Remigia torna all'albergo allegrissima, con la testa montata
dall'invito a pranzo e da Sua Eccellenza D'Entracques.
— Fanno un bel risalto i baffi neri, con i capelli bianchi. Rendono
la fisonomia più giovane e più ardita. Quella missis Britton le fa
dispetto.
— Innamorata ferocemente!
La trova troppo... genere americano. Niente finezza e troppo grassa.
— E poi è rossa, non è bionda!
Mimì Carfo, intanto, ha impiegate tutte quelle ore nell'aggiustare, nel
mettere a posto anche la camera da letto di Remigia, lo spogliatoio,
il gabinetto di toeletta. Mimì, ha posto ogni cura per togliere
all'appartamento l'uggia dell'albergo e le fa ritrovare un po' del suo
caro Pontereno, ch'ella crede, per tutti i sospiri e i brontolamenti di
quella mattina, ancora desiderato e assai rimpianto. La buona figliuola
c'è riuscita; a furia di picchiarsi le dita conficcando chiodi e
chiodetti nelle pareti, le ha tappezzate di nuovo, con i _mezzari_, le
stoffe, le stampe, con i mille gingilli, portati apposta da Bologna, e
ha cambiato faccia a tutto.
Remigia, entrata di volo nella camera, senza nemmeno fermarsi nel
salotto, si trova dinanzi agli occhi i ricordi, gli oggetti a cui è più
affezionata, e ha lì sottomano tutto ciò che le occorre. Ma ella non
grida al miracolo, e nemmeno si perde in ringraziamenti.
— Come siete state brave! — dice soltanto, comprendendo, in una sola
approvazione, l'amica e la cameriera.
Subito annunzia l'invito a pranzo, ricevuto da Quanita, per quel
giorno stesso e sedendosi sul _taburè_, ancora con in testa il grande
cappellone di piume, raduna, d'urgenza, il Consiglio di stato:
— Che vestito devo mettermi per stasera?
— Quello celeste _à paillettes_!... — consiglia la cameriera.
— No! No! Quello bianco, _à point d'Alençon_, ricamato in oro!
L'Idola approva Mimì.
— Il bianco! Il bianco! E il trasparente rosa!... Sai, — dice alla
Carfo appena rimangono sole, — Quanita, voleva invitare anche te; ma
io ho risposto di no!... Me l'ha detto tardi e senza entusiasmo! E che
vuoi? Avrò torto, ma quando si tratta di te, io divento fierissima...!
Ho fatto male?
Remigia accompagna la domanda con un bacio e l'amorosa fanciulla la
ringrazia, beata, commossa da quella straordinaria prova di affetto!
— Hai avuto ben ragione. Mimì cara, anche di non venire alla Camera!
— Volevo prepararti l'improvvisata di questa trasformazione...
— Che! La trasformazione poteva prepararla la Carolì!... Ti saresti
seccata a morte! — Comincia a svestirsi. — Non puoi credere, mio
Dio, come sono noiosi i nostri legislatori! Levami il cappello... Ti
raccomando, gioia, di spettinarmi il meno possibile!
Mimì trattiene persino il fiato, poi, levato il cappello, torna a
respirare.
— Hai conosciuto alla Camera qualche personaggio importante?
— No!... Cioè, sì! Uno solo! Ho conosciuto il ministro della Guerra.
Ben inteso, non me l'ha presentato Jack! Lui, non ha tempo per queste
cose! Anzi, quando si tratta di me, non ha mai tempo per nessuna
cosa!... Scusa, Mimì cara, slacciami il nastro di questa scarpetta, io
non ci riesco, — uff! — e divento nervosa!
Mimì prova e si rompe un'unghia. S'inginocchia per terra, e mentre
Remigia continua ad arrabbiarsi e a pestare l'altro piede furiosamente,
finisce a sciogliere il nodo aiutandosi un po' anche con i denti.
La Carolina entra intanto col vestito bianco e portandolo sollevato,
alto da terra, lo distende sul letto.
