Passano così, non allegramente, vari giorni, e Luciano D'Orea non
accenna nemmeno alla partenza per Villars. E se non ne parla lui,
gli altri, naturalmente, non fiatano. Qualche volta Maria Grazia, per
tastare il terreno alla lontana, gli comunica i saluti della madre o
dello zio: Luciano cambia subito discorso.
Che cosa pensa di fare?... Rimanere a Bex tutta l'estate? Chi sa!
Continuano le strapazzate, le furie gelose e la sera «l'amor ch'è
palpito...» Poi Luciano, d'un tratto, muta d'umore. Non grida più, non
strapazza più, non canta più, ma forse si sta peggio di prima! Egli
è diventato muto; — tutti muti! Se per forza gli si deve domandare
qualche cosa, non risponde. Bisogna sempre indovinare, e non si
indovina mai! Non ha fame, non vuol mangiare: a tavola respinge i
piatti e li fa portar via con un atto di collera, prima ancora che gli
altri abbiano potuto servirsi. La _Traviata_, s'intende, è messa da
parte.
Donna Maria e il signor Zaccarella passano tutta la sera in giardino,
dove si soffoca, a sentirlo soffiare e sospirare.
Che cosa mai è accaduto di nuovo?... Che cosa c'è di nuovo?
Donna Maria e il signor Zaccarella, cercano di indovinare, corrono
direttamente, col pensiero, fino a Parigi. Ma s'ingannano tutti e due.
La cattiva luna spunta, questa volta, dalla parte di Bologna. Il primo
a saperlo, s'intende, è sempre il fido Zaccarella, il quale, in tutta
fretta, comunica l'importante notizia alla signora.
— A giorni, deve arrivare Sua Eccellenza.
— A Bex?
— A Bex, per venire con noi a Villars. Anche Sua Eccellenza ha scelto
Villars per passarvi l'estate. Don Luciano — non c'è nessuno, ma il
signor Zaccarella abbassa la voce — don Luciano avrà certo paura di
qualche osservazione, di qualche contrasto... Ecco spiegato il suo
cattivo umore!
— Già, sicuro! Ecco spiegato il suo cattivo umore! — ripete Maria
com'un'eco. Ma in cuor suo, prova un senso di sollievo. Vede
avvicinarsi qualche ora di tregua, se non di pace.
Giacomo D'Orea, — o Sua Eccellenza come lo chiama rispettosamente il
signor Zaccarella, — è l'unico fratello di Luciano: fratello maggiore
di una decina d'anni. È stato un po' il suo tutore, gli ha fatto un
po' anche da padre. Ha cercato di educare Luciano con idee moderne,
di abituarlo allo studio, al lavoro, di innamorarlo, di appassionarlo
alle cose belle... inutilmente. Il ragazzo rompe il freno e gli scappa
di mano prima del tempo. Niente studio, niente lavoro: le sole cose
belle che lo innamorano sono le belle donne e lo appassionano quelle,
specialmente, che costano molto.
Don Luciano, tuttavia, anche diventato uomo e libero di sè, ha sempre
un certo timore di suo fratello. Se non per amore, per forza, lo
sopporta e lo rispetta.
Giacomo, in fatti, è per tutti, ed anche per Luciano il capo visibile
ed invisibile della grande Casa.
Si è imposto con l'autorità dell'intelligenza e del lavoro; con
la rettitudine e la semplicità della vita. Si sarebbe detto che in
quell'uomo mingherlino, dalla barbetta rada e già brizzolata, che
in quella testa quadra di lavoratore, si fosse accumulata l'energia
produttiva di secolari generazioni, che in lui fosse però scomparsa
ogni rozzezza atavica, ogni lievito di grettezza e di cupidigia. Egli
è il nepote di una schiatta forte e utile, che anzichè degenerare,
procede con lui e per lui verso una perfezione armonica e vittoriosa.
Egli ha compresa l'età sua nelle caratteristiche buone e cattive, nello
spirito egualitario e sovvertitore, nelle energie e nelle audacie. Egli
ha intuito quell'assioma economico che i finanzieri del nord-america
respirano nell'aria del loro paese; cioè, che il possedere molto danaro
è una gran buona cosa, che il possederne moltissimo è una cosa ancora
più buona e più bella, ma che, d'altra parte, i milioni e i miliardi
non valgono un dollaro e nemmeno un _penny_, se nella fatica angosciosa
di accumularli non si mette da parte quel tanto di tempo, d'ingegno e
di salute, che occorre per saperli godere.
