Una mattina, si presenta al _tennis_ un nuovo e importante personaggio,
che leva il campo a rumore. Il personaggio siede solo, imbronciato,
sopra una panchina lontana dalla gente. Non guarda in faccia a nessuno;
si degna, appena, di salutare Giacomo D'Orea, durante l'_alt_.
— Buon _ciorno_, onorevole!
— Buon giorno, missis Eyre!
È proprio quella strega verde, ruminante di missis Eyre!
— Continui progressi, onorevole!.. Oh, molto bene!
Giacomo fa un cenno per scusarsi un momento co' suoi competitori e
corre ad ossequiare l'angolosa missis con evidente soddisfazione di
lei, e con grandissimo divertimento della duchessina Remigia. Ella
guarda i due sottecchi, e fa ammirare e godere la scenetta al Danova, a
sir Wood e a Totò, ripetendo sottovoce:
— La colonnellessa Facanapia!... È innamoratissima di Sua Eccellenza
Molinella!
Nessuno ci vuol credere! È uno scherzo! Remigia assicura, giura,
con gli occhietti birichini che scintillano, gonfiando le gote per
trattenere le risa:
— Sì! Sì! È proprio vero! È un pezzo che me ne sono accorta! Vi dico
di sì! — Poi pesta i piedini per dar più forza all'asserzione: —
Innamoratissima! Furiosa!... Ma sì!
Tutte calunnie! Missis Eyre è fedele e resterà sempre fedele anche se i
venti giorni di continua distanza dal legittimo consorte, diventassero
quaranta! Soltanto riconosce, per debito di pura sincerità, che di
tutta quella baraonda italiana — padroni, servitori e cani, — l'unica
persona di un qualche riguardo è il deputato, l'onorevole D'Orea!
Lo annunzia, un giorno, anche al signor Trüb, guardandolo dall'alto,
con un tono superbo e minaccioso, dopo un paio di settimane e più
dacchè non si degnava nemmeno di lasciarsi salutare da quel putrido
taverniere esoso e villano:
— Sapete, signor Trüb? — Lo affronta e lo ferma sull'uscio del bureau
per farsi sentire anche da quel tirapiedi del segretario... — Il vostro
famoso ministro, che non è più ministro niente affatto, ma soltanto
deputato, mi ha fatto chiedere l'onore di essermi presentato! Appunto!
Missis Eyre alza ancora di più la voce e il capo.
— Mi ha fatto chiedere l'onore di essermi presentato, da quel vostro
barone fallito a Venezia, prima di diventare milionario al Cairo! Il
vostro ministro, che non è ministro, è per altro una persona educata.
Me ne intendo e posso dirlo con cognizione: di tutta la baraonda
italiana, — padroni, servitori e cani,-è l'unica persona di riguardo! —
Capito, caro signor Trüb?
È verissimo il fatto della presentazione; pure è stata lei stessa,
missis Eyre, a muovere il primo passo, per i suoi fini particolari.
Un giorno legge sul _Times_ — proprio sul _Times!_ — una «nota
estera» assai lusinghiera per l'ex Ministro D'Orea, come finanziere e
industriale, come uomo di Stato e come uomo privato. Missis Eyre può
ridere, e magari anche arrabbiarsi degli elogi sperticati e venali
prodigati dal signor Trüb; ma non può certo rimanere indifferente alle
lodi del _Times_... proprio del _Times!_
— Ah, oh! Molini e mortadella, ma ci vuol anche talento!... «grande
e probo lavoratore, spirito elevato e moderno, l'onorevole D'Orea
non esitò un istante ad abbandonare il potere e a perdere il favor
popolare, pur di seguire, intemerato e coerente un suo ideale di
giustizia...» _Ciustizia?_ — La vecchia, interrompe la lettura della
«nota estera» e aggrotta le ciglia per meglio riflettere al proprio
caso... Bisogna cercare di conoscere il deputato D'Orea. Bisogna
entrare prima in buoni rapporti amichevoli e, a tempo opportuno,
chiedere _ciustizia_ contro quella ragazza pestifera, contro i suoi
cani e contro la _ciostra_ a tutte le ore! _Peuh!_ Vergogna! In tutti
gli _hôtels_ di riguardo, proibitissimo!