— È simpatico?...
— Simpatico, chi?
— Il ministro della Guerra!
— Abbastanza! Ben inteso, per quanto può esserlo un senatore! Lungo
lungo, è più magro di don Quisciotte, con i capelli tutti bianchi!
La Carolina prepara l'acqua nel gabinetto di toeletta e Remigia seduta,
mentre Mimì le cambia le calzette, continua a canterellare sottovoce:
Eccellenza! troppo onor;
Io non merto un senator!
Il marchese Pio ha detto alla duchessina che sarebbe passato
dall'_hôtel_ con la carrozza, prima delle sette; ma già prima delle sei
ella è pronta col piccolo cappellino di sera, sfavillante di miche e di
lustrini, tra la gloria dei capelli biondi.
— E adesso che si fa?... Ah, _mon Dieu! Mon Dieu!_ Mi sono vestita
troppo presto!
Va sul balcone e guarda giù: il corso delle carrozze è poco animato:
soprattutto poco elegante. Non ci sono nè belle signore, nè bei
cavalli.
— Oh! il mio _Febo_ e il mio _Desir_! Tesori!... Chi sa se mi ricordano?
Dopo un momento rientra nel salotto. Si secca e comincia a imbronciarsi.
— Hai telegrafato a mammà? — domanda la Carfo per offrirle
un'occupazione.
— No! — Il bel visetto si ravviva. — Giacchè ho tutto il tempo, invece
di telegrafare, le scrivo. Gioia, dammi la mia cartella!
— Eccola! — La Carfo è raggiante; anche questa volta ha dissipate le
nubi che si avanzavano.
— Mammà! Mammà! La mia bella mammà, tesöro!
Si leva i guanti, e seduta a mezzo sopra un panchettino, per non
sciupare le pieghe del vestito bianco _à point d'Alençon_, si mette
a scrivere alla madre cominciando con uno sfogo di tenerezze, di
carezze, di moine straordinario, e continuando facendosi compiangere
per il capriccio di Jack, di volerla a Roma, con quel caldo! — «Poteva
lasciarmi tranquilla e in pace nel mio Pontereno caro!» — Finalmente,
ed è questo il motivo occulto, ma determinante della lettera, le
scrive con bel modo, per scongiurare il pericolo di una intempestiva
improvvisata. Napoli è tanto vicina a Roma! In quel momento, un
probabile arrivo della carovana, la spaventa: tutto il giorno con
mammà? Tutto il giorno con lo zio Rosalì a far la raccolta dei
proverbi?... Grazie del divertimento!
«....... Sono appena arrivata e ho voluto scriverti subito, ancora
sossopra e stanca stanca. Vedessi il disordine delle mie camere! Ti
farebbe spavento, perchè io faccio cambiar tutto, persino i mobili!
Sai come detesto lo stile uniforme, _art-nouveau_ e oleografia, delle
camere d'albergo! Jack sta benissimo di salute, per quanto più che
mai abbia la fissazione — è il suo _tic_ — di voler essere _giù di
corda_. Sarà un po' di stanchezza? Saranno gli affari di Stato?...
Attraversiamo, — mi pare, — un periodo di luna crescente, con molte
tenerezze per la zia Gioconda! Ed io, intanto, che non ne ho nessuna
voglia, rimango con la graziosa prospettiva di dovermi seccare in tutti
questi giorni facendo visite sopra visite alle rispettive _signore_
dei funzionari alti e bassi! Ma, appena a posto, appena esauriti i miei
incumbenti... burocratici e appena sorgerà il sole, dove adesso la luna
brilla, ti scriverò e tu verrai subito subito a Roma per un paio di
giorni...! Pensa, la tua Idola, come ti sospira!»
«Tanti baci per lo zio Rosalì, bello e caro, e tu ricordati che la tua
piccola Idola adorata, non adora che la sua Mammà!...»
«P. S.»
«Totò vuol andare al Cairo? A che cosa fare? A perseguire Re Faraone?»