Nel salire al trono... di casa sua, Giacomo D'Orea ha tutto saputo,
tutto veduto e quindi tutto rinnovato e migliorato. Nelle sue
molte aziende rurali, egli ha recato i criteri suoi e lo spirito di
previdenza, di assistenza e di cooperazione proprio dei nuovi tempi.
Industriale di ampie vedute e anche un po' artista, ha sempre posto in
tutto quello che ha fatto e creato, uno schietto sentimento di armonia
e di bellezza. Ha dato il suo consenso e il suo nome alle imprese più
simpatiche e originali, mantenendosi nei rapporti nuovi, complessi e
difficili lo stesso uomo fiero e forte, sotto un'apparenza mite e quasi
timida, semplice e serio, conoscitore pronto ed arguto di sè stesso e
degli altri.
Senza spiccate predilezioni per la politica, ha però dovuto
dedicarvisi. Onestamente liberale in tempi in cui molti lo sono
disonestamente, è presto eletto deputato e dopo un paio di legislature,
in uno degli ultimi ministeri della destra rosea, il portafoglio delle
finanze gli è inflitto come un dovere verso il partito e verso il
paese.
Non è certo la coltura, non è l'intuito, non è l'energia che gli
facciano difetto. Gli manca, invece, quella virtù o vizio — secondo i
casi — che lo Spencer chiama «l'adattabilità agli ambienti».
Alla mancanza di sincerità e di probità politica egli non ha voluto, nè
saputo piegare. Dopo pochi mesi di governo, mentre è tutto infervorato
in un piano di riforme nel quale vede un rinnovamento economico del
paese, si trova di fronte alla necessità politica di tergiversare,
di rinunciare al meglio delle sue idee per manipolare una delle
solite «esposizioni finanziarie» a base di transazioni, di lustre,
di ipocrisia e di falsità. È preso da un impeto di sdegno. Tutto il
suo orgoglio di galantuomo si ribella alle pretese dell'affarismo e
dell'_arrivismo_ che gli si stringono d'attorno ed infischiandosene
della crisi e dello scandalo, lascia il governo per tornare ai suoi
stabilimenti industriali, a' suoi poderi e alle sue imprese.
Vi torna senza rimpianti e senza amarezze, ma più istruito e più
cauto. Del suo intermezzo politico parla il meno possibile e con una
discrezione degna del sapiente antico. Della gloria del potere non gli
è rimasto che il titolo «Sua Eccellenza» e soltanto nella spagnolesca
e fastosa espansione meridionale dei parenti e dei clienti di sua
cognata: e nemmeno, ben inteso, in presenza sua.
Egli si chiama e vuol essere chiamato semplicemente Giacomo D'Orea, —
anzi Dorea — senza apostrofe. Non nasconde, ricorda compiacendosene, le
origini umili, bottegaie della sua famiglia. «Molini e mortadella» come
diceva sdegnosamente missis Eyre al signor Trüb. L'apostrofe, il _don_
sono innovazioni di quel sempiterno ragazzaccio di Luciano! Giacomo ha
cominciato coll'arrabbiarsene, e ha finito per riderne... e ne ride,
specialmente, con la zia Gioconda, una vecchietta vicina agli ottanta,
ancora piena di salute, di buon senso e di brio che vive in campagna,
perchè non ha mai saputo risolversi a mettersi il cappellino, come
le contesse, e che manda saluti, auguri e regali a tutti quei «vicerè
spodestati dalla nuova corte di Nannetto», dai quali non ha mai voluto
e non vuol lasciarsi vedere... per paura di farli arrossire!
A proposito di quel «_don_» nuovo di zecca di Luciano, la zia Gioconda
diceva scherzando a Giacomo, per metter pace:
— Fra tanti titoli e blasoni, duchee, marchesati e principati che
Nannetto ha fatto perdere a sua moglie, sposandola, ha trovato, in
camera da letto, quel piccolo _don_ e lo ha tenuto per sè!
Giacomo, del resto, s'è opposto quanto ha potuto al matrimonio di
Luciano con la duchessina Moncavallo.
— Troppa nobiltà, troppa diversità di razza e troppo fumo! E poi
Luciano, ancora, non è maturo per il matrimonio!
