Qui non doveano limitarsi i dissensi; e i nostri, non solo contribuirono
ad estendere altrove la Riforma, ma ne dedussero più rigorose
conseguenze, e alla dottrina antropologica, fondo di tutte le eresie
d'Occidente, surrogarono la cristologica quale in Oriente; al deismo
epicureo il deismo razionale.
Lutero, sovvertendo gli ordini e i riti cattolici, e rompendo la
tradizione, aveva mantenuto molti dogmi e la gerarchia e il canone
dell'autorità, pur rendendola servile al potere temporale, giacchè,
ripudiata la scomunica, sol colla spada potea mantenere quell'unità di
fede che egli veniva a spezzare; non fece dunque che diroccare
l'ecclesiastica gerarchia, a segno che più volte si sperò una
riconciliazione. Calvino da quest'inerte uffizialità avventossi alla
critica, negando addirittura la Chiesa nel senso mistico, e facendola
sparire in faccia all'individuo, per modo che s'affondasse un abisso fra
la divinità e i supplicanti: ma neppur egli negò tutti i dogmi e la
divinità del Cristo, e ancora la Bibbia come rivelazione pareva il porto
contro i dubbj dell'intelletto e le tempeste del cuore. Furono italiani
che compirono la doppia dissoluzione della disciplina e della gerarchia,
col repudiare le fondamentali verità; e in nome dell'illimitata autorità
della ragione impugnando l'idea stessa, l'ontologia cristiana,
sostituendovi il nominalismo e il sensismo, mascherato di razionalità, e
solo temperato da quei rudimenti o simulacri ideali, che i dotti Gentili
aveano salvato dal naufragio delle verità primitive. Nè credansi gente
di stola e di tonaca: ma giureconsulti e medici, che nella Bibbia non
trovando espresso il dogma della Trinità, lo impugnarono, a guisa degli
antichi Ariani negando la divinità di Cristo, la consustanzialità del
Verbo, ed altre invenzioni (diceano) de' sofisti greci. Qual bisogno
avea Dio di far tanti circuiti per salvarci? un atto della sua volontà,
e i nostri peccati erano rimessi. Quanto all'istruirci, bastavano le
dottrine e gli esempj d'un uomo pieno di Spirito Santo, senza che fosse
Dio. Il Cristo è colui che sublimò l'umanità al più elevato sviluppo
religioso.
Forse ne dubitavano l'Ochino ed altri Riformati, e probabilmente la
Società di Vicenza, della quale discorreremo. A questa apparteneva
Giovan Valentino Gentile, figlio del medico Matteo Gentile da Cosenza,
che per seguire le idee nuove era spatriato. Valentino professò a
Ginevra, e in un libro dedicato al re di Polonia diceva: «Trinità è
parola che non leggerete mai nella Santa Scrittura o ne' simboli
cattolici, nè quelle parole affatto umane di ομουσιον, persona, essenza,
ipostasi. V'è un Dio uno e solo: egli solo è αυτοθεος, che nel Cristo
suo figlio infonde la propria divinità; Cristo è la sua immagine: è il
simbolo della gloria del Padre; è Dio ma non per se stesso: così lo
Spirito Santo, che è la potenza divina messa in azione. Padre, Figlio,
Spirito Santo son distinti di persona e di essenza e di grado. Calvino
adora una quaternità invece d'una trinità, perocchè insegna che, rimossa
l'ipostasi, rimane sempre la divinità, e che ciascuna persona è
veramente Dio; onde son quattro dei»[499].
Poichè questa pretesa contraddizione della trinità coll'unità, fatta
cardine della dogmatica di Maometto, impiglia le semplici menti,
rifletteremo che la pura unità non è adequata a Dio. Dicendosi _uno_,
domandasi qual _uno_, che cosa _una_? Si risponde: un Dio; ed è già
qualcosa più che la semplice unità; è l'unità con elementi reali,
necessarj a un ente vivo e operante; mentre l'unità è un'astrazione, che
ha realtà soltanto nello spirito che la concepisce; è cosa negativa,
morta. Ma Dio non è una astrazione, una generalizzazione, un teorema
dello spirito umano; bensì un Dio vivo e vero, che esiste per sè e in
sè; indipendente, autonomo. Vivere è operare; viver eternamente è
operare eternamente, onde i teologi chiaman Iddio _actus purissimus_.
L'atto ha per condizioni essenziali un principio, un mezzo, un fine.
Perciò l'unità, come ente attuale, operante in eterno, deve racchiudere
i tre rapporti di principio, mezzo, fine; che sono quelli che la
teologia cristiana chiama Padre, Figliuolo, Spirito Santo. Questi tre
rapporti sono indispensabili onde percepir l'unità come Dio vivo e vero;
onde il concetto fondamentale di Dio trino è essenziale all'idea di Dio
uno. Qui non c'è l'assurdo dell'uno che fa tre; nè l'unità è infirmata,
giacchè la trinità non afferma tre Dei, ma un triplice rapporto
interiore nell'essenza intima d'un Dio unico, in virtù del quale esso è
Dio uno, attuale, vivente: è, vorrei dire, il contenuto vivente della
sua unità, senza del quale sarebbe un'astrazione vuota.
Calvino perseguitò d'invettive Valentino Gentile, come uom da nulla, il
quale porge a bevere il fango che attinse alla pozzanghera di
Serveto[500], e al gusto corrotto vuol persuadere sia dolce liquore e
buona bevanda. Ma l'antitrinitarismo diffondeasi per la Svizzera e ne'
Grigioni: e a Lione v'avea poeti che sponeano in versi le dottrine di
Valentino. Perchè dunque l'uniformità, almeno a Ginevra, non fosse
compromessa, Calvino stese un formulario che la Chiesa italiana di colà
dovea giurare, contenente la più ortodossa definizione di quel mistero,
e la promessa di non intaccarla direttamente o indirettamente.
Firmaronlo cinque italiani, sette ricusarono, fra cui Andrea Ossellani,
Marco Pizzi e Valentino, il quale però, non disposto a morir come
Serveto, l'accettò poi, ma presto tornò a insegnar le sue fantasie e
diceva: «Confesso che il Dio di Israele, che le sante carte ci
propongono pel solo vero Dio, e che ventosi sofisti negano abbia un
figlio, è il padre di nostro signor Gesù Cristo; e questo, da lui
mandato, in quanto è la parola, è il vero e natural figlio del Santo Dio
padre onnipotente»[501].
Calvino il fece buttar prigione come spergiuro ed eretico, ed esso
pregava Dio illuminasse i suoi giudici e stendeva apologie, ma Calvino
rinfacciavagli: «Dal tuo ultimo scritto fummo chiariti che hai lo
spirito depravato, pien d'intollerabile orgoglio e di natura velenosa,
eretico ostinato. Ripeti quanto vorrai che riconosci Cristo per vero
Dio: se solo il suo padre è Dio, è il Dio d'Israele, tu lo rigetti
apertamente dal posto ove collochi il Padre solo».