Chiusa la lettera, scritto l'indirizzo con la calligrafia di moda,
alta, in piedi, ad angoli diritti, fa chiamare il signor Zaccarella:
— Mi raccomando! È una lettera per Mammà! Alla posta grande!
— Non dubiti, signora duchessa!
Quando Giacomo non è presente è sempre il «Signora duchessa» che corre,
anche in famiglia.
— E Giovanni...? Ha scritto per farlo venire?
— Aspettavo che la signora duchessa, mi confermasse l'ordine...
— Scriva, scriva! E che quell'antipatico Gaudenzio non si faccia più
vedere!
A Roma, la marchesa della Gancia, non dà feste e pranzi splendidi,
come usa a Napoli, nel suo palazzo. A Roma, nel piccolo appartamento
di via della Mercede, bello, simpatico, ma ristretto assai, — il suo
_pied-à-terre_, — com'ella stessa lo chiama, non riceve altro che gli
amici, proprio i più intimi, e non può riceverne che pochi alla volta:
a pranzo, tra padroni di casa e convitati, non si deve mai oltrepassare
il numero di otto.
Quel giorno, oltre a donna Remigia D'Orea, non c'è di signore altro
che la principessa Guendalina Capodimare, — la sorella del marchese
Pio, — e sola, senza il marito, di servizio ai Vaticano. Di uomini,
Sua Eccellenza il conte D'Entracques e il cavaliere Paparigopulos,
figlio di papà... Paparigopulos, il più grosso Nabab, tra i banchieri
greci, quotato alle Borse di Trieste e di Vienna, per cento milioni di
fiorini!
Al pranzo, dalla marchesa Quanita, mancano due commensali, che
dovevano appunto formare il prescritto numero otto e che si sono
scusati all'ultimo momento: don Luciano D'Orea per un'improvvisa
indisposizione, dichiarata dalla marchesa, ai suoi invitati, una
_manonlite_ acuta, e il conte Cincino d'Ermoli, fratello minore del
marchese Pio, a motivo di un convegno con il direttore della casa
Edison-Schmid di Stuttgart.
— Ma verrà più tardi, certamente! — assicura la Capodimare,
rivolgendosi a Remigia. — Mi ha detto tanto che desidera salutarvi!
Il della Gancia è abbastanza ricco per il maggiorasco e per l'eredità
di uno zio, ma Cincino d'Ermoli ne ha sempre avuti pochini e ne
ha sempre spesi assai, fin da quando era studente a Milano, al
Politecnico. Da un anno, sollecitato, spinto dalla famiglia, ha preso
il diploma di ingegnere elettricista, e comincia anche ad esercitare la
professione, un giorno sì e l'altro no, fra una partita al club, e una
giornata di corse.
Il pranzo, appunto perchè ristretto ed intimo, comincia senza freddezze
e sussieghi e procede animatissimo. La Capodimare e la D'Orea, si sono
date subito del tu, fino dal primo incontro. Non si erano ancora mai
trovate insieme, sebbene fra le rispettive famiglie, oltre all'amicizia
ci fosse persino un po' di lontana parentela.
— Che combinazione!
— Proprio una stranezza! Ma quand'ero ragazza, con mammà, ci sono stata
pochissimo a Roma e pochissimo anche a Napoli. In campagna, oppure
— e Remigia pronunzia la parola lunghissima e difficile facendo le
più graziose boccucce e strizzando gli occhi — oppure, in continua
_locomobilizzazione_. Ah, _mon Dieu_! Quanti monti, quanto mare e
quanti laghi, nei ricordi della mia tenera infanzia!
Fra le due giovani signore, nasce subitanea la più gioconda e viva
simpatia. Proprio davvero: anche la simpatia di Remigia per la
Capodimare è vivissima e sincera.
— Che cara gioia!... E com'è bella!
Donna Remigia, fatto appena il suo ingresso nel grazioso salottino
in via della Mercede, si sente come oppressa e depressa. Sono le
magnifiche spalle, è tutta la fiorente e aulente esposizione del seno
superbo di Quanita, che la soffocano, la umiliano e le fanno dispetto,
tanto più col D'Entracques, lì presente, e che ammira con la caramella
fissa nell'occhio.
