Giacomo D'Orea entra nell'albergo quando comincia a piovere
dirottamente. Sotto l'atrio incontra Mimì Carfo che esce dalla sala di
lettura con due grossi libroni.
— Remigia sta un pochino meglio!... Non è venuta la febbre,
ringraziando Dio!...
Giacomo fissa la fanciulla con gli occhi ancora stralunati.
— Potrà alzarsi, dunque, domani?
— Si spera! Ma è assai nervosa. Non ha ancora chiuso occhio!... Sono
venuta giù, apposta, a prendere questi libri di viaggio, per leggerle
qualche cosa!
Mimì nota la faccia sconvolta del signor D'Orea; è assai distratto,
preoccupato. Non l'ascolta nemmeno.
Giacomo, dopo un momento, sembra scuotersi:
— Mi faccia un favore: dica a Remigia, che io domani, nella mattinata,
dovrei partire assolutamente; ma che non posso partire se prima non ho
parlato con lei!
Ciò detto, pianta lì Mimì su due piedi e va in cerca del portiere.
— Dov'è l'orario? Ho bisogno di vedere l'orario!
Ma invece di trovare il portiere, s'incontra, faccia a faccia, con
Marco Danova in abito da viaggio.
— Felicissimo, onorevole! Fortunatissimo di potervi salutare! — Marco
Danova fa una smorfia che vuol essere un sorriso: gli occhietti
stizzosi, biliosi, si incrociano più storti sul naso adunco. — Ho
mandato in camera vostra, in questo momento, il mio biglietto di
visita.
Giacomo ringrazia con un cenno del capo, senza aver ben capito.
— Il vostro... biglietto di visita?
— _Pour prendre congé!_ Sono arrivato col diluvio e parto con
l'innondazione!... Gran bel divertimento la montagna!
— Già, piove! — borbotta il D'Orea quasi macchinalmente, guardando
verso il portone dell'albergo. Poi soggiunge: — Ecco l'omnibus!
— Ma è ancora presto! Non è vero, uomo barometro? Uomo infallibile? —
Il Danova si rivolge al signor Trüb che lo aspetta col segretario e col
direttore sull'uscio del _bureau_ per accompagnarlo fino all'omnibus.
— Manca più di mezz'ora alla partenza! — risponde il signor Trüb,
abbassando gli occhiali dalla fronte sul naso per guardare tre orologi
in un istante: quello del _bureau_, quello dell'atrio e il suo che
leva di tasca. — Il bagaglio è già stato consegnato! Ha tutto il tempo,
signor barone, anche di lasciar sfogare questo nuvolo che passa!
— Andate al diavolo voi e le vostre nuvole che passano! Me ne avete
servite abbastanza durante questa bella stagione!
Marco Danova sembra furibondo contro Villars e contro il signor Trüb.
Giacomo capisce di dover dire qualche cosa e di dover salutare il
Danova, se vuol liberarsene.
— Allora, buon viaggio! E se tornate in Italia... a rivederci presto!
— Mi fermerò a Ginevra, un paio di giorni, all'_Hôtel de la Paix_,
poi andrò sul lago di Como, gironzando! Sono arcistufo di questa
maledettissima Svizzera! — La Svizzera, deve aver fatto qualche brutto
tiro a Re Faraone. — Mentre parla, gli s'infiamma non solo la faccia,
ma anche il cocuzzolo a pera. — Appena piove, si gela, appena fa
sole, si brucia!.. E poi non è più un paese, è una stazione di strade
ferrate! I ghiacciai sono anneriti dal fumo delle locomotive!...
Ci sono più treni che fischiano che marmotte! Basta! Basta! Non è
ormai altro che un panorama meccanico per il grosso pubblico delle
scorribande domenicali!
— Già! Sicuro! — conclude Giacomo tanto per finirla. — Anch'io,
partirò... prestissimo!
Marco Danova dondola la pancetta facendo un'altra smorfia stentata; il
naso becco, morde.
— E... in buona compagnia!
— Parto solo; domani.
— Solo, ma bene accompagnato, dai pensieri più dolci e più soavi! Là,
là, là, fortunato mortale! Per voi la Svizzera è sempre bella e sempre
quella: il paese dove fiorisce l'idillio, col _vergissmeinnicht!_
Giacomo trasalisce: non ha in mente che Maria; crede tutto quel
discorso un'allusione a Maria.
