Giacomo, rimasto solo, torna serio e triste. Si preme forte con le due
mani alle tempie; inghiotte un bicchier d'acqua nel quale ha sciolto
due cucchiaini colmi di bicarbonato.
— Appena un'inezia mi agita, m'inquieta, subito la testa e lo stomaco
si fanno sentire!... Maledetti crampi!
Si guarda attorno nel salotto, sospirando con un senso di rimpianto:
— Stavo così bene! Non mi sono mai sentito tanto bene come in questi
giorni!
Si avvicina lentamente alla scrivania: quanta roba vi si è
ammucchiata!... E quanto tempo che non lavora più! Che non fa più
niente!
Egli guarda quasi con ispavento tra quel monte di libri, di fascicoli,
di lettere...
— Quante lettere! Mi ci vorrà una settimana soltanto per rispondere a
tutte queste lettere!
Non ha più lavorato, non ha più fatto niente!... Altro che il _tennis_,
le passeggiate, giocare, scherzare come un ragazzo!... Anche la
relazione da presentare alla Camera dorme da un pezzo!
— Vivaddio! Bisogna ricominciare a far qualche cosa e bisogna ritornare
un uomo serio! Ha ragione Maria! Io non ho fatto altro che perdere
il mio tempo, e arrischiare magari di perdere anche un po' la mia
riputazione... di uomo di Stato, facendo lo stordito con la... Piccola!
Pronunzia «la Pïccola» non pensando più a Remigia, pensando, invece,
a Maria: vedendo Maria, gli occhi e il viso di Maria quando parla e
quando sorride... Quando sorride con le due piccole fossettine agli
angoli della bocca...
— Lavoriamo! Lavoriamo! Bisogna rimettersi a lavorare!
Siede alla scrivania, prende una lettera, la prima che gli capita sotto
mano, comincia a leggerla, poi, quando sta per voltare il foglio, si
ferma:
— Chi sa Remigia come risponderà alla grave ingiunzione del signor
Zaccarella... Forse sono stato un po' troppo deciso... Mi sono lasciato
trasportare dalla collera... Sia pure! Tanto meglio! Così avrò messo
più chiaramente le cose a posto e ciò servirà di lezione per la figlia
e per la madre!... Tutto questo dev'essere un giuoco della madre!...
Remigia, penserà forse anche a me, come penserà forse a Totò, al
bell'Apollo, a Marco Danova, come ad un marito qualunque! Remigia
non pensa che a maritarsi e ha ragione! Per quanto non lo si direbbe
a vederla, ha già passato i vent'anni e se ha fretta, lei, come lei,
non ha torto! Ma io, come io, per altro, sono stato tirato in ballo,
proprio fuori di proposito! Il cuginetto! Il cuginetto! Faremo ritornar
subito a Villars, il buon Totò!
Finisce di leggere la lettera, sta per aprirne un'altra... ma si ferma
guardando verso l'uscio; sente avvicinarsi il _tic-tac_ di passettini
leggeri...
La Piccola che viene infuriata a protestare?
No. Il leggero _tic-tac_ si allontana e si perde nel corridoio.
— Forse col mio ordine perentorio al signor Zaccarella, sono stato
troppo energico! Avrei forse dovuto parlar io, direttamente, pregare
Remigia con le buone. Se ho sbagliato, poco male; farò le mie scuse.
Per una volta tanto dev'essere perdonato a tutti un atto anche un
po' impetuoso! Chi è che non perde mai la pazienza a questo mondo?...
Lavorare! Lavorare! Cerchiamo di lavorare senza più pensare ad altro!
Ma lavorare... non può. I crampi si fanno sempre più forti! S'allunga
sulla poltrona e intanto pensa fra sè:
— Anche la duchessa madre, con la sua grande idolatria, che madre
balorda! Purchè ci siano quattrini, aguzza ansiosamente i suoi occhi di
suocera, tanto su Marco Danova, emerito imbroglione, quanto su di me,
un uomo quasi vecchio e malandato in salute. — E Remigia? Anch'ella,
forse, o l'uno o l'altro, indifferentemente, purchè uno ci sia! Ma
Remigia, chi sa? Non ha ancora un'idea netta, precisa del matrimonio.
