VIII.

— Eccoti la lettera di... mio marito. Leggi.

Giacomo sembra esitare.

— Leggi; devi leggere!

Maria è più pallida del solito... e più bella. Il fascino di soavità,

di malinconia, soffuso intorno a lei dal suo dolore mansueto e

rassegnato, è sparito. La sua espressione è risoluta, fiera, il sorriso

amaro e ironico... ma è più bella. Una strana luce le illumina il

viso. È ciò che teneva nascosto in fondo al cuore che le brilla, che le

risplende negli occhi e che vibra in tutto il suo essere con un fremito

di vita, con un impeto di sdegno e di rivolta!

— Leggi; devi leggere! Ho potuto e voluto risparmiarti la lettura di

molte altre lettere simili e peggiori; ma di questa no, perchè parla

anche di Remigia... E poi... perchè tutto ha un limite per le creature

e per le anime, anche la bontà, anche la pazienza, anche la pietà!...

Sai? Mi faceva pietà! Ero tanto sciocca e stupida da credere che

quell'uomo dovesse soffrire lui stesso per la sua grande cattiveria!...

Adesso no, basta! Lui continua, ma io ho finito! Adesso non mi desta

più che ribrezzo, e orrore, ribrezzo e odio! Sì, odio, odio, odio! Sarò

cattiva anch'io, la mia parte, che importa? Dio che mi ha sempre veduta

e che mi vede nel cuore, sa che non ero fatta per essere cattiva! Mi

hanno ridotta gli altri così, per forza! Ormai, peggio per loro! A te.

— Maria gli dà la lettera. — Vinci lo schifo, leggi e regolati.

Il cuore di Giacomo batte violentemente, ma egli vuol conservarsi calmo

e sicuro. Leva dalla busta e spiega i vari foglietti della lettera, che

comincia con uno stile amabilmente scherzoso:

«Paolo e Francesca!... Precisamente: i due cognati, amanti, sono

tornati di moda per opera dei poeti e degli istrioni e, in casa mia, si

segue la moda!»

E continua, con altrettanto felice umorismo:

«Paolo, per altro, l'antico, il guerriero, non doveva nulla a

Lancillotto; mio fratello, invece, il Paolo moderno, uomo di Stato,

deve _a me_, il rispetto, l'affezione e la fiducia piena e cieca,

della quale gli sono sempre stato prodigo. Deve _a me_, alla mia

generosa, disinteressata e forse eccessiva acquiescenza, se è ancora

lui solo, il _solo_ e dispotico padrone della _roba nostra_. La prima

delle Francesche, da cui proviene l'onesta discendenza, ha portato

in dote a suo marito dominî e castella... Sono troppo delicato per

mettere i punti sugli _i_. Dirò soltanto, per concludere, che il Paolo

e la Francesca di mia magione, aggiungono a tutte le virtù e alle

amorose gesta dei due famosi capiscola, anche la più bella e graziosa

ingratitudine!»

Il confronto seguita ancora per un pezzo e sullo stesso tono, ma

Giacomo, corre in fretta con l'occhio attraverso le pagine e incomincia

a leggere attentamente dove vede ripetuto il suo nome:

«... perchè non c'è dubbio! Dopo il mio ultimo colloquio con Giacomo,

dopo le mie spiegazioni così franche, leali e confidenziali, se Giacomo

fosse davvero quell'uomo di carattere saggio e prudente che vorrebbero

far credere i suoi giornali, partito io, sarebbe anche lui partito

subito da Villars! La gelosia di un marito è la prova più manifesta del

suo attaccamento e della sua affezione, e per ciò, anche quando per un

caso diverso dall'attuale è forse ingiusta ed eccessiva, è tuttavia

sempre rispettata dalle persone serie e schiette, come riesce sempre

gradita e cara ad una buona moglie, veramente innamorata e fedele!»