Trovata la convenienza, missis Eyre trova subito anche l'espediente
per entrare in relazione. Prende il _Times_, segna col lapis la «nota
estera», e lo manda, con un suo biglietto da visita, all'onorevole
D'Orea. Giacomo, trattandosi di una signora, e di una vecchia
signora, si fa subito presentare per ringraziarla direttamente
dell'atto gentile. Così si iniziano quei buoni rapporti di amicizia
che missis Eyre tien vivi e cerca di rendere più stretti a modo suo;
cioè, chiedendo ad ogni momento all'autorevole deputato italiano,
informazioni e raccomandazioni e sfogandosi con lui contro il pessimo
trattamento della _Tête-pointue_... «diventata oramai una locanda di
terz'ordine, tranne nel farsi pagare!».
— Onorevole, scusate!... Una parola!
— Eccomi, missis Eyre!
— Avete sentito anche voi?
— Che cosa?
— Il pesce, stamattina, a colazione? Quelle conchiglie di trota
cadaverica, alla maionese! Che puzzo! _Peuh!_ Ci vorrebbe una legge,
una commissione igienica! Dovrebbe essere proibitissimo!
Oppure:
— Datemi una precisa informazione, caro onorevole. Vi garantisco
discrezione a tutta prova! Io ho conosciuto a Villa d'Este la contessa
Alinelli, appunto di Bologna. È vedova, proprio davvero?...
E un altro giorno:
— Caro commendatore, io ho assoluto bisogno di una vostra
raccomandazione per il capo traffico della Mediterranea. Da otto
_ciorni_ mi è stata spedita una scatola di _pik-nik_ da San Remo e non
l'ho ancora ricevuta!
Mentre parla con l'onorevole e lo tiene fermo sotto l'atrio, fra lei
e il muro, missis Eyre che sente crescere da quei lunghi colloqui
la propria importanza, guarda in giro, soddisfatta, gli ospiti della
_Tête-pointue_ e, insieme, lancia occhiate di sprezzo al bettoliere
e a quella ragazza così pestifera con l'aria di voler ben significare
all'uno e all'altra:
— Con questo signore qui, che ormai tengo in mio potere, vi farò
mettere _ciudizio!_
Il signor Trüb, qualche inchino di più, qualche notizia meteorologica,
passando via senza fermarsi, per timore di rimaner preso, e del resto
se ne infischia. Remigia, prima ne ride con Mimì, con _Mademoiselle_,
con Totò, e con tutta la sua corte, poi di colpo s'impermalisce, si
arrabbia, piglia Giacomo a quattr'occhi, e si fa sentire:
— Onorevole, commendatore, eccellenza! D'ora in poi, sempre
eccellenza!... O Grand'ufficiale!
— Cos'è successo di nuovo?
Giacomo capisce, ma finge di non capire.
— Perchè, tanti titoli?...
— Perchè fate il cascamorto con la Sbirlingonia!
— Cascamorto, no!... — Giacomo sorride più che per le parole, per la
fiera collera che esprime il bel musetto profumato e fresco, proprio
come una rosa. — Sono gentile, come devo esserlo e niente di più!
Remigia batte i piedini, furiosa:
— Di più! Di più! Assai di più!
— È una signora...
— No, invece! È una brutta donna!
— È una signora vecchia!...
— È una brutta donna, antipatica!
Negli occhietti vivi, l'ira lampeggia tra le lacrime. Giacomo, per
calmarla, cerca di mettere la cosa in ischerzo:
— Piccola cattiva!... Cattivissima!
