Giacomo D'Orea, dopo aver prese con il Presidente del Consiglio e con
gli altri suoi colleghi tutte le disposizioni necessarie per le sedute
della Camera e del Senato, trova ancora una mezz'oretta di tempo e fa
una scappata all'albergo di Roma, a salutare sua moglie.
Più che un piacere, è per Giacomo uno scrupolo di compitezza e forse,
chi sa?... anche di coscienza, tant'è vero che quando sente da Mimì che
Remigia non c'è, prova un senso di sollievo.
— Non c'è?... Come mai?... Dov'è andata?
— È venuto don Luciano, e l'ha condotta a colazione al _Grand hôtel!_
Mimì Carfo, si accorge che a udire il nome del fratello, il signor
D'Orea si rannuvola e si affretta a difendere l'amica.
— Don Luciano ha tanto insistito... e anch'io! Con le camere sossopra,
non aveva nemmeno un posto da sedere. Don Luciano, voleva condurla in
automobile fino a Porto d'Anzio, ma Remigia s'è perfino arrabbiata!
Desidera tanto di vederla e d'abbracciarla, signor D'Orea!
Il salotto è messo in bell'ordine: i ritratti di famiglia, quello di
Giacomo, della duchessa Cristina, del principe di Sant'Enodio, di Maria
Grazia sono tutti a posto. Giacomo si lascia cadere, come affranto,
sopra una poltrona e i suoi occhi, involontariamente, si fermano sul
ritratto di Maria.
La contessina Carfo, ancora un po' rossa per tutte le bugie che ha
detto, si avvicina a Giacomo, gli prende la mano e gliela stringe
forte, replicatamente.
— Dunque, Eccellenza, posso anch'io congratularmi? Con tutto il cuore e
con tutta l'ammirazione che sento per lei?...
Giacomo si scuote, balzando in piedi.
— Di grazia, contessina Mimì! Risparmi le felicitazioni e l'eccellenza!
Mi dia invece dell'imbecille e mi faccia le condoglianze! — Si apre
l'uscio; si volta: — Oh, bravo, il caffè!
Siede di nuovo sulla poltrona pallido, ansante per l'improvviso accesso
d'irritazione, aspettando muto, gli occhi fissi, che il cameriere
deponga il vassoio sopra un tavolino e se ne vada. Il caffè lo ha
ordinato nel salire. Subito che Mimì glielo versa, ne ingoia due tazze,
avidamente.
— Vede, buona e cara signorina?,.. Sto in piedi a forza di caffè e
di tè. Ma sono... galvanizzazioni usuraie, come dice, ammonendomi, il
dottor Davos!
Mimì, intanto, l'osserva con una stretta al cuore: è pallido, smunto,
ma con gli zigomi accesi e con la fronte madida di sudore. Ha le
occhiaie gonfie, con le borse; le tempie vuote.
— Come mi trova? — domanda vedendosi osservato. — Molto giù, non è vero?
— No! No! — La giovine, ha nuove vampe di rossore. — Si vede soltanto,
che è molto stanco! Si capisce, del resto, col grande lavoro di questi
giorni! Ma, fortunatamente, la Camera si chiude, non è vero? Ella potrà
prendersi un po' di vacanza e si rimetterà presto. E poi, deve far bene
anche sentirsi l'animo contento, avere il cuore pieno di soddisfazioni!
— Oh, contentissimo! E le mie soddisfazioni... — Giacomo s'interrompe
con un sorriso amaro; — oh! le mie soddisfazioni sono addirittura
straordinarie!
— Signor D'Orea! — replica Mimì vivamente. — Non dica così! Non sia
tanto ingiusto con sè stesso e con gli altri! Non è una soddisfazione
grandissima il vedere come tutti le vogliono bene e come tutti la
stimano?
Giacomo scatta di nuovo alzandosi, pestando i piedi.