Intelligente e assai vivace, ma in certe cose io la credo ancora...
pochissimo edotta! Se così non fosse, sarebbe più cauta, più guardinga
e non giuocherebbe al matrimonio a occhi chiusi!
Alza il capo, passa la mano sulla fronte: è un po' inquieto.
— Chi sa che cosa avrà risposto al signor Zaccarella?.. Io l'ho
proprio mandato al fuoco, il capitano!... È vero che ambasciator non
porta pena! L'ira della figlia e quella della madre, specialmente, si
scateneranno sopra di me! La madre, stasera: quella non si scomoda
mai, nemmeno per montare in furia, e aspetterà l'ora del pranzo per
assalirmi!... Ma la Piccola?... Certo! Piomberà qui come una saetta!
Giacomo continua a stare attento e a tener fissi gli occhi sull'uscio,
come se dovesse spalancarsi da un momento all'altro! Invece, niente.
Passa più di un'ora... niente. Nessun rumore di voci o di passi nel
corridoio.
Giacomo suona, e fa venire il signor Zaccarella.
— Così?...
— Eseguito l'ordine appuntino, onorevole signor commendatore!
— Mi dica soltanto signor D'Orea! Si guadagna tempo tutti e due! La
duchessina Remigia è andata in collera?
— Oh! Tutt'altro! Appena ho espresso il desiderio di vostra...
signoria... Ubbidientissima, docilissima, ha levato ella stessa le
sonagliere a _Din_ e a _Don_. Soltanto devo aggiungere, per la verità,
che missis Eyre ha voluto abusare della vittoria e ha avuto torto.
— In che modo?
— Ha detto forte dall'uscio della sua stanza ad una delle cameriere
dell'albergo, e in modo di essere udita anche dalla signora duchessina:
— ho parlato io con il padrone della carovana e d'ora in poi, cani e
gente, cuccia lì, e tutti _cito!_
Giacomo s'alza di scatto:
— Vecchia stupida, villana! E la duchessina Remigia?
— Niente! Non ha risposto niente! È diventata pallidissima, è corsa
subito in camera sua, senza pronunziare nemmeno una sillaba! Ma poi,
dopo...
— S'è sfogata con sua madre?
— S'è messa a piangere. Ho visto adesso la contessina Carfo: — Remigia,
— m'ha detto, — continua a piangere!
— Farò io le scuse alla duchessina Remigia, anche per quella vecchia
insopportabile!
Giacomo, più ancora che addolorato è mortificato; sente il bisogno di
giustificarsi persino col signor Zaccarella. — Ha visto anche lei!
L'avevo qui da mezz'ora a farmi la testa come un cestone di ciarle,
di lamentele! Io ho perso la pazienza e capisco di aver oltrepassata
la misura! Ho dato... ordini, che non avevo alcun diritto di dare!
— Stende la mano al signor Zaccarella. — Anche lei, scusi la mia...
troppo imperiosa vivacità.
Il signor Zaccarella non osa stringere quella mano che tiene in pugno
tanti milioni: la tocca, appena con due dita, religiosamente. Poi
guarda Sua Eccellenza con la coda dell'occhio, riflettendo, esitando...
È forse giunto il momento opportuno di dirgli ciò che gli sta in cuore
da un pezzo?... Fino da... Da quando, insomma, ha visto che la barca di
Don Luciano, cominciava a far acqua!
