Tal'e quale, come se l'innocente fanciulla parlasse di _Din_ e _Don!_

— Credo, per altro, — soggiunge il D'Orea, — che Totò voglia ancora più

bene a voi, che non voi a Totò!

— Questo, si sa! Sempre così, tra cugini! — Remigia balza in piedi con

uno de' suoi scatti improvvisi e corre alla finestra, a vedere se il

tempo si rischiara: — Pare di no! Ah, _mon Dieu! Mon Dieu!_ Come sono

menzognere le profezie del signor Trüb! — Siede sopra un'altra poltrona

più alta e torna a fissare Giacomo attentamente dondolando le gambe

fine, di cui si scorge fra le sottane rosa e i piedini che strisciano

per terra, anche un profilo, un barlume di calzetta nera. Il discorso

di Totò non è attraente.

Giacomo si china verso di lei, parlandole più sottovoce.

— Totò... è innamorato.

— Di me?

— Di voi!

— Bella novità! Sono sempre stata la sua fissazione! Deve aver trovato

qualche cosa di simile, una miss con i miei connotati, in un romanzo

inglese! — Dopo aver riso un attimo, si mostra seccata: — Non sarà di

Totò, spero, che volevate parlarmi assolutamente, stamattina, prima di

partire, come mi ha detto Mimì?...

— Invece sì! Volevo parlarvi proprio di Totò... e di voi. Della

felicità di Totò e della vostra. Egli vi ama e voi gli volete bene; è

buono, è giovane, è anche un bel giovane...

— Basta così! — Remigia balza in piedi di nuovo, ma questa volta con un

atto di dispetto e diventando rossa. — Ciò che dite voi, non sarà mai!

L'ho dichiarato risolutamente anche a mammà, anche allo zio Rosalì, e

per questo, per evitar scene, lo hanno mandato in Italia. Sono stata

io, — proprio io, — sì, sì, sì!... Mi seccava co' suoi dispetti, co'

suoi rimproveri, con la sua gelosia! Gli voglio bene, ma non lo amerò

mai; e la differenza è grandissima! Gli voglio bene, ma non lo sposerò

mai! Amico sì, marito no e basta; non se ne parli più! Eccellenza, fate

buon viaggio!

Remigia corre verso l'uscio; Giacomo riesce a fermarla.

— Ascoltate...

— No, lasciatemi stare! — La fanciulla, crucciata, corre a rifugiarsi

nel vano della finestra, e appoggia la fronte contro i vetri.

— Ebbene... — Giacomo perde, un momento, la pazienza... — Se non mi

volete lasciar parlare, non se ne parli più! Ma avete torto.

Remigia non risponde, non si muove. Giacomo si sfoga camminando,

pestando i piedi e pensa fra sè:

— _Non lo amerò mai! Non lo sposerò mai!_... Perchè crede, certo,

di doverlo sposare così... lui, senza un soldo e lei... anche! Ma,

d'altra parte, come spiegarle le mie idee, le mie intenzioni, senza

offendere la sua permalosità, il suo amor proprio, il suo orgoglio?

Non posso dirle... su due piedi: — prima di rispondere che non lo

amerete mai, che non lo sposerete mai, aspettate di sapere che voi,

avrete mezzo milione di dote e Totò, un buon impiego, senza far niente,

in Casa D'Orea! È certo che se potesse immaginare tante belle cose,

direbbe subito di sì!... Forse avrei fatto meglio a parlarne prima

con la madre! — Gli passano nella mente le occhiate e i sospiri della

duchessa, in que' giorni, e insieme i dubbi di Maria, le felicitazioni

di Marco Danova... e la lettera, quella lettera di Luciano. Tutto

ciò accresce la sua irritazione. — Se può entrare nelle viste della

madre il farlo credere e se anche Maria, per il bene che mi vuole, può

trovar la cosa verosimile, io... non avrò mai di questi timori!... Se,

invece, fosse vero?... Una simpatia?... Un'affezione? — Dà un'alzata

di spalle. — Ma che! Ma che! — Si avvicina alla finestra dov'è sempre

la fanciulla con la fronte appoggiata ai vetri, e le parla più franco,

risolutamente:

— Spieghiamoci chiaro: che c'è d'andar tanto in collera?... Potreste

aver ragione, se vostro cugino vi fosse antipatico; questo non è,

tutt'altro; confessate anzi, voi stessa, di volergli bene! In quanto

poi al... al positivo... Io sono vecchio, potrei essere abbondantemente

vostro padre e nel matrimonio... guardo anche al di là, o al di qua,

della poesia. Parlando appunto di ciò, con vostra sorella...