— Mi stimano un minchione!... — Oh, scusi, signorina, ma a brutte
cose, brutte parole! — E la prova di essere ciò che sono, l'ho data io
stesso, accettando un portafoglio, al quale neanche sono adatto, in
questo momento, in queste condizioni e con questi uomini! — Giacomo
finisce con l'alzar troppo la voce, diventando a mano a mano sempre
più concitato e più nervoso. — Che cosa sono io?... Vuole che glielo
dica?... Io sono l'uomo «che non sa più dir di no!» E non lo ero! Non
sono nato imbecille!... Ero un uomo forte, tenace, persino testardo!
Io avevo una volontà e arrivavo a qualunque costo dove volevo e dovevo
arrivare! Sì, sì! Ero proprio così! Sembravo un timido, ma ero timido
soltanto in società; con le signore!
— Si calmi!.. Si calmi!... — balbetta la Carfo inquieta, quasi
impaurita. Non ha mai veduto il signor D'Orea infuriarsi, diventare
così pallido e stravolto. Ma Giacomo non l'ascolta nemmeno. Continua a
girare su e giù, a pestare i piedi, a gridare.
— Non ero timido con gli uomini, con i miei colleghi, con i miei
avversari!... E con le canaglie, sono sempre stato forte, persino
violento! Doveva sentirmi allora, signorina, alla Camera, negli Uffici,
in Consiglio!... Allora sì, ho avuto la forza e il coraggio di piantare
in asso il Governo e di mandare il Ministero a gambe all'aria piuttosto
di cedere e di piegarmi a transazioni! Ma oggi... oggi sarà l'anemia,
la nevrastenia, sarà il cuore che funziona male, oggi... sono un
debole.
— Non dica così! — La contessina Carfo gli torna a prendere la mano, a
stringerla fortemente. — Non dica così!
— Mi lasci sfogare!... Sto meglio dopo; mi fa bene! Lei, vede, lei
signorina, mi ha conosciuto tardi, quando non ero più io, quando
ero già diventato l'uomo «che non sa dir di no»!... A Villars? Si
ricorda?... Non sapevo dir di no alla sua amica per il giuoco del
_tennis_... e a Roma, non ho saputo dir di no al Quirinale!
Mimì chiude anche il secondo uscio del salotto e cala la portiera.
Giacomo capisce di essersi lasciato trasportare e torna a buttarsi
sulla poltrona avvilito e spossato.
— In questi giorni, quanti me ne hanno fatto ingoiare di bocconi
amari!... Per ciò, l'irritazione che ho addosso! — Giacomo, così
dicendo, si contorce dolorosamente, come se la sentisse serpeggiare e
correre lungo la spina dorsale. — Quanti bocconi amari, infilati tutti
sulla grande forchetta del bene indissolubile della Patria e delle
Istituzioni!
— Lei ha dato un nobile esempio di abnegazione...
— Ho dato un esempio pessimo di mancanza di carattere!
— Ma non sa...
— Che cosa non so?... È lei che non sa niente e vuol parlare! Sempre
parlare!
Giacomo, nell'impeto, sembra quasi investirla: Mimì indietreggia muta,
tendendo le mani giunte, supplichevoli.
— Lei non sa chi mi hanno costretto ad accettare come sotto segretario
di Stato ai Lavori Pubblici?... L'avvocato Leonida Staffa! Un uomo
che ha ottenuto lutti gli impieghi e tutti gli onori dalla monarchia a
furia di fare il repubblicano! Un feroce rivoluzionario addomesticato
dallo stipendio, che della sua fede e dei suoi ideali non conserva più
che un simbolo nel grande cappellone a cencio! Un carattere adamantino
che mostra tutta la sua fermezza democratica e la sua energia radicale
nel coraggio di non volersi mettere il frac... nemmeno a Corte!
Giacomo ride: Mimì si sforza, ma non può.
— Costui, vede, signorina, questo Leonida col cappellone, merita di
essere chiamato Eccellenza! Costui, accetta di gran cuore felicitazioni
ed omaggi. Io, niente! Io sono un imbecille! Un vero imbecille che non
sa più dir di no!