— Dio, che maturanza! Se fossi costretta, nella mia vecchiaia ad
espormi così, ai quattro venti, morirei di vergogna!
In quel punto il servitore annunzia la principessa Guendalina
Capodimare. Remigia si volta...
— Ah, che respiro! Che sollievo!
La Capodimare è molto, ma molto più magra di lei; non è una donna, è un
sospiro, un soffio, un'illusione di donna.
Remigia le va incontro, gaia, sorridente, dicendole già con gli occhi,
prima ancora che con le parole:
— Oh, cara gioia!... Come sei bella!
In fatti la Capodimare sembra ancora più alta, tanto è snella, sottile,
con un vitino da stringersi e, _trac_, da potersi anche spezzare con
due dita. Molto più giovane di suo fratello, il marchese Pio, non gli
somiglia affatto. È invece il ritratto parlante del conte d'Ermoli,
persino nella singolarità dei capelli bianchi. La Capodimare ha
varcato appena la trentina, ed è tutta bianca da sembrare incipriata!
E ciò, non le nuoce; anzi, le accresce finezza e freschezza, mentre
i grandi occhi bruni e le folte sopracciglia nere, spargendovi ombre
e trasparenze, danno pensiero e danno poesia a quel suo visino ovale,
d'avorio, così liscio e così levigato.
— Che meraviglia! Che splendore!
Ma ciò che più colpisce Remigia piacevolmente, non sono nè gli occhi,
nè i capelli. È la verecondia che non ha nulla da temere. Anche
Guendalina è scollata altrettanto e forse più di Quanita, ma sotto sei
fila di grosse perle, tra le più belle di Roma, si nasconde e si scopre
il petto liscio, levigato di un grazioso giovinetto magro, di quindici
anni.
— Com'è bella Guendalina! — Remigia e il generale parlano insieme,
sottovoce, tra il susurrio brioso della tavola. — È un'apparizione! Un
sogno!
— Già! Un'apparizione... inafferrabile! — risponde il D'Entracques,
ridendo.
Remigia nota che per quanto generale e senatore ha ancora dei
bellissimi denti ed esclama con un lungo sospiro tra il serio e il
comico:
— Ah, _mon Dieu_, come sono... cretina!
— Lei?... Duchessa?...
— Io, precisamente. Ho dimenticato che Vostra Eccellenza non è un
serafico preraffaellita, ma un grande amatore della scuola di Rubens.
Colore e forma. Forma, soprattutto: esuberante, straripante!
Si guardano sorridendo. Senza essere pronunziato, passa un nome fra
loro due: quello di missis Britton.
— Sappiamo, sappiamo, caro D'Entracques! — mormora Remigia con un filo
di voce.
Il generale si ficca la caramella nell'occhio. Vuol arrivare a leggerle
proprio in fondo all'anima.
— Sappiamo... Sappiamo... — il musetto roseo e biondo, così birichino,
pizzica forte il generale.
— Vuole, duchessa?...
— Che cosa?
— Vuol proprio conoscere i miei gusti... in arte? La bellezza che più
ammiro?...
— In arte?... Sentiamo.
— In arte e in... E fuori dell'arte? È la sua!
— La mia?... _Ah, mon Dieu_! Se ho la sventura di essere... ancora meno
afferrabile di Guendalina?
Il generale, che ha preso fuoco, divampa.
— Ma lei è un bellissimo fiore delicato, profumato, fragrante!...
Quell'altra è una spiga lunga e vuota!
Remigia non può frenarsi, scoppia in una risata. Il D'Entracques le fa
un rapido cenno con l'occhio indicandole il Paparigopulos seduto quasi
in faccia.
Il giovane banchiere, colpito dalla risata improvvisa e, forse, dal
nome della principessa, guata di sbieco la signora D'Orea alzando e
rigirando, come un baco da seta, il grosso testone calvo e giallo,
dalla lunga barba nerissima.