Valentino si ritrattò pienamente, e i giudici sentenziarono: «Benchè la
malizia e cattiveria che usasti meriti che tu venga sterminato d'infra
gli uomini come seduttore, eretico e scismatico, avendo però riguardo al
tuo ravvedimento, noi ti condanniamo ad essere spogliato in camicia, e a
piè nudi e testa scoperta con un torchietto acceso in mano,
inginocchiatoci davanti, chieder perdono a noi e alla giustizia,
detestando i tuoi scritti, che ordiniamo tu ponga di propria mano nel
fuoco, come pieni di perniciosa menzogna». Il 2 settembre 1588 Valentino
girò in quest'assetto pei trivj facendo ammenda, e giurò non uscir di
città: ma appena il potette fuggì in Savoja presso il medico Matteo
Gribaldi, ove il seguirono Paolo Alciato e il Biandrata[502]. Appena
fuori, gli _scintillò ancora la verità_, il solo padre della parola
essere il Dio d'Israele; e perchè il balio di Gex l'obbligò a far una
professione della sua fede, egli finse ricever quest'obbligo come
un'ordinanza, e la fece stampare dedicandola al balio stesso, che perciò
cadde in sospetto. Valentino andò predicando i suoi canoni in Francia, e
in Polonia, donde uscì quando quel re, nel 1566, bandì gl'insegnatori
delle nuove dottrine, fu in Moravia ed a Vienna, poi essendo morto il
suo grand'avversario Calvino, credette poter tornar impunemente in
Isvizzera. Ma avendo con ciò rotto il bando, fu côlto l'11 giugno 1566,
e dopo regolare processo, decapitato a Berna. Andando al supplizio
dicea: «Gli altri han dato il sangue pel Figlio; io son il primo che
avrò l'onore di versarlo per la suprema gloria del Padre»[503].
Gian Paolo Alciato milanese, che morì a Danzica, da Austerlitz scrisse
due lettere nel 1564 e 65 a Gregorio Paoli, in sostegno della dottrina
unitaria, per le quali dal Beza era detto «uom delirante e vertiginoso»;
da Calvino «ingegno non solo stolido e pazzo, ma frenetico sin alla
rabbia»[504]. Son della scuola stessa l'abbate Leonardo, Nicolò Paruta,
Giulio da Treviso, Francesco da Rovigo, Giacomo da Chiari, Francesco
Negri. L'Alciato, l'Ochino, il Biandrata furono tra i diciassette
teologi, che il waivoda Radzivil adoperò per tradurre la Bibbia (_Biblia
swieta, tho iest ksiegi stárego y noweyo zakonu ecc._, 1563).
Matteo Gribaldi detto Moffa, da Chieri, legista reputato, professò in
Francia e Spagna, indi chiamato a Padova nel 1548 collo stipendio di 800
e poi di 1100 fiorini, vi acquistò tal fama, che la sala non bastava
agli ascoltatori. Mal dissimulava le proprie opinioni, favorevoli ai
novatori, finchè sospettato autore del libro che dicemmo stampato a
Basilea nel 1550 ove si descriveva la morte di Francesco Spiera, fuggì.
Antichi suoi discepoli il presentarono a Calvino, e questo,
sospettandolo infetto dell'eresia unitaria, per la quale egli allora
faceva processare Serveto, ricusò riceverlo, nè assentirgli tampoco un
colloquio, temendo non parlasse a favore delle dottrine accusate.
Bruciato poi il Serveto, l'invitò a una conferenza, ed esso vi si
condusse; ma perchè l'intollerante eresiarca negò stendergli la mano, e
voleva costringerlo alla professione di fede, egli credette più sicuro
passare a Tubinga, indi a Berna; ma quivi pure perseguitato come
antitrinitario da Calvino, benchè si ritrattasse, dovè partirne, nè
sembra vero che prima di morire tornasse cattolico[505].
Suo discepolo era Giulio Pacio cavaliere vicentino (1550-1635), portento
di sapere in fanciullezza. Fuggito con altri compatrioti a Ginevra, vi
sposò una delle profughe lucchesi, ed ebbe cattedra di legge colà, poi
ad Eidelberga, a Sedan, a Nimes; ed era a gara disputato dalle
Università di Francia e d'Italia per le opere sue di diritto e di
filosofia, ora cadute in dimenticanza. A Montpellier ebbe scolaro il
famoso Peiresc, il quale faticò per tornarlo cattolico, ottenendogli
qualche cattedra ben proveduta. Dopo molti anni abjurò in fatto; allora
a Padova insegnò diritto civile, poi conseguì di tornar a Valenza, ove
morì. In un'elegia latina diede il compendio della propria vita.
Risoluti antitrinitarj furono i sienesi Dario Soccino e i suoi fratelli,
Alberico che professò giurisprudenza a Oxford (-1608) con eleganza ed
erudizione[506]; e Scipione che dettò ad Eidelberga e altrove, e
latinizzò i due primi canti della _Gerusalemme Liberata_ appena usciti.
Lelio Soccino nel 1546 ancor giovanissimo fu ammesso nell'Accademia di
Vicenza, ove tenea conferenze per ispiantar la credenza in Cristo; e per
cogliere meglio il senso della Bibbia, studiò il greco, l'ebraico,
l'arabo. Vedendo pericoloso manifestar in patria credenze particolari,
ne uscì, e per quattro anni viaggiò la Francia, l'Inghilterra, i Paesi
Bassi, la Germania, la Polonia; da ultimo si fissò a Zurigo. Poichè i
primi riformati abborrivano dalle dottrine unitarie, Lelio finalmente le
ascose in modo da passare per un dei loro ed esser caro a Melancton e ad
altri caporioni. Egli domandava a Calvino: «Maestro, _quid_ d'un
cristiano che si sposò a una cattolica?» E Calvino rispondea: «Non è
permesso a un cristiano unirsi a donna che disertò il Cristo. Ora tutti
i papisti sono in tal caso: papista e musulmano è tutt'uno»[507].
Ma Calvino ne subodorava i dissensi, e gli scriveva nel 1552: «Quel che
v'ho detto già altra volta or ve lo ripeto sul serio; se non correggete
cotesto prurito d'indagine, temete di incontri gravissimi». L'avviso e
il supplizio di Serveto insegnarono a Lelio a dissimulare, onde continuò
ad esser ben voluto fra persone di sensi diversissimi. Abbiamo lettera
di Pietro Paolo Vergerio, da Vicosoprano, 20 giugno 1552 al Pellicano,
dove fra altro gli dice: «Il nostro Lelio meco dimorò per tre settimane,
poi se n'andò a suo padre, ma so io traverso a quanti pericoli. Dio lo
scampi». Bullinger, sempre conciliativo, ben l'accolse, ma Giulio da
Milano scriveva a questo da Poschiavo il 4 novembre 1555: «Mi dici che
Lelio, sospetto a noi, e da molti buoni fratelli tenuto apertamente per
anabattista, a te fece una buona confessione, e sottoscrisse alla sana
dottrina che fu sempre nella Chiesa cattolica; e mi esorti a tenerlo
come purgato da ogni sospetto. Ti bacio per lo zelo che hai della casa
di Dio, e fra noi l'ecclesiastica tua autorità è di tal peso, che ci
soddisfa ciò che soddisfa te; onde farò che le nostre chiese tengan
Lelio per fratello, sebbene non facilmente si dissiperà la macchia. Ma
prego il Signore che Lelio creda come a te confessò. Non volevo; ma per
cautela tua ti narrerò che Lelio tenne mano con Camillo Renato, a segno
che, abbandonata la verità cattolica, non vergognò a Chiavenna, a
Ginevra e altrove professarsi anabattista; e credo che tu non ignori
l'astuto e tortuoso ingegno di Camillo, che ogni dì più si palesa; nè
puoi credere quanto flessibile sia, e con quante tortuosità questo serpe
ci sfugga, se non si tenga bene. Ma che dico di Camillo, se tutti gli
anabattisti sono di tale perfidia che non temono soffiare or caldo or
freddo?[508]».