Ma non c'è stato verso! A quell'altro, il fumo è andato alla testa.
Tutti quei titoli, quei palazzi, quei castelli dei quali si vedono
le dorature e i merli, e non si vedono le ipoteche, fomentano la sua
vanità, la sua superbia, mentre il suo capriccio, la sua passione per
Maria diventa tanto più furibonda quanto più sorgono e si frappongono
ostacoli.
Le nozze Moncavallo D'Orea sono alla fine concluse, celebrate e
Giacomo, da uomo savio e pratico, accetta cordialmente il fatto
compiuto. Il patrimonio dei Moncavallo e dei Sant'Edodio, che fa le
crepe da ogni parte, è assai vicino alla rovina; Giacomo ne assume
direttamente l'amministrazione. Un'amministrazione che finisce per
risolversi in un'abile, opportuna ed anche generosa liquidazione,
perchè Giacomo, pur di salvare il decoro dei parenti di Luciano, ci
rimette, volentieri, anche del proprio.
I milioni di casa D'Orea sono molti: quasi non si contano più! Ce
n'è per tutti, in abbondanza... ed anche per i continui capricci di
Luciano! Per i capricci, per altro: purchè rimangano soltanto capricci,
se non del tutto scusabili, almeno perdonabili. Ma, adagio! Oltre
certi limiti non si deve andare. Giacomo è buono una volta, e buono
per dieci, ma due volte buono, no. Chiudere un occhio, sta bene, e
vista l'indole di Luciano, chiuderli anche tutti e due, ma quando sia
conveniente e prudente di farlo. Che se invece il buon nome, l'onore
dei D'Orea, avessero corso pericolo non di una macchia, ma di un'ombra
soltanto, allora egli avrebbe fatto immediatamente ed energicamente il
proprio dovere. Avrebbe parlato chiaro; occorrendo, avrebbe alzata la
voce.
E appunto Giacomo, crede adesso e pensa, che il giorno di alzar la voce
e di comandare sia venuto.
— Che cosa è questa Fanfan Trécoeur? A Parigi, a Nizza, a Montecarlo,
sempre con questa Fanfan Trécoeur?... Una relazione, un legame simile,
una tresca?... E pubblicamente?... Con una _chanteuse?_ Lui, un uomo
ammogliato?... Ah, no! Fino a questo punto, no! Con o senza apostrofe,
ma il nome dei D'Orea deve essere rispettato da tutti, in Italia e
fuori.
— Il patrimonio in comune, sta bene: lui ha famiglia, io no. Spendere
e spandere, senza fare i conti del mio e del tuo... tiriamo pure
innanzi!... Finchè si tratta della casa, della famiglia, dei parenti
della moglie, del lusso, delle corse, delle scommesse, del giuoco,
— io lavoro anche per lui, risparmio anche per lui, — tiriamo pure
innanzi!... Ma cinquecento settanta mila lire in meno di tre mesi per
la signorina Fanfan... Ah, no! Questo poi no!
— Che cosa fare?... Scrivere?... — Poco efficace. — Chiamare Luciano a
Bologna?... — Troppo pericoloso!
Giacomo, un po' contro genio, risolve alla fine di andare anche lui a
Villars col fratello e con la cognata. La villeggiatura, certamente,
non sarebbe stata molto gradevole e piacevole, ma, d'altra parte, non
vede provvedimento migliore.
— Coraggio, e andiamo a passare un mese fra i vicerè!
Per fortuna, fra tanta gente noiosa, insopportabile fa eccezione Maria
Grazia. Avrebbe fatto delle buone chiacchiere con la cognata. Donna un
po' fredda, anch'ella un po' vice-regina, nella compostezza pacata dei
modi, delle parole, ma intelligente, giudiziosa e buona. — Molto buona
e, certo... non troppo felice!
Ma gli altri!... — Dio che peso! — Quella duchessa madre che ha l'aria
di scendere dal trono per sua grande degnazione e per fare spargimento
di grazie ed esercizio di mansuetudine! Quel principe Rosalino, una
continua ostentazione di galanteria convenzionale e di cavalleria...
pedestre. Che peso, che peso, tutta quella gente con la loro retorica
dei nobili principii, dei sentimenti di famiglia, e il vuoto nella
testa e nel cuore! Mai un momento di sincerità, di vera cordialità!