— Non vi permetto più di dirmi piccola! Mai più! Capite? — Fa una
smorfia e parla nel naso, per imitare missis Eyre. — Proibitissimo!
_Defendu!_ _Werboten_... e _Forbidded!_
Giacomo vuol trattenerla, ma Remigia se ne va, voltandogli le spalle
furiosamente:
— Antipaticissimo, Grand'ufficiale!
Il D'Orea continua a scherzare, a far la burletta, ma, assolutamente,
non vuol cedere all'antipatia, al capriccio di Remigia. Anzi, vedendo
missis Eyre fatta segno con maggiore accanimento ai dispetti e al
ridicolo dalla duchessina e dai suoi amici, si sente lui in obbligo di
mostrarsi, con la vecchia signora, sempre più amabile e rispettoso.
La duchessina, così viziata dalla madre e dalla sua corte, al sentirsi
per la prima volta contrariata, s'impunta sul serio, e sul serio e non
per ischerzo, finisce con l'odiare «la vecchia strega antipaticissima!»
— tanto più, poi, che missis Eyre, a sua volta vendicativa e
imprudente, abusa della vittoria con l'esagerare le arie d'importanza
quando parla troppo ad alta voce col suo «caro onorevole» e le occhiate
di sfida e di disprezzo.
L'Idola freme. Freme da sola e freme in mezzo a' suoi sudditi, ch'ella
chiama a raccolta per sfogarsi, dicendone di cotte e di crude contro
Sua Eccellenza, non più Molinella, ma peggio, Eccellenza Mortadella!
È rabbia, è dispetto, ed è, insieme, amarezza e dolore. Non è solo per
missis Eyre che Remigia soffre e vorrebbe spuntarla; è per tutto il
resto... assai più importante! Ella comincia a temere di aver perduto
tutto con Giacomo, anche la speranza di un don Luciano secondo!
Certo! Certissimo! S'ella non riesce ad avere il D'Orea dalla sua,
nemmeno di fronte a una qualunque vecchia stracciona, è chiaro che
tutta la sua tattica, — e le lezioni di _tennis_ compreso — hanno fatto
fiasco!
— Mia sorella?... Che Sua Eccellenza sia innamorato, sul serio, di mia
sorella?... In tal caso, addio! Abbasso Sua Eccellenza! Evviva Totò!
— Ah, _mon Dieu! Mon Dieu!_... Tornar da capo a girare i mari, i monti,
i laghi!
E Re Faraone?...
Marco Danova si sfoga, adesso, con Mimì Carfo. — La vostra amica è
cattiva, leggera, civetta... — Anche il barone la chiama civetta...
proprio come il buon Totò! Ma il barone, per altro, è sempre lì,
fermo: ringhia, ma aspetta. Minaccia tutte le mattine di voler partire
la sera e viceversa, ma non si muove! Sir Wood se n'è già andato con
le sue racchette, Lothar Schmidt col suo album, _monsieur_ Malot col
suo mazzolino di _edelweiss_, tutti e tre sorridendo a denti stretti
e indirizzando alla duchessina «futura ministressa» congratulazioni
e felicitazioni ironiche... Ma il barone non si muove. Resta a
Villars bestemmiando contro i barometri falsificati quando piove, e
strapazzando il signor Trüb per il freddo quando fa bel tempo!
— Se proprio proprio fosse un bel fiasco? — pensa Remigia fra sè. Ad
ogni modo da cosa nasce cosa e bisogna venire ad una spiegazione con
Sua Eccellenza prima che anche Re Faraone batta in ritirata!... — Con
le cattive non si riesce a vincere la Sbirlingonia?... Tentiamo con le
buone!
Vincere, questo è l'importante! Remigia sente che in quella piccola
scaramuccia contro missis Eyre ella ha già ingaggiata anche la sua
grande battaglia contro Maria.