Con alcuni pochi, e massime italiani profughi, Lelio manifestavasi e coi
parenti suoi a Siena. Disgustato dell'intolleranza di Calvino, scrisse
_De hæreticis quo jure, quove fructu coercendi sunt gladio vel igne,
dialogus inter Calvinum et Vaticanum_, opuscolo senza nome d'autore nè
di stampatore, ma fatto nel 1554[509]: poi in Polonia professò
apertamente le dottrine antitrinitarie, alle quali convertì Francesco
Lismanin confessore della regina Bona Sforza.
Sigismondo I re di Polonia avea mostrato devozione ai papi, massime a
Leon X, supplicando questo a metter pace fra i principi onde respinger i
Tartari, i Moscoviti, i Turchi, molesti al suo regno. Si oppose alla
Riforma, proibendo ai giovani di frequentar le Università di Germania, e
dichiarando incapaci quei che l'abbracciassero: ma ve la diffusero
l'opera del mantovano Stancario e l'esempio del marchese di Brandeburgo,
gran maestro dell'Ordine teutonico, il quale apostatato, fondò quel che
poi divenne regno di Prussia. Paolo III mandò in quel regno Giovan
Angelo Medici che fu poi Pio IV, commissario dell'esercito pontifizio
contro Turchi e Luterani. I Polacchi, per benemerenza al gran re,
aveangli permesso di elegger successore il figlio Sigismondo Augusto I,
natogli da Bona Sforza; il quale, per non inimicarsi i signori,
condiscese alle nuove dottrine, propagatesi principalmente a Danzica, in
Livonia e in molti palatinati: nè sì tardò a ottenere, che, ne' _pacta
conventa_ offerti al re, vi fosse la tolleranza degli Ussiti, Luterani,
Sacramentarj, Calvinisti, Anabattisti, Ariani, Sociniani, Antitrinitari,
Triteisti, Unitarj.
A Sigismondo Augusto il Soccino era stato raccomandato da Melancton:
sicchè ben accolto da lui e da' gentiluomini polacchi, ne ottenne
lettere di raccomandazione pel duca di Firenze e pel doge di Venezia
onde poter venire a raccogliere l'eredità di suo padre (1559),
contrastatagli per le relazioni sue cogli eretici. Ma fu in quel tempo
che la sua famiglia andò dispersa, come diremo, ond'egli tornò in
Isvizzera e morì a Zurigo il maggio 1562. Aveva composto nel 1561 una
parafrasi del capo I di san Giovanni, spirante arianesimo[510].
Fausto Soccino, nipote e allievo di Lelio, nacque a Siena il 5 dicembre
1539; bello scrittore, parlator facile, gentile di modi, studiò
giurisprudenza, poi le scienze a Lione; e udita la morte dello zio,
corse in Polonia per raccorne i libri, e vi fu accolto come predestinato
a metter l'ultima mano alla dottrina ariana. Per allora tornò in patria,
e stette dodici anni presso la Corte di Firenze in onorevoli impieghi:
poi quando i suoi parenti furono perseguitati, si mutò a Basilea nel
1574, malgrado le dissuasioni del granduca; studiò teologia, riducendola
a senso diversissimo dall'abituale; e pubblicò opere anonime, come de
_Jesu Servatore_; ma per una disputa avuta con Francesco Pucci nel 1578
dovette partirsene. Allora fu chiamato in Transilvania e Polonia, dove
l'eresia antitrinitaria erasi radicata, e poichè Sigismondo Augusto avea
concessa libertà di religione a chiunque fossesi staccato dal papismo,
poterono far quivi professione aperta quegli Unitarj che altrove erano
bruciati; e presto a Cracovia, per cura di Gregorio Pauli, formarono una
congregazione distinta, con collegio, stamperia, annuo sinodo, e
seguitarono a prosperarvi sin al 1658 quando vennero espulsi.
Ma fra gli Unitarj medesimi v'avea scissura. Figurava tra essi Giorgio
Biandrata d'illustre famiglia saluzzese, dottore nell'Università di
Montpellier, poi di Pavia, che scrisse intorno all'ostetricia e alle
malattie muliebri quel che di meglio fin allora si fosse fatto, e senza
conoscere nè il commento del Berengario nè le opere del Pareo. Chiesto a
curare Giovanni Zapoly, waivoda della Transilvania, lo portò al grado di
prender in moglie Isabella, figlia di Bona Sforza regina di Polonia,
alla quale e al bambino, nato poco prima della morte del padre, prestò
utilissimi servigi. Non pare giusto annoverarlo fra gli espulsi da
Vicenza[511], attesochè nel 1552 lo troviamo a Mestre, senza disturbi:
di là pare fuggisse a Ginevra, dove udendo Calvino, lo stomacava con
continue quistioni, e mentre un giorno mostravasene soddisfatto, eccolo
al domani tornar alla carica come cosa nuova. Di che sdegnato, Calvino
gli disse: «Il tuo volto mi palesa il mostro sottile che occulti in
cuore», e più fiate lo rimbrottò aspramente perchè correggesse la
perfidia e le fallacie e le tortuose frodi, delle quali era stanco[512].
Il Biandrata proponea le sue difficoltà anche a Celso Martinengo,
ministro della Chiesa italiana, sempre con eguale incontentabilità. Da
Calvino eragli stato promesso dimenticar il suo fallo, ma mentre
assisteva a una lezione di questo, visto entrar un berroviere della
repubblica, dubitò si volesse imprigionarlo; e fingendo sangue di naso,
fuggì a Zurigo, poi fu capo d'una chiesa istituita da Nicola Olesnieski
signor di Pinczowia. Quando poi Sigismondo Augusto spalancò la Polonia
agli eretici, Giorgio si trasferì a Cracovia, assistette a due sinodi,
collaborò collo Stancario alla traduzione polacca della Bibbia sotto la
protezione di Nicola Radziwil, gran cancelliere di Lituania; fatto
anziano delle chiese dipendenti da Cracovia, sostenne calorose dispute,
tenuto come colonna dagli Antitrinitarj, e da quel re fatto archiatro e
consiglier intimo. Il Radziwil lo deputò al sinodo di Xians con lettere
commendatizie e con seicento scudi da offrire, come pure al sinodo di
Pinczowia, dove esibì una confessione di fede, che parve ortodossa,
professando creder a Dio uno e alle tre ipostasi distinte, e all'eterna
divinità e generazione di Cristo, e alla processione dello Spirito
Santo. Eppure Calvino l'avea posto in mala vista, e scrivea molte
lettere ai fedeli di Polonia perchè cacciasser il Biandrata: _nullus est
apud alias gentes: vos admiramini non secus atque angelum e cœlo
delapsum. Vestras delicias minime vobis invideo_[513]. Lo taccia anche
di barbaro stile, senza troppa ragione.
Turbato dall'insistente persecuzione di Calvino, nel 1563 migrò in
Transilvania dove lo invitava il principe Giovanni Sigismondo; divenne
archiatro e consigliere intimo di Stefano e Cristoforo Batori, e a lui
Soccino dedicò la seconda sua risposta a Volano.