— Cambiamo discorso! — bisbiglia il generale. — Il figlio di Nabab è in
sospetto.
— Papa... rigopulos? — Gli occhietti lustri e sfavillanti si fermano
attoniti e interrogativi.
— Appunto! Che è quel greco che guarda e... _sospira_.
Negli occhietti lustri della duchessina sfavilla un sorriso furbissimo.
— Papa... rigopulos?... Capito e _cito!_
Non parlano più sottovoce tra di loro, ma si uniscono alla
conversazione generale. Il Paparigopulos, sempre muto e con lo sguardo
obliquo che sfugge l'occhio altrui, torna a sorridere deferente,
ossequioso, approvando sempre, approvando tutti con i continui
profondi inchini del grosso testone che sembra premere sopra l'esile
corpiciattolo senza sagoma, che riempie di angoli il frac.
— Capito e _cito!_ — Capito... che cosa?... — Che il figlio di Nabab
guarda e sospira innamoratissimo dell'aerea principessa. Capito questo,
ma... alto là: innamoratissimo lui. In quanto a lei, la principessa,
irreprensibile e monda come l'ermellino!
Così almeno, anche se non ci si crede, è detto e fermamente sostenuto
da quelle dieci o dodici, — fra principesse e duchesse, — sempre unite
e tra di loro solidali nella difesa e nell'offesa, che costituiscono
la cerchia più ristretta, più alta e inaccessibile dell'autentica
aristocrazia romana. Padronissime poi, _quelle altre_ che non contano,
d'inventare che il piccolo Paparigopulos è insieme, l'amante e il
banchiere e anche, magari, che le grosse, magnifiche perle della
Capodimare, sono di provenienza greca e non romana. Che importa di
_quelle altre_? Fresca nobiltà venuta di fuori, fastosa borghesia
risalita di dentro, con la Capitale... Chi ci crede, chi ci bada e da
chi sono ricevute?...
Remigia, quella sera, vuol piacere, vuol farsi adorare e ci riesce.
È affettuosa con Quanita ed ha vivi accenti di ammirazione per
Guendalina.
— Lascia che ti veda, gioia! Sei tanto bella! Sento che ti voglio già
bene!
Là, in quel piccolo Olimpo dai posti numerati e riservati, ella
si guarda bene dall'assumere la prosopopea di Remigia Iª regina di
Pontereno: è così avveduta e scaltra, da ritornare in sull'attimo, la
duchessina, semplicemente, «la piccola» di Villars.
Sparite le prime nubi addensate dalla florida e accesa bellezza
di Quanita, ella è allegra, briosa, amabile con tutti... anche col
rugiadoso, ma temerario marchese Pio, al quale poco prima, in carrozza,
ha fatto perdere il colore e il fiato, con la punta del piedino e con
due parole sole, ma secche secche!
Con lo _Champagne_, crescono d'un tono, le voci e le risa. Portando il
bicchiere alle labbra, Remigia guarda a lungo il D'Entracques, come sa
lei, in fondo agli occhi, mormorando pianino:
— Alla salute di chi governa!
La marchesa si alza con un cenno gentile del capo; si alzano tutti. Si
va in un altro salottino, più fresco, — ha un grande balcone aperto
che dà sulla strada, — a prendere il caffè. Passando la soglia, il
giovane senatore che si curva assai per poter parlare sottovoce a donna
Remigia, la sfiora un attimo, perde il passo, e le pesta lo strascico.
— _Pardon!_
Ella alza gli occhi, lo guarda, sorride. È rossa rossa... Perchè?
È lo _Champagne_?... È il D'Entracques?... Sono... tutt'e due?
Lì, attorno al tavolino del caffè, i commensali si raggruppano.
L'intimità si fa più cordiale e più espansiva. Soltanto il timido
Paparigopulos, al quale la principessa Capodimare non rivolge quasi
mai la parola, altro che per contradirlo o per strapazzarlo, «sen va
bighellonando» solo solo, attorno al salotto guardando, toccando,
voltando le figurine di Saxe nei palchettini, osservando i quadri
appesi alle pareti e che da un pezzo sa a memoria.
