate, in
piedi o sdraiati dietro i lor banchi, parlano fra di loro, gesticolando
animatamente. Remigia, sta un po' osservandoli, poi domanda, con aria
scandalizzata, facendoli notare anche al marchese:
— Come mai?... Tutti i deputati non sono in abito nero?
Il della Gancia allunga il collo, guardando lui pure giù «nella bolgia»
come la chiama, piacevolmente. Ma poi, in fretta, si tira indietro, e
sporge le labbra nauseato:
— Ah! Ah! Quelli sono i _Rabbagasse_ dell'Estrema Sinistra! — Il
marchese, che parla con uno spiccato accento napoletano, pronunzia
_Rabbagasse_ con due _bi_ e facendo sentire la _e_.
— È una mancanza di rispetto al Parlamento! Il frac dovrebbe essere di
rigore!
— Dovrebbe essere! Invece... — Il marchese Pio fa un gemito che sembra
quasi un muggito. — Ma! Se l'abito non fa il monaco, fa il democratico!
Non è vero, Quanita?
— Già... appunto!
La marchesa è distratta e irrequieta. Si volta di qua, di là, risponde
chinando il capo con la vivacità meridionale, alle profonde riverenze
che le rivolgono, dai loro banchi, alcuni onorevoli di destra e
del centro, ricambia sorrisi e saluti con le signore della tribuna
di Corte, ma intanto continua con l'occhialetto a guardare in giro
ansiosamente e a cercare, a cercare... qualcheduno che non c'è. A un
tratto, l'occhialetto si ferma, puntato diritto alla tribuna della
stampa. Vi è appena giunto, rimanendo fermo, in piedi, proprio nel
mezzo, un bel giovinotto alto, segaligno, con la barbetta rossiccia,
la cravatta sgargiante e l'aria spavalda. Anche il bel giovinotto punta
subito gli occhi verso la tribuna della diplomazia, poi, scambiato con
la marchesa un cenno quasi impercettibile, va in cerca di un posto per
sedere.
La marchesa chiude l'occhialetto quietamente e si rivolge con un
sorriso al marito che continua a far la predica: lo ascolta e lo
approva del capo.
— La democrazia monta e quando si dice democrazia intendi furfanteria
e soprattutto volgarità!... Ormai, tornare indietro non si può!
Bisogna andare fatalmente fino alla rivoluzione, per poter poi tornare
indietro... dopo. Ma dopo, questo è il male, saremo in pochi... i
rimasti, i superstiti!
Il marchese, cupamente preoccupato, chiude le palpebre per non vedersi
dinanzi la propria effige penzoloni a una lanterna. — Mah!
Anche le due signore, restano lì, per un momento, soprapensiero.
Poi Remigia torna a guardar giù, nell'aula, per vedere se i deputati
cominciano a guardar su, e Quanita gira intorno gli occhi avendo sempre
di mira la tribuna della stampa.
Il marchese della Gancia, tenuto al fonte battesimale da Ferdinando II,
ne ricorda il figlio, stranamente, — l'ex re Francesco, — nel fisico
e nel morale: nel viso giallognolo, dal grande naso aquilino e dai
baffi spioventi; nel tipo da bacchettone, nell'indole da lasagnone.
Del resto, a parte la spaghite di dover passare un'altra volta per la
ghigliottina, egli è inconcusso nella sua fede. L'Italia attuale, non
è per lui altro che un affastellamento di nordici e di _meridioni_,
affatto precario. In fondo al suo cuore, ed è per questo che non li
aborre, ma li compiange simpaticamente, è ben convinto che i Sovrani
piemontesi sono a Roma per forza e ci rimangono di contraggenio,
sospirando il momento di ritornare a Torino e, magari, addirittura in
Sardegna. Quando sua moglie è stata prescelta come dama d'onore della
Regina, conseguenza logica dell'essere stata sua madre dama d'onore
della seconda moglie di Re Ferdinando e sua nonna della prima, il
marchese Pio, non ha detto sì, non ha detto no. Ha chiuso gli occhi...
dopo, per altro, di aver avuto l'assicurazione da suo cognato, Esente
della Guardia Nobile, che avrebbero chiusi gli occhi anche in Vaticano.