Giacomo ride ancora nervosamente, poi, d'un tratto, si ferma dinanzi a
Mimì, seriissimo, torvo:
— E mia moglie?... Che cosa crede di essere venuta a fare a Roma?...
La ministressa? La donna politica, inframmettente?... Se lo levi dalla
testa!
— Che cosa pensa? Che cosa dice mai? Signor D'Orea! Signor D'Orea,
— balbetta la povera Mimì, con voce mezza di pianto e mezza di
rimprovero.
Giacomo, per frenarsi e calmarsi, con la mano si stringe la fronte, si
preme gli occhi: dopo torna a fissare la giovine e riprende, parlando
piano, ma risolutamente:
— Mi ascolti bene, contessina Mimì: lei è amica di mia moglie, amica
sincera e buona. Per la quiete di Remigia e per la mia, volendo evitare
seccature e dispiaceri, le faccia capir questo, ma ben chiaro: io le
lascio la pienissima libertà di divertirsi a Roma, quanto vuole. Giri
tutti i teatri, frequenti la società che più le piace, sia la bianca
oppure la nera; vada anche a colazione e a pranzo, vada anche tutto
il giorno in automobile con suo cognato, senza un pensiero, senza un
riguardo, senza uno scrupolo nè per me, nè per la sua povera sorella,
nè per nessuno al mondo! Ma, per amor del cielo, non si ricordi mai,
_mai_, che, disgraziatamente, io sono ministro!
Il D'Orea, così dicendo, si fa più torvo, più minaccioso: le sue labbra
smorte, tremano convulse.
Mimì, trasecolata, non ha più una goccia di sangue nelle vene!
— A Pontereno... so che mia moglie giocava a fare la donna influente,
la donna importante: qui, no! A Roma, tutti i giuochi sono permessi,
tranne questo; guai! Non voglio saperne di incoraggiamenti, di
approvazioni, di disapprovazioni!... E guai se l'avvocato Berlendis o
un altro qualunque dei suoi devoti lustrascarpe, mi capita tra' piedi!
Non una raccomandazione, non una sollecitazione! Se questo avesse a
succedere, parola d'onore, signorina Mimì, l'uomo che non sa più dir
di no, torna, per una volta, quello di prima: manda sua moglie _ipso
facto_ a Pontereno o anche molto più in là!
... Chi è?... Chi c'è?... Si ode uno sbattere di usci, un fruscio di
vesti...
— Giacomo! Giacomo! Amore! Tesöro! — È Remigia che entra di furia
nel salotto e si precipita al collo del marito. — Come sono contenta,
felice, beata!
— Di che cosa?
Giacomo è rimasto sorpreso e sconcertato dall'improvvisa e insolita
espansione.
— Di vederti! Sono felice, beata di vederti!
— Oh, anch'io, grazie! Sono proprio contentissimo!
Giacomo ha paura che sua moglie incominci con le felicitazioni e i
complimenti; però, soggiunge, per cambiar discorso:
— Dunque, hai fatto colazione al _Grand hôtel_ con Luciano? Io ho
avuto appena il tempo di bere un po' di tè e mi scuserai se non ti sono
venuto incontro. Del resto, che io sarei stato molto occupato in questi
giorni, lo sapevi già.
— E io non ti ho fatto nessun rimprovero. Ho trovata la cosa
naturalissima; non è vero, Mimì?
— Certamente, naturalissima! — risponde l'eco sicura.
— Chi è al sommo... della cosa pubblica... Chi ha da reggere... il
timone dello Stato...
Sua Maestà Remigia Iª avrebbe in animo di fare un bel discorsetto, ma
Giacomo l'interrompe.
— Hai trovato qualche persona di conoscenza al _Grand hôtel?_
— Sì! C'erano moltissimi amici nostri.
Giacomo la fissa, scrollando il capo.
— No, no, amici nostri! Quando parli di moltissimi amici, devi dire
_miei_, cioè _tuoi!_ Io ne ho avuti due soli, in vita. Uno è morto e
l'altro è al Transvaal!