Nel 1566 sostenne al cospetto di tutta la Corte una disputa pubblica,
appoggiato da Francesco David; ma questi l'oltrepassò bentosto, non solo
negando che Cristo è Dio, ma volendo non fosse adorato; lo perchè il
Biandrata gli si inimicò. E già la Polonia era invasa da un'infinità di
sètte: per metter qualche rimedio alle quali il Biandrata chiamò Fausto
Soccino. Non tardò a guastarsi anche con lui, il quale confessa che il
Biandrata avea reso molti servigi alle loro chiese, ma che, per
ingraziarsi re Sigismondo Augusto, non solo s'intepidì nel favorire gli
Unitarj, ma blandì i Gesuiti. Tant'è antico il tacciar di gesuita
chiunque dissente dall'opinione del giorno, foss'anche un
antitrinitario! Parve in fatti non si fosse staccato decisamente dal
cattolicismo, a segno che la Corte polacca l'adoperò in varie
nunziature: gli avversarj lo imputarono d'avarizia; dissero morì
d'indigestione, o soffocato da suo nipote Bernardino; nel che Soccino
vede «un giustissimo giudizio di Dio, che usa gran severità contro
quelli che abbandonano la sua causa per interessi umani».
Il Graziano, nella vita del cardinal Commendone, ritrae al vivo gli
scompigli nati in Polonia per le discordie fra re Sigismondo Augusto e
Bona Sforza sua madre, e l'insinuarsi delle opinioni erronee. _Ex
Germania, Gallia, Italia corruptores aderant, ac prohibente nemine, et
inanissime quoque dictis applaudente, sua quisque somnia venditurus,
cœtus æmulantium studia profligatæ dottrinæ habebant, et licentia linguæ
grassabantur. Eodem Bernardinus Ochinus confugerat, et præter cœteros
magno concursu et assensu audiebatur etc_.
Esso Commendone al cardinale Borromeo scrivendo il 6 luglio 1564, dopo
narrato del libro del Sarniscki calvinista, soggiunge: «Monsignor
Varmiese ebbe jeri avviso di Posnania che lì s'intendeva per lettere
dell'arcidiacono di Cracovia come frà Bernardino Ochino era venuto in
Cracovia, e che apertamente si era accostato a' Trinitarj, e che
apportava di più non so che altro dogma di poligamia». E da Parzow il 28
febbrajo 1565: «Gli eretici di questo regno, vedendosi fra loro così
divisi, per far pruova se possono in qualche modo ridursi tutti sotto
una setta, ed unirsi insieme contro i Cattolici, jeri ed oggi nelle case
di tre principali eretici hanno fatto tre conventicole di
Confessionisti, di Sacramentarj e di Trinitarj, e preso partito di
tentare se possono per qualche via accordarsi con gli altri. Io da un di
loro, il quale vacilla alquanto, e suole venir da me talvolta, ho inteso
come, la state passata, essi Trinitarj avevano risoluto di far un
conciliabolo generale in Polonia, al qual fine erano venuti a Cracovia
di Transilvania il Biandrata, di Moravia l'Alciato, il Statorio
(Stancario?) e il Gentile, e di Germania l'Ochino: ma dagli editti fu
poi interrotto questo loro disegno, e i sopradetti furono costretti
fuggirsi fuori del regno, eccetto l'Ochino, il quale fu intrattenuto
secretamente, finchè uscendo anch'esso ultimamente dal regno, se n'è
morto in Slesia».
Anche il cardinale Osio, scrivendo a Nicola Cristoforo Radziwil intorno
alle infinite sette pullulanti in Polonia, soggiunge: _Fortasse non
ignoras in dubium nunc revocari (quod etiam apud et ethnicos facere
capitale fuit) num sit Deus qui rerum humanarum aliqua cura tangatur.
Ausus est hanc quæstionem tractare B. Ochinus, unus omnium impurissimus
hæreticus, qui simul et inimicum et defensorem agit: qui plurimis etiam
blasphemiis scatentes de sancta Trinitate dialogos edidit, quos patri
tuo dicare veritus non est. Vides igitur ad quod extremæ barathrum
impietatis ventum sit postea quam ab unitatis cathedra discessum est_
(da Colonia 1584).
E nuova confusione vi portò Fausto Soccino, passato in Polonia nel 1579,
perocchè dalle carte dello zio aveva tratto fuori un altro simbolo che
differiva in punti essenziali dagli Unitarj polacchi. Secondo i numerosi
suoi scritti, bene aveano meritato Lutero e Calvino, ma non abbastanza,
giacchè era mestieri sbrattar la fede da ogni dogma che trascenda la
ragione. La Bibbia è d'origine divina, e voglionsi prendere in senso
letterale i passi che si riferiscono a Cristo; il quale a Dio, unico
d'essenza come di persone, è inferiore soltanto nella maestà e potenza,
che esso acquistò colla morte, coll'obbedienza e colla risurrezione.
Concepito per opera dello Spirito Santo, e perciò detto Figliuol di Dio,
prima di assumere il ministero di maestro degli uomini fu rapito al
trono di Dio, ove ricevette gl'insegnamenti, perciò tanto sublimi. In
premio della sua obbedienza fu, dopo morte, elevato alla dignità divina,
con dominio sopra tutte le cose terrene e celesti. A lui possiamo
ricorrere dunque con fiducia, e dobbiamo adorarlo come Dio. Con ciò
opponevasi agli Unitarj transilvani; e in fatto nel catechismo di Racow
fu scritto: «Non è degno del nome di cristiano chi non rende a Gesù
Cristo onori divini».
Ad ogni modo costituivasi un Dio subalterno, al quale in un dato tempo
il Dio supremo cedette il governo del mondo[514]. Cristo non è più il
verbo incarnato, Dio rivelato agli uomini, per condurli sulla strada del
cielo, la ragion metafisica del mondo, l'inesausta sorgente della virtù;
egli non opera direttamente sull'uomo, il quale si conduce colle proprie
forze. L'uomo fu mortale prima della caduta; altrimenti Cristo, abolendo
il peccato l'avrebbe sottratto alla morte; non si trasmette colpa
originale. L'uomo è di libero arbitrio, tanto che l'onniscienza divina
non abbraccia le azioni umane; e la dottrina del predestino sovverte
ogni fede. La giustificazione non è più che un atto giuridico, pel quale
non è dichiarato giusto perchè tali il rendano le opere sue, fatte in
obbedienza de' divini precetti; Cristo non soddisfece pei peccati degli
uomini, poichè Dio gli avea perdonati anche prima di lui: la sua Grazia
non esiste, altrimenti pericolerebbe la moralità; il battesimo d'acqua è
meramente atto allusivo all'iniziazione; è cerimonia come la Cena. Lo
Spirito Santo è la forza ed efficacia dell'Altissimo. L'uomo arriva a
discerner il male e il bene da sè, e dall'istruzione trae l'idea di Dio
e delle cose divine. Dicesi immagine di Dio in quanto signoreggia le
bestie; — concetto il più basso che mai siasi dato alla somiglianza fra
Dio e la più nobile creatura[515], e che non ispiega come l'uomo, appena
Iddio gli si manifesta, immediatamente sia capace di comprenderne
l'esistenza. E sempre in Soccino l'idea religiosa è secondaria e
d'acquisto, primeggiando l'idea morale a cui essa dee servire; a tal
punto che de' libri sacri non sì riterrà nulla che contraddica alla
nostra intelligenza[516].
