Di vostra signoria illustrissima et eccellentissima

_Umil. servitore_ BATTISTINO STROZZI.

Il libretto ereticale che accennammo fu arso in Roma, e Paolo III andava

a scagliare la scomunica contro tutta l'accademia modenese, se il

cardinale Sadoleto non si fosse interposto. Sempre incline alla

mansuetudine, egli scriveva il 12 giugno 1542 al Castelvetro, che il

giorno innanzi in concistoro s'erano portati dei dubbj intorno alla fede

d'essi accademici; egli aver mitigato il pontefice: ma gli esortava con

paterna tenerezza ad attestare il loro attaccamento alla Chiesa

cattolica, e dissipare i motivi di sospetto; e avendo essi risposto

com'e' desiderava, ne li congratula, e gli esorta a diriger tutti

insieme al papa una lettera protestandosi veri e fedeli figliuoli della

Chiesa romana[139].

Gl'imputati cercavano o giustificarsi o scusarsi scrivendo ad esso

Sadoleto. Il Castelvetro al 2 luglio lo assicura che il concetto che di

lui porta è verissimo, cioè che io non ho opinione alcuna indegna di

cristiano vero, nè mai mi feci, fo e farò sospetto d'opinioni nuove e

non usate appresso i nostri maggiori, uomini santissimi», e meraviglia

come i calunniatori possano brigarsi di lui, che vive tanto appartato.

Alessandro Milani[140] al 3 luglio riflette come i suoi studj sieno di

lettere mondane anzichè di sante scritture, e come ami la pace, «la

quale non potrebbe essere da maggior incomodo turbata che da quello che

la novità delle opinioni apporta»; che la vita sua «nelle cose esteriori

non si parte dalle consuetudini della sacra romana Chiesa».

Il Da Porto ai 7 luglio 1542 volgeva al Sadoleto questa lettera: «Le mie

opinioni Dio conoscitor ottimo delli umani cuori sa se nuove o sinistre

le sieno; e quando ben fossero, per il mio gran silenzio e per la

natural inclinazione mia, nemica di dar disturbo e d'offender persona

vivente, non potrebbero nuocer ad alcuno, non che facendo tutto il

contrario; conciosiacosachè io nè in opinione, nè in fatti, nè in detti

mai mi sia discostato, nè sia per discostarmi da quel che ha tenuto e

tiene la Chiesa cattolica, sì perchè mi pare che la professione

cristiana lo richieda, come per vedere che, altrimenti operando, non vi

sarebbe nè l'onore, nè l'utile mio: nè posso farmi a credere che quei

gentiluomini, che alla mia disciplina hanno affidato ed affidano il loro

sangue e li loro figliuoli avessero ciò fatto se di me avessero pur una

minima suspizione d'empietade».