Il Danova diventa serio; fa un inchino tra lo scherzoso e il
cerimonioso e gli stende la mano.
— Permettete, dunque?... Si può congratularsi?
— Di che? — domanda Giacomo torvo, con la voce soffocata.
— Là, là, là! Non montate in collera, onorevole! Anche se la lieta
novella non è ancora, diremo, ufficialissima, mi fu data ormai come
sicura, e non c'è ragione di volerne fare un mistero per gli amici,
come me, di antica data!
— Cioè? Che novella?... Che notizia?
— Qua la mano!... Qua la mano!... — Giacomo gli deve dare la mano per
forza. — Con molta invidia, — perchè no? lo confesso. — Con molta
invidia, ma senza rancore!... È una ragazza che anche a pagarla un
Perù, c'è da esserne soddisfatti e la minchioneria che fate voi, — chi
sa? — forse, l'avrei fatta anch'io!
Giacomo comincia adesso... quasi a capire; ma ha paura di dover capire.
— Che scherzi... vi saltano in mente?
L'altro, risponde con enfasi, in vena di espansioni e di sincerità:
— Ho detto «minchioneria» scusate, senza la più lontana intenzione di
offendervi!... Tutt'altro!... È l'epiteto che usano gli sciocchi e
gli sbarbatelli, quando si tratta di un matrimonio alla nostra età!
Minchioneria vera, tutto all'opposto, è maritarsi da giovani, prima
di aver goduto la vita, quando ancora si è forti in gambe e agguerriti
per le grandi battaglie!... Ma quando si tocca... la china!... Tirare
i remi in barca, è molto savio ed altrettanto igienico. Scegliersi
una ragaz...zetta — l'egizio venezian batte il sostantivo schioccando
la lingua contro il palato — quel demonietto lì, deve averli tutti i
requisiti! — e farsene la propria moglie e il proprio regime. Per noi,
è inutile sperare nel nuovo! Alla nostra età non possiamo più essere
amati, altro che dalle ragazze oneste.
Che cosa brilla negli occhietti, di cui si vede più il bianco che il
nero, di papà Faraone?... Una lacrima forse? Dà una sghignazzata per
non vincersi e non mostrarsi commosso.
— Ed ora... non perdiamo la corsa! Felicitazioni, onorevole, e buona
permanenza... a chi resta! E congratulazioni sincere da parte mia anche
alla duchessina Remigia, quantunque — glielo direte! — me l'abbia fatta
grossa!...
— Siete matto! V'ingannate!... — Giacomo cerca di trattenerlo: oh,
sì! Il barone è già salito sul predellino dell'omnibus ossequiato dal
signor Trüb, e da tutto il servidorame dell'albergo, che gli si prostra
dinanzi e di dietro.
— Meno male che non alludeva a Maria! Se Dio vuole, non si sono fatte
chiacchiere! — Ma il respiro di Giacomo, si ferma a metà. — Se ne son
fatte, per altro, — e come! — sul conto... di Remigia! Congratulazioni
per il mio matrimonio, addirittura!... — Giacomo pensa, non sa che cosa
fare: — Corrergli dietro per smentire la notizia?... Non c'è tempo di
spiegarsi e non è serio!... Domani sono anch'io a Ginevra, all'_Hôtel
de la Paix_... gli dirò domani, che non è vero, che è matto!...
Matto?... No, se lo ha sentito a dire, se tutti lo dicono!...
Sospira; si preme forte la fronte con il palmo della mano:
— Matto, sono io! Mi par proprio di diventar matto!... È quella
lettera!... È la lettera di mio fratello che mi perseguita!...
Anche a proposito di Remigia, la cattiveria di Luciano ha colpito
nel segno. Io, per coprire la maritata, ho compromessa, ho perduta
irrimediabilmente la nubile!... Marco Danova sarà, più meno, come
la fama lo dipinge; ma so io, positivamente che cosa è? Posso dire
soltanto che è otto o dieci volte milionario, che avrebbe sposata
Remigia e che «la minchioneria» non la fa più perchè io l'ho troppo
compromessa! Vivaddio! — torna a premersi la fronte. — C'è proprio da
diventar pazzo!