Il Soccino fu dunque il vero e risoluto eresiarca, poichè non rispettò
limiti nel proclamare i diritti della ragione: Lutero e gli altri aveano
secolarizzato la religione, egli secolarizzò Dio; e se anche non osò
apertamente sbandire il soprasensibile, negò tutti i dogmi, insegnò a
scredere, fu il padre del razionalismo, che è l'eresia de' tempi nostri.
Fausto Soccino insegnava anche errori sociali, ed esagerando la dottrina
della mansuetudine evangelica e del perdono, negava non solo la
legittimità della guerra, ma quella pure di qualsiasi magistratura che
potesse recare a una coazione qualunque. Chi denunziasse un'ingiustizia
o una violenza fattagli, commetteva un atto di vendetta, repugnante alla
pratica generosa della morale cristiana: perocchè Cristo nel sermone sul
monte avea detto: «Sapete che fu scritto, occhio per occhio, dente per
dente. Io vi dico, Non resistete al male; e se alcuno vi batte la
guancia destra, presentategli anche l'altra».
Questa dottrina fu sostenuta da' suoi discepoli, portandola a negar il
diritto penale, e principalmente la morte. S'appoggiavano essi a un
celebre passo di Lattanzio, che proscrive e la guerra e la denunzia dei
delitti[517] e Ostorod, teologo de' più reputati in quella setta,
appoggiandosi al Nuovo Testamento, proclamò che il magistrato cristiano
pecca mandando al supplizio i malfattori. Schmalz vi aggiunse questo
riflesso, che l'uccisione del colpevole può produrre la perdita della
sua anima: Weigel diffuse quest'insegnamento in popolari istruzioni; e
tutti i dottori di quella setta impugnarono la legittimità della pena di
morte: Cristo perdonò all'adultera e rimproverò san Pietro che aveva
adoperato la spada; e san Paolo disse che armi de' Cristiani devon
essere solo le spirituali, non la spada e la forca[518].
Oltre i teologhi cattolici, queste massime furono impugnate da Benedetto
Carpzovio, giureconsulto lodato di Wittemberg (1595-1666), che nella
_Practica Criminalis_ pone il castigo come necessario a preservare la
società, e confutando i Socciniani, allega i tanti passi della Bibbia
ove la pena estrema è comandata o inflitta da santi personaggi. Nulla di
ciò ritrova nel Nuovo Testamento, ma poichè vi si ordina di obbedire
alle potestà, basta l'esser la pena di morte ordinata da tante leggi
umane[519].
Isabella dei Medici e suo fratello granduca aveano sempre impedito che i
beni di Fausto Soccino fossero staggiti dall'Inquisizione, col solo
patto non mettesse il nome a' suoi libri, che in fatto uscirono anonimi,
o coll'anagramma di _Felix Turpio Urbevetanus_. Andrea Wissovatius, suo
nipote, ne pubblicò le opere nella _Bibliotheca fratrum polonorum_,
1636, 6 volumi in-fol. Del 27 eransi stampate a Cracovia _Prælectiones
theologicæ Fausti Soccini senensis_.
Gravi contraddizioni suscitarono a Fausto le sue dottrine. Protetto da
alcuni signori, sposò Agnese, di buona casa, che poi perdette nell'87. I
suoi avversarj eccitarono contro di esso il popolo di Varsavia, che lo
trascinò per le vie; a gran fatica salvato, ritirossi in un oscuro
villaggio, ove morì il 3 marzo 1604, e gli fu posto per epitaffio,
_Tota licet Babylon destruxit tecta Lutherus,_
_Calvinus muros, sed fundamenta Soccinus._
In fatti la Riforma non era riuscita che a toglier le anime al papa per
darle a un re o ad un concistoro o ad un pastore. Solo il Soccianismo
impiantò l'autonomia della ragione; e ne derivano Cartesio, Spinosa,
Bayle, Hume, Kant, Lessing, Hegel, Bauer, Feuerbach: Straus e seguaci,
negando il Cristo positivo e surrogandone uno ideale, non fecero che
aggiungere al concetto socciniano l'elaborazione scientifica, propria
dell'età moderna: la bestemmia arcadica di Renan e la piazzajuola del
Bianchi-Giovini e d'altri italiani ne derivano, togliendo la suprema
questione, la chiave della storia, della vita, della morte,
dell'avvenire, l'intelligenza del mondo misterioso.
I Socciniani, come i seguaci di Lutero, si annunziavano quali
restauratori del primitivo cristianesimo, nell'assumer la Santa
Scrittura per unica regola di fede e norma delle azioni. Lutero dalla
Bibbia eliminando quel che non gli garbava, conservò i dogmi della
Trinità, del peccato originale, dell'incarnazione e divinità di Cristo,
il battesimo, l'eucaristia. Soccino levò tutto. Il luteranismo avea dato
prevalenza all'elemento divino; il soccianismo all'umano; Luterani e
Riformati esagerarono il peccato ereditario; i Socciniani nol
riconobbero.
Secondo quelli, Iddio solo opera la giustificazione, restando l'uomo
interamente passivo: secondo gli altri, l'uomo solo è attivo, e per se
stesso si eleva e perfeziona, nè Dio fa altro che rivelargli la sua
dottrina. Pei Protestanti il Salvator divino venne in terra onde
ricomprarci col suo sagrificio; pe' Socciniani è un uomo, che fu mandato
in terra a dar agli uomini una nuova dottrina, ed esibir in se stesso il
modello da imitare. I Protestanti, fidando interamente nella Grazia,
disprezzano la ragione: i Socciniani proclamano continuamente la ragione
e i suoi diritti sopra ogni mistero, la sua competenza a schiarire la
folta nebbia che involge le sante scritture. I Protestanti (dice il
Gioberti) presero dagli scritti pagani gli accessorj e la facondia: i
Soccini ne rinnovarono sostanzialmente gli spiriti e le dottrine.
Ripudiando il sovrintelligibile ideale e rivelato, oscurano
l'intelligibile per necessità di logica, gli tolgono quella purità e
perfezione che ridonda dai dettati evangelici; riducono la sapienza di
Cristo all'angusta misura di Socrate e di Platone: all'idea splendida e
adeguata della cristianità cattolica surrogano l'idea manca e caliginosa
della filosofia gentilesca. Serbano soltanto in sembianza le verità
sovrarazionali della rivelazione per mettere un'armonia apparente fra
l'aristocrazia socciniana e la moltitudine, e formar una dottrina
esoterica a uso solamente del vulgo.
In Siena, dove la famiglia Soccini era da antico illustre per impieghi e
per sapere, ne cercammo diligentemente qualche memoria, ma quasi niuna
ne rimase. Solo dicono appartenesse a quella casa la villa di Scopeto;
pochi anni fa ci frondeggiava un grand'albero, sotto del quale era
tradizione tenessero le loro congreghe i religionarj, e perciò fu fatto
abbattere dalla pia posseditrice. Da quella biblioteca comunale potemmo
ricavare alcune lettere, che, in mancanza di meglio, riferiamo, senza
che occorra avvertivi un gergo d'intelligenza.