Remigia ha abbracciato due volte Guendalina; adesso va in estasi per le
sue perle:
— Che splendore!... Che meraviglia! — Le guarda, le tocca, ne solleva
i fili e si accerta con compiacenza che sotto quelle gioie, non ci sono
altre gioie più vive.
— _George!_
Paparigopulos, alla voce che lo chiama, si precipita scivolando di
sghembo fra le poltroncine e i tavolini, portando il suo barbone
dinanzi alla principessa.
— _Donnez moi une cigarette!_... Tu fumi, Remigia?
— Stasera sì! Una anche a me!
— Le sigarette di Paparigopulos, — esclama Quanita dal balcone, — sono
deliziose!
— _Je crois bien; vous ne les trouverez nulle part. C'est du tabac des
mes propriétés._
Remigia si adagia sopra un panchettino ai piedi della poltrona
di Guendalina, ponendo il capo sulle ginocchia sottili e puntute
dell'amica. Ma il gioco dei labbruzzi rosa e dei bei dentini
bianchi nel far uscire il fumo a spirale è dedicato a Sua Eccellenza
d'Entracques che è sempre vicino a Remigia, che non guarda che Remigia
e che ormai, con gli occhi accesi e le fiamme alle guance, vede tutto
biondo!
— Ecco Cincino! — esclama la marchesa Quanita di cui si vede, sul
balcone, la sigaretta accesa.
Il conte D'Ermoli, calmo e sorridente, dopo i saluti e le strette di
mano, reca placidamente una notizia che suscita lo scompiglio e la
tempesta in quell'ambiente così omogeneo, e fino allora, così sereno.
— Il prefetto e il questore, con la solita scusa dell'ordine pubblico,
l'hanno data vinta alla piazza e alla massoneria: hanno fatta chiudere
la chiesa della Madonna a Ponte di Ripetta!
Le signore s'infuriano, il marchese Pio soffia, sbuffa, poi passando
dalla collera alla disperazione geme piagnucolando, mentre il
Paparigopulos, approvando a collo storto, guarda di sottecchi la
Capodimare per ben capire quale dev'essere la sua opinione.
Proprio in quei giorni, in una piccola chiesa vicina al ponte di
Ripetta, una Madonna, ch'era sempre stata tranquilla e giudiziosa
sul suo altare, si era messa improvvisamente, a girar gli occhi.
— Miracolo! Miracolo! — comincia a gridare il popolino. La folla,
donne, uomini, ragazzi, si pigia nella chiesa e in tutta la piazzetta
circostante, dall'alba alla sera. La Madonna, intanto, preso gusto a
far miracoli, non si ferma al primo: ne fa di nuovi tutti i giorni.
Ridà la vista a un cieco, ridà la forza e l'uso delle gambe a un
paralitico, e ad una povera donna, venuta apposta fin da Cava Salara,
cambia un cattivo tumore in una buona gravidanza.
Si fa un gran parlare della Madonna, del miracolo, della fede... della
mistificazione e della superstizione. Dalla cronaca del _Messaggero_,
la notizia si diffonde negli altri giornali di Roma, anche i più gravi.
Chi discute il _fenomeno_, chi tira in ballo il misticismo, l'ipnotismo
e chi la bestia umana. Poi si comincia a gridare, a strepitare pro
e contro. La folla lascia dire, sbraitare, scrivere, e continua ad
addensarsi sempre più fitta, più infervorata nella chiesa, nella
piazzetta, tutt'intorno, quando una sera, tre quattro anticlericali
del circolo «Arnaldo» si cacciano in quella fiumana, fischiano,
sghignazzano, urlano: — Se la Madonna muove gli occhi è perchè i preti
tirano i fili!
