_Al molto magnifico Signor suo e cognato osservandissimo il Signor
Bellisario Bolgarini aff., a Siena_»[521].
Gli adepti di Soccino crebbero tanto, che le differentissime sette di
Unitarj si ridussero in quest'una detta dei Socciniani. Un de' loro
articoli essendo l'abborrimento dalla guerra, condannavano apertamente i
Riformati che prendessero le armi contro i loro re, e ricusavano entrar
nell'esercito, nè tampoco a difesa del paese.
I Socciniani però non ebber pace neppure in Polonia fino al 1638,
perseguitati per ragion politica quasi fossero d'accordo cogli Svedesi.
Dappoi si stabilirono in diversi luoghi, massime in Transilvania, dove
prima aveali introdotti il Biandrata; e colà soltanto si conservarono,
mentre altrove si fusero colle sêtte fra cui viveano.
Da Siena vedemmo pure fuggiti Mino Celsi e frà Sisto, ebreo convertito.
Francesco Pucci, d'illustre casata fiorentina da cui erano usciti tre
cardinali, stando a Lione sul commercio, frequentando letterati, e
piacendosi alle controversie, sorbì le opinioni protestanti, e lasciati
i traffici, si applicò alla teologia, e sperando avervi più libertà in
Inghilterra, v'andò, e nell'Università di Oxford fu dottorato il 1574.
Nel trattato _De fide in Deum quæ et qualis sit_, combattè i Calvinisti
che prevaleano su quell'Università; onde perseguitato, ricoverò a
Basilea, e legato d'amicizia e di credenze con Fausto Soccino, pubblicò
una tesi che «tutto il genere umano fin dall'utero materno è
efficacemente partecipe dei benefizj di Cristo e della beata
immortalità». Le opinioni ivi manifestate lo costrinsero andarsene anche
da Basilea; nè maggior tolleranza trovò a Londra, ove anzi fu messo
prigione; nè in Olanda, ove con molti ebbe dispute, e anche con Soccino
a proposito del suo libro _De immortalitate primi hominis ante
peccatum_[522]. Neppur potè intendersi co' religionarj. A Cracovia, due
alchimisti inglesi, i quali prometteano una gran riforma che per lor
mezzo Iddio farebbe della sua Chiesa, lo persuasero che poteano,
mediante il commercio con certi spiriti, scoprir cose ignote al resto
degli uomini; ed egli vi credette, e cercò per le stampe persuaderne
altri. Disingannatone (1586), si ravvide anche de' suoi errori, in man
del vescovo di Piacenza, nunzio pontificio a Praga, si ritrattò il 1595,
e fatta la penitenza e ordinato prete, servì come secretario al
cardinale Pompeo d'Aragona. Nel 1592 in Olanda aveva stampato un'opera,
ove sosteneva che nè ignoranza, nè incredulità, nè mancanza di battesimo
impediscono che uno si salvi, purchè viva onestamente; opinione
confutatagli da Cattolici, da Luterani, da Calvinisti. Che fosse
arrestato per ordine del vescovo di Salisburgo e mandato a Roma, dove
fosse bruciato, viene asserito, ma non sappiamo con quale appoggio.
Il Theiner riferisce[523] che il nunzio papale voleva chiamar in Polonia
il Bellarmino e Francesco Toledo onde reprimere gli eretici italiani, i
quali erano Buccella[524], Michele Bruto veneziano, Simone da Lucca,
Prospero Provana, Fausto Soccino, l'Alciato milanese, il Bovico
bolognese, Fabrizio Pallavicini di Chiavenna, Rosmino Rosmini di
Roveredo.