— Contro mia sorella?... Che Sua Eccellenza sia proprio innamorato di
Maria?...
Giacomo, da qualche giorno, assiste solo, con Remigia e col signor
Trüb, ai pasti di _Din_ e _Don_. Oltre al Bell'Apollo, a _monsieur_
Malot e a Lothar Schmidt, molti altri giovinotti e giovinetti, hanno
ormai abbandonato Villars; e i pochi rimasti, seguono l'esempio del
barone Danova: per vendicarsi della duchessina italiana, che sta
sempre col deputato e che non si occupa più di nessuno, altro che del
deputato, fanno tutti una grande corte a Mimì Carfo... e, persino, a
_Mademoiselle!_
Soltanto il povero Totò, diventando più pallido ogni giorno, e più
stravolto, rimane fedele anche vedendosi trascurato e dubitando di
essere tradito. Soffre solo e in disparte, seduto a digerir le lune,
su di una panchina solitaria. Non parla, non mangia, non beve, e con la
pipa, sempre stretta fra i denti, non fuma.
Mentre _Din_ e _Don slappano_ allegramente, il signor Trüb vanta il
clima di Villars e non più il fresco delizioso, ma il tepore ricreante
della miglior epoca della stagione, dal quindici di settembre al
quindici di ottobre, poi, finito il pasto se ne va, e Giacomo e Remigia
conducono i due cani a fare il solito giro in giardino.
Remigia è malinconica; ha l'aria mortificata. Cammina adagio, a testa
bassa e sospira.
— Partiremo presto da Villars? — domanda a un tratto, con un fil di
voce, senza alzare il capo.
— Non so, risponde Giacomo. Luciano non si fa vivo! Il signor
Zaccarella gli ha scritto apposta per domandargli in proposito le sue
istruzioni e potersi regolare. Ha risposto chiedendo ancora danaro e
niente altro.
Remigia, dopo qualche passo in silenzio, fa un nuovo sospiro.
— Ormai... desidero, quasi, di partire da Villars.
— Perchè?...
— Così!... — Dà una lieve alzata di spalle e si ferma su due piedi,
guardando lontano _Din_ e _Don_, che si rincorrono a salti e fanno le
capriole nell'erba alta e folta.
— Perchè _così?_ — insiste Giacomo. — Che cosa volete dire?
Remigia dà un'altra alzata di spalle e aggrotta le ciglia, continuando
a guardare _Din_ e _Don_. Ha un'espressione tanto graziosa e birichina,
quando vuol tenere il broncio!... Giacomo, la piglia lui sotto braccio:
— Si fa la pace?...
Riprendono a camminare passo passo attorno alle aiuole del giardino,
lui guardandola sorridendo, lei sempre a capo chino e seguendo con gli
occhi obliqui la corsa disperata di _Din_ e _Don_.
— La Piccola carina, la Pïccola simpatica, è in collera con chi
vorrebbe diventare il suo vice-papà?..
— Non dite che sono carina e soprattutto non dite che vi sono
simpatica! Non è vero!
La voce non è irata; è tenera con un velo di lacrime... È la stessa
voce di Maria!
Giacomo chiude un istante gli occhi, per illudersi e,
irresistibilmente, stringe sotto il suo il braccio della fanciulla.
— ..... Si fa la pace?
Remigia volge su di lui gli occhi lucenti:
— Siete stato cattivo, cattivo! Tänto cattivo!
— E voi, forse, non siete stata altrettanto crudele, — Giacomo per
burlare Remigia fa pure una lunghissima dieresi, — tanto crudële con la
povera missis Eyre?
— Ma, in compenso, ha la vostra protezione! È nelle vostre buone
grazie! È un onore che la rende più insolente e prepotente!
— Con missis Eyre, io non sono altro che... educato! Quando mi parla,
rispondo.
— Con un'effusione! Con un'amorevolezza!...
Giacomo scoppia in una risata perchè vede che alla Piccola cominciano a
spuntare le lacrime.