«Materiale amatissimo[520]. Non son più che cinque giorni ch'io ricevei
da una medesima mano tre delle tue lettere del 2, del 15 e del 23 di
marzo, alle quali non darò quella piena risposta che tu forse vorresti e
io desidererei, perciocchè io ho da scrivere ancora molte lettere, e il
tempo che m'è dato non è molto lungo. Ti anderò rispondendo per ordine,
cominciando dalla prima, con lasciar dall'un de' lati il dirti che
l'aver tue lettere m'abbia tutto racconsolato, e quasi ritornato in
vita. Credoti, Materiale, tutto quello che mi racconti del dolore che tu
hai avuto di me, cioè di non sapere nè dov'io fossi, nè in che stato mi
trovassi, facendo quei pensieri di me e quei discorsi che tu dici, li
quali non mi fanno saper cosa alcuna di nuovo, perciocchè a troppi segni
ho conosciuto il grand'amore che tu mi porti: ma ti puoi ben pensare et
accorgere dall'altre mie lettere, che non meno sono io stato in pensiero
e in affanno de' casi tuoi, li quali per le tue lettere non solo non
cessano in me, ma s'accrescono molto più dove il pensiero e l'affanno
che tu avevi di me per le mie lettere, è cessato si può dir in tutto; e
dove, quando fosse avvenuto quello, di che ti faceva dubitare l'amor che
tu mi porti, altro non ne poteva riuscire che montasse più che 'l
perdere questa vita corporale. Se avvenisse quello di che mi fa
sospettare la grandissima affezione ch'io ti porto, ne riuscirebbe a te
perdita d'una vita spirituale et eterna, et a me mentre ch'io vivessi
perpetuo e infinito dolore. Laonde se mai desiderai d'esserti appresso,
e se mai conobbi di quanto danno ti sia stato l'essermi io allontanato
da te, ora lo desidero, ora lo conosco. Infelice giorno fu quello di cui
oggi si rinnovella il 2º anno, nel quale fui costretto ad abbandonarti:
ma perciocchè tornerò ben tosto a ragionar teco in questa lettera di
questa parte, seguirò di rispondere ordinatamente. — Quella seconda
dov'erano le composizioni, ti dee a questa ora esser pervenuta alle
mani, ma con tutto ciò non resterò di rimandartela. Dispiacemi che tu
sii fuori di quei concetti che ti porgevano materia di farmi de' dubbj,
e dubito che tu non mi riesca tra le mani a poco a poco un puro
leggista, che sarebbe bene un colmar il sacco da dovero. Credo quel che
mi dici di messer Ascanio da Viterbo, cioè che m'ami assai, ancora ch'io
non sappia che cosa lo possa indurre a questo, avendomi egli conosciuto
in tempo ch'io non avea parte alcuna in me che fosse degna d'alcuna
laude. Quanto alla Befana e il resto che tu mi racconti intorno a quelle
cose che già m'erano tanto grate, me ne passerò leggermente. Ti dirò
solo che mi par che tu abbi voluto far prova della mia fermezza, la
quale con l'ajuto di Dio non scemerà mai, anzi ogni giorno anderà
crescendo. Io posso dir, Materiale — Amor se vuoi ch'io torni al giogo
antico, Come par che tu mostri, un'altra prova Meravigliosa e nova Per
domar me convienti vincer pria. — E quest'è che bisogna ch'egli mi
faccia vedere apertamente, rendendomene chiaro testimonio, che, seguendo
le sue istigazioni e facendomi suo servo, io dopo morte abbia a ritornar
in vita, sì come ha fatto Cristo, ogni volta ch'io osserverò i suoi
comandamenti e mi farò tutto suo: ma perciocchè questo è del tutto
impossibile, impossibil è ancora ch'io mai più ritorni ad innamorarmi di
quella maniera.
«Alla mia impresa ho ritornato il primiero motto, sì come puoi vedere, e
me ne servo non per Delia, ma per soggetto divinissimo, il quale non t'è
nascosto. Dispiacemi che il Benvogliente sia stato egli cagione,
quantunque non sia lontano dalle belle lettere, di ritrarsene; perdonimi
sua signoria, in questa parte non sa dov'egli s'abbia il capo, bisogna
pur ch'io lo dica: e che vale un legista se egli non è tutto ripieno di
belle lettere? o mi dirà, Le belle lettere non son _de pane lucrando_.
Gran mercè a lui: adunque si studia per guadagnare o per divenir grande
e famoso? Messer no, questo non è il vero fine degli studj, ma sì bene
il giovar primieramente con la sua scienza ad altrui, e poi l'aver nelle
lettere come un rifugio in tutti i travagli. Dirà, che cosa può più
giovar al mondo che le leggi e la conoscenza d'esse, per le quali tutte
le città si mantengono in pace e tutte le provincie? E in ciò s'inganna
troppo evidentemente; non è sì vil mestiero al mondo che oggi non sia
più giovevole a tutti comunemente, che la scienza delle leggi civili,
trattata come s'usa ora; anzi non vi ha scienza che sia ricevuta e
approvata, parlo delle scienze umane, che apporti maggior nocumento al
mondo che quella delle leggi civili, trattata da dottori, avvocati,
auditori e simile generazione, nel modo che si costuma in tanti e tanti
luoghi, di che rendono piena testimonianza quelle città, ch'hanno dato
bando a sì fatte genti, le quali vivono tanto quietamente, che non si
potrebbe dire: non istà almeno un pover'uomo trent'anni a litigar e
consumarsi su per li palazzi: non s'ode nè Bartolo, nè Baldo, nè Cino,
nè Alessandro, nè tanta canaglia che nacquero al mondo per mettervi una
peste perpetua. Ma perciocchè io non ho tempo, mi riserbo ad un'altra
volta a mostrarti che non può eleggere l'uomo stato peggiore o
condizione, che la vogliam chiamare, che quello del dottor in ragion
civile e canonica o civil solamente, o come ti piace, pur che sia dottor
di leggi fatte da uomini. Quanto poi a quell'altra parte dell'aver un
rifugio nei suoi travagli, lo lascio pensare a te quanto le leggi sieno
al proposito. Vuoi altro, che s'io ti fossi appresso, io te lo farei
venir in odio di maniera che gitteresti nel fuoco quanti di quegli
animalacci tu hai nel tuo studio! Ma perciocchè tu mi potresti dir che
faccio male a biasimar com'io fo quella professione ch'è stata
com'ereditaria della mia casa, e per la quale ella ha avuto qualche
nome, ti dico che quello ch'io ti scrivo non lo direi già su per le
piazze, ma l'essermi tu quel che mi sei, e 'l vederti camminar per
quella strada, mi sforza a parlar teco in questa guisa. Ti ringrazio
dell'avermi fatto a sapere le cose fatte questo carnevale, e delle
stanze mandatemi; più grato quasi mi sarebbe stato il sonetto fatto per
li due figli del duca, nè so qual possa essere quella cosa che ti vieti
il mandarmelo; starò aspettando la canzone del frate, ma aspetterò
insieme il sonetto; te 'l dico, non mi far le baje. La morte dello
Spannocchio, che m'è stata del tutto nuova, m'ha conturbato
estremamente, e ne scrivo al Focoso.
«Questo è quanto alla tua prima lettera: vengo alla 2ª, della quale mi
spedirò in pochissime parole. Io certo son di natura tale che non mi
conturba altro che 'l danno altrui, e 'l tuo sopra tutti gli altri, e
perciò starò sempre allegrissimo, se non quando udirò che coloro ch'io
amo, e tu particolarmente, seguino via da rompersi il collo e ruinarsi.