Remigia si leva un guanto e con la bellissima mano ingemmata aggiusta e
rimette a posto alcuni fili di capelli biondi: l'aula è gremita ed ella
ci tiene a far colpo. L'Estrema Sinistra, la Sinistra e i Centri sono
affollati. Soltanto nei settori di Destra c'è del vuoto. La tribuna
degli ex deputati, la tribuna della Real Corte e della Presidenza, sono
rigurgitanti di signore, tutte vestite di chiaro, sfarzosamente, tutte
circonfuse dallo sventolìo incessante, affannoso dei ventagli. Perchè
lassù, sotto le vetrate, il calore e l'afa, nel cuore del pomeriggio
romano, diventano insopportabili.
— Duchessa Remigia!
Il marchese la chiama, toccandola appena, leggermente, sul braccio. Si
offre per indicarle tutte le più spiccate notabilità della Camera.
— Sì! sì!... Bravo!
Remigia è contenta: gli si fa più vicina per sentire. Il marchese
sta fermo, assapora quell'odore di biondo, lui che ha la moglie nera
come l'inchiostro, e gongola. Ha una grande simpatia per Remigia.
Prima di tutto, per quanto costretta dalle conseguenze... della
rivoluzione, a doversi imborghesare morganaticamente con un D'Orea, è
sempre una duchessa Moncavallo; e in quanto al fisico, — oh, madonna
del Carmine benedetta! — è sempre stata la sua passione il genere
magrolino, tenerino; il tipo infantile, acerbo, che ha ancora... del
_guaglioncello!_
— Vede, donna Remigia, nella tribuna della Real Corte, quella vecchia
signora con quell'enorme tuppè di capelli bianchi? È una delle più
intriganti collaresse...
Ma donna Remigia non gli bada. Non ha tempo di occuparsi delle
vecchie signore. Sbircia con la coda dell'occhio molte teste pelate di
onorevoli che si agitano indicandola l'uno all'altro.
— Domani mattina, presto, bisogna mandare il signor Zaccarella a
prendere il _Fracassa!_
Continua con la bellissima mano a lisciarsi i capelli e a guardar giù,
senza averne l'aria, fingendo di star attenta ai discorsi del marchese
che si fa sempre più accosto, ed ansima.
Ah! ah!.. Non soltanto le teste pelate, anche le arruffate cominciano a
voltarsi in su.
— C'è del fermento tra i _Rabbagasse!_ — pensa Remigia sorridendo e
sporgendosi alla tribuna per farsi meglio vedere.
— Carina! Carina assai!... Chi è quella bella signora bionda con quel
grande cappellone a piume bianche nella tribuna del corpo diplomatico?
— È la D'Orea!
— Oh, oh! La moglie di Sua Eccellenza?
— Sicuro! La moglie del ministro dei Lavori Pubblici!
— Accidenti! Preferirei ottenere il portafoglio dei suoi lavori privati!
— E l'altra?...
— Quale?
— L'altra signora, vicino alla D'Orea! Quella vestita di nero!
L'interrogato si pulisce in fretta le lenti col fazzoletto, se le
inforca di nuovo sul naso e torna a guardar su.
— Non so il nome; ma dev'essere una dama d'onore della Regina.
— Simpatica brunotta, per quanto un po' stagionatella!
— Stagionatella sia pure! Ma ha una bocca saporosa assai! Con quei
baffettini neri!
— E che occhi! Che carboni grigi! Brillano più dei diamanti che ha
nelle orecchie!
— Concludendo, bella la bionda e magnifica la bruna!