Remigia si ferma dinanzi a Giacomo, faccia a faccia, e afferrandogli
una mano, gliela stringe supplicandolo:
— Cessate i vostri lunghi e teneri colloqui con quella bruttissima
donna! Prego! Prego!... Vi prego!
— E voi, in compenso?...
— Prometto: inviolato il _Times_, incontrastato il possesso della sua
poltrona, indisturbata la siesta e i pisoletti...
— E _Din_ e _Don?_
— Più _ciostra_ al terzo piano! Prometto e giuro!
Il D'Orea sorride mormorando:
— Piccola birichina! Idola... guastata!
Incomincia, tra il serio e il faceto, a fare la sua brava paternale,
avviandosi, sempre passo passo, verso la parte più ombrosa del
giardino, che si unisce al bosco e dove c'è un piccolo capanno alla
rustica, nascosto fra gli abeti. Il sole che rompe la nuvolaglia spessa
è scottante; l'aria pesantissima.
— _Mon Dieu! Mon Dieu!_ Con questo caldo, sentir la predica per gli
omaggi dovuti a missis Eyre! Almeno andiamo all'ombra!
— Andiamo pure all'ombra e sarà bene; ma dovete ascoltare la mia
predica, ispirata da carità del prossimo. Pensate che la vostra vittima
è una povera vecchia, sola, senza difesa, ridicola quanto volete...
— Antipatica! — interrompe Remigia. — Odiosissima!
— Antipatica sia pure!... Ma perchè, anche odiosissima?
— Perchè, perchè, perchè?... — Un lungo sospiro e un abbassar d'occhi
peritoso. — Si può, forse, comandare ai sentimenti del proprio cuore?
— La fanciulla, con una scrollata di testa che spande una ondata di
profumo e dà un barbaglio di luce bionda, si fa forte e scaccia i
pensieri che la turbano. — Entriamo un minuto a riposare? — Indica la
capannuccia all'ombra degli abeti.
— Vuol piovere, per quanto il signor Trüb dica di no! — Giacomo segue
Remigia tra gli abeti, entra nel chiosco dietro di lei e le siede
accanto traendo un respiro.
— Ah! Si rivive!... Si riposa un po' anche la vista!
_Din_ e _Don_ arrivano di corsa, schivando appena, sfiorando, il fusto
degli abeti, e si lascian cadere di peso lungo distesi dinanzi al
piccolo usciolo, ansimando in fretta, con la lingua fuori, penzoloni.
— Povere bestie! — esclama il D'Orea. — Hanno fatto il chiasso come due
monelli!... Non ne possono più!
Remigia non risponde. Osserva un rozzo e curioso geroglifico inciso sul
troncone di cerro che sostiene, nel mezzo, il tetto della capanna: due
cuori trafitti da una freccia e sotto un'iscrizione:
«_C'est de Dieu qu'il sort, à lui qu'il remonte._».
Remigia legge lo scritto, a mezza voce, poi si rivolge a Giacomo:
— Che cosa vuol dire?
L'altro osserva a sua volta l'incisione e l'epigrafe:
— Vuol dire... l'amore! È chiaro! Due cuori attraversati da una
freccia! Amore! Amore! — Poi, per mitigare la vivacità delle sue
parole, e in omaggio al candore della fanciulla, si crede in obbligo di
soggiungere, prudentemente: — È il ricordo di una passeggiata poetica
di due giovani sposi.
Remigia, rimasta pensierosa, rilegge l'iscrizione con un tono più lento
e più languido.
— _C'est de Dieu qu'il sort, à lui qu'il remonte._ — Conclude ripetendo
con un lungo sospiro e una lunga dieresi la grande parola: — Amöre!
Intanto, gli occhi e il pensiero di Giacomo, involontariamente escono
dalla capanna e cercano fra i tronchi e i rami la bella figura bianca,
alta e gentile...