Remigia, si volta con un impeto d'ira:

— Non voglio nulla e non accetterò mai nulla da mia sorella.

Ricordatelo bene voi e lei, tutti e due... _voi due!_

Giacomo rimane sorpreso dal modo con cui Remigia ha detto _voi due_;

non può reggere a quello sguardo diritto come una lama: devia un attimo

gli occhi pensando fra sè con un brivido: — Ha forse indovinato?....

Remigia continua pallida, bieca:

— Mia sorella... so io, perchè vorrebbe farmi sposare Totò!... È lei,

che vi ha messo in mente di farmi sposare Totò! Lei, lei, è sempre lei,

la cara gioia della sorellina mia... perchè... So io perchè!

Giacomo, temendo per Maria, si fa forte e riprende con calma:

— Allora, se lo sapete voi, vorreste farlo conoscere a me pure,

questo recondito perchè? Ne ho un pochino il diritto! Sono stato io a

mettervi, a trascinarvi, per forza, su questo punto del discorso.

— A voi?... _Proprio a voi_, non lo dirò mai!

— A me?... _Proprio a me_, non lo direte mai?... E non potrò nemmeno

sapere a che devo attribuire, proprio, io specialmente, questo vostro

rifiuto e la vostra collera? — Giacomo è nervosissimo; non sa più oltre

dissimulare. Si mette risoluto in faccia a Remigia; alza la voce:

— Io non sono l'uomo degli equivoci, nè dei sottintesi. Li detesto, e

abborro chi ne usa. Vi ho già detto: spieghiamoci chiaro. Ve ne prego

ancora; anzi, adesso ve lo impongo!

Remigia, risoluta a sua volta, alza pure la voce, velata da un leggero

tremito:

— _Impongo?_... Imporre a me, voi?... Con qual diritto?... Io non vi

faccio colpa di niente e non vi domando niente.

— Farmi colpa di che cosa? — risponde Giacomo, più sottovoce.

Remigia non s'interrompe, continua con uno scoppio violento:

— Basta che sappiate ciò, _voi!_ Io non sposerò nè mio cugino, nè

nessuno! Questo è parlar chiaro? Io voglio subito ritornare a Napoli

e da Napoli, subito in campagna mia! Voglio restar là, sempre, chiusa,

sepolta! Voglio morir là, sola, senza più vedere anima viva, soltanto

mammà! E questo, vi pare o no parlar chiaro?

.... Comincia ad essere troppo chiaro per Giacomo, per la coscienza

di Giacomo! Egli si sente più inquieto, sempre più turbato. Pensa,

si rode, si sgomenta, spera ancora: — È impossibile! Non è possibile!

Fosse anche, non può essere altro che un capriccio, una ragazzata!...

Poi, di nuovo, trema per Maria. — Se Remigia capricciosa, impetuosa,

dubitasse davvero di qualche cosa, tra me e sua sorella?...

Un lungo silenzio... poi Giacomo riprende con voce non ben sicura,

interrompendosi spesso, come chi cerca non solo le parole, ma anche la

via del discorso:

— Sentite, Remigia: siate ragionevole e ascoltatemi, con amicizia,

con bontà, senza irritarvi e soprattutto volendovi ben persuadere...

che io sono diventato vecchio rimanendo un ingenuo e che perciò non

dico mai altro che la verità, proprio la verità più semplice e...

più vera! Vi ho detto di considerarvi come una mia figliuola, e sento

che potrei proprio volervi bene... come a una figliuola! Pensate: ho

ventidue o ventitrè anni più di voi: quasi un quarto di secolo!...