Le due signore, in fatti, stanno benissimo insieme, risaltando, per il
contrasto, anche maggiormente. La della Gancia, nella soda e fiorente
maturità della quarantina, è un tipo di bellezza affatto opposto a
quello delicato e capriccioso di Remigia D'Orea, e a quello vagheggiato
e tutto innocenza, da suo marito. Anche la marchesa vede, sente di
piacere, di essere ammirata e, come un cavallo pien d'ardore, non
sa più tenersi in freno, continua a muoversi, a salutare, a ridere e
volge più spesso verso la tribuna della stampa la bella faccia bruna,
mobilissima, nella quale sfavillano gli occhi grigi e luccicano i denti
bianchi.
Il bel giovinotto dalla barba rossiccia è seduto solo, appartato, in un
angolo. Lì, fra quelli della stampa, egli non è conosciuto da nessuno.
Tutti lo guardano per la cravatta, e per quell'aria di letichino
prepotente, che non può passare inosservata.
— Chi è?
— Mah!...
— Sarà un qualche avventizio della provincia!
— Un ponza-novelle domenicale!
— Giornalista no, di sicuro! Si sarebbe fatto conoscere!
— Basta! _El tegnaremm d'œcc!_ — esclama, sforzando la pronunzia, un
ammiratore di Ferravilla.
— _Fogo in manega, lustrissimo!_ — E nessuno ci bada più. Brontolano,
invece, contro il Governo incivile che si fa troppo aspettare.
— Il Ministero deve presentarsi prima al Senato!
— Ma che Senato! — Tutti insorgono, protestando in difesa delle proprie
prerogative. — Prima la Camera!
— Taci, ufficioso venduto!
— Servo della greppia!... Il tuo Governo di decrepiti istrioni aspetta
che l'aula sia _au complet_ per l'applauso di sortita.
Mentre si ride, un altro giornalista giovanissimo, che si tien giù,
basso, lungo disteso sopra una delle panche, si mette a urlare con
quanto fiato ha in corpo: — Fuori!... _Musicaa!_... Fuori i lumi!
— Ecco, duchessina! — esclama il marchese, accarezzando Remigia con
gli occhi e col diminutivo e tirandosi, cacciandosi ancora più sotto al
cappellone, all'ombra profumata delle piume bianche. — Ecco il ministro
della Pubblica Istruzione!
Remigia segue con le lenti l'indicazione del marchese e vede un
omettino tondo, grassotto, col cranio rosso, congestionato, avvicinarsi
al banco del Governo dispensando sorrisi, saluti, strette di mano, con
tutti deferente, supplice quasi, con l'aria più di chiedere protezione
che di accordarla.
— È un frate sfratato!... Lui e sua moglie dicono di no e si
arrabbiano, ma c'è chi giura di averlo visto, prima del settanta, con
la tonsura!
Remigia ripone le lenti, aggrottando le ciglia: — Accettare nel
Ministero, persino un frate! — Lì per lì le corrono in mente tutti i
torti e tutti gli odiosi difetti di suo marito: la nessuna nobiltà,
la nessuna sostenutezza, la sfuriata di poco prima, e con i baffi del
signor Gaudenzio persino un barlume di pizzicheria!... — Si dà una
scrollatina di testa per non diventare di cattivo umore e domanda al
della Gancia:
— Ma il mio Jack, tesöro, perchè non si vede ancora!
Quel _tesöro_ serpeggia nelle vene per quanto un po' sclerotiche, del
marchese Pio:
— Pazienza, un po' di pazienza, bella duchessina cara, come a teatro!
Le prime parti, si fanno sempre aspettare! Manca ancora il Presidente
della Camera, il Presidente del Consiglio, il ministro degli Interni,
quello del Tesöro! — E anche il marchese allunga la o fissando il bel
collino delicato e la nuca ricciutella.
— Fatemi vedere il ministro degli esteri!
— Non c'è!
— Come non c'è?...
— Il presidente del Consiglio ha assunto anche l'_interim_ del
ministero degli Esteri!
— Ah, sì! Sì! — esclama Remigia dopo averci pensato un momento. —
Sicuro!
Quanita ride.
