È mattina; sono presto le nove. Giacomo è già da un'ora al tavolino
da lavoro, quando sente bussare all'uscio, pianino: — _toc! toc!_ — Si
può?
— Avanti!
— Posso entrare?... Sono io! — Remigia è già dentro.
— Buon dì, signora Piccola!
Giacomo è ormai abituato alle visite della cognatina seconda. Quando
Remigia passa dallo studio del D'Orea alla mattina, per scendere, lo
chiama ed entra così, interrompendo la relazione sul dazio protettore
degli agrumi, per condurre l'onorevole al giuoco del _tennis_.
Gl'insegna a giocare in quelle ore, appunto, in cui il campo è libero e
deserto.
— Non avremo pubblico, spero?... Non vorrei diventare ridicolo con le
mie giravolte e i miei saltetti degni del signor Trüb!
— Chi volete che ci sia dalle nove alle dieci? I nostri competitori e
nessun altro: Mimì Carfo, _Mademoiselle_ e Totò!
— Non vorrei che finissero... per seccarsi! Giocare con uno che non sa,
non è divertente!
— Questo non è. Voi intanto cominciate a giocare benino!
— Piccola! Piccola! Non fate l'adulatrice!... Io non giuoco! Fo del
moto per salute! Esercito i miei poveri muscoli arrugginiti e fo
respirare i polmoni attossicati, all'aria aperta! Ma non vorrei abusare
della pazienza vostra e di quella delle signorine! E passi per Totò!
Quando io perdo il colpo, o mi scappa di mano la racchetta, Totò riceve
da voi una furtiva occhiata, e si consola!
Remigia, arrossisce leggermente. Ella, in fatti, scambia di nascosto
fuggevoli risatine col cuginetto quando Sua Eccellenza si contorce
goffamente e traballa, per poter riuscire a ribattere in tempo.
— Totò si crede un grande giocatore! E non è che presunzione! — Remigia
s'è rimessa subito e non mostra di aver capita l'allusione. — Manca di
calma e manca di stile! Totò, al _tennis_, ve lo dico io, — la ragazza
scoppia in una risata, — è un vero e grande schiappino!
— Povero britanno! Perchè lo trattate sempre così male? Lui, invece,
sarei per scommettere...
Giacomo s'interrompe; continua Remigia:
— Che ci devo fare, se non mi piace? — No! No! — E vi prego: non ditelo
a mammà e tanto meno allo zio Rosalì! Ci sperano tutt'e due! Ma come
si fa? Ah, _mon Dieu!_ Come mi potrebbe piacere nel senso che intendete
voi? L'ho sempre visto! Siamo venuti su insieme! E poi, via, per me, è
troppo ragazzo!
— Allora... Marco Danova! Quello non è più un ragazzo!
— Quello... è un antenato! L'antenato dell'_Aida_!
Remigia cammina su e giù battendo i piedi a tempo di marcia e sonando
la trombetta con la mano alla bocca: — _Teè, tè, teretetèe, tetè!_... È
un antenato e un Tintoretto!
La Piccola ride, poi ricomincia a girare e a sonare la marcia
dell'_Aida_.
— Allora... il grande campione del Maloja! Sir Wood, l'irresistibile!
Remigia si ferma ritta, di colpo, dinanzi a Giacomo. Non ride più; si
arrabbia:
— Mi seccate, — capite? — con la vostra smania di maritarmi! Siete
peggio di mammà! Io secco voi?.. No, vero?... Dunque, lasciatemi in
pace!
Giacomo si scusa:
— Non interpretate così male le mie parole, e soprattutto, la simpatia,
il bene che realmente vi voglio. Io non desidero che la vostra
felicità, e vorrei renderla possibile, anche per quanto sta in me,
secondando il vostro cuore, i vostri desideri.