Mimì vede che Remigia comincia a spazientirsi e la tocca pianino nel
gomito.
— Ho fatto colazione con Quanita.
— Quanita?... Chi è?
— La della Gancia.
— Ah! Ah! La dama d'onore della Regina. E c'era anche il marito
fedele... ai Borboni?
— Sì.
La buona Carfo continua a guardarla, a supplicarla, e Remigia si fa
forza.
— Oggi abbiamo combinato di andare alla Camera.
— Alla Camera?
— Quanita, per poter stare insieme, invece di andare nella tribuna di
Corte verrà con me in quella del Corpo diplomatico.
— A che fare alla Camera?
— A sentirti parlare!
— Io non parlo, — borbotta Giacomo stizzito.
— Allora... per vederti tacere! — Remigia scatta con impeto. Non ne
può più! — Ma che hai? Che cosa ti ho fatto?... Si può almeno saperlo?
— Gli occhi dell'Idola si riempiono di lacrime, e di riscontro anche
quelli di Mimì.
Giacomo prende in mano il cappello a cilindro, che ha messo sopra una
seggiola, e comincia a lustrarlo con la manica.
— Niente, mi hai fatto! Che cosa vorresti avermi fatto?
— Ma sì! Mi parli... soltanto per contraddirmi e per strapazzarmi!
Fai certi occhi, guardandomi, come se mi volessi mangiare! Vorrei
almeno sapere che grave colpa ho commessa! Forse perchè sono andata a
colazione con Luciano?... Di' la verità: ti ha fatto dispiacere?
— A me? — Giacomo si stringe nelle spalle. — Nè piacere, nè
dispiacere. È cosa, del resto, che tocca più te che me e le cose vanno
prese... come si sentono. Luciano, marito di tua sorella, è saputo e
risaputo, che è a Roma per... Sai bene per chi, e tu trovi la cosa
indifferentissima! Anzi, Luciano ti diventa sempre più simpatico!
Accetti i suoi inviti; dividi con lui le emozioni automobilistiche...
Benissimo! Ciò è affar tuo, ti riguarda, e risponde perfettamente al
tuo modo di sentire.
Il cappello è diventato lucido come uno specchio, ma Giacomo continua a
fregarlo e a lustrarlo, mentre dagli occhi irati di Remigia spariscono
le lacrime. Mimì cerca di abbracciarla, di accarezzarla. Ella non ne
vuol sapere:
— Lasciami stare! — Si avvicina a Giacomo, gli strappa il cappello di
mano e lo butta sul canapè. — Ho capito! Si sa! Doveva entrarci mia
sorella! Sempre mia sorella!
— Remigia! Remigia! — mormora sottovoce la Carfo spaventata. Ma Remigia
non l'ascolta più e continua, ironica a sua volta:
— Del resto, mia sorella non è sola a Fiumicino! Ha la buona, ha la
cara compagnia della zia Gioconda, con la quale se la intende... a
meraviglia!
Giacomo fa un passo, lanciando contro la moglie un'occhiata terribile:
— E con ciò, che cosa vorresti dire?... Che cosa vorresti insinuare? Se
mia cognata ha dell'affetto ed è piena di riguardi per nostra zia, tu,
invece di... fare come fai, dovresti cercare d'imitarla!
— Già! Già! — ribatte Remigia più forte. — Il grande modello! Dovrei
imitare il grande modello! Ma... come si fa?... Tutti non possono avere
le doti, le virtù, la grazia, la soavità di una così perfettissima...
perfezione!
— Senti, Remigia. — Le labbra umide di Giacomo battono convulsamente.
— Io ho bisogno, almeno in casa mia, di tutta la quiete possibile.
Spero... Voglio sperare che non sarai venuta a Roma per tormentarmi,
per avvelenare anche i pochi momenti che posso avere di riposo...
Sarebbe troppo! Ah, vivaddio, sarebbe troppo!
Remigia ha uno scoppio di pianto. Non per paura, nè per dolore; anche
lei per dispetto e per ira.