— Una Ministressa?.. Dimenticare gli _interim_ del Presidente del
Consiglio?... È grossa, assai!
Il marchese lancia una frecciata ironica, piena di gelosia:
— Con tutta la politica fatta a Pontereno... col conte Gambara!
— Oh! povero Gambara!... Anche lui, come dell'_interim_! Sparito dal
pensiero e dal cuore!... — Donna Remigia, dice così scherzando, per far
piacere al marchese Pio; ma forse, può essere anche vero.
— Fatemi vedere il sottosegretario di mio marito.
— Il sottosegretario ai Lavori Pubblici? Il _Rabbagasse_ dal
cappellone?... Ancora non si vede.
— E il ministro della Guerra?
— Eccolo!... Eccolo là! — rispondono quasi insieme Quanita e il marito.
— Entra adesso dal corridoio di sinistra, col ministro della Marina!
— La marchesa, lo saluta assai cordialmente con i cenni vivissimi del
capo.
Il conte Martino D'Entracques, è ancora giovanissimo per essere
senatore e ministro. Alto, secco, rivela sotto l'elegante soprabito
nero la figura svelta e snella dell'ufficiale di cavalleria. Ha una
bella testa espressiva con i capelli folti e crespi, quasi bianchi
e i baffi neri diritti, in punta. Appena entrato nell'aula leva una
lente dal taschino della sottoveste e se la ficca nell'occhio, come
il bell'Apollo di Villars, guardando verso la tribuna del corpo
diplomatico e rispondendo del pari vivamente ai saluti della marchesa.
Invece il ministro della Marina, esile, traballante, si avvicina al
suo posto e siede subito come affranto, sulla poltrona, buttandosi
dinanzi, sul banco, il grosso portafogli nero, gonfio di carte. È così
sparuto e giallo in viso, come se avesse passato quarant'anni in un
paese di malaria, anzichè sul mare, arrivando da cadetto, al grado di
contrammiraglio.
Le piume bianche, i capelli biondi, il fresco visetto di Remigia hanno
dato nell'occhio al ministro della Guerra. Vuol subito sapere chi è.
— È una vostra collega! — risponde un deputato che sta discorrendo col
ministro dell'Istruzione. — È la moglie di Sua Eccellenza D'Orea.
Il generale D'Entracques, torna a ficcarsi la lente nell'occhio e a
fissare in alto.
Remigia nota, capisce che al banco dei Ministri si parla di lei;
osserva le occhiate di sua Eccellenza D'Entracques; lo guarda a sua
volta, poi rizzandosi bene sulla vita e piegando vezzosamente la
testina ricomincia a lisciare i capelli e ad attorcigliare i fili d'oro
dietro la nuca.
Intanto il marchese e la marchesa raccontano vita e miracoli del
generale, che Remigia conoscerà quel giorno stesso a pranzo.
— È un nostro amico carissimo!
— Assai simpatico!
— È già la seconda volta che è ministro!
— Dice lui stesso di essere condannato... ai ministeri forzati!
— _Ci sto... perchè ci sono comandato!_
Questa, in fatti, è la frase solita del generale d'Entracques, ed
il volersene sempre andare è la sua vera forza di resistenza come
ministro.
Per Sua Eccellenza D'Entracques, ministero di Destra o ministero di
Sinistra, ministero Liberale o ministero Conservatore, è tutto «un
servizio».
— Sono di picchetto e ci sto, fermo al fuoco, perchè ci sono comandato!
C'è un movimento nell'aula, si sente un mormorio confuso: entrano quasi
contemporaneamente, ma da opposti lati, il Presidente della Camera,
seguito da due o tre deputati, e il Presidente del Consiglio con gli
altri ministri e i sottosegretarii.
— Ecco il mio Jack! — esclama Remigia. Sorride con un cenno al marito e
intanto lancia un'altra occhiatina al ministro della Guerra.