— Volete secondare i miei desideri? Proprio?... Fate una cosa sola:
discorsi di matrimonio, più! E _capitemi_, cioè — si corregge subito,
quasi spaventata — _credetemi_; credetemi quando vi dico questo: —
la fanciulla seria, risoluta, aggrotta le ciglia. — Io non darò mai,
_mai_ a mammà la grande consolazione di vedermi impalmata! — Ciò
detto, un'altra risata, e si rimette in marcia. — _Tereteteè, tetè!_ —
Andiamo; al _tennis_!
Giacomo prende il cappello e fa per avviarsi. Remigia si ferma di nuovo.
— E la zia Gioconda?... Fatemi vedere il ritratto.
— Volentieri, ma a Bologna, o a Roma. Qui non l'ho.
— Mi avete tanto divertita ieri sera con le originalità della zia
Gioconda! Che brava donna, per altro! Piena di talento e di bontà!...
Quanta rettitudine e insieme quanto spirito!
Il D'Orea sorride di compiacenza:
— Forse, tutta la sua originalità non è altro che bontà; e tutto il
suo talento e il suo spirito consistono... nell'essere sempre rimasta
quello che è sempre stata!... — Andiamo al _tennis_, signorina Pïccola!
Remigia alza le spalle con un attuccio dispettosetto:
— Non ditemi più piccola, con tanti i!
— Perchè?
— Avete sempre l'aria di ridere di me, di scherzare, di non prendermi
sul serio!
Giacomo le stringe una mano affettuosamente:
— Non rido di voi: tutt'altro! Vi dico piccola, invece, perchè a
Villars ho cominciato a conoscervi e a volervi bene: proprio così. Vi
dico piccola, come vi direi cara. Come un babbo direbbe cära, con il
vostro bell'accento musicale, alla sua figliuola...
Remigia lo guarda: gli occhi cerulei diventano dolcissimi.
— Vi piace dirmi piccola?
— Sì; tanto!
Ella continua a guardarlo e a sorridere:
— Allora così sia!... Ditemi pïccola quanto volete!
Il pubblico, alle prime lezioni di _tennis_, date dalla duchessina
Moncavallo a Sua Eccellenza D'Orea, è piuttosto scarso. Anzi, oltre
i giuocatori, c'è solo, puntualissimo, Marco Danova, il quale fa la
corte nello stesso tempo e quasi nello stesso modo, a Giacomo per
interesse e a Remigia per amore; e c'è il signor Trüb!... Trattandosi
di rendere omaggio al primo ministro del regno d'Italia, il «bettoliere
lustrascarpe» guida lui stesso trafelato e sudante, in abito nero e con
gli occhiali sulla fronte, il servizio dei raccattapalle.
Poco numeroso, ma, in compenso, pubblico entusiasta! Se al D'Orea
curvo, non bene in gambe — tiene la racchetta come un tamburello, —
riesce una volta di pigliare la palla e di ribatterla facendo fallo, il
barone e l'albergatore battono le mani strepitosamente.
— Evviva, onorevole!... Bravissimo!
— Benissimo, Eccellenza!
— La palla è caduta nella rete, ma non importa. È stata una disgrazia!
— Il colpo era straordinario! Fate progressi!
— La bella maestrina, — il barone, intanto, strizza l'occhio
maliziosamente a Remigia, — deve essere molto fiera del suo allievo!
— Se vostra Eccellenza si ferma a Villars tutto il settembre, — esclama
il signor Trüb, — vostra Eccellenza diventa un giuocatore di prima
forza! Il campione della _Tête-pointue!_
Giacomo, ansante, stanco, asciugandosi i goccioloni dalla fronte, ha
appena il fiato da poter rispondere:
— Vi ho detto cento volte, signor Trüb, di non chiamarmi eccellenza!...
Non sono più eccellenza per la grazia di Dio e per volontà della
Nazione!
La bella duchessina italiana è sempre una grande attrattiva;
l'onorevole D'Orea è affabile, alla mano: i giovinetti e i giovinotti
si fanno coraggio e di giorno in giorno il pubblico aumenta.