— Ah _mon Dieu!_ — esclama Remigia a un tratto spaventata, correndo a
nascondersi, a rannicchiarsi nell'angolo più buio della capanna: — Re
Faraone!
— Perchè vi spaventate e perchè vi nascondete? — osserva il D'Orea, pur
chinandosi a sua volta, con un moto istintivo.
— Se ci vede?... Se ci vede nella capanna?... Noi due insieme?...
Soli?...
— Anche se ci vede, che importa? — ribatte Giacomo vivamente.
Ma Remigia, invece di calmarsi, è sempre più spaventata:
— Ci ha visti! Ci ha visti! Sono sicura! — Si tiene giù, acquattata,
per terra.
L'altro comincia a seccarsi di tutta quella paura sciocca.
— Che importa, ripeto, anche se ci vede?... Che male c'è?
Marco Danova, scorta la Remigia in fondo al piccolo sentiero che
attraversa il bosco, si avvicina alla capanna, diritto e duro.
In quel punto non c'è altra strada, per tornare alla _Tête-pointue!_ E
anche _Din_ e _Don_, sempre festevoli e mansueti, si mettono, proprio
quel giorno, a fare il cane da guardia! Mentre il Danova passa dinanzi
all'uscio, guardando con evidente sforzo da un'altra parte, si rizzano
ringhiando: quando è passato, gli corrono dietro alle calcagno,
abbaiando. Ma il Danova continua a camminare diritto, duro, senza
voltarsi. Il suo collo sembra diventato di legno.
— Che balordo! — borbotta Giacomo furioso, mentre Remigia ripete
costernata: — Ci ha visti! Ci ha visti!.
— Che importa?... Avete fatto malissimo a nascondervi! Ecco tutto!
Giacomo è rimasto irritatissimo dal contegno del Danova, dallo spavento
di Remigia, da tutta quella scena. Esce dalla capanna, chiama _Din_ e
_Don_ con quanto fiato ha in corpo: _Din_ e _Don_ ritornano, frullando
il codino monco, ma il Danova, sparisce, sempre senza voltarsi.
— Che balordo!... E che villano!
Perchè quell'affettazione di non voler salutare, di non voltarsi, di
non voler vedere?... Non voler vedere che cosa?... E che cosa possono
mai supporre... di male, fra lui e la sorella di sua cognata?... Fra
lui, uomo serio, uomo vecchio e quella... bimba, che può essere sua
figlia? Che considera come sua figlia?...
— _Ah mon Dieu! Mon Dieu!_
— Finitela! — Giacomo, non potendo sfogarsi anche contro il Danova,
si sfoga con Remigia sola, per tutti e due. — Finitela di fingere
spaventi ridicoli, che non hanno senso!... Sempre giuocare! Sempre
fare il chiasso, senza pensare che le... sciocchezze possono servire
di pretesto... alla cattiveria! Su, alzatevi! Venite fuori; legate i
vostri cani e torniamo subito all'albergo! Facciamo presto!
Remigia obbedisce senza più fiatare. Scioglie il guinzaglio che s'era
avvolto attorno alla vita e lega _Din_ e _Don_ che fiutano la burrasca
e interrogano la padroncina con gli occhi inquieti.
— Andiamo, gioia!... Andiamo, tesöro!...
Remigia cammina innanzi per il piccolo sentiero tra gli alberi
folti, tenendo al guinzaglio _Din_ e _Don_. Giacomo la segue, sempre
brontolando, e pensando all'impressione che avrebbe potuto ricevere
Maria vedendo il Danova, — che balordo maleducato! — a passare in quel
modo!
Ritorna a sfogarsi contro Remigia:
— Fanciullaggini! Sempre fanciullaggini! Invece di tanto spavento,
bisognava chiamare il Danova, costringerlo a voltarsi e farlo entrare!