— Vorrebbe ascoltarmi, signor commendatore, un momentino?... Ecco
qua: missis Eyre è stata imprudentissima verso la signora duchessina;
ma anche la signora duchessina, sa distinguere benissimo le persone
e i loro atti: lei rimane nel suo giudizio e nel suo cuore, quello
che è, luminosamente! La signora duchessina ha per lei una grande
ammirazione e un'affezione troppo ben radicata! In quanto a me, _de
minimis_... diremo, ma io ho sempre considerato il signor commendatore
come... il superiore... come il mio vero padrone e ho sempre ambito
l'onore di poterla servire direttamente! Quante volte prima di eseguire
certi ordini perentori, avrei voluto interrogarla, avvertirla, signor
commendatore, se non altro, per scarico mio! Stamattina stessa, per
esempio, io ho ricevuto una lettera da... Parigi... — Si ferma, aspetta
per proseguire una parola d'incoraggiamento; ma il signor D'Orea, che
ha accolto lo sfogo del capitano con molta freddezza, lo guarda... e
non fiata, suonando il tamburello sulla scrivania, col tagliacarte.
Il signor Zaccarella si passa una mano sui capelli a spazzola... fa un
grosso sospiro per mostrare la propria esitazione: l'altro, niente. Con
la faccia sempre immobile e muta, continua a suonare il tamburello...
— Per esempio, con la posta di stamattina, io ho ricevuto una lettera
di don Luciano...
— Oh! Oh! Scrive?... Mio fratello ha imparato a scrivere?... Una volta
non sapeva altro che telegrafare!
— Telegrafa sempre, ha telegrafato anche ieri, quando si tratta di
affari, di danari. Quando, invece, si tratta di cose delicate, cose di
famiglia, riguardanti specialmente donna Maria, allora scrive...
Giacomo sussulta; diventa rosso in viso.
— E che scrive?
Il capitano, sparato il colpo, si ritira un passo indietro:
— Io non so poi... Faccio bene o male a parlare? In ogni modo, se il
signor commendatore mi autorizza a farlo....
— Ah, no! — Giacomo s'è subito rimesso. — Questa autorizzazione ella
non può averla da me, ma dalla sua coscienza! È la sua coscienza,
soltanto, che deve imporle di parlare o di tacere!
— Allora parlo! — risponde pronto lo Zaccarella che dinanzi a tanta
diplomazia non vuol perdere l'occasione. — La mia coscienza, mi dice
di parlare! Sarà di me quel che sarà! Perderò la stima del signor
commendatore, perderò la fiducia e la protezione di don Luciano,
perderò il pane, ma il signor commendatore sarà stato avvertito di
tutto, e in tempo.
Giacomo rimane impassibile, ma il suo cuore batte violentemente.
— Il _Credito Lionese_, ha versato a Don Luciano, in queste ultime
settimane soltanto a Parigi, la somma di cento e settantamila franchi,
e si chiedono nuovi fondi.
— Bisogna provvedere.
— Con l'autorizzazione del signor commendatore?
— Sì.
— E senza limiti di cifra?
— Senza limiti, per ora. Soltanto ella mi terrà informato di ogni nuova
richiesta!
— Sarà fatto, scrupolosamente!
Se non fosse increanza, il capitano si darebbe una fregatina di mani
sotto gli occhi stessi di Sua Eccellenza! In fatti con quell'ordine
esplicito «mi terrete informato di ogni nuova richiesta» egli fa il
primo passo: si mette sotto gli ordini di Sua Eccellenza, buttando a
mare don Luciano!
— E d'altro, che c'è?... Che c'è di... delicato, che riguarda la
famiglia? — È questo che preme di sapere a Giacomo; non gli affari del
_Credito Lionese!_
— C'è, signor commendatore, che stando agli ordini di don Luciano io
gli dovrei sempre riferire giornalmente e minutamente tutto ciò che
succede... a Villars.
— Perchè non lo fa?
Il signor Zaccarella lancia un'occhiata a Sua Eccellenza.
— Non mi sarò spiegato bene. In una parola, io dovrei fare la spia a
tutti... e di tutto! Alla signora duchessa, alla duchessina, a donna
Maria, a lei...
— Oh! Oh! Anche a me?...
— A lei, specialmente, e a donna Maria.
Giacomo sta in guardia; si frena e soggiunge freddamente, ironicamente:
— Ella sarà molto impacciato, credo, nel disimpegno di questo...
ufficio di polizia. Come trovare... argomenti interessanti, su cui
poter riferire?
— Appunto! — Il capitano increspa con un ghignetto il viso giallo,
sbarbato. — Io riassumo quotidianamente il mio servizio d'informazioni
in due parole: niente di nuovo! Ed è per ciò che don Luciano, comincia
a sospettare anche di me!
— Sospettare?... Se ha sospetti, perchè non viene lui stesso a Villars,
— e sarebbe ora, — a sincerarsi?
— Mi scrive, appunto, di volerlo fare, _ma quando nessuno se lo
aspetterà_.
— Bravissimo! E comincia, intanto, per tener la cosa segreta, col dirlo
a lei!
— Vorrebbe, — si figuri, — che io gli scrivessi perchè il signor
commendatore ha prolungato, per tutto questo tempo, il suo soggiorno in
Isvizzera!... Che cosa ne posso saper io?
— Oh, bella! — esclama Giacomo. — Per riposare e per godere il fresco!
— Ecco precisamente! Io ho risposto e rispondo sempre così; ma don
Luciano non mi crede!... D'altra parte, per fargli piacere, io non
posso inventare quello che non c'è... o sapere quello che non so!
Egli vede, in ogni falsa nuova, magari anche in aperta contraddizione
co' suoi sospetti, una finzione e una simulazione! Immagina inganni
e raggiri così artificiosi e strani, che sono difficilissimi persino
da raccontare! Ma ho appunto qui, con me, l'ultima lettera di don
Luciano... Vuol vederla, per capacitarsi?
— Le serva di regola: le lettere del suo padrone, non devono mai uscire
dalle sue mani.
— Il signor commendatore mi ha detto di ascoltare la mia coscienza, e
la mia coscienza...
Giacomo lo interrompe:
— Basta così! La sua coscienza le deve imporre una cosa sola: scrivere
a mio fratello di ritornare davvero e subito a Villars e d'ora in poi,
di vivere sempre vicino a sua... alla sua famiglia. Così non avrebbe
sospetti e farebbe meno debiti! Ho da lavorare. Buon giorno, signor
Zaccarella!
Il capitano, bruscamente licenziato, se ne va mogio mogio, ruminando
tra sè:
— Ho fatto bene?... Ho fatto male?... Forse sarebbe stato meglio dir
lutto, anche ciò che pensa don Luciano, riguardo alla duchessina e
al matrimonio. Ma come si fa?... Mi ha chiusa la bocca!... Sarà, come
dicono, una gran testa, ma quanto a carattere, anche costui... ha un
gran brutto carattere!
Giacomo non ha voluto vedere la lettera, ma ne ha indovinato, o press'a
poco, il contenuto.
— Come ho fatto bene a stare in guardia e a evitare di trovarmi con
Maria! Meglio, molto meglio andare incontro a qualche seccatura per
via della Piccola. A questi pettegolezzi, più o meno innocenti e
interessati, posso rimediare provvedendo alla dote e combinando il
matrimonio con Totò. In fine Remigia è la sorella di Maria, è la
cognata di mio fratello, appartiene alla nostra famiglia... Dunque, più
che naturale, è doveroso il provvedere per metterla a posto!
Si alza e va alla finestra.
— Che bella giornata! Ha ragione il signor Trüb! Il settembre è proprio
il mese migliore per Villars! Chi sa, laggiù a Bologna, che forno e che
soffoco!
Rimane lì, a lungo, pensieroso, guardando i _Diablerets_, il _Gran
Muveran_, _les Dents du Midi_ e sospirando: Addio Villars!
— Chi sa che cosa ci sarà veramente nella lettera di Luciano?... Quanta
cattiveria e quanta bassezza! Mettere a parte un estraneo, quasi un
servitore, di certi sospetti assurdi... iniqui...
Guarda ancora la valle ampia e popolata:
— Che bel verde limpido!... Mah!... Tutto ben ponderato, cattiveria
da una parte, leggerezza e pettegolezzi dall'altra, bisogna proprio
risolversi... Bel Villars, addio! Andiamo a fare le nostre scuse
alla duchessina, sollecitiamo il ritorno di Totò, e poi, partenza
per l'Italia! Torniamo al caldo, alle noie, al lavoro, per buscarci
dell'asino e magari anche del ladro dagli avversari!... Oh quella
politica!... Quella Camera!... I giornali!... Poter vivere, morire,
sempre in campagna, in montagna, lontano, su su, a duemila metri da
Bologna e da Roma!
L'ex ministro si sente infelice come un collegiale, l'ultimo giorno
delle vacanze. Ma non è Villars, non è la bella conca verde e fiorita
che egli rimpiange. Sono quegli occhi dolcissimi e profondi che lo
hanno fissato sorridendo, dietro un velo di lacrime!
— Addio Villars! — dicevano le sue labbra. — Addio, Maria! — diceva il
gemito del suo cuore angosciato.
Quando Giacomo D'Orea esce di camera per andare in cerca di Remigia,
s'incontra nel corridoio con Mimì Carfo.
— Scusi, contessina!... Dove potrei vedere la sua piccola e dolce
amica? Vorrei farle le mie scuse per essermi abbandonato — non so come
— ad un impeto di eccessiva vivacità. Ma, si figuri, duchessina! Da
mezz'ora io ero la vittima di missis Eyre e quella vecchia sciocca e
balorda...
Giacomo s'interrompe, vedendo la faccia di Mimì, pallida, stravolta.
— Che ha?... Che c'è?
La giovane è riservatissima e timida, ma trattandosi di salvare l'amica
dalle unghiacce di Re Faraone, prende tutto il suo coraggio a due mani:
— L'ho... contro di lei!
— Contro di me?
— È stato cattivo con Remigia! Molto cattivo!
Giacomo crede che Mimì si riferisca soltanto all'incidente delle
sonagliere e torna a giustificarsi.
— Le dissi già che quella vecchia m'aveva fatto uscir de' gangheri! So
anch'io di aver avuto torto! Andiamo da Remigia, e anche lei, da brava,
invece di essere in collera mi aiuti a farmi far la pace!
— Remigia è a letto!
— È a letto?
— È stata malissimo. Basta, Dio mio, che non le venga la febbre!
Giacomo si spaventa:
— Io non ho colpa se quella vecchia... è pazza!
Mimì crolla il capo, dolorosamente:
— No, no! Missis Eyre non c'entra, o c'entra solo indirettamente. Lei,
è stato cattivo, cattivo! E sapendo, volendo esserlo. Sì! Sì! _Volendo
esserlo!_ Capiva, sapeva che un simile affronto, ricevuto da lei,
_proprio da lei_, doveva fare un gran male a Remigia per... moltissime
ragioni, che si possono riassumere in una sola, la più tremenda,
appunto per Remigia!
— Quale?...
Le gote della fanciulla si accendono d'improvviso, i suoi occhi
supplichevoli sono pieni di fervore e di ansia; il seno è palpitante.
Ella si avvicina a Giacomo congiungendo le mani. Non può quasi parlare,
balbetta:
— Remigia... creda, signor D'Orea, è tanto... tanto buona! È un
tesoro... un vero tesoro... di bontà, di soavità... di tenerezza!...
Ride, scherza, giuoca... ma nelle cose serie, è già una vera e cara
donnina! Certo che è piena di amor proprio, di orgoglio! Non sarà mai
Remigia la prima a fare un passo, anche trattandosi della felicità di
tutta la sua vita!... Per carità, signor D'Orea! Per carità... non me
la faccia morire!
Mimì, così dicendo, si nasconde la faccia fra le mani e fugge via con
un singulto di lacrime.
Giacomo rimane attonito a bocca aperta.
— Io?... Farla morire?... Ma diventano tutti matti alla _Tête-pointue?_
Il cuginetto! Totò! Mezzo milione di dote e si telegrafa a Totò!...
Bisogna parlarne assolutamente con la duchessa Cristina: le chiederò un
colloquio per stasera stessa, dopo il caffè.
Scende sotto l'atrio una buona mezz'ora prima del pranzo e aspetta.