Con maggiore ampiezza risponde il Grillenzoni ai 3 luglio, narrando

come, dodici anni fa, capitato a Modena un crotoniate che sapeva di

greco, egli, il Castelvetro, il Falloppio ed altri sel presero a

maestro. Il vulgo diede a quest'unione il nome d'accademia, e i maligni

aggiungevano che interpretassero le sacre scritture. Venuto poi

Francesco Da Porto, meglio procedettero nello studio del greco; e ne

crebbero le dicerie, quasi costui fosse non cristiano, ma turco, e i

Domenicani, «li quali non vorriano che nelle cittadi fossero altre

lettere che le sue, dieder alla lor compagnia il titolo di luterana, e

viepiù dacchè la città stessa stipendiò il Da Porto, del quale possono

rendere giustizia quanti il conoscono, e gentiluomini bolognesi e

reggiani che l'ebber in casa, e il Moroni vescovo e i monaci di San

Pietro coi quali sempre ha conversato. Ma che dirò io di me (soggiunge),

il quale mai non vidi nè Testamento vecchio nè nuovo, nè mai autore

alcuno della scrittura sacra; nè mai fu nel mio studio autore alcuno

ecclesiastico, e tanto tempo non ho, che pure una minima particella ne

possa levare alla cura degl'infermi, per poter vedere alcuna volta

qualche cosa di Platone, il quale più desidero di vedere, che d'esser in

buona opinione di quelli che di me hanno scritto male? Niente di meno

sono tenuto ch'io abbia opinioni non degne di vero cristiano; ma penso

che questo proceda perchè la mia natura è di non poter tacere le cose

malfatte che io vedo nella nostra città, nè di celare li malfattori, tra

li quali mi spiacciono massimamente gli oziosi, gli ignoranti e gli

ipocriti, delli quali, se non fosse che io non voglio contaminare le

santissime orecchie di v. s. reverendissima, direi tali cose in generale

e in particolare, che quella facilmente vedrebbe che meglio starebbono

le calunnie agli accusatori che all'accusato». E prosegue narrando

com'egli impedì fosse abbruciata per strega una povera vecchia

ignorante, che in processo si contraddiceva, e non era relapsa, e

domandava misericordia a Dio con man giunte, e che pure fu sentenziata a

morte, finchè il vicario non volle riveder la causa e la liberò. «I

Domenicani son quelli che non vogliono sentire predicatori se non

predicano di cose alte e filosofiche, e che continuamente disputino sul

pulpito; e se alcuno ne viene che esponga l'evangelio, ancorchè a noi

pochissimi ne vengano, quelli niente sanno appresso di loro. Già son due

anni predicò il grande frate Bernardino[141]: non si vergognano di dire

che più non predicava bene come soleva: alcuni dicevano che troppo

predicava di Cristo, e che mai non aveva nominato san Geminiano, nè

fatto disputa alcuna». Il vicario, se li sospettava di errori, doveva

chiamarli, sentirli, correggerli; anzichè denunziarli al Morone e a

Roma. E fu colpa del vicario se si lesse quel tal libretto; dopo del

quale non si è mai parlato in Modena di simili materie. Se vi siano

undici o dodici plebei che dicano qualche pazzia, che colpa è dei buoni?

Che dipendenza hanno costoro da noi, che per essi debbano esser infamati

gli altri? E finisce anch'esso ringraziando il cardinale della paterna

premura con che gli ammonisce e protegge[142].

Il papa esortò il duca di Ferrara, allora signor di Modena, a frenare la

licenza di quegli accademici; e or l'uno or l'altro chiamò a Roma per

giustificarsi.

Era allora vescovo di Modena Giovanni Morone, nato a Milano il 25

gennajo 1509 da Amabella Fisiraga e da quel famoso cancelliere Girolamo,

ch'era stato colonna degli ultimi Sforza signori di Milano, e

personificazione della politica del Machiavello.

Educato in casa, poi dottorato a Padova, Giovanni era stato dal padre

consegnato a papa Clemente VII per ottenerne denari onde riscattarsi

dalla prigione ov'era tenuto come traditore; poi dato ostaggio al duca

di Ferrara per averne altri onde mantener l'esercito di Francia.

Giovanissimo, era senatore di Milano «ch'è il primo magistrato in quello

Stato e con grossa provisione», prima che Paolo III lo chiamasse al

vescovado di Modena, promessogli già prima[143]: ed egli avrebbe

preferito continuar quella carriera, poichè «più era quello che lasciavo

e di grado nella patria mia e il comodo ed utile che potevo sperare

della presenza mia in quella, oltre l'amor della patria e della madre e

degli altri miei parenti»[144]. Nel 1530 fu mandato residente nunzio

apostolico a Ferdinando re de' Romani, onde persuaderlo al Concilio,

alla riforma, alla guerra col Turco, oggetti costanti delle missioni

d'allora[145]; e il papa, non parendone abbastanza soddisfatto, forse

per la sua mitezza[146], lo chiamò a rendergli conto: ma uditene le

ragioni, mentre «credeva far residenza alla sua Chiesa e vedere potea

con carità disfamar quella città del mal nome qual ha pigliato non solo

in Italia, ma ancor di fuori di queste novità delle opinioni moderne»,

fu mandato alla Dieta di Spira (1541) e a quella di Ratisbona, nella

quale, stabilitosi l'_interim_, restò divelta ogni speranza di riunir le

due Chiese[147].

Quando nel 1542 tornò di Germania alla sua Chiesa, sbigottì

dell'estensione del male, e scriveva al cardinale Contarini a Bologna:

«Qui ho trovate cose che infinitamente mi accorano e non mi danno

riposo, conoscendo li pericoli ed essendo incerto e non sapendo come

estricarmi a salute di questo gregge, qual vorria col mio sangue poter

consegnare a Cristo, ed anche disinfamare a questo mondo, perchè ardo di

vergogna sentendo per ogni loco ove sono stato, e da ogni parte essendo

avvisato che questa città è luterana. Non si può negare che nelli frati

regna grande ignoranza, congiunta con molta audacia e con poca carità:

nondimeno vi son molti indizj che vado verificando per far poi la

provvisione qual Dio m'ispirerà».

A tal uopo voleva interrogare i sentimenti de' Modenesi circa il

purgatorio, il sacrifizio della messa, la verità del corpo e sangue di

Cristo nel sacramento, l'adorazione di esso, la confessione auriculare,

l'autorità della Chiesa in far costituzioni; l'intercessione e

invocazione dei santi; e così circa la gloria de' beati, i quali dicono

non esser ancora con Cristo. Trovandoli consenzienti colla Chiesa

cattolica, leverebbe d'infamia loro e sè dal cruccio; altrimenti, con

carità procurerebbe convertirli. Pertanto il Contarini s'indusse a

stendere una confessione generale o catechismo, destinato a tutti i

Cristiani; e gli suggeriva che, pