L'ora della colazione, passa tutt'altro che rapida e lieta. L'Idola
è afflitta e mortificata: occhi bassi e sospironi. Ha perduto,
improvvisamente, la vivacità e l'appetito. La duchessa madre è
addolorata e offesa: occhi fieri e continue frecciate. Barbabianca,
grande sussiego e severi responsi, mentre Mimì Carfo, per amore di
Remigia, ingoia più lacrime che bocconi.
Giacomo comincia a diventare nervoso, pesta i piedi sotto la tavola e
si frena soltanto per Maria... Ma anche Maria, quella mattina, sebbene
sempre silenziosa, sempre pacata e composta, tradisce, sogguardando il
cognato alla sfuggita, l'ansia di sapere e l'inquietudine.
Giacomo, per mostrarsi indifferente e tranquillo, si sforza e mangia e
parla più del solito. Ha già cercato vari argomenti di alpinismo e di
meteorologia, ma non gli è riuscito di attaccar discorso. Ha tentato
con Mimì Carfo il tema preferito della pittura e del paesaggio... Ha
lodato gli acquarelli dell'Idola... Niente! Anzi, a questi elogi, i
musi sembrano allungarsi e anche la Mimì non risponde altro che: —
Onorevole, sì: Onorevole, no.
Giacomo, esasperato, dondola sulla sedia, sbuffa dal caldo e si
fa vento guardandosi attorno nella sala. Si mette a discorrere con
_monsieur_ Célestin, il capo cameriere, di vini e di sigari d'Avana. Si
calma di nuovo, e di nuovo si rivolge alla duchessa Cristina, facendole
una domanda, ch'egli ritiene la più semplice del mondo:
— E Totò? Il nostro Totò?... Come mai oggi, a colazione, non si vede il
nostro buon Totò?...
— Totò?... — La madre, batte le palpebre e sgrana gli occhi.
— Totò? — ripetè il principe Rosalino con la voce che sembra uscire da
uno speco.
— Soltanto adesso, caro Giacomo, — prosegue la madre, passando dall'ira
all'ironia, — vi accorgete che... Totò non c'è?
— Sì, soltanto adesso! — Il D'Orea perde la pazienza. — Oh, in fine!...
Importa tanto, a lui, di Totò e di tutte quelle facce enigmatiche!
Ma Remigia diventa ancora più rossa, le labbra della madre più pallide
e stirate, Mimì più inquieta.
— Che cosa vuol dire?... Che cosa c'è sotto? — Giacomo interroga Maria
con gli occhi, ma ella appare intimidita, confusa, abbassa il capo... —
Che cosa vuol dire?... Che cosa c'è sotto?...
Un grande sospirone della madre:
— Mah!... Così è! Abbiamo presa la scusa di _Mademoiselle_ per
allontanare Totò. Voi... non vi siete accorto nemmeno che anche
_Mademoiselle_ non c'è a colazione?
Giacomo guarda in giro:
— Sicuro... Non c'è nemmeno _Mademoiselle!_
— Abbiamo preso la scusa della signorina Jenny. Ella ha espresso il
desiderio di vedere sua madre, ammalata, a Firenze, e noi abbiamo
imposto a Totò di ritornare in Italia, per accompagnarla.
Sempre con aria grave e solenne, la duchessa tace, fissando Giacomo.
Ella aspetta una domanda, un'esclamazione di maraviglia: niente!
Giacomo, prudentissimo, sta muto come un pesce.
— Precisamente! — prosegue la duchessa, ergendosi con più fiero
cipiglio. — Questa misura era più che mai necessaria. Non è vero,
Rosalì?
Rosalì gira il capo e gli occhi in cerca del piatto dolce:
— Verissimo!
— Totò cominciava a perdere la testa!... E quando c'è di mezzo una
ragazza, guai! Con la riputazione di una ragazza, non si scherza!
— Hai agito prudentissimamente! Brava Cristina! Caso previsto,
mezzo provvisto! Il viso del Sant'Enodio si rischiara: egli vede
avvicinarsi un magnifico pezzo gelato tricolore. — Caso previsto,
mezzo provvisto!... Questo _parfait à l'ananas_ dev'essere proprio...
perfetto! Facciamo un evviva al signor Trüb e concludiamo: a Villars,
all'ora del pranzo, fa _bon tempo_... anche quando piove! Non è vero,
signor Zaccarella?
Ma il signor Zaccarella, invitato a ridere, non ride. Sta attento
soltanto a Sua Eccellenza, pronto con la senape o con la _Worcestérs
sauce_, con la bottiglia d'Yvorne o con l'acqua di Montreux.
Mimì Carfo, mentre la duchessa si serve del pezzo gelato, si china
all'orecchio del D'Orea, mormorando:
— Povera Remigia! Ha pianto tanto!... Com'è pallida! Com'è bella!
È ancora più bella! — Non può resistere, le manda un bacio e
s'indispettisce contro la freddezza di Giacomo: — È un uomo... senza
entusiasmo!
La povera Mimì, tra Sua Eccellenza Molinella che manca di calore, e il
Re Faraone che dal suo tavolino in faccia, di tutto il pranzo, ciò che
mangia di più è Remigia con gli occhi, trema per la sorte della sua
amica:
— Dovesse proprio finire in quelle brutte mani!
Cerca, tuttavia, di attizzare il fuoco e soffia, soffia per farlo
ardere:
— Povero Totò! — esclama con uno schianto sentimentale. — Villars gli
è proprio stato funesto!... Oh, come aveva ragione di temere il numero
tredici, e Marco Danova! Altro che jettatura, povero Totò!
— Jettatura arriva ove disgrazia corre!
Dopo questa grave sentenza dello zio Rosalì, il pranzo finisce in
silenzio. Preso il pezzo gelato, tutti si alzano senza aspettare le
frutta. Mimì corre a dare un bacio a Remigia e le due ragazze escono
insieme dalla sala da pranzo. Quel giorno non si va sul terrazzo. Per
ordine preciso della madre, il pasto di _Din_ e _Don_ ha luogo negli
appartamenti superiori.
Giacomo non si ferma sotto l'atrio a prendere il caffè, già ordinato
dal signor Zaccarella. È stufo di tutta quella gente! Scambia qualche
parola con missis Eyre, guarda il barometro, poi, passo passo,
raggiunge Maria in giardino. Ella è sola, con un libro, seduta al
solito posto.
Per una volta, se Dio vuole, potrà fermarsi con sua cognata, senza
destar sospetti:
— Sai, Maria, che... io non capisco tua madre!
Maria alza gli occhi dal libro e lo guarda a lungo: Giacomo si sente
avvolgere da un'onda affettuosa, amorosa. Sorride, si calma, torna in
pace con tutti.
— Chi sa, quella nostra buona duchessa Cristina che cosa mai s'è messa
in testa!
Sorride anche Maria, ma con tristezza.
— Tu non capisci la mamma?... Ed io, scusa, non capisco te!
— Come?... Vuoi dire?...
— Ma sì!... Stai sempre con Remigia; non parli altro che con Remigia;
scherzi tutto il giorno e tutta sera con Remigia... Se hai fatto
nascere speranze, c'è di che!
— Speranze?... Che speranze?
Maria risponde con vivacità, arrossendo un poco, e riscaldandosi:
— Le più legittime e le più naturali, in una madre che non pensa
ad altro, e giustamente, che a maritare la propria figliuola. Le
più legittime e le più naturali in una figliuola che ha passato i
vent'anni, e che non pensa ad altro, e giustamente, che a trovarsi un
marito!
— La Piccola? — Il D'Orea si mette a ridere.
— Sì, Remigia!
— Io?... Marito?... Della Piccola?
— Di mia sorella!
Maria non scherza. Anche Giacomo diventa un momento serio, poi scoppia
a ridere di nuovo, con un'alzata di spalle:
— Ma che!...
— Saresti troppo... innocente, scusa, se non ti fossi accorto di nulla!
— Mi sono sempre accorto intanto e so... che potrei essere suo padre!
— Questo è un modo di dire!... È una frase banale! Potresti esserlo,
ma non lo sei e non puoi diventarlo, mentre, invece, puoi diventare suo
marito! Tanto è vero che a Villars tutti lo credono, e che in casa mia
tutti lo sperano!
— Proprio così?
— Proprio così!
Nel «proprio così» di Giacomo non c'è che maraviglia, una viva e grande
maraviglia. Nel «proprio così!» di Maria Grazia, c'è un'espressione
insolita di energia e di fermezza.
Giacomo, fa un atto di stizza, di collera.
— Non avrei mai sospettato, nemmeno lontanamente, che si potesse
concepire una simile... enormità!
Maria alza ancora gli occhi dal libro che tiene aperto sulle ginocchia
e di cui sta tagliando le ultime pagine.
Ella accenna col capo lentamente:
— E Totò?...
— Appunto! Perchè lo hanno imballato e rimandato in Italia?
— È innamoratissimo di Remigia! Per evitare scene, disperazioni,
all'annunzio del fidanzamento di Remigia... con te!
— Non ci sarà questo pericolo! Ho sempre pensato al modo di poter
combinare, invece, il matrimonio di Totò con Remigia, e ci penso
ancora! Anzi... oggi più di ieri!
— E Remigia?... Non ha mai voluto dire di sì a suo cugino: oggi, sono
certissima, direbbe di no!
— Ed io sono certissimo che dirà di sì... quando saprà che tutti e due
potranno vivere bene, signorilmente, senza pensieri! Il primo amore non
muore mai e fa presto a risorgere!
Maria torna a chinare il capo sul libro e finisce di tagliare le pagine.
Giacomo è seduto lui pure sulla panchina, accanto alla poltrona
di Maria: si curva, strappa un rametto di mortella e lo sfoglia
nervosamente:
— Anche tu sei contro di me?
— Io ti dico questo soltanto, per la verità: se non avevi nessuna
intenzione hai agito un po' troppo... leggermente con Remigia!
Giacomo balza in piedi, poi torna a frenarsi e a sedersi.
— Non inquietarti! — ripiglia Maria con la consueta dolcezza e
rimettendo a posto tutte le dieresi. — È proprio così! Le lezioni di
tennis, le passeggiate romantiche, e in ultimo persino... le lezioni di
ballo!
— Quando mancava il numero per i _lanciers!_
— Ma tu stesso hai dichiarato di non aver mai ballato in vita tua!...
È vero sì o no?... Capirai, tutto ciò, e appunto perchè si tratta di un
uomo — e di un uomo della tua intelligenza, del tuo valore, di un uomo
importante e celebre — fa impressione e lusinga assai una ragazza!...
Io stessa, te lo confesso...
— Tu... Che cosa hai creduto? — Giacomo si volta e fissa Maria
attentamente.
I begli occhi neri e profondi lo guardano con indulgenza, ma con tanta
malinconia.
— Io non ho creduto nulla! Soltanto... non ti capivo più!
Giacomo avrebbe potuto rispondere: — eppure io non ho mai pensato che a
te e alla tua pace. Remigia non era che il ripiego per Luciano, il mio
stratagemma per salvare le apparenze. — Ma questa, che è pure la verità
vera e che lo giustificherebbe agli occhi di Maria, egli non la dice
e non osa dirla. Risponde, invece, alzandosi di nuovo e strappando un
altro ramo di mortella:
— Bene, bene! Le speranze nutrite a ragione o a torto, concepite più
o meno spontaneamente, le farò svanire subito, sul momento, e del
tutto. Tua sorella, io non l'ho mai considerata altro che come «la
Piccola!» Un divertimento! Un giocattolo, nè più nè meno, con tutte le
sue monellerie e i suoi capricci! Ho avuto torto, sì, ne convengo; ma
questo è stato il solo mio torto! Mi pareva, appunto per la mia vita,
per la mia condizione, per la mia età e per la mia serietà, di poter
parlare, ridere e scherzare con la piccola sorella di mia cognata,
come con una figliuola, come... con _Din_ e _Don!_ Precisamente! Senza
destare sospetti e senza creare illusioni. Ho sbagliato, ma riparerò
all'errore commesso. Parlerò chiaro; meglio ancora, difenderò la causa
e i diritti del povero Totò e farò di tutto perchè possa raggiungere la
sua felicità. E se per Totò ci son troppi ostacoli, Marco Danova.
— No, Giacomo! Quell'uomo, quel vecchio, disonesto e ributtante!... —
Maria diventa rossa per sua sorella. — No, no! È indegno di te, questo
che dici!
— Ebbene il cuginetto! Sia dunque il cuginetto! Faremo, ad ogni costo,
la felicità del buon Totò!
— E la felicità di Remigia?... Se Remigia, davvero, e per colpa un po'
tua, si fosse proprio innamorata di te?
Gli occhi di Giacomo e di Maria s'incontrano: in quelli di Maria passa
improvviso un luccichio di lacrime.
Giacomo abbassa il capo. Il suo cuore non ha mai battuto con tanta
violenza!
In quel punto, la duchessa esce dall'albergo seguita dal Sant'Enodio
che le porta, sempre con dignitoso e nobile sussiego, lo sgabellino di
vimini per i piedi.
Maria si rimette a leggere, mormorando sottovoce, con gli occhi sul
libro:
— Viene la mamma! Va via! È meglio che non ti veda così... con la
faccia in collera! Se vorrà sapere di che cosa si parlava... per questa
volta dirò una bugia!
Giacomo si allontana fingendo di guardare i fiori del prato, di
ammirare le montagne e facendo un lungo giro per non incontrare la
duchessa, entra nell'albergo dalla parte del terrazzo.
Quando è nel suo piccolo salotto, continua a passeggiare su e giù,
borbottando:
— Parlerò chiaro, chiarissimo e subito!... Se intanto mandassi a
chiamare e mostrassi un po' i denti a quel burattino da corona del
principe fratello? Che razza di gente! È un'altra razza dalla nostra!
Riunisce tutte le superbie a tutte le umiliazioni! Anche quella Mimì
Carfo! Romantica, sentimentale, bigotta e pudibonda come la luna!
Anche lei tutti i quarti e non un soldo, e anche lei, capisco adesso,
perchè mi fa ammirare la sua amica, pezzo per pezzo, e perchè viene a
baciucchiarmela sotto il naso! Per spacciare l'articolo! Che gente! Che
razza!... Proprio la razza... decaduta!
Ma più che tutto egli l'ha contro Remigia. Veramente, Remigia, non
ha mai fatto altro che parlare, scherzare e ridere, quando lui aveva
voglia di parlare, di scherzare e di ridere... Veramente, non è
stata lei a cercar lui, ma è stato lui a cercar lei, per salvare le
apparenze, per mettere al riparo Maria da ogni possibile cattiveria di
Luciano. Ma ciò, che importa?... Più che contro gli altri, Giacomo è
irritatissimo contro Remigia... Perchè... Ancora egli non sa, non vuol
rendersene conto, ma sono proprio quegli occhi neri e cari ch'egli ha
fissi in mente e in cuore, sono quegli occhi adorati in cui ha appena
intravisto un lampo di gelosia fra un tremolio di lacrime che eccita la
sua avversione, la sua collera, contro quella piccola monella che ride
sempre, contro quella piccola... così piccola e bionda!
D'improvviso sente bussare all'uscio: _toc-toc!_...
— È lei! Remigia!... — borbotta Giacomo stizzito. Intanto le darò la
prima lezione: le farò capire che non è affatto conveniente che una
giovinetta, una ragazza, venga così sola a cercarmi nel mio studio...
— _Toc-toc!_...
— Avanti!
Si apre l'uscio; ma non è Remigia: è un cameriere del primo piano.
— Scusi, eccellenza: Missis Eyre domanda di poterle parlare un momento.
— Dov'è?
— Qui. Aspetta nel corridoio.
— Ditele di venire.
Il D'Orea avrebbe fatto a meno tanto volentieri di quella visita,
tuttavia corre fin sull'uscio tenendolo aperto con la mano:
— Venga! Venga! Missis Eyre!
Si sente il passo pesante e marziale, poi la colonnellessa si presenta
sulla soglia, corrusche le pupille, guerresco l'atteggiamento.
— Perdonate, onorevole, ma ogni _pacienza_ ha un limite!
— Entrate, missis. Accomodatevi!...
Giacomo chiude l'uscio e spinge una poltroncina dinanzi alla vecchia
signora.
— Grazie! — Missis Eyre resta in piedi.
Giacomo la guarda: è più verde del solito; è fremente.
— A che devo l'onore, signora, di una vostra visita?
Missis Eyre non può parlare. Le sue labbra hanno un tremito... le
tremano gli zigomi sporgenti e le rughe lunghe e fonde delle guance,
le tremano la punta del naso e la bazza: è il pianto che non riesce del
tutto a soffocare.
— Signora!... Ma signora!... Che cosa mai le è accaduto?...
Giacomo, ad onta de' suoi nervi e delle sue collere, ha soltanto paura
che gli scappi da ridere. — Si calmi; s'accomodi! — L'obbliga a sedere.
— Mi dica che cosa è successo. Qualche brutta notizia?
— Brutta... azione! — risponde la missis, appena può parlare. — Non
brutte notizie, grazie a Dio!... Non si può più vivere! Non si può più
reggere!... Credete, onorevole, anche a volere, non si può più aver la
forza di star _cito!_
— Dunque parli, dica!...
— Ogni _ciorno_ una nuova invenzione. Ogni _ciorno_ si prepara un nuovo
_cabalo_ contro...
— .... _Cabala?_...
— Un nuovo cabala contro di me! È una persecuzione e un'_inciustizia_.
Voi, onorevole, siete _ciusto_. Oh, sì! Anche in Inghilterra si scrive
questo! Parlate voi, oppure devo finire oggi stesso la mia _stacione_
di Villars, e sarebbe terribile! Mi hanno risposto da Villa d'Este, che
Cernobbio tutti arrosto; caldissimo! I pesci _cocono_ in lago!
Giacomo non ha più paura che gli scappi da ridere; ha paura, invece,
che gli cominci a scappare la pazienza.
— Spiegatevi, dunque, cara signora. Che devo fare? A chi devo parlare?
— Sapete che cosa, di nuovo, ha escogitato quella vostra giovane
cognata, o giovine parente che mi ha _ciurato_ la morte?
— Chi?... la duchessina Remigia? — domanda Giacomo, vivamente.
— Sì, la duchessina Moncavallo, che ha preso a perseguitarmi fino
dall'anno passato!
— La Piccola? Oh! Oh! — Giacomo fa un risolino più meditato che
spontaneo. — Se la Piccola ha commesso mancanze, la metteremo in
castigo!
— Ha inventato, adesso, per farmi diventar matta, i bubbolini, e i
bubboloni!.. Ha fatto venire espressamente da Aigle per i suoi cani due
sonagliere, una acuta, squillante, l'altra bassa e fessa: _din-din-din:
don-don-don!_ Io non ho più quiete, non ho più riposo! Sono ammalata di
emicrania e di nevrastenia! Il mio corridoio, non è più un corridoio,
è la strada pubblica di Cernobbio, di Carate! Tutto il _ciorno_, tutta
sera: _din-din-din: don-don-don!_ Un continuo corso di carrozze!
Giacomo, contentissimo di cogliere quest'occasione per poter mostrare
a tutti com'egli consideri Remigia ancora una bambina, più che una
ragazza, e come la tratti ancora da vera monelluccia stordita e
cattivella, esclama allegramente, stringendo la mano a missis Eyre per
calmarla e per rassicurarla:
— Subito, ve lo prometto; i cani non avranno più bubbolini, nè
bubboloni!
— Dite voi, che questo è _proibitissimo_ in un _hôtel!_ Voi siete un
vero gentiluomo, perfetto e _ciusto!_ Invece il signor Trüb è un esoso
ingordo di tedesco villano, che pensa soltanto a far pagare!
Il D'Orea continua a ridere.
— La duchessina Remigia, io non la chiamo mai altro che la Piccola,
perchè ha sempre dieci anni! Non è cattiva, ma è un demonietto viziato
dalla mamma! Oh le _idole_, sempre così... Ma non dubitate, il troppo
è troppo e voi avete ragione: basta _din-din_, basta _don-don_. Questa
volta la faremo stare a dovere!
La colonnellessa è gongolante; la sua faccia cambia di colore: diventa
quasi rosea.
— Oh, il _Times_ ha detto bene! Siete un ideale di _ciustizia!_ Grazie
anche a nome di Mister Eyre!
Giacomo suona: si presenta il solito cameriere.
— Chiamate uno dei servitori, o meglio la cameriera della duchessina, o
il maggiordomo! Insomma, qualcheduno di sopra! Subito!
Il cameriere è appena uscito, quando si presenta un nuovo personaggio:
È il capitano Zaccarella in persona. Ma dinanzi a Sua Eccellenza — e
specialmente in quei giorni per la prolungata assenza del padrone e
il relativo vuoto di cassa — egli non è più l'uomo del comando e del
meneimpipo; diventa anche il capitano, come un altro qualunque signor
Trüb, l'uomo delle riverenze. Ossequi al signor commendatore, ossequi a
missis Eyre, poi, sempre ossequiosissimo, spiega la sua venuta:
— Il maggiordomo è andato a Bex con la Carolì; al momento, non c'è
nessuno di sopra. Vengo io a vedere, se mai posso servire in qualche
cosa il signor commendatore...
— Bravo! Lei! Proprio lei! — Giacomo non ha mai avuto in grande
simpatia il signor Zaccarella, ma non lo può addirittura soffrire
quando diventa umile e strisciante. — Proprio lei! Mi faccia il favore
di eseguire questo mio ordine preciso: faccia levare, subito, il
collare con la sonagliera ai due cani della duchessina; e se mai la
duchessina si opponesse, per chiasso o per davvero, le dica che io,
proprio io, desidero così, perchè l'undecimo comandamento dice: non
seccare il prossimo, cioè la gente che vive nella tua stessa locanda.
— Non dubiti Eccel... — il capitano si corregge a tempo. — Non dubiti
signor commendatore.
— Le _idole_ sono la gioia, ma anche il tormento delle famiglie! —
ripete Giacomo in tono di scherzo, per mitigare l'asprezza delle sue
parole.
Ma nessuno più l'ascolta. Il signor Zaccarella è già sparito: quando
c'è un ordine di Sua Eccellenza, egli vola come il vento; in questo
caso poi è stato anche più veloce, perchè gli preme di riferire a
Remigia quanto è successo. Dacchè ha potuto subodorare in lei una
possibile futura ministressa, il capitano, soffocata l'antipatia e
dimenticati gli affronti, si è subito schierato fra i servitori più
devoti e più zelanti della piccola padroncina! E missis Eyre... Missis
Eyre pure è uscita in fretta, è corsa sui passi del signor Zaccarella,
dimenticando persino di rinnovare i ringraziamenti all'uomo _ciusto_.
Ella vuol divertirsi, vuol godersi la scena. Vuol assistere, tenendosi
nascosta dietro l'uscio della sua camera, al dispetto e alla rabbia
della sua nemica.
— Ah! Ah! Vien per ciascuno il suo _ciorno!_ È venuto, finalmente,
anche per quella peste, per quella _diavolo!_