Duolmi che la nostra Accademia se ne sia ita in fumo per le cagioni che
altre volte ti ho scritto, e poichè par che l'Italia ami tanto la
barbarie, che voglia dar bando a tutte le buone lettere, guardisi che
Dio non la faccia barbara da dovero. Al Focoso ho scritto, come tu vedi,
ma non l'ho già sgridato della maniera che tu vorresti, anzi in quel
cambio nella sua lettera ho sgridato te. La speranza che ti dava la mia
lettera che si avessimo a godere, sebben è lontana, non manca perciò, nè
mancherà così leggiermente; se pur viveremo ancor qualch'anno, e questo
basti intorno alla tua 2ª lettera.
«Alla terza dico, che i sonetti di quella novella Saffo mi sono stati
molto cari, e son di parere ch'ella sia per riuscir una grande poetessa,
poi che così si chiama, e farà vergogna a voi altri giovani che vi
sarete dati ai paragrafi, o a non so dir che. Guardati tu di non metter
il piè su l'amorosa pania, nè per costei, nè per altra, nè ti far
gabbonaggio di me con dire, O quando bene il Frastagliato il risapesse
che importerebbe? Perciocchè facendo questo non ti faresti gabbonaggio
di me, ma di Dio, il quale non farà com'io, che te ne riprenderò
acerbamente e ne avrò dolore inestimabile e poi nulla più, ma ti
castigherà di modo che non vorresti mai esser nato: se non altro ti darà
per pena morte perpetua, cosa orribile e spaventosa fin alle bestie. E
di vero, Materiale, se tu non ti risolvi di mutar vita e di lasciar da
parte coteste frascherie, che da qui a poco tempo ti saranno omai troppo
disdicevoli, io ti veggio ruinare affatto affatto, perciochè, poichè per
un pezzo ti sarai fatto beffe di Dio, egli si farà beffe di te, e ti
abbandonerà in maniera tale, che cadrai poscia strabocchevolmente in
ogni sorte di vizj, e farai molte di quelle cose ch'ora non faresti per
tutto l'oro del mondo. So che questo mio parlare ti parrà strano, e pur
la cosa sta così, nè voler paragonar altri con te, perciocchè gli altri
non hanno avuto nè tante correzioni nè tanti ricordi, nè tanta luce in
questo oscurissimo mondo, quanta n'hai avuta tu; e oltre a ciò i ricordi
e le correzioni che ti sono state fatte, ti sono state fatte da persona
che tu ami tanto, e a cui ne sei tanto caro, che maraviglia mi pare che
tu non ti risenta. Com'è possibile che non ti muovano le mie parole,
dette con tanto amore e con tanta verità? vuoi forse ch'io ti scriva una
diceria per persuaderti? non bast'egli tra gli amici veri e perfetti,
quali cerchiam d'esser noi, il far intender l'un all'altro la sua
volontà semplicemente nelle cose lecite e oneste? Ricercami tu di
qualunque cosa si sia, pur che sia lecita e onesta, e vedrai s'io dirò
mai di no, anzi s'io non avrò più tosto ubbidito che tu abbi comandato.
Non sai tu che tu sei mio? credi ch'io n'abbia perduto il dominio per la
lontananza di due anni? le tue leggi non t'insegnano già questo, e se
sei mio, perchè non mi lasci far di te ciò ch'io voglio? Qual contento
puoi tu trovar maggiore che di esser unitissimo col tuo Frastagliato?
antiporrai forse tu a tal perfetta unione e congiungimento quanti
piaceri, grandezze et onori ti potesse dar tutto il mondo insieme? non
eleggeresti tu più tosto d'andar tapinando per lo mondo che di non esser
perfetto amico suo? Se m'amerai veramente, Materiale, ora lo conoscerò,
e massimamente poi quando ti risolverai quel ch'abbia ad esser di te:
perciocchè, se eleggerai un modo di vivere che tu sappi esser contrario
alla mia intenzione, dirò che tu non m'ami, anzi che desideri di vedermi
in dolore ed in affanno, poi che tu sai bene ch'altra cosa non mi
potrebbe più molestare che il vederti lontano troppo dai miei disegni.
Perdonami s'io sono troppo aspro riprensore, e fa ch'io sappia che tu
abbi pigliati i miei ricordi in buona parte, ma molto più che tu
gl'incominci a metter in esecuzione. Un'altra volta appena sarò io lungo
la metà di quello ch'ora sono stato, perciochè i miei studj e molte
altre cose insieme mi togliono ch'io non sia brieve nello scrivere.
Eccoti quei pochi versi mandati con la mia seconda.
Saluterai lo Scacciato da mia parte, io gli ho
di già scritto, e scriverò, quand'io sappia
ch'egli abbia ricevuto le lettere che già gli
ho mandate».
Nunc barbarorum asperrima hæc loca incolens
Ubi horrido gelu riget, tabet, perit
Hominum, ferarum, et arborum simul genus
Dulcissimi haud meminisse natalis soli
Omnia ubi ferme adhuc virent, vivunt, vigent,
Non possum, amice mi omnium charissime,
Ejusque desiderio inenarrabili
Non usque aduri et confici miserrime.
Feci questi jambi, come già l'ho scritto, nel principio di novembre per
un estremo freddo che sentii, e posso dir vidi in queste parti, e fecili
con intenzione di farne molto più, ma poi per molti rispetti fui
costretto ad abbandonar l'impresa, ma perciocchè, lasciandoli così
imperfetti, avrebbero potuto forse cagionar qualche sospetto nell'amico
tuo, ti scrissi che tutto era detto iperbolicamente, e così ti dico ora.
Ti scrissi ultimamente com'io desiderava d'aver un Boccaccio, cioè le
cento sue novelle, di quelle che si stamparono in Firenze dai Giunti
l'anno 1527, e che tu facessi ogni opera d'averne uno almeno in
qualunque modo si sia. Te lo ritorno a dire, e ti riprego a non mancare,
se tu dovessi metter sottosopra tutto il mondo, non che Siena.
Di mortal cosa per cui già in oblìo
Posi me stesso e sol pianto e dolore
Alfin trar ne potea, d'interno amore
Arsi pur contra il fermo voler mio.
Ed or che del eterno padre e Dio
Fonte d'ogni mio ben bramo nel core
Vive fiamme sentir di dolce ardore,
Lungi è l'effetto da sì bel desio.
Ma s'io potessi, come chiaro scorsi
L'angelica beltà del primo objetto,
Scorger dell'altro la pietà infinita,
O me beato, che gli estremi morsi,
Non temerei di morte a cui m'affetto,
Amando lui, che' suoi ritorna in vita.
«Saluto l'Attonito per mille volle, col quale mi corruccierò molto meno
quando non facesse altro tutto il tempo della sua vita ch'attender alla
filosofia naturale, che non farò teco s'io odo che ti perda in quelle
Baldate e Bartolate, che mi fanno vergognare quando io penso d'averci
speso del tempo. Saluto similmente tutti gli amici: a Dio Materiale». Il
20 d'aprile 1563.