Giacomo, alla vista delle lacrime, corre a prendere il cappello
afferrandolo furiosamente per andarsene; poi torna vicino alla
moglie squadrandola bieco. Mimì, sbigottita, cerca di frapporsi; egli
l'allontana con la mano, mentre si curva su Remigia parlandole quasi
all'orecchio:
— Ho sempre creduto poco alle tue lacrime. Oggi, non ci credo più. Puoi
risparmiarle. Sarà tanto di guadagnato per tutti e due! Ti saluto! —
Quando passa dinanzi a Mimì, le dice — buon giorno! — senza fermarsi
e se ne va sbattendo l'uscio. Ma rimane assente solo pochi minuti.
Ha capito di essersi lasciato trasportare, di aver avuto torto ed è
pentito. Entra, e si ferma sulla soglia dell'uscio un po' confuso,
guardando le due giovani signore e scrollando il capo con tristezza
grande. Mimì continua ancora a singhiozzare. Remigia pallida, con gli
occhi torvi, è tutta fremente e vibrante di collera.
Giacomo si avanza lento, passo passo, e si ferma dinanzi alla moglie,
curvo, le braccia penzoloni, in atteggiamento umile, di scusa:
— Perdonami, Remigia. Non sono più io, certe volte; non so più quello
che mi dica. È il lavorar troppo, senza nessuna soddisfazione, nemmeno
quella della propria coscienza; è il sentirsi sempre male che mi
rende così nervoso e stizzoso. La più piccola contrarietà, il più
piccolo urto... Basta una mosca che vola per eccitarmi, per farmi
montare il sangue alla testa!... In certi momenti, mi pare di diventar
matto! Scusami, Remigia, e non badare alle mie furie. Tutto passerà;
speriamo. Bisogna per altro che io mi risolva. Chiamerò il dottor Davos
e sentirò che cosa si deve fare. Intanto ho bisogno di un calmante,
bromuro, cloralio, qualche rimedio che mi faccia dormire. Le mie notti
sono terribili; non le augurerei al mio peggior nemico! Pensa... —
Si rivolge anche a Mimì. — Pensi, cara signorina, che io non dormo
più... più! Vado a letto la sera stanco, spossato, e al mattino, dopo
un'insonnia irrequieta, smaniosa, dopo dormiveglie dense di incubi, mi
trovo ancora più stanco di quando sono andato a letto, mi sento pesto,
ammaccato, estenuato! — Giacomo si stringe nelle spalle, crolla ancora
la testa. — Sentirò il dottor Davos; così, non si va avanti!
Mimì Carfo, non ricorda già più le scene di prima, le escandescenze
di Giacomo. Ella è rimasta colpita da quell'accento così sincero e
doloroso. Approva e insiste perchè chiami subito il dottore.
— Vedrà, vedrà! Lo farà guarire in pochi giorni. Basta ch'ella si
attenga davvero a tutte le prescrizioni del medico e al regime di vita
che le verrà raccomandato.
— Obbedirò! — risponde Giacomo con un mesto sorriso che gli sfiora
appena le labbra. Poi stende la mano a Remigia mormorando con la voce
rotta da un'improvvisa commozione, con una grande malinconia dalla
quale spira una dolcezza affettuosa, indulgente, più da babbo che da
marito: — Scusami, cara... Vedrai, il dottor Davos saprà trovare un
rimedio contro la mia... cattiveria!
Remigia rimane un po' titubante: guarda Mimì che con gli occhi e
con i gesti le fa segno di cedere, di perdonare... e finisce col
rasserenarsi. Non ha l'animo disposto e non è giorno opportuno per
le tragedie. Avrebbe dovuto mandare a monte tutto ciò ch'era stato
combinato a colazione con i della Gancia. Si asciuga un momentino gli
occhi, poi si butta di nuovo al collo del marito. La pace è fatta.
— Potrò, per altro, venire alla seduta della Camera, con Quanita?
— Sì, sì; fa come vuoi! Soltanto, non credo che sarà un grande
divertimento!