E sono ancora più vecchio della mia età, perchè sono molto ammalato

e molto stanco. La mia vita, senza gioie, senza allettamenti, va

spegnendosi nel freddo, nel buio... La vostra, invece, comincia adesso,

proprio come una rosa sbocciata all'alba e che si apre al sole!...

Ascoltatemi!... Ascoltatemi, per amor di Dio!... Per un capriccio, per

un'ostinazione, per un'illusione, non fabbricatevi voi stessa... con

la vostra ignoranza delle cose, del mondo, della vita il romanzo della

vostra infelicità!... Ma che! Parlare voi di sepoltura e di morte!...

Amore! Amore, figliuola mia!... L'amore di un giovane che vi adora... E

sappiatelo e ricordatelo perchè è proprio così: l'amore non è felicità

che quando è giovinezza...

Remigia esita mettendosi le due mani sul cuore che palpita, poi

prorompe a un tratto:

— E voi? Che ne sapete voi? Chi non dice a voi... che... io... — È

spaventata di ciò che sta per dire. — No! No! No! Voi non mi avete

capita, non mi capite e non mi capirete mai!

— Dev'essere, allora, una cosa ben inverosimile, strana, pazza! —

Giacomo è fuori di sè.

La fanciulla trema dinanzi a quella collera; i suoi occhi si riempiono

di lacrime.

— A voi, — balbetta chinando il capo, — non preme altro... che la

felicità di Totò!

— E la vostra!

— Oh, la mia felicità!... Voi non pensate che a maritarmi in qualunque

modo... per liberarvi di me... A darmi uno stato... perchè sono la

sorella di mia sorella... Del resto a voi, proprio a voi, non importa

niente niente di me, nè della mia felicità!... Vedete se ho ragione?...

Tacete!... Non sapete trovare le parole... — Si volta, nascondendosi

la faccia con un braccio e si appoggia così contro i vetri chiusi della

finestra: — Non saprete mai trovarla, voi, la parola!

Dopo un momento, restando sempre voltata e appoggiata ai vetri, cerca

con la mano che ha libera il fazzoletto dentro alla cintura e se lo

porta agli occhi.

— Piange! — Giacomo si lascia cadere sopra una seggiola e rimane

lì a guardarla muto, fisso, con gli occhi esterrefatti. Non osa più

interrogarla, non osa più dir niente: ha paura di parlare, come ha

paura di quelle lacrime.

Ella continua a piangere e piange più forte. L'urto dei singhiozzi

scuote le spallucce esili, scioglie uno dei nastri rosa, i capelli

biondi si snodano, e a grado a grado che i singhiozzi si fanno

frequenti, le cadono giù, lungo la vita...

— Signorina!... — chiama Giacomo a un tratto; poi tace di nuovo. Che

cosa dirle?... Non può già dirle, brutalmente: — Va via! Io non credo

alle tue lacrime. È tutta una commedia, come quella di tua madre!...

— E se non fosse una commedia?... Se quelle lacrime... quel dolore...

fossero sinceri... Per colpa sua!

Remigia continua a piangere; i capelli biondi le coprono le spalle, la

vita e sussultano come una massa d'oro.

Sembra ancora più piccina, più gracile a vederla piangere così,

disperatamente! Fa pietà!... Gli occhi di Giacomo s'inumidiscono.

Oh! Le pene del cuore!... Egli sa per prova quanto sono dolorose. Pure,

quella bimba innocente, ha diritto, è padrona di quelle sue lacrime...

e lui no.

— Signorina!... Signorina Remigia...

Remigia non risponde: piange sempre e non lo sente. Giacomo non ha più

coraggio di chiamarla...

— Così allegra, così viva, così bambina!... Se io dovessi essere

proprio la sua infelicità?

In quel momento si ode un rumore di passi nel corridoio, poi si sente

la voce della duchessa che chiama forte. Sembra irritata e inquieta:

— Idola! Idola dove sei!... Dov'è andata!