_Al virtuoso Materiale Intronato mio come
fratello sempre maggiormente onorando, Siena._
Molto magnifico signor mio osservandissimo,
«V. s. non si dovrà maravigliare se non ho più tosto dato risposta ad
una sua gratissima lettera, scrittami da lei più di quattro mesi sono,
cioè il dì 24 di giugno, poichè io non l'ho ricevuta più tosto che
quattro dì fa. Io, signor mio, vivamente secondo il più delle volte
scrivendo al nostro Bargaglio ho fatta menzione di v. s., così sempre ho
fatto conto scrivendo a lui di scrivere a lei ancora, riputando
parimente le lettere scritte a me dal sig. Bargaglio essere scritte non
da lui solo, ma da v. s. insieme: tanto mi pare, che sia salda e
indissolubile l'amicizia nostra, nella quale con somma mia soddisfazione
e vera utilità vi è sempre piaciuto di ricevermi per terzo, quantunque
allora che più io coglieva il frutto di così fatta benignità vostra, mi
sia stato quasi forza d'allontanarmi per un tempo, e per non brieve
spazio di paese, dall'uno e dall'altro di voi. La quale lontananza, se a
v. s. ancora portasse danno com'ella scrive, in me certo si
raddoppierebbe il dolore ch'io debbo sentirne. Ma che danno ha ella
potuto portarle, massimamente in quel particolare, che ella mi dice
della risposta da lei fatta al Mazzone? Che bisogno può ella avere d'un
par mio nelle quistioni e materie poetiche, nelle quali essa è così
avanti introdotta, anzi così esercitata e intendente, e dalle quali io a
poco a poco, e per le mie infermità, e per gli studj più gravi a' quali
mi sono interamente dato, mi vo non solamente ritraendo, ma allontanando
quasi del tutto? Aggiungasi a questo, che v. s. si ha avuta ottima causa
alle mani, e se pur a superare alcune difficoltà, che in essa si parano
davanti, e a spegnere affatto questo mostro ella avesse avuto bisogno
d'ajuto, quale altro miglior Teseo potevasi per lei desiderare, che il
signor Bargaglio, non meno pari a lei per valore, che per iscambievole
benivolenza? V. s. ha potuto vedere quant'oltre s'abbiano a stendere
quelle poche reliquie, ch'ancora mi rimangono degli studj poetici, cioè
a far vulgari in rima, se Dio mi darà vita, le canzoni di David, la
quale impresa da molti mesi in qua, contro quello ch'io pensava, non m'è
stato possibile di seguire per attendere alla cura della mia sordezza,
la quale non è per tutto ciò punto scemata, anzi, per quello ch'io posso
comprendere, alquanto cresciuta. E ora che io son libero dalla predetta
cura, m'è necessario d'attendere a replicare ad un nostro italiano,
persona assai letterata, e la quale fa principale professione di studj
di teologia, sopra una questione nata tra noi, nella quale abbiamo già
l'uno e l'altro scritto alcuni fogli, ed è questa: cioè, se Adamo fosse
creato da Dio in guisa che di sua natura fosse immortale o no. Egli
tiene di sì, e io credo la parte negativa esser più vera. E quantunque
la predetta questione o disputa paja di non molto momento nella
religione nostra, nondimeno, massimamente per le conseguenze ch'egli
tira dalla sua opinione, o più tosto dagli argomenti co' quali si sforza
di provarla, e egli e altri, essendo quegli argomenti veri, è sforzato a
tirare, ella è di grandissimo. A me pareva e ad alcuno altro ancora
ch'io avessi risposto a sufficienza a dieci argomenti ch'egli mi diede
scritti a favor suo, e era verisimile quasi ch'egli dovesse quietarsi,
ma egli ha replicato, e assai a lungo. Laonde mi son posto di nuovo a
rispondere a ciò ch'egli ha saputo scrivermi contra, con ferma speranza
che questa mia fatica non debba esser vana, per la quale, se io non erro
gravemente, si dichiareranno molti luoghi difficili e oscurissimi della
scrittura sacra, e da pochi bene intesi. Ma il male è ch'io mi trovo
senza libri, non avendo meco altro che la Bibbia. Spero con tutto ciò di
condurre a fine il meglio che potrò tutta l'opera, riserbandomi, finita
ch'io l'abbia nella guisa che per ora m'è conceduto, ad aggiugnervi
alcune cose che troverò ne' libri che mi mancano, per dar perfezione ad
una tal fatica. Dell'opinione mia è stato del certo, ch'io so, tra gli
antichi Atanasio, e tra' moderni Agostino Steucho d'Agobbio, canonico
regolare e persona letteratissima, il cardinale Gaetano, e molti altri.
Conosco che, per essere la questione alta e difficile e, per molti
rispetti, non pura teologica, e per conseguente non interamente
proporzionata agli studj non che alle forze mie, dovrei lasciar questo
peso a migliori spalle delle mie. Ma io mi confido in Dio, ch'avendo,
siccome io tengo per fermo, la verità dal mio lato, e non iscrivendo ad
altro fine che per manifestarla a chi ella fosse oscura, a gloria d'esso
Dio e profitto degli studiosi delle sacre lettere, non saranno, come ho
detto, le mie fatiche punto vane. Finita ch'io abbia quest'opera, la
quale, per molte risposte che mi convien dare a molti paralogismi e
sofisterie dell'avversario, sarà un giusto libro, mi convien dar fine ad
un'altra opera maggiore e di vie più gran momento, della quale ho
scritto altre volte al sig. Bargaglio, sopra una grandissima disputa
ch'io ebbi con un predicante, che venendo di Geneva, me ne mosse parole
in Basilea, sopra la giustificazione nostra. Quindi venne ch'io scrissi
al Bargaglio di volermi pigliare la traslatazione de' Salmi per
passatempo, non perchè io non sappia molto bene, che e a me e ad ogni
altro conviene sudare molte volte volendo condurre una tale impresa a
mezzana perfezione, nè perchè io voglia esservi punto negligente, ma
perchè, facendo paragone da queste altre fatiche, nelle quali, o in
simili, io sarò continuamente involto, a quella, queste mi pajono
veramente fatiche, e quella quasi una ricreazione d'esse, alla quale
ricreazione ritornerò subito ch'io possa, non avendo infino a qui
vulgarizzati più che undici Salmi e mezzo. Ma per ritornarvi mi fa di
bisogno d'alcuni libri, li quali non so come io possa far qui ad
avergli.
«Sonomi infinitamente rallegrato che il Signore Dio, in luogo della
femina nata dopo la partita mia, che prima vi tolse, vi desse poi un
maschio. Così piaccia a Sua Maestà di darvene allegrezza vera, e non
solamente di quello, ma di tutti gli altri, li quali mi giova di
credere, che e v. s. e madonna Aurelia, la quale io risaluto caramente,
alleviate del continuo nel timor di Dio, senza il quale è somma pazzia
lo sperar mai vero bene alcuno. Non è alcuno di noi che omai per
esperienza se non per ragione e per divini e umani ammaestramenti non
conosca questa vita nostra e questo mondo tutto non esser altro che fumo
e ombra. Alziamo adunque una volta la mente da dovero a quella vita e a
que' secoli promessi da Gesù Cristo, che non può mentire a tutti coloro
che rinunzieranno a se stessi, non che ad ogni altra cosa per seguir
lui, la qual vita e li quali secoli sappiamo per rivelazione divina
essere eterni et incorruttibili. E per poter far ciò come si conviene
preghiamone continuamente e ardentemente Dio, il quale ha promesso
d'esaudirci in tutte le domande che gli faremo, che sieno conformi a
quello che sappiamo essere la santissima volontà sua. A lui e alla
ricchissima e potentissima grazia e benignità sua raccomando di cuore e
v. s. madonna Aurelia e tutta la famiglia vostra.
«In Bada il dì 30 d'ottobre 1577.
«Queste due mie fatiche sono e l'una e l'altra in lingua latina.
«Di V. S. molto magnifica
_Cognato e servitore affezionatissimo_