Sir Wood è invitato da Remigia stessa:
— Venga al _tennis_, domattina! Venga a vedere, la prego! Mi dirà se
so insegnare secondo le precise regole! È tanto un giuocatore famoso,
lei! Verrà? Sì?... Allora domattina alle nove... Si ricordi!... Se ne
ricorderà?
Altro che ricordarsene! La mattina dopo, allo scoccare delle nove,
l'elegante e vigoroso sir Wood, si appressa alla conquista del _tennis_
col suo passo misurato e sicuro.
Remigia, appena lo scorge da lontano, batte i piedini e sbuffa,
mormorando all'orecchio del baröne simpaticöne:
— _Ah, mon Dieu! Mon Dieu!_... Anche il bell'Apollo! Non si può più
vivere un momento soli, in pace, nemmeno nelle ore antelucane!... È una
persecuzione feröce!
Il Danova, che già aveva aggrottate le ciglia ispide e folte, si
acqueta e si consola. Ma poi, la mattina dopo si torna da capo:
— _Ah mon Dieu! Mon Dieu!_ — Ecco _monsieur_ Malot con la scorta dei
fiori alpestri, ecco Lothar Schmidt, con la raccolta delle poesie
tedesche e, a mano a mano, — _Ah, mon Dieu! Mon Dieu!_ — ecco prender
posto sulle panchine verdi e affollarsi attorno alla rete del _tennis_
tutto il rumoroso coro dei giovinetti e dei giovinotti aggraziatini e
impomatati.
Remigia, al solito, per il quieto vivere comune, li prende in
canzonella a uno a uno e si diverte un mondo! Con uno sguardo
languidetto a sir Wood, con un furbo sorrisetto a _monsieur_ Malot, un
complimento lusinghiero a Lothar Schmidt, un'occhiataccia minacciosa
a Totò e, finalmente, lasciandosi stringere quando capita e anche
pizzicare da papà Faraone, riesce a tenerli fedeli, sul proprio altare,
tutti in riga come moccoli e tutti accesi.
E sta sempre in guardia, preparata per qualunque evento. Un bel giorno
— che è? che non è? — un principio di ammutinamento. I corteggiatori
della duchessina non sono più gelosi l'uno dell'altro, ma tutti insieme
sono gelosi di Sua Eccellenza.
Remigia non ride, non sospira, non si arrabbia. Cambiamento di tattica.
Il suo occhio diventa serio, profondo, pieno di misteri.
— Non avete ancora capito? Non avete capito niente?... Possibile?...
Quel «peso morto» del cognato-eccellenza, le è imposto da sua sorella!
— Oh, le grandi perfezioni!... Le vittime quotidiane!... Ma basta!
_Cito! Cito!_ — Remigia alza gli occhi al cielo e chiude la bocca
fresca e rosea, con la manina innocente.
Anche la madre, ogni mattina, a braccio del fratello Rosalì, fa il suo
giro di ispezione attorno alla rete.
— Ti diverti, Idola?
Remigia risponde continuando a giocare:
— Tanto, tanto, mammà!
— Non prendere troppo sole, cara! Non stancarti troppo!
Lo zio Rosalì, fa eco alle ammonizioni materne:
— Ogni cosa, vuol misura!
Poi la coppia vicereale passa lentamente e se ne va fra gli ossequi e
le scappellate più rispettose.
— E dunque, Rosalì?
— Si va piano, ma si va bene.
— La stagione è troppo inoltrata! la gente comincia a partire!... — La
duchessa sospira. — Se dovremo partire anche noi... Uno di qua, uno di
là, l'incanto è rotto!
Il principe di Sant'Enodio, continua a trovarsi bene a Villars; la
cucina, oltre ad essere buona, è anche abbastanza variata. Egli non ha
nessun desiderio di andarsene.
— C'è tempo!... Non siamo ancora in settembre e il signor Trüb assicura
che le due settimane più deliziose di Villars sono le due prime
settimane di ottobre!
— Sì, ma... e quell'altro?... Il guastamestieri? Se Luciano ritornasse
improvvisamente o ci telegrafasse di scendere?
