Luciano, dietro quel dispaccio, vede apparire il fantasma del re
della glicerina. Pianta lì il suo pubblico, maravigliato, e se ne va
via di colpo. Sua moglie, il signor Zaccarella, lo seguono inquieti,
arrischiando appena qualche domanda.
Don Luciano soffia, sbuffa, poi risponde che non vuol nessuno.
— Via tutti!... Tutti a dormire!... Sarò padrone, almeno una volta,
di restar solo!... Di poter respirare! Non sono uno schiavo,
finalmente!... Via tutti!... A dormire! Che vita! Che vita! Che
inferno!
Corre solo, a piedi, alla stazione. Strepita con l'impiegato che a
quell'ora, di notte, non vuol aprire l'ufficio, e telegrafa. Telegrafa
prima ordini e minacce, poi, quasi subito, telegrafa di nuovo,
chiedendo perdono, concedendo tutto, supplicando.
Maria lo vede capitare in camera sua, stravolto, mentre sta per andare
a letto.
Che notte! Che notte orribile! Nessun rispetto, nessun ritegno. Baci
furiosi e rimproveri atroci. Accusa Maria di non aver cuore, di non
aver mai avuto cuore! È una donna fredda, di ghiaccio! Egoista, superba
e niente altro! Non sa voler bene, non gli vuol bene! Ha voluto un
marito, s'è venduta a un marito, per farsi mantenere lei, e tutta la
sua famiglia!
Poi Luciano sospira, si dispera.
— È il mio destino! È il mio destino infame, di non essere amato da
nessuno, da nessuno!
Si rivolta nel letto smaniando, gemendo, e finisce con lo scoppiare in
lacrime. Sono lacrime vere.
Maria ne sente prima ribrezzo, terrore, sdegno. Poi, quando lo vede
piangere, disperarsi a quel modo... finisce ancora per sentirne
compassione e pietà.