Dietro i fischi segue qualche pugno, qualche sassata, poi giù, botte
da orbi, finchè arrivano i carabinieri, le nappine azzurre e dopo i
tre squilli soliti, e che al solito si odono e non si odono, tra i più
scalmanati vengono acciuffati sette o otto e dentro, in _guardina_!
— Il giorno dopo sono rimessi tutti in libertà, e chi non ha avuto la
testa troppo rotta, se la riporta a casa. Ma poi, la sera, si torna da
capo: fischi, botte, squilli e arresti.
Intanto nei circoli clericali e anticlericali, cominciano le assemblee,
gli ordini del giorno, le proteste e per la domenica prossima sono
indetti due grandi comizi, uno degli anticlericali, contro _la
superstizione che agli albori del secolo ventesimo, reca offesa a Roma
intangibile_; l'altro dei clericali _contro i nemici della Religione e
della libertà della Chiesa nella Roma cattolica_.
Le scene, le dimostrazioni continuano. Siamo al sabato sera. Prefetto e
questore, visto che la Madonna si ostina a far d'occhietti, per «misura
d'ordine pubblico» fanno chiudere la chiesa e mettono un cordone di
carabinieri e di guardie, per impedire l'accesso alla piazzetta.
— È un'indegnità! È un darla vinta ai nostri nemici, che sono poi anche
i vostri! I nemici della Religione, sono i nemici delle Istituzioni! —
strilla la marchesa Quanita con tutta la potenza delle sue belle note
di petto, e con tutta la foga e l'impeto meridionali.
La Capodimare cambia faccia, colore, cambia l'espressione degli occhi
e cambia la voce. Tutt'e due, le signore, sono infuriate contro Sua
Eccellenza, il generale D'Entracques, il quale, in mezzo a due fuochi,
resta fermo, a cavallo, tra la galanteria e la politica. Tranquillo,
sorridente, non getta a mare il Prefetto e il Questore e nemmeno li
difende. Egli cerca, con qualche mezza parola, di far intendere la
ragione, non alla marchesa, nè alla principessa, — cosa impossibile, —
ma a donna Remigia.
Remigia, in fatti, sente in questo momento la _responsabilità_ della
donna al Potere, della Ministressa. Si tiene, con tatto e con prudenza,
al di fuori della mischia, e mentre il marchese Pio continua a
mormorare con la voce strozzata dalla bile, — _Rabbagasse! Rabbagasse!_
— ella fa un po' come il Paparigopulos, che senza mai guardare in
faccia nessuno, continua a spalancar la bocca maravigliata e a far
profondi inchini di consenso e alle signore che accusano e al generale
che si difende.
— Dite che è una delle solite prepotenze che vi vengono imposte da chi
vi ha presa la mano e finiamola! — grida la Capodimare.
— No, principessa! — risponde il generale con un arguto risolino che ha
per obiettivo Remigia. — È semplicemente una misura d'ordine, che ci è
stata imposta dalla necessità!
— E la religione? E il diritto dei cattolici?
— E il Governo... che deve pur governare, marchesa mia? E il diritto
dei cittadini alla tranquillità e alla sicurezza?
— Tutto dipende perchè, anche voi, non volete capire una cosa, caro
D'Entracques!
— Quale?...
— Che Roma non si cambia, non si trasforma. Sarà sempre la capitale
della Fede, del Cattolicismo!
— Mille perdoni, principessa Guendalina, ma per il momento, è anche un
po' la capitale del Regno d'Italia!
— Per il momento, speriamo! — afferma la principessa.
— Speriamo! — ripete il principe Pio giungendo le palme devotamente e
sfidando un'occhiata ammonitrice della moglie.
— Queste, _pardon!_ — il generale scatta in piedi seccato, — sono
esagerazioni!
— Queste sono verità!
— Ssst!... Silenzio! — Cincino D'Ermoli, si avanza dal balcone nel
salotto. — Se continuate così, vi farete sentire anche in istrada!
Bisogna calmarsi, bisogna cambiar discorso, anche perchè entrano i
servitori che portano il tavolino del tè e quello delle ghiacciate.