— Non telegrafa altro che al signor Zaccarella, per aver danaro. — Un
risolino arguto corre fra la bella barba bianca. — Speriamo, Cristina,
che a Parigi continui a trovarsi... molto bene!
Si avvicinano, sempre passo passo, all'albergo. La duchessa guarda con
l'occhialino: è proprio Totò che è seduto di fuori, accanto alla porta,
con in bocca la pipa spenta. Totò, da due giorni, non vuol più giocare
al _tennis_.
Cristina stringe il braccio del fratello sotto il suo:
— Senti, Rosalì; un'idea.
— Quale?
Cristina, prima di rispondere, chiude l'occhialino e lo infila nella
cintura della veste.
— Sarebbe forse prudente di allontanare Totò, per qualche giorno. Ma
con che scusa?
Rosalino pensa, ci pensa molto, poi trova il pretesto:
— _Mademoiselle_. Dovrà accompagnare _Mademoiselle_ da... una parente.
— Già; faremo così! — Cristina cambia subito discorso. — Al nostro
Giacomo ha fatto benissimo la montagna! Diventa ogni giorno più vegeto
e più giovane. A vederlo vicino alla mia Idola, una grande sproporzione
non c'è!
— Non c'è. E poi, gli uomini hanno gli anni che sentono! Sono le donne
che hanno quelli che dimostrano!
Giacomo, fa progressi davvero. Se non al tennis, nella salute e nella
forza.
Il suo viso, non è più così smunto, sparuto, anzi, col sole, comincia
un po' a rosolarsi. Dopo aver giocato non sente più dolori alle
braccia, alle gambe, cammina per ore, senza stancarsi. In quanto
al _tennis_, certo, non imparerà mai a giocare, nè ci tiene, ma non
traballa più, tiene in mano la racchetta secondo le regole e qualche
volta gli riesce, non solo di pigliare la palla, ma di ribattere,
facendo un buon colpo.
Sì, gli fa molto bene quell'esercizio all'aria aperta e sotto il sole!
È la sua salute! Soltanto, certe volte, mentre giuoca, è preso da una
strana inquietudine: quando la figura bianca, alta e sottile, con il
grande ombrellone rosso, gira attorno, nel giardino. Ha timore che si
avvicini alla rete, per assistere alla partita. Non vuol mostrarsi
a sua cognata in quel giuoco in cui si richiedono gioventù, forza,
destrezza, — gioventù soprattutto, — goffo e impacciato!
Maria Grazia, sembra quasi indovinare le segrete angosce: ogni mattina,
gira attorno o siede, leggendo in vista del _tennis_, ma alla rete non
si avvicina mai.
Remigia, di tutto ciò, qualche cosa indovina, intuisce.
— Appena mia sorella spunta sull'orizzonte, non c'è verso! — fa notare
a Mimì Carfo e a quel geloso di Re Faraone, — più geloso e più furbo
degli altri. — Sua Eccellenza Molinella, non piglia più nemmeno le
palle!
Un giorno per provare che è vero, appena vede Maria, la chiama ad alta
voce:
— Maria Grazia!... Gioia! Vieni a vedere tuo cognato, che diventa
famosissimo!
— No! Non seccate! — esclama Giacomo con un tono e con una violenza
insolite. — Avete sempre la smania di far venir qui tutta la gente per
rendermi ridicolo!
Remigia, dopo un'occhiata al Danova, gongolante persino con la
pancetta, si difende e si scusa:
— Perdonate, Giacomo!... Siete ingiusto! Si tratta di mia sorella! Di
vostra cognata! — Torna a chiamare, più forte: — Maria! Maria!
— No! No! C'è troppo sole! — risponde Maria allontanandosi
tranquillamente.
— Addio, gioia!
— Addio, Pïccola!
Il pericolo è passato; Giacomo ritorna a giocare e a fare fallo,
allegramente. Egli non sente più che il piacere, il fascino di
quell'«addio Pïccola» che riempie di amore e di soavità tutto il
giardino e non dubita un momento della malizia di Remigia.