Sempre in etichetta, e in frac tutte le sere!
— Che noia!
Pure, bisogna proprio andare a Villars!
— Maledetta Fanfan e... maledetto ragazzaccio!
A Bex, intanto, la nuova fase della luna cattiva e muta, con
persistente inappetenza, continua fino alla vigila dell'arrivo di
Giacomo: proprio quel giorno, come per incanto, Luciano riacquista la
parola e l'appetito.
— Giacomo... a Villars?... Con mia suocera? Che abbia sentito parlare
di Fanfan e voglia venir lassù a predicare la morale e l'economia?...
Certo, in questa sua risoluzione, qualche cosa di nuovo ci deve
essere!... E in questo «qualche cosa» per un verso o per l'altro ci
deve entrare Fanfan!
Don Luciano, s'intende, anche sforzandosi e simulando indifferenza e
buon umore, non ha riacquistato la parola altro che per brontolare; ma
adesso, pur seguitando a brontolare con Maria e col signor Zaccarella,
chi è preso di mira è Giacomo! Anzi, co' suoi sfoghi, egli cerca di
farsi alleati la moglie e il segretario, contro il fratello:
— Noioso e pedante!... Puritano per ostentazione! Caparbio e ostinato!
E «la modesta semplicità della vita operosa» che decantano i suoi
giornali? Niente altro che avarizia! — Non ho ragione, signor
Zaccarella?... Ride? Rida, rida! Io parlo poco, ma colpisco giusto!
Tutta avarizia e diffidenza. Lavora, fa tutto lui, perchè non si fida
di nessuno! Ma... — qui un grande sospirone — dal momento che si deve
vivere insieme per un mese, che ti pare, Maria? È meglio essere in
bona! Io non posso soffrire i malumori e non amo i litigi in famiglia!
Questo, gli preme soprattutto: essere in bona con suo fratello. Se
Giacomo ha timore di prendere troppo di fronte Luciano, Luciano, al
presente, avrebbe ancor più paura di romperla con Giacomo.
Cinquecentosettantamila lire erano state pagate a Parigi per Fanfan!
Ma... e il resto che rimaneva ancora da pagare?
Luciano D'Orea, non ne sa un'acca di amministrazione, pure sa benissimo
che lui, con la sua generosità non ha fatto altro che spendere, mentre
il fratello, con la sua avarizia, non ha fatto altro che lavorare e
guadagnare. Se si venisse alle strette? Se si dovessero fare i conti
del mio e del tuo?... Non sarebbe il momento! Con mezzo milione ancora
da pagare a Parigi? Con Fanfan che, finalmente arriverà fra tre o
quattro giorni a Losanna? Con Fanfan che vuol fare una brillante
carriera, sempre piena di successi e che vuol riuscire assolutamente a
cantare alla Scala?... Con Fanfan che ha sempre lì, pronto, se lui si
ritira, il re della glicerina?... No, no!... Bisogna portare pazienza,
chinare il capo e sopportare anche le osservazioni e le prediche... per
amore di Fanfan e per poter tener testa a mister Kennett!
Il povero don Luciano, con tanti milioni, si trova ridotto al punto di
dover piangere la propria miseria.
— Ma! — sospira. — Quando non ci sono quattrini abbastanza, bisogna
sacrificare anche l'amor proprio, il proprio carattere franco, leale,
indipendente... e fare lo scherzoso e l'amabile persino con la moglie
lunatica, perchè Giacomo, arrivando a Bex, non la veda con gli occhi
rossi!
— Io mi guardo bene dal darti la più piccola seccatura! Non è vero,
cara? Io ti lascio libera di fare, di disfare, io ti lascio sempre
padrona di tutto! Non è vero, cara?
— Sì, Luciano...
— Soltanto per questi giorni, — pochi, si spera, — che Giacomo resterà
con noi, io ti prego di non fare il muso e di mostrarti, come sei,
contenta e felice! Mi raccomando.
— Sì, Luciano. Del resto, Giacomo è buono. È sempre stato gentile e
affettuoso con me!
Il marito ha uno scatto vivace, ma si frena, per i suoi fini
diplomatici e inghiotte l'amaro di quel «buono» pel timore degli occhi
rossi. Ma per essere scherzoso e per divertire la moglie, e insieme
anche per sfogarsi continua durante tutta l'ora del pranzo, a ridere
alle spalle del fratello.