«Ma invece di partire, invece di distruggere i sospetti, — ed ogni

sospetto è legittimo e sacro quando si tratta della propria moglie e

del proprio onore, — Giacomo che fa?... Prudente, saggio, e sopratutto

molto delicato, non si muove più da Villars, nè dalla _Tête-pointue_.

Con tanti uffici, con l'Italia da fare e l'Africa da disfare, l'uomo

importante, il grande lavoratore. Sua Eccellenza, insomma, che

aveva già dichiarato di non potersi fermare in Isvizzera più di una

quindicina di giorni, senza pericolo per la compagine dello Stato e per

l'assetto dell'Europa, è tuttora in villa, a far vacanza!»

«Chi sta bene non si muove!» sentenzierebbe quella cariatide piena

di buon appetito dello zio Rosalì! E Giacomo ci sta bene e non si

muove più da Villars, perchè tu sei una donna civetta e leggera... e

a provarlo, basterebbe, fra cento altri, il solo fatto di Bex! Credi

che io non abbia capito tutto? Mi fai anche l'onore di credermi un

imbecille?... Ma quel falso tisico sentimentale, perchè è proprio

partito... poche ore dopo che io sono arrivato?»

«Ricordati per altro, e ricordati bene: io posso tutto sopportare,

ma il ridicolo, no! Spezzato il cuore, voglio che il mio onore resti

intero e intatto. Costretto a partire improvvisamente per Parigi da

affari gravi, che si potranno conoscere solo più tardi, farete tutti,

al mio prossimo ritorno, quanto io giudicherò necessario, ispirato,

come sempre, dai miei sentimenti morali e dalla rettitudine della mia

coscienza, per la serietà e per la dignità del mio nome!»

«Vita nuova e bando alle commedie vecchie! Quella cara gioia di tua

sorella Remigia offre in questi giorni un'altra prova della bella

gratitudine dei tuoi parenti a mio riguardo, recitando da ingenua —

oh, che santa ingenuità! — in una vostra commedia altrettanto vecchia

quanto inverosimile! Fingere gli amoretti con la nubile, sino al punto,

magari, di comprometterla e di perderla irrimediabilmente, per coprire

gli amorazzi con la maritata! _Oh, connu le vieux jeu! Très connu, ma

chère!_ Non è più nemmeno del vecchio Sardou! È del nonno Scribe!...»

E così via via, sempre nello stesso tenore, la lettera di Luciano,

volgare e ingiuriosa, piena di boria e di alterigia, riempie sei pagine

fitte.

Figurarsi! Quando egli l'aveva scritta era appena stato messo alla

porta, per tutto un giorno, da Fanfan! Il re della glicerina, aveva

condotta al _Bois mademoiselle_ Trécoeur, per farle ammirare il suo

nuovo _four in hand_. Luciano, è vero, aveva detto e gridato «non

voglio»; ma appunto per ciò, Fanfan Trécoeur gli aveva risposto tra due

colpetti di tosse, non autentica:

— Non voglio?... Allora vado. Sai che il «non voglio» _in casa mia_, è

fuori di corso!

Ed è andata! È andata al _Bois_ in un giorno di vento! E quel

ciarlatano d'un dottore, pagato venti franchi per visita, lo ha

permesso! E quella celebre mummia inverosimile del maestro Coccardè,

coperto di biglietti di Banca e mantenuto a brodo di _Champagne_, non

ha protestato! La salute, la voce, quando si tratta di _mister_ Kennet,

sono a prova di bomba!

— È il mio destino! È il mio destino infame, di non essere amato da

nessuno, da nessuno!

Luciano corre a rinchiudersi nella sua stanza, disperato, furente e

sfoga la rabbia e la gelosia contro _mister_ Kennet e Fanfan scrivendo

a sua moglie.