La marchesa le ha appena indicato nella tribuna vicina una signora
americana, missis Britton, che se non è più al suo primo mattino
rappresenta tuttavia un fulgido meriggio.
— Ha fatto pazzie per il D'Entracques ed è sempre innamorata di lui,
ferocemente!
— Il cappellone! Il cappellone! — bisbiglia plano il marchese Pio,
premendo il braccio a Remigia e parlandole così vicino, da sfiorarle
quasi l'orecchio.
— Dov'è?...
— Guardate, quella zazzera, con quel pizzo da tenore, che parla appunto
con vostro marito!
— Oh! Oh! Curiosa!... — Esclama, ridendo, la marchesa Quanita. — Il
potere gli ha fatto allungare la giacca!... Può passare per una mezza
_radingotte!_
— _Ssst!_ — corre nell'aula un vociare più forte, al quale segue un
bisbiglio sommesso. — _Ssst!_
Il Presidente della Camera, in piedi, dall'alto del seggio, dice alcune
parole che non arrivano fin su, alle tribune, poi siede di nuovo e
quasi subito il Presidente del Consiglio, si alza.
Degli altri ministri, alcuni restano sdraiati nella poltrona con gli
occhi socchiusi, altri si curvano su fasci di carte e cominciano in
fretta a buttar giù firme.
Il Presidente del Consiglio rimane un istante fermo, impettito. Il suo
viso è impassibile, lo sguardo freddo, senza espressione. Un risolino,
tra il cortese e l'ironico, sfiora i baffi bigi, tagliati corti.
Si fa silenzio. Dall'alto piove una luce scialba, rossastra: l'aria è
accesa, piena di ronzii.
La Camera, attentissima, diventa imponente. Alcuni deputati, in
ritardo, si affrettano a raggiungere in punta di piedi, i loro scanni.
Il Presidente aspetta ancora qualche secondo guardando a destra, a
sinistra... Con la sua voce chiara, metallica, incisiva egli dice:
— Mi onoro... — Il silenzio si fa ancora più profondo. — Mi onoro di
partecipare alla Camera che Sua Maestà il Re, mi ha affidato l'alto
mandato di comporre il Ministero e che ad esso ho potuto corrispondere
mercè il buon volere e lo spirito di abnegazione degli Onorevoli
Colleghi... — qui legge sottovoce e confusamente una filza di nomi...
— ai quali mi sono rivolto consigliato dalle necessità amministrative e
politiche del momento.
I ministri, che tengono chiusi gli occhi, li aprono e stanno attenti;
quelli che scrivono, si fermano ed alzano il capo: nessun applauso... e
nemmeno alla fine del discorso. La Camera accoglie le «comunicazioni»
con un atteggiamento quasi ostile. Si attendono i commenti. Questi
seguono brevissimi, abili, cauti, insignificanti e finiscono in un
mormorio eloquente, ma cauto del pari, che si alza dai vari settori.
Dopo un momento risuona dall'Estrema Sinistra una sghignazzatina tosto
repressa: si guarda, ed anche da altri punti si ride.
— La patria è salva, ed anche Menelich! — grida una voce dalla tribuna
della stampa. — Fuori i lumi!
Il Presidente della Camera si scote nell'alto seggiolone e stralunando
gli occhi aggravati dall'ora afosa, afferra macchinalmente il
campanello.
— _Ssst!_
Di nuovo s'impone il silenzio, ma senza ottenerlo, e tra le proteste,
i _bravo!_ e le risate, si alza, dal primo settore di Sinistra, uno
dei più eleganti e giovani deputati, legislatore autorevolissimo fra
gli _sportsmen_. — Peccato! Non si vede di lui che la bellissima,
perfetta pettinatura. Presa la parola, e impappinandosi frequentemente,
egli tien sempre il capo basso e gli occhi rivolti verso un paio
di cartelle che ha spiegate sul banco. L'oratore — «di fronte alla
situazione parlamentare creata dagli ultimi eventi, di fronte alla
palese inopportunità di procedere nelle condizioni del momento alla
discussione dei progetti di legge che... furono... abbiamo... sono alle
viste, propone» — si ferma, si fa coraggio — «propone che la Camera
anticipi le vacanze e venga riunita a novembre.»