In parte già conosciamo costoro; ed abbiam pure nominato fra quei che
predicarono in Polonia Francesco Stancario mantovano. Insegnando
ebraico, in un'accademia eretta a Spilimbergo nel Friuli da Bernardino
Partenio, avea manifestato idee eterodosse, onde dovette fuggire,
e da Basilea diresse ai magistrati veneti un trattato della
_Riformazione_[525]. Mentre Osiandro insegnava che l'uomo è giustificato
dalla giustizia essenziale di Dio e che Gesù Cristo è la nostra
giustizia secondo la sua natura divina, lo Stancario sosteneva che Gesù
Cristo è il nostro mediatore soltanto secondo la sua natura umana. Il
concilio di Ginevra preseduto da Calvino lo scomunicò per questo suo
professare che Gesù Cristo fu mediatore presso l'eterno Padre come uomo,
non come Dio; e dappertutto venne avversato per dottrine esorbitanti. A
Cracovia, dove fu chiamato per insegnar l'ebraico, seppe dissimularle,
ma quando il vescovo Maciejowski insospettito lo fece arrestare, i
signori che l'aveano tolto a favorire, ne ottennero la liberazione;
ond'egli incoraggiato propose si abbattessero le immagini e tutto
l'antico culto; fece da maestro, e diede cinquanta regole di riforma per
le nuove Chiese. La sua dottrina fu scomunicata dai sinodi polacchi, e
ne restò turbata quella Chiesa finchè lo Stancario morì a Stobnitz.
Il Mainardi, da Chiavenna il 22 settembre 1548 scrivendo al Bullinger a
Zurigo varie cose, e sparlandogli dello Stancario, gli manda tre lettere
venutegli da Venezia. In una Baldassare Alterio, segretario
dell'ambasciatore inglese, gli scrive: «Da un pezzo conosco il cervello
dello Stancario, e so di che piede zoppicava. Fu sempre un poveretto,
scandaloso e di strane opinioni; ed ha un'instabilità, per cui non sa
quel che si peschi; molto più temerario che voi non scriviate: onde
fuggitelo per amor di Dio, e levatevelo d'in sugli occhi più presto che
potete: altrimenti non requierete mai, nè voi nè la chiesa vostra».
Domenico Manjoni gli diceva: «Di don Francesco Stancario vi dirò
schiettamente e in verità quel che so e ne penso. In prima è chiaro e
manifesto esser lui leggero, instabile, pieno d'amor proprio,
precipitoso in ogni cosa sua; e il peggio è che vuole si sposino le sue
opinioni, sebben repugnanti dal vero rito cristiano». Aggiunge che fu
prete, che non crede sia ebreo quantunque n'abbia la faccia: che a
Venezia sposò una povera che vivea sulla strada: «me lo tenni in casa
lungo tempo a mie spese, ma a malincuore per la sua inquietudine».
Marco di Lilio, _civis venetus vir pius et fidelis_, lo paragona alla
lumaca, che lascia il segno dovunque passa[526].
Lo Stancario però non può dirsi propriamente unitario: bensì un di quei
litigiosi, che trascendono la meta, esagerando nel confutare. Dopo che a
Königsberg, per ribatter Osiandro diede all'umanità di Cristo tutto ciò
che quegli dava alla sua divinità, a Francoforte sull'Oder trova Andrea
Musculo, che, per confutar lui, sostiene che Gesù Cristo, mediator
nostro in quanto Dio e in quanto uomo, era morto come Dio. Difendendo la
sua opinione in Polonia, imputa gli avversarj di arianesimo, e così
obbliga a sciagurate transazioni. Nell'opera _Contro i ministri di
Ginevra e di Zurigo_ (Cracovia 1562) scrive che: «il solo Pietro
Lombardo val meglio che cento Luteri, ducento Melantoni, trecento
Bullinger, quattrocento Pietro Martiri e cinquecento Calvini; de' quali
tutti, se si pestassero in un mortajo, non se ne strizzerebbe un'oncia
di vera teologia».
Oltre una grammatica ebraica, pubblicò un'esposizione dell'epistola di
san Giacomo; _De trinitate et mediatore D. N. J. C. adversus
Bullingerum, Petrum Martyrem, et Joannem Calvinum, et alios... ecclesiæ
Dei perturbatores;_ e altri scritti polemici. Ostinato a dimostrare che
le Chiese riformate son ariane ed eutichiane, lanciava ingiurie a tutti.
