Giacomo è rimasto tutta notte nel suo studio. A forza di volere è
riuscito a imporsi una relativa calma e a lavorare.
Ha fatto lo spoglio di tutte le sue lettere: ha corretto qualche brano
della sua relazione. Insomma egli può dire di aver ripreso, fino da
quella notte, la sua vita attiva di lavoro, gli affari e la politica.
— Gli affari e la politica! Mi darò ad essi anima e corpo in modo
da non aver tempo di pensare al resto!... E se vorranno i miei amici
nominarmi ministro un'altra volta, accetterò!... Tutti i medici, con
le loro prescrizioni di assoluto riposo per l'organismo logoro, per il
cuore, tutti al diavolo! Tanto meglio se creperò presto!
Si volge verso il ritratto della madre e mormora affermando anche col
capo:
— Ma creperò... galantuomo!
Con la prima luce scialba del giorno comincia a sentirsi stanco,
spossato. Si butta sul letto così vestito, e si addormenta subito,
pesantemente. Si sveglia dopo un'ora o due, di soprassalto, con un
grido soffocato:
— Non la vedrò più!
Si alza, si sveste, torna a vestirsi, senza mai chiamare il servitore.
Lo chiama più tardi e gli dà ordine di fare i bauli, mentre egli
ritorna nel salottino, presso la scrivania, con la piccola valigetta
solita, che porta a mano e nella quale ripone carte, giornali, libri,
tutto ciò che gli occorre di leggere e che gli serve per scrivere in
viaggio. A un tratto sente bussare leggermente:
— Avanti!
È Remigia. Entra, chiude e si ferma con le spalle appoggiate all'uscio.
— Voi? — esclama Giacomo stupito. — Siete dunque guarita? — Si avvicina
e l'osserva: ha il viso fresco e color di rosa! Ha tutto color di rosa:
il nastro che avvolge e stringe le matasse dei capelli biondi, e il
vestito un po' corto di zeffir, dal quale spuntano i piedini nelle
scarpette nere, verniciate. — Sì! sì! Siete proprio guarita! — Le
stende la mano: l'altra, niente, non gli dà la sua. Giacomo sorride:
— Sono tanto contento! Sono contento, prima per voi... Poi anche per
me! Ero... e sono tuttora pieno di rimorsi. Vi siete sentita poco bene,
non è vero?... Vi siete inquietata per colpa mia?
Remigia non risponde: lo guarda restando sempre ferma, le mani dietro
la vita, appoggiata contro l'uscio.
Giacomo passa un istante nella sua camera; manda via il servitore
con un pretesto e torna subito. Remigia non s'è mossa. Egli torna ad
avvicinarsi.
— La Mimì, — dice la fanciulla con voce grave — mi ha detto che
volevate partire stamattina e che prima avevate assolutamente bisogno
di parlarmi. Eccomi qui; vi ascolto.
Giacomo, con dolce violenza, le prende la mano allontanandola a forza
dall'uscio e la conduce nel mezzo del salottino, dinanzi al canapè.
— Sedete, cara Remigia. Vi devo fare un lunghissimo discorso... e
seriissimo!
Remigia lo guarda fisso un momento, poi siede e torna a fissarlo muta,
aspettando che incominci a parlare.
Giacomo resta in piedi, accanto alla scrivania.
— Siamo due buoni amici, non è vero?... Anzi, meglio ancora, diciamo
così: io sarò... il papà e voi la mia figliuola!
Remigia ha un lampo di contrarietà negli occhi; raggrotta le ciglia.
— Prima di tutto, ditemi... — continua il D'Orea. — Non siete più in
collera con me, per la mia sfuriata intempestiva di ieri e per la...
goffaggine di quella vecchiaccia stupida?
— No.
— Mi avete perdonato?
— Sì.
— Proprio, proprio?
— Ho detto di sì.
Le risposte di Remigia sono brevi e secche. Ella guarda Giacomo,
sempre fissamente e Giacomo, sotto quegli occhi non più limpidi e
giocondi, ma freddi e foschi e attentissimi, non sa come incominciare
a spiegarsi, come entrare in argomento. Non è più la stessa Remigia!
È diventata un'altra! Dov'è tutto l'argento vivo? Dov'è l'allegra e
chiassosa maestrina del _tennis?_... Dov'è andata la... — Oh, come gli
risuona all'orecchio la voce carezzevole, armoniosa di Maria! Come
sente ripetere, in cuor suo «la piccola! la piccola!» No! No! Egli
non chiamerà più così Remigia! Gli darebbe troppa tristezza! Troppo
dolore!... — Si fa forte contro l'immagine così presente e così viva,
torna a prendere la mano della fanciulla fra le sue e l'accarezza
lievemente:
— Volete che parliamo un pochino, io e voi, di un nostro giovine
amico... assente?
Remigia ritira la mano con un moto istintivo: — Di Totò? — Fa
un'allegra risatina, poi si contiene, alza gli occhi al cielo e sospira
malinconicamente: — Povero Totò! — Ma non è più così seria. Pronunziato
appena il nome di Totò, è un lampo della maestrina del _tennis_ che
riappare.
Giacomo riprende e continua ad accarezzarle la mano:
— E se... lo facessimo tornare?
— Per me, come volete!... Ma credo che ormai, anche mammà, non resterà
molto tempo a Villars!
Tanta calma e tanta indifferenza sconcertano Giacomo.
— Rispondetemi sinceramente: volete bene, voi, a Totò, sì o no?
— Sfido io; molto bene! È mio cugino! E poi, di Totò, il brittanno, in
fondo, se ne fa ciò che si vuole! È così buono! Tesoro! Caro! Un caro
tesöro!