Sua Eccellenza il Presidente del Consiglio dei ministri, si alza subito
a sua volta per dichiararsi d'accordo con l'onorevole preopinante:
raddoppiano gli urli che fluiscono in un'omerica risata su tutti i
banchi.
— Compare! Compare!
— Musicaa!
Ma la proposta, più che approvata, è messa in pratica: tutti si alzano
e si affrettano alle uscite, ridendo, gesticolando e buffoneggiando.
Su, nella tribuna del corpo diplomatico, anche la marchesa della Gancia
si alza, con gli altri, per uscire. Ma ella rimane un istante ritta in
piedi, vicino al parapetto, e fissa gli occhi un'ultima volta verso la
tribuna della stampa: Barbetta-rossa è in piedi, attento. Ella apre e
chiude il ventaglio due volte, lentamente, poi lo batte con un piccolo
colpo della mano.
— È ancora presto! — dice subito a Remigia, avviandosi verso l'uscio
della scala e parlando forte, con la sua bella voce rotonda, risonante.
— Faccio una visita, e passerò anche da mia madre, che non vedo da due
giorni. Dove vuoi che ti accompagni con la carrozza?
— All'_hôtel_. Ho anch'io da scrivere a mammà!
— Pio verrà a prenderti per il pranzo, o anche prima, se vuoi; siamo
intesi.
— Ma... — Remigia si mostra titubante.
— Che _ma?_...
— Che _ma!_ Che _ma!_ Non ci sono _ma!_ — strilla il marchese,
felicissimo per quella fortunata combinazione.
— E Jack?... Ha detto di voler passare la serata con me.
— E non passa la serata con te, anche pranzando da noi?
— Non gli ho detto nulla. Forse è stanco; forse sta poco bene. Sapessi!
— Un lunghissimo sospiro. — Io non posso mai fissar niente a un'ora di
distanza.
— Cerchiamo adesso di vederlo e di potergli parlare. Io ti voglio a
pranzo ad ogni modo!
— E se vostro marito avrà sonno, lo manderemo a dormire! — Così
dicendo, il marchese Pio stringe forte sotto il suo braccio il braccio
di Remigia.
— E ricordati: vieni con Mimì. Ci farà tanto piacere!
— No, scusa; Mimì no! — risponde Remigia seccamente. — Non voglio
cominciare fin dal primo giorno a tirarmela dietro ad ogni passo!
— Non so darvi torto, — afferma il marchese, premendole il braccio di
nuovo. — Non bisogna mai che una cortesia, diventi una consuetudine. —
Egli ha troppo paura di perdere il tu per tu, in carrozza, con la cara
piccolina.
— Ecco il generale! Ecco D'Entracques! D'Entracques! — chiama forte la
marchesa, vedendo Sua Eccellenza il ministro della Guerra, affacciarsi
a un usciolino a vetri, a metà della scaletta. — Il D'Orea è con voi?
— No, marchesa!
— E dove sarà?... Gli vorrei tanto parlare! — Si volta subito verso
Remigia: — Ti presento il conte Martino D'Entracques, generale,
senatore, ministro, ma con le signore, sempre un amabilissimo capitano
di cavalleria!
Il D'Entracques sorride e sospira.
— È troppo capitano?... Volete tenente?
— Non scherzate, marchesa! Ormai si passa di promozione in promozione,
con una rapidità straordinaria... anche in tempo di pace.
Il generale stava proprio lì, in agguato, sul piccolo uscio a mezza
scala, per poter vedere la D'Orea più da vicino. Remigia, che ha subito
indovinata la mossa dell'abile stratega, diventa rossa rossa, mentre
succedono le presentazioni.
È strano, ma è proprio vero: il giovane generale, che ha per amante la
formosa e biondissima missis Britton, sta per vincere una battaglia!