Passeggia, esce in giardino, rientra... si ferma qua e là salutando
le poche conoscenze rimaste ancora a Villars... Finalmente, ecco la
duchessa!... È sola, quel giorno, senza nemmeno l'ombra magna dello zio
Rosalì!
Giacomo le corre incontro e subito cerca di rabbonirla, lusingandola
con tutto il cerimoniale di corte, ripetendole la scena avuta con
missis Eyre e profondendosi in nuove scuse.
Ma la madre, più che irritata, è accorata: un profondo accoramento,
dignitoso e muto. Ella ascolta Giacomo, sempre guardandolo fisso, senza
pronunziare una sola parola. Giacomo, che si aspettava rimproveri e
scene, resta sconcertato. Lì per lì, non osa parlare del colloquio,
non osa nominare Totò; ma non sa schivare il pericolo più grave: chiede
alla duchessa le notizie della sua Idola.
— È un po' indisposta, mi ha detto la buona signorina Mimì?...
La duchessa raggrotta le ciglia nere e folte, ma non risponde che
con una lunga e risonante soffiata di naso. Nient'altro: musica senza
parole!
Giacomo non sa più che cosa dire, nè che cosa fare; piantarla non può.
Guarda l'orologio.
— Oh! Oh! È tardi! Dovrebbe essere sonata anche la seconda campana per
il pranzo.
Silenzio. Si guarda attorno:
— La stagione è proprio al termine! I forestieri, — le signore
specialmente, — diradano ogni giorno!
Ancora silenzio: Giacomo, esaurito, finisce col rimanere muto a sua
volta dinanzi a quella madre, immobile e muta, come la statua del
dolore!
Sopraggiunge, se Dio vuole, lo zio Rosalì. Giacomo, vedendolo, si sente
sollevare lo spirito e lo saluta sorridendo, con grande espansione...
Ma il Sant'Enodio è più che mai viceregale nell'impettita prosopopea:
stende, offre la mano con un gesto largo, solenne... e nemmeno una
sillaba!
Gli occhi della madre tradiscono l'interna ansietà: le labbra hanno un
tremito.
— E così? — non può a meno di domandare dopo qualche istante. —
L'Idola?...
— Mah! — risponde l'oracolo, dietro la barba bianca, semovente. —
Purchè non le venga la febbre! — E Mimì?...
— Resta di sopra.
Un'altra soffiata di naso della madre altrettanto lunga e sonora
come la precedente: ma, questa volta, la musica delle lacrime colate
accompagna le parole. — Purchè, Gesù mio, non le venga la febbre!
— Mah!...
— Mah! — sospira anche Giacomo, preso in quelle strette.
Restano ancora un pezzo tutti e tre fermi, ritti, senza aprir bocca
dinanzi all'uscio a vetri della grande sala da pranzo verso la quale il
principe Rosalino tien sempre rivolti gli occhi severi e gravi.
Passa via missis Eyre, che tutti fingono di non vedere: entra in sala
subito, in fretta, sgusciando dietro alla duchessa e corre a sedersi
al suo solito tavolino, sotto una finestra d'angolo. Sa d'averla fatta
grossa e d'aver perduta l'amicizia dell'Eccellenza, non più Eccellenza!
Apre il _Times_ e si tiene nascosta dietro il giornale.
Anche il signor Zaccarella è già sotto l'atrio e gira attorno ai
padroni. Ha l'aria di un cane bastonato, dopo la bella ramanzina che
gli è toccata. Nessuno lo chiama, e il capitano, perduto il coraggio e
la spavalderia d'un tempo, gira e rigira senza osare di avvicinarsi.
Giacomo da qualche momento, vinto l'imbarazzo e passata anche la
stizza, non ha più che un pensiero e un'inquietudine: Maria.
— Che Maria, come la contessina Mimì, non scenda a pranzo?
Guarda l'orologio dell'atrio; sta attento, con l'orecchio, ad ogni
passo: d'un tratto sente un noto fruscio di vesti. Il suo occhio e il
suo viso si ravvivano:
— È lei!