— Buono? Tu dici, Maria, che Giacomo è buono? Ma è buono perchè gli
manca la capacità di poter essere cattivo! È un uomo, Giacomo, che deve
tutta la sua gloria e la sua fortuna, alle qualità che gli mancano. Non
sa spendere?... Un altro passerebbe per un avaro: lui, no; ne fanno un
grande finanziere! Non sa vestire, è inelegante, sembra un notaio in
abito di testamento?... Acquista, per questo, nell'opinione pubblica,
in serietà, in gravità, in superiorità! È sempre stato un giovane
vecchio, timido, senza un'ombra di spirito con le signore. Un altro,
sarebbe spacciato, ridicolo. Lui, no: è un esempio di austerità e di
moralità! Ride?... Rida, rida, signor Zaccarella!
Il signor Zaccarella, che nutre in cuore un profondo rispetto per
Sua Eccellenza e i suoi milioni, si sforza e ride rumorosamente per
compiacere il padrone.
Luciano si sente in vena, pieno di brio e continua divertendosi:
— Aver paura è sempre stato il grande coraggio di mio fratello! — Un
esempio? — Ecco: lo fanno ministro. Gli altri, al suo posto, tengono
duro, finchè li mandano via con la testa rotta. Lui ha paura, scappa e
si crea la fama di uomo forte, energico, «tempra adamantina!». Fosse
rimasto al Ministero, sarebbe diventato un asino anche lui: scappa e
acquista il coraggio delle proprie opinioni e il genio della politica!
Non ho ragione, signor Zaccarella?
Il signor Zaccarella inghiotte, annuendo col capo. Maria rimane
silenziosa, seria: non approva il marito, non difende il cognato.
Soltanto a quella parola «asino» lanciata con tanta brutalità e
volgarità, presente il signor Zaccarella, ha un istintivo moto di
disgusto; ma è un lampo. Luciano, tuttavia, se ne accorge e quindi
insiste e ribatte sull'asino.
— Asino! Asino! Asino! Del resto non è il solo che sia un asino e che
sia diventato ministro! Dica lei, signor Zaccarella!
Questa volta l'ossequioso Zaccarella non ha scrupoli e risponde,
sprofondando quasi la testa nel piatto con un inchino:
— Verissimo!
— La politica? Buffoni e asini!
Don Luciano si ostina, continua a ripetere l'odiosa parola, ma ormai
non irrita più, non fa più nessun effetto.
— Tu credi, Maria, che occorra un briciolo di talento per farsi un nome
in politica? Rispondi, Maria: lo credi proprio?
Alla insistente interrogazione di Luciano, Maria alza su di lui gli
occhi dolcissimi, neri neri, ancora più neri e profondi sotto l'ombra
delle lunghe ciglia vellutate: ma non risponde altro che così.
— La politica?.. Peuh! Io lo dichiaro apertamente: abborro, odio la
politica! Invece di fare della politica, io faccio dello _sport_:
rinforzando il corpo, so di rinforzare lo spirito. Sentite! Toccate!
— Così dicendo allunga e stende il braccio con forza, ne fa toccare
i muscoli alla moglie e al signor Zaccarella che fa le più alte
maraviglie:
— Di marmo!... Di bronzo!... Vero bronzo!
— Io ammiro le arti! Le lettere! Si diventa ministri, ma si nasce
poeti, pittori! Io ammiro e coltivo la musica... — E si ferma con
particolare compiacenza a vantare sopra tutte le altre la divina arte
della musica, la divina arte del canto! — Si diventa ministro, ma
tenore, si nasce! Oh, la musica, il canto, consola, ingentilisce il
cuore! Fa bene all'anima, un po' di musica!
Il signor Zaccarella sta sulle spine: — Se donna Maria sospetta di
quella certa Fanfan?
Ma, intanto, Luciano si alza, scende, va nella sala di musica, apre il
pianoforte, chiama Maria, comincia la _Traviata_ e continua tutta sera
con la _Traviata_:
«Un dì felice eterea, mi balenasti innante...»
La mattina dopo, a colazione, quando ha ben ripetuto che Giacomo è un
avaro, un pedante e un asino, — annunzia alla moglie che gli sarebbero
andati incontro tutti due fino a Montreux, in automobile.
— Ti raccomando, Maria. Niente lune. Mostrati come sei, contenta e
felice!