Il D'Entracques si affretta a dare precise informazioni sul conto del
collega.
— L'ho lasciato alle prese con due o tre deputati del Mezzogiorno! Ma
adesso, lo troveremo, certissimo, in biblioteca!
Per l'uscio a vetri, dove stava di guardia, egli fa passare la comitiva
in un oscuro corridoio, poi la fa risalire per un'altra scala, poi
ancora un altro corridoio da attraversare e, finalmente, ecco le
prime sale della biblioteca. Durante tutti questi giri e rigiri il
marchese deve lasciare il braccio della duchessina e mettersi in coda.
È il generale che si trova accanto a Remigia e, lungo com'è, deve
chinarsi assai mentre le parla: Remigia, per ascoltarlo, si tira su,
ritta, e alza verso di lui il viso colorito dalla corsa, dal caldo,
dall'emozione. Ella si sente più gaia, più leggera; le sembra di
volare!
— Posso dire di essere due volte collega di suo marito! L'onorevole
D'Orea, la pensa come me ed è nelle stesse mie condizioni. In questo
Ministero anche lui ci sta, perchè c'è comandato!
Cercano dappertutto, ma l'onorevole D'Orea non si trova. La marchesa
Quanita dovendo aspettare, sembra sulle spine e però il D'Entracques
manda alla ricerca due uscieri.
— Da qui, se c'è, dovrebbe passare di sicuro! Si tratta di pochi
minuti! Dunque, — domanda il generale rivolgendosi di nuovo a Remigia,
— della nostra Camera non è rimasta incantata?
— Incantata?... — Remigia fissa il giovane generale e giovanissimo
senatore co' suoi occhietti lustri e frizzanti, mentre un sorriso
arguto rende più fonde le due piccole fossettine agli angoli della
bocca freschissima, fremente e fragrante. — Incantata?... Non è certo
la parola adatta! Da lontano, quando si leggono i giornali... Ah, _Mon
Dieu_, s'immagina con la fantasia tutt'altra cosa!
— Oggi, bisogna poi notare, è stata una seduta di pura formalità; senza
nessuna battaglia. Oggi alla Camera, non c'era altro che un partito;
quello delle vacanze.
— Sì, sì, sì... ma pure, da lontano... è proprio tutt'altra cosa!
— Remigia vede che il _tutt'altra cosa_, e il modo come lo dice,
piace molto al D'Entracques: lo ripete ancora, scrollando il capo
graziosamente e poi soggiunge con enfasi, credendo di lusingarlo:
— Sono stata invece parecchie volte in Senato! Oh, là sì!... Quanta
grandiosità... Quanta solennità!
— Cioè quanta _sonnolennità!_
Ride Remigia, gustosamente, ride Quanita, il marchese, e ride egli
stesso, il D'Entracques: ridono tutti, quando Giacomo D'Orea, con
un grosso fascio di carte sotto il braccio si presenta sull'uscio,
pure spalancato, dell'altra sala, e si avanza curvo, strascicando
i piedi, affranto dal caldo e dalla fatica. Si ferma muto, ansante,
con il cappello in mano dinanzi alla marchesa; guarda tutti con aria
trasognata. Appena sente di che cosa gli vogliono parlare, cioè di un
invito a pranzo per Remigia, il suo occhio si rianima, ed egli diventa
persino espansivo.
— Sì, cara, sì, sì; io non posso venire e la nostra buona marchesa
mi vorrà scusare, ma tu va, Remigia, va! Ne sono anzi contentissimo!
Ti scrivevo adesso, figurati, per avvertirti che mi sopraggiunge
l'inaspettato divertimento di due commissioni, una dietro l'altra, che
non mi lasceranno quasi il tempo di pranzare e che mi porteranno via
tutta la serata!
Remigia, è lietissima in cuor suo di questa circostanza, ma non lo fa
capire...
— Devi pensare anche a te! Alla tua salute! Ti affatichi troppo, gioia,
e io resto inquieta!