Calvino qualificava il suo di _non absurdum modo sed exitiale commentum,
quo vir ille false turgidus et novitatis nimium cupidus, ortodoxæ fidei
principia labefactare conatus est_: e più che ragioni diresse contro di
lui Orichovio nella _Chimera_, dove insiste perchè il re di Polonia
stermini sì fatti novatori.
Da Candia, dominio di Venezia, era Cirillo Lucar, che in Italia e in
Germania avuto contezza della Riforma, dissimulò, finchè gradi a gradi
divenuto patriarca d'Alessandria, poi di Costantinopoli, cominciò a
sparnazzare le novità. Se n'avvidero i vescovi e preti, e lo fecero
relegare a Rodi; ma coll'appoggio dell'Inghilterra e dell'Olanda
ristabilito, pubblicò un catechismo calvinico, col quale eccitò
turbolenze, che la Porta sopì col farlo strangolare. Diversi sinodi
anatemizzarono lui e le sue dottrine.
Fra i nostrali possiam contare Francesco Lismanin di Corfù francescano,
confessore di Bona Sforza regina di Polonia e suo predicatore in
italiano. Alla cheta diffuse a Cracovia le dottrine riformate,
innavvertito finchè Lelio Soccino nol persuase d'andar in paesi
dissidenti. Visto che il re Sigismondo Augusto inclinava alla Riforma,
rimase per saldarlo in tal disposizione, e ricevette da lui l'incarico
di viaggiare per informarsene. Vide Italia, Svizzera, Ginevra, Parigi
col pretesto di comprar libri per la biblioteca di quel re; tenne
corrispondenza coi caporioni, ma poichè prese moglie, il re di Polonia
n'ebbe sdegnò, nè più volse udire di protestantismo. Questo però erasi
diffuso in Polonia, e il primo sinodo ivi tenuto scrisse al Lismanin,
allora in Isvizzera, pregandolo di tornare. In fatto nel 1556 egli
v'andò, e vi stette nascoso come proscritto, sinchè gli fu ottenuta la
grazia.
I credenti di colà stavan allora divisi fra lo Stancario che sosteneva
Gesù Cristo non esser mediatore secondo la natura divina, e Paolo
Gonesio che sosteneva la preminenza di Dio padre. Il Lismanin ebbe
colloquj col Biandrata nel 1558, e d'allora cominciò a dubitar della
Trinità, e come ariano fu denunziato al concistoro di Cracovia;
scoppiati i dissensi, egli cercò metter concordia, consigliando
attenersi ai quattro Padri della Chiesa, dei quali fe un centone, che
potea però servire a qualunque partito.
Ritiratosi a Königsberg in Prussia, visse miserabile finchè gettossi in
un pozzo il 1563.
Meglio registriamo fra i nostri Jacobo Paleologo, nato il 1520 in Scio
dalla famiglia ch'era stata imperiale, educato in Italia, ove bevute le
nuove opinioni passò a professarle in Germania. Ma come eterodosso non
era accettato, sinchè fermossi in Transilvania, e nel 1569 successe a
Giovanni Sommer qual rettore del ginnasio di Clausenburg. Fausto Soccino
gli mosse guerra perchè seguace delle sovversive dottrine di Budneo; e
perdurando in quelle, fu arrestato dai magistrati e consegnato
all'Inquisizione di Roma, dove venne condannato al fuoco nel 22 marzo
1585. Se credessimo al Ciappi nella vita di Gregorio XIII, davanti al
supplizio si sbigottì, e chiese tempo a pentirsi, onde ricondotto in
prigione, compose opere pie e dotte. Il fatto non consta da altri. Fra'
costui opuscoli ricorderemo quel _de Magistratu politico_, ove sostiene
che Gesù Cristo non abrogò le magistrature civili, e un cristiano può
esercitarle. Confutato da Gregorio Pauli in nome del sinodo di Racow,
egli fece una risposta, alla quale Soccino oppose la _Defensio veræ
sententiæ de magistratu politico_ (Losc, 1580).