— Ah, per Dio! Con mia moglie sposata senza un soldo, avrà corso

il «non voglio!» e a dispetto di mio fratello!... Ah! Ah! Povera

Eccellenza! A tu per tu con una donna deve essere più Giuseppe che

Paolo! Ci vuol altro talento ed altro spirito per saper sedurre una

donna!... Ma la simpatia, fra que' due, c'è... dunque, l'intenzione,

ci sarebbe!... In famiglia! Tra cognati! Quanta immoralità! Che

pervertimento!

Giacomo, quando ha finito di leggere la lettera, la ripone lentamente

nella busta, poi la rende a Maria dicendole cupo, senza guardarla in

faccia:

— Avevo già fissato di partire domattina da Villars.

Maria, a queste parole, è scossa da un tremito: la luce de' suoi occhi

sembra spegnersi a un tratto.

— Domattina? — ella ripete con la voce rotta, alterata. — Avevi già

fissato di partire domattina?

— Sì, — risponde Giacomo, sempre a testa bassa, sempre senza guardare

Maria, ma con una viva espressione di dolore, con una grande e

affettuosa tenerezza. — È necessario. Necessario per me, per te, per

tutti. E dopo questa lettera...

— Questa lettera è una... infamità! Nient'altro! — Maria cerca di

soffocare un singhiozzo disperato, premendosi le due mani alla gola.

— È un pugno di fango scagliato da un delinquente pazzo, ma che è

caduto fra di noi, per separarci! — esclama Giacomo dolorosamente. A

lui pure un singulto secco, senza lacrime, sembra rompere il petto. —

Non posso più fermarmi qui, dove ci sei tu! Non dobbiamo più trovarci

insieme.

Maria fa un passo istintivo, protende le mani come per trattenerlo...

poi subito lascia ricadere le braccia, e si guarda intorno con gli

occhi velati, smarriti, mentre le labbra smorte, agitate da un tremito

convulso balbettano parole che non si possono afferrare.

Come sarà vuoto Villars e desolato... Come sarà vuota la sua vita... e

desolata!

— Più! Mai più!

Che cosa «mai più?»... Ciò che a poco a poco, grado a grado,

lentamente, ma ineluttabilmente, le aveva riempita l'anima, il cuore,

la vita, senza che ella nemmeno se ne fosse accorta! Oh, adesso sì!

E come se ne accorge, adesso! Come lo sente adesso, nel momento che

questo suo bene immenso, che la sua felicità, l'estasi, il sogno, si

cambiano in dolore!

— Più! Mai più! — balbetta ancora la povera donna, poi reclina il viso

nelle mani e tace.

Restano lì, soli, lungamente, in quella parte deserta del giardino,

senza parlare.

L'ombra degli alberi si fa densa e fredda; si appressa la sera; Maria,

ad un tratto, alza il capo, come sorpresa e atterrita, fissa Giacomo

a lungo con le pupille dilatate, poi si riscote rabbrividendo, alza

il bavero, si avvolge nella mantiglia di pelliccia e si avvia per uno

stretto sentierolo, che sale dolcemente la collina fra due siepi alte e

folte. Giacomo le tien dietro, sempre a testa bassa.

Il silenzio è profondo. Si sente appena lo scricchiolare dei piedi

sulle foglie secche e il leggero cinguettìo di due pettirossi che si

rincorrono nella siepe in cerca del ramo su cui addormentarsi, vicini

vicini.

— Oh, come sono liberi di volersi bene, que' due piccoli uccelletti! —

pensano insieme Giacomo e Maria. — E noi, dobbiamo soffocare persino i

nostri sospiri!

A un tratto Maria si ferma, risoluta a parlare e si volta: si ferma

anche Giacomo: si guardano fissi; ma non osano dirsi ciò che hanno nel

cuore.

_Cìo cìo! Cip cip!_ continuano intanto nella siepe i due pettirossi,

vezzeggiandosi, inseguendosi, rispondendosi l'uno all'altro: _cìo cìo!