Remigia si ferma su due piedi e si volta: prende il guinzaglio con
le due mani, tanto _Din_ e _Don_ tirano forte per trascinarla verso
l'albergo.
— E voi, allora?... Perchè vi siete nascosto anche voi? Perchè non
siete uscito voi, a chiamarlo e a salutarlo?...
Giacomo rimane colpito dal tono risoluto e dalla giustezza
dell'osservazione; ma appunto, perchè non sa che cosa rispondere e
perchè sente d'aver torto, s'irrita ancor di più, internamente, e si
mostra ancor più nervoso.
— Il Danova è un balordo; questo è positivo! Un gran balordo e un
grande villano!
_Din_ e _Don_ danno una forte strappata al guinzaglio facendo
voltare Remigia: ella passo passo, si lascia trascinare dai due cani,
allungando, stirando le braccia.
— Oh, povero re Faraöne! — mormora con un sorrisetto compassionevole.
Giacomo le tien dietro, imbronciato, per lo stretto sentieruolo.
A un tratto, quando gli alberi diradano e Remigia, uscendo dal bosco,
entra nel giardino dell'albergo, si ode la voce della duchessa
Cristina, che, scorta la figliuola da lontano, le muove incontro,
chiamandola:
— Idola!... Idola cara!
— Addio, mammà!
— Finalmente!... _Mademoiselle_, lo zio Rosalì, ti cercano!... Dove sei
stata tutto questo tempo?... Ero inquietissima!
— Sono stata nel bosco, mammà, con _Din_ e _Don_ a cercare i fiori di
genziana! Non ne ho trovato nemmeno uno!
— È un'imprudenza, cara!... — La duchessa, raggiunta l'Idola,
l'abbraccia con trasporto, come se ritornasse da un viaggio o dall'aver
corso un grande pericolo. — È tutta mattina che ti cerco, gioia! Perchè
sei andata così lontano?... Sola soletta?...
La parola le si ferma in gola. Giacomo, in quel punto, esce dal bosco e
si avvicina lentamente, tenendo nelle mani l'ombrellino e il ventaglio
che Remigia aveva dimenticato nella capanna.
La duchessa, alla vista del D'Orea, non dice una parola, non lo
saluta nemmeno: rimane interdetta, esterrefatta... Lo guarda, lo fissa
pallida, muta, imponente: ma i suoi occhi, la sua faccia, esprimono
insieme alla maraviglia, allo stupore e alla collera, il dolore, il
rimprovero di una madre... e di una tal madre!
Gli occhi dell'Idola si riempiono di lacrime. Ella si lascia sfuggire
_Din_ e _Don_ che prendono di nuovo la corsa, legati insieme, e girano,
continuano a girare vorticosamente, in mezzo al prato.
— Mammà?... Sei in collera?... Oh, mammà!...
La duchessa accoglie la figliuola fra le sue braccia, ma non risponde a
quel grido disperato. Le dice soltanto con severa maestà, lanciando al
D'Orea un ultimo, terribile sguardo:
— Ritorniamo all'albergo. Ne parleremo poi. Ora è troppo tardi. Bisogna
che tutta la gente dell'_hôtel_ ci vedano insieme a colazione. Andiamo.
Madre e figlia si avviano verso la _Tête-pointue_.
— Ma... — Giacomo vorrebbe fermarle, spiegarsi, giustificarsi. —
Ma... Spiegare che cosa? Giustificarmi di che cosa? — Resta lì, su due
piedi, impacciato e seccato — assai seccato — a pensare, a riflettere.
— Niente... di niente. Non ho niente da spiegare, non ho niente da
giustificare!... Sono andato a spasso come tutte le altre mattine
con la Piccola e con i cani. Che cosa c'è?... Che male c'è? Perchè
la vecchia ha fatto quella faccia? Perchè mi ha fissato con quegli
occhi?... E il Danova? Perchè quel balordo del Danova ha finto di non
vederci?...