— Dio! Mammà! — esclama Remigia voltandosi spaventata, ancora tutta in

lacrime... — Guai se mammà sapesse che io sono qui!

— Ci siete stata ancora e vostra madre lo sapeva!

— Me lo ha proibito quando siamo ritornati insieme dal bosco! Mi

ha tanto sgridata! Dio! Dio! Che scena! — Remigia si rannicchia

istintivamente, tanta è la paura che mammà la sappia lì, nel vano della

finestra, dietro le tende.

La duchessa intanto, continua a chiamare nel corridoio:

— Dov'è andata?... Vorrei proprio sapere dov'è andata!... Mimì! Oh

Mimì! Sai tu dove s'è cacciata Remigia? Al _tennis_ non c'è! Nelle sale

non c'è!

— Sarà andata a Gryon!... Col principe Rosalino! — risponde Mimì, dal

terrazzo.

— Brava! — mormora Remigia. — Cara gioia!... Mi hai salvata in questo

momento!

Giacomo fissa bene Remigia senza parlare: è uno sguardo scrutatore

e diffidente. Remigia se ne accorge, ma aspetta che sua madre si sia

allontanata, che sia tutto quieto nel corridoio.

— Addio! Scendo dalla scala di servizio, esco dalla piccola porta; in

cinque minuti sono sul ponte di Gryon prima di mammà. — I suoi occhi

sono ancora pieni di lacrime, pure si fa forza, e sorride. — Addio! —

ripete ancora, ma con un'espressione ben triste e dolorosa. — Ho avuto

tanta paura di mammà; non per me, sapete, oh, no, cara mammà, gioia!

Ho avuto paura per voi. Non voglio che voi abbiate seccature per colpa

mia! Partite... ve ne prego anch'io, adesso! E non pensate a quello

che vi ho detto. Se il mio ricordo può turbarvi... dimenticatemi. E

se vi fa piacere, se vi può tranquillare, pensate... che dimenticherò

anch'io. — Grossi goccioloni le rigano le guance, ma continua a

sforzarsi, a sorridere. — Guarirò! Vi fa piacere che dica così?

Partirete tranquillo?... Senza nessuna inquietudine? Guarirò... ve

lo prometto!... o almeno, farò tutto il possibile, ve lo giuro! Corre

sull'uscio, si volta: protende il viso... Le labbra spirano un addio,

un sospiro, un bacio... e sparisce.

Giacomo D'Orea parte subito per Ginevra: ma due giorni dopo, ancora da

Ginevra, ritorna il suo servitore con una lettera assai voluminosa, che

deve consegnare nelle proprie mani, segretamente, a donna Maria Grazia.

Maria, prima di aprirla, si chiude sola nella sua camera... e aspetta

ad aprirla, di averne il coraggio. Poi, leggendola, diventa pallida più

che una morta.

_«Abbrucia subito questo mio sfogo pazzo, disperato, questo mio delirio

di amore, di dolore, di rimorsi. Te ne prego, te ne scongiuro. Senti

ancora la mia voce?... Te lo impongo._

_«Maria! Maria! Oh, Maria!...»_

Così, con queste ultime parole, finisce la lettera di Giacomo.

Ella, con una calma quasi solenne, religiosa, come mossa da uno

spirito di sommissione e di devozione, abbrucia lentamente, al

fornellino d'argento della specchiera, tutti que' vari foglietti

sottili, trasparenti, dalla scrittura minuta, dalle righe fitte e li

guarda sollevarsi in cenere come falde leggerissime, volare intorno,

disperdersi... sparire.

— Più!... Mai più!

Nella sua lettera, Giacomo ne aveva chiusa un'altra: un biglietto di

poche righe, ugualmente dirette a Maria e che Maria doveva conservare

per mostrare a sua madre: Giacomo D'Orea, con quel biglietto, pregava

la cognata di chiedere per lui, alla duchessa, la mano di Remigia.

La moglie di Sua Eccellenza · 第 28 / 57 题