Cip cip!_

Maria fa un atto doloroso col capo... si volta, comincia a salire. Il

suo passo è più lento, più affaticato... Giacomo le tien dietro, gli

occhi fissi sulla bella persona di lei, ansando, spasimando.

Non parlano, non si dicono una sola parola, ma Giacomo e Maria, in quel

punto, rivolgono a sè stessi la medesima domanda: — Se fosse possibile,

se il poterlo fare stesse in me, vorrei tornare come prima... e non

soffrire più?...

Tutti e due, al cuore che fa la domanda, rispondono col cuore, che

prorompe palpitando — no!

E tutti i pensieri dell'uno e dell'altra sono gli stessi; sono mute le

labbra, ma le anime parlano fra di loro.

« — Così ignoti, prima, l'uno all'altro, come abbiamo fatto a

conoscerci?... Così lontani, l'uno dall'altro, come abbiamo fatto ad

avvicinarci?... _Quando è stato?_ Dopo la lettura di quella lettera?

Dopo il loro colloquio di quella mattina stessa?... Fino da Bex?...

Da Napoli?... Prima, prima! Ancora prima, fin dal primo giorno!... Ma

quando fu _il primo giorno?_... Quando si sono conosciuti, appena si

sono veduti e prima ancora, ancora!

L'ora presente, non è quella che fugge, è quella che resta

nell'avvenire e che suscita nel passato colori e immagini.

Egli parte; non si vedranno, forse, mai più!...

Che importa?... Come in quell'ora e per quell'ora, si sentiranno sempre

vicini, si sentiranno sempre uniti. Quando due anime si amano, il mondo

non ha spazio abbastanza per tenerle tanto lontane... da non sentirsi

più!

Finito il sentiero, Giacomo e Maria sono giunti sulla cima alta e

rocciosa della collinetta, che spunta come uno scoglio tra il verde

degli abeti.

Il sole, è appena tramontato. Sull'orizzonte, ancora una grande

striscia rossa, di fuoco, la bocca accesa di un vulcano, rompe la

nuvolaglia nerastra, che, a mano a mano illanguidisce, si restringe,

sparisce dietro un immenso tendone nero. Il vento soffia d'improvviso

e agita gli alberi sottostanti: una raffica diaccia spazza la cima

sollevando un nugolo di polvere e di foglie secche. Poi la quiete

profonda e di nuovo il silenzio. Più giù, in fondo alla valle, poi

sul dorso delle colline, cominciano ad apparire, sparsi qua e là, i

villaggi illuminati, come campi di lucciole immote. L'albergo vicino,

con i vividi occhi delle sue cento finestre, sembra un'apparizione

fantastica...

Maria, per la prima, rompe quel lunghissimo silenzio:

— Domani, a quest'ora, dove sarai?

— A Ginevra.

— E dopo?... A Bologna, o subito a Roma?

— A Bologna, per due giorni, poi a Roma.

— E con Remigia?... Con mammà?... Dopo quanto è successo oggi, come

farai?

— Remigia, sarà contentissima di sposare Totò, e contenta l'Idola, sua

madre sarà felice!

Maria fa un sospiro, riprende il sentiero e comincia la discesa:

Giacomo la segue vicino vicino, più vicino: la sente, la respira,

l'assorbe con l'anima e con i sensi!

Il vento ricomincia: muove le cime alte; fischia nelle siepi. I due

pettirossi non si sentono più. Maria li ricorda... ci pensa. Giacomo

non pensa che a Maria, non sente che Maria.

Fanno così tutta la lunga discesa senza mai fermarsi, senza mai

voltarsi. Si fermano insieme, simultaneamente appena giunti al piano,

in giardino; e insieme, con un moto simultaneo, si prendono, si

stringono la mano convulsamente, disperatamente. Le due facce pallide,

smorte, sono contratte, rigate di lacrime.

— Sempre?...

— Sempre.

Maria va difilata verso l'albergo. Giacomo s'indugia ancora nel

giardino, nel bosco.

Si fa più buio; le ventate sono più frequenti e più forti.

Giacomo ha bisogno di camminare, di essere solo... e di camminare!

Più che commosso, è agitato e stordito. Le lacrime non si sono ancora

disseccate sulle sue guance, eppure in quel momento si sente felice e

forte. Tutto il mondo è suo! Ha bisogno di essere solo, di camminare e

di pensare... Di pensare, appunto, alla propria felicità.

— Com'è stato?...

Il cuore, l'amore, hanno preso in lui il sopravvento, così

d'improvviso, inaspettatamente. Proprio come una forte ondata, un colpo

di mare, che lo ha travolto, che lo ha portato con sè!

— Amo! Amo!... L'amo e sono amato!

Poi guarda verso l'albergo e ripete a Maria, col sorriso di un

fanciullo innamorato, mentre i suoi occhi si riempiono ancora di

lacrime, ma non di dolore, questa volta, lacrime di gioia e di infinita

tenerezza:

— Ti voglio bene! Ti voglio bene! Cara, cara, cara!

... Si ferma sussultando: dal sogno alato, ripiomba nella realtà:

— Non la rivedrò forse più!

La lettera di Luciano gli corre tutta in mente:

— Devo partire! Non devo rivederla più!... Ma sono amato, sono amato e

posso amarla!... Cara! Cara! Cara!

Oh, quella lettera, quella cattiva lettera!... Non può scacciarla dalla

testa!

— Canaglia! Canaglia! È la lettera di un pazzo e di una canaglia!

Crolla il capo, dà un'alzata di spalle: non vuol vedere altro che luce,

altro che Maria e la chiama ancora con tutta l'anima, con tutta la

passione: — Maria! Maria! Maria! — Ma la lettera maledetta è sempre lì,

dinanzi a' suoi occhi, sempre lì chiara, lampante, parola per parola!

— Paolo e Francesca!... Ebbene... Sì, è così; è vero! Paolo e

Francesca! Al diavolo la lettera, mio fratello, la duchessa, tutto il

mondo! Sì! Sì! Sì! Paolo e Francesca! È la mia vita, è la mia felicità!

Si volta, esce dal bosco, entra nel giardino e tra la furia del vento

e un chiarore freddo e sinistro di bufera imminente, fa qualche passo

verso l'albergo, cercando, tra le finestre illuminate, la finestra di

Maria e guardandola, fissandola, con un desiderio che è smania, febbre,

disperazione!

— Non vederti più?... Ma non dovrò vederti, proprio più?...

Impossibile! Impossibile! È umanamente impossibile!

Così, il primo raggio di speranza penetra nel suo cuore e la grande

sicurezza di prima, la forte, l'eroica risoluzione della coscienza

cominciano a cedere.

— Chi sa... fra qualche anno?... Chi sa?... Chi può mai dire che cosa

può accadere... magari domani stesso?...

La finestra di Maria è la penultima del primo piano. Ma dietro i vetri

non c'è nessuno, nemmeno un'ombra...

Giacomo trae un sospiro e rientra nel bosco: c'è meno vento tra il

folto degli alberi. Ritorna a pensare fra sè:

— Però Luciano, con tutta la sua cattiveria, ha indovinato tutto...

Anche a proposito di Remigia. È proprio vero che io l'ho adoperata per

coprire, per nascondere, persino a' miei occhi, il mio amore per Maria!

Rimane sorpreso, atterrito di sè stesso.

— Maria?... Ma è mia cognata!... È la moglie di mio fratello! Io?...

Amare la moglie di mio fratello? Sperare?... Che cosa?... Sono pazzo!

È la pazzia! Domani?... Che cosa può accadere, domani?... È mia

cognata!... È la moglie di mio fratello!... Domani?... Come sempre! Non

vederla più... e non amarla più! Vivere e morire galantuomo!

La moglie di Sua Eccellenza · 第 25 / 57 题