Donna Maria Grazia scende lentamente lo scalone, lentamente si avanza
sotto l'atrio e si unisce al gruppo di famiglia.
— Si ha paura della febbre! — È il saluto della madre.
— Mah! — ripete lo zio Rosalì, e il sospiro si confonde con un mezzo
sbadiglio. Il bell'antenato vivo, ha appetito e sta ruminando:
— Ormai ci siamo tutti! Che cosa si aspetta?... Di mangiare gli avanzi
e di essere malserviti? — Si decide ed esprime il suo voto. — È già
sonata anche la seconda campana. Io direi di andare. — Ha bisogno di
un proverbio, non lo trova e lo inventa: — Il digiuno dei sani, pur
troppo, non fa guarire gli ammalati.
Ciò detto, apre la marcia maestosamente, offrendo il braccio alla cara
Cristina.
Giacomo offre il suo alla cognata e il signor Zaccarella si mette in
coda... e con la coda fra le gambe.
— Ho ricevuto una lettera di Luciano che devi vedere anche tu! —
mormora Maria, sdegnata, all'orecchio di Giacomo. — Dopo pranzo, vieni
subito in giardino.
— Un'altra lettera? — Giacomo reprime l'inquietudine e la collera. —
Ma... colui, a Parigi, non fa altro che scrivere?
Proprio così! Quando Fanfan non vuol ricevere Luciano, perchè ha le
prove, o ha il maestro, — il celebre Coccardè, ex-tenore sfiatato, —
o perchè aspetta mister Kennett che sta combinando con l'impresario
per farle cantare la _Manon_ in America, Luciano, geloso, furioso, si
chiude nella sua camera dell'_Hôtel Bristol_ e si sfoga, si vendica
scrivendo lettere sopra lettere, alla moglie e al signor Zaccarella.
— Oh! l'ingratitudine umana, in ricambio della mia grande bontà! —
È sempre questa, o press'a poco, la chiusa, tanto quando scrive alla
moglie, come quando scrive al capitano.
Anche durante il pranzo, tutti silenzio! Soltanto quando il capo
cameriere, in persona, presenta l'arrosto, — un bel fagiano rosolato e
fumante, con la testa e la coda trafitte da una freccia d'argento, — lo
zio Rosalì si sente commosso e dopo aver guardato il fagiano guarda la
sorella del pari affettuosamente:
— Coraggio, Cristina mia! Facciamoci coraggio! Io sono sicuro! La
febbre... non verrà!
La duchessa... un'altra soffiata di naso come per prendere commiato,
uno sguardo a Giacomo, in cui c'è tutto il dolore e l'angoscia, insieme
a un acerbo rimprovero, e via col passo delle pompe funebri.
— Mah!... Si serva, si serva, signor Zaccarella! Al principe,
l'appetito viene mangiando e vedendo mangiare.
Anche Maria si alza quasi subito, appena uscita la madre: fissa
Giacomo, come non ha fatto mai.
— Si soffoca, qui dentro! Andiamo!
Giacomo segue la cognata in giardino... e il signor Zaccarella respira
due volte. Ritorna ad essere lui, e a sentirsi il capitano!
— Ah!... Finalmente, se Dio vuole!... Una breve tregua ai musi, alle
malinconie e ai dolorosi sospiri! — Si china, allunga la piccola testa
verso il principe e lancia la proposta: — Qui, tra di noi, facciamoci
un brindisi alla nostra salute e al buon umore. — Senza aspettar
risposta alza la voce e ordina:
— _Monsieur_ Célestin!... Venga lo _Champagne!_ Il solito! Extra
secchissimo!
Rosalino di Sant'Enodio, il capo eretto sulla figura classica, nota in
Roncisvalle, rimane imperturbabile. Soltanto gli occhi brillano vividi
seguendo il passo quieto di _Monsieur_ Célestin... Poi, dalla fluente,
candida barba che alita al soffio delle parole, esce grave la sentenza:
— Solo all'arrosto, giudica il cuoco. Eccellente quel fagiano!