Monta lentamente le scale, entra in camera sua, ma non va a letto.
— Impossibile dormire!... Anzi, bisogna cercare di distrarsi! — Passa
nel salottino che gli serve da studio. Ci sono da raccogliere, da
mettere in ordine tutte le carte, tutte le lettere. Dovendo partire
domattina, questo bisogna farlo subito!
— Se posso veder presto Remigia, parlare di Totò... mettere il mio
cuore in pace, parto ancora alle undici!
Siede alla scrivania, guarda tra le carte, fa passare le lettere, mette
da parte quelle alle quali farà rispondere dal suo segretario.
L'albergo è ormai tutto sepolto nel sonno. La luce elettrica si è
fatta vivissima. Il vento ha ripreso impetuoso: fischia e mugghia tra
gli alberi e soffia contro i vetri. Giacomo è scosso da un brivido di
freddo.
— E dire che Maria è qui, a due passi da me... e non la rivedrò più,
mai più!
Spiega un foglio, — che cos'è? — La richiesta di un gruppo di elettori
per ottenere una tettoia e la fermata del diretto alla stazione di
Borgo-salice.
A metà della lettura si ferma perplesso; diventa inquieto.
— E se anche Totò, per colpa mia, non la volesse più sposare?
Incrocia le braccia sul petto; abbassa il capo: gli occhi incontrano,
per caso, il ritratto di sua madre.
Oh, la semplice donnina! Quanti pensieri e quanti rimorsi, suscita in
quell'ora, nell'animo di Giacomo.
— Sempre i fiori di Remigia!
Gli fanno dispetto.
Che differenza, che contrasto! La sua povera madre così timida!
Che rifuggiva dalla gente, da ogni parvenza di lusso; virtuosa fino
agli scrupoli, pia come la zia Gioconda, più della zia Gioconda! Che
contrasto il ritratto di sua madre, coi fiori di una duchessina, in
mezzo allo sfarzo di quell'albergo sontuoso «da signoroni» nel quale,
sua madre, viva, non sarebbe entrata nemmeno per forza! E in mezzo
a tutti quei... vicerè, come sarebbe diventata rossa la buona donna
cresciuta, allevata dietro il banco, in una oscura bottegaccia di
droghiere... Come non ne avrebbe voluto sapere di quei nobili, di
quelle usanze, di quella boria! Sarebbe scappata più lontano della zia
Gioconda! Più in là di Fiumicino!
Anche lui, per altro, un tempo, non ne voleva sapere! Non voleva
sentirne parlare! Oh, la lettera, — sempre la lettera! — aveva ragione
anche in questo!... Come si era opposto, persino brutalmente, al
matrimonio di Luciano!
Poi, a mano a mano, lui pure è stato preso dagli usi, dai gusti, dalle
seduzioni di quel mondo corrotto, falso nelle sue stesse apparenze
di signorilità, falso e infido persino nei rapporti, negli affetti
famigliari... A mano a mano, lui pure ha cominciato a diventare un
perdigiorni, un ozioso leggero, che compromette le ragazze, e ha finito
con l'innamorarsi della moglie di suo fratello!
— Maria, però, com'è diversa da tutti i suoi!... L'espressione sola de'
suoi occhi!... Quanta bontà! Quanta sincerità! Che incanto in quegli
occhi!... Nell'affettuosa malinconia di quegli occhi!
Il cuore gli batte violentemente, dolorosamente: — È lì! Così
vicina!... E non vederla più!...
— Ma non dovrò vederla mai più?...
Prende il ritratto, lo fissa, come implorando un aiuto, un conforto...
Ma l'immagine rimane estranea al suo dolore... fredda, severa.
Il vento fa scrollare i vetri con impeto ed urla nella valle.
Egli ha un fremito: vicino a lui nella camera deserta, gli sembra udire
la voce di sua madre, negli ultimi giorni, e quel debole filo di voce
gli ripete continuamente, insistentemente:
— Non devi vederla più! Non devi amarla più! Ritorna un galantuomo come
tuo padre!... Sii sempre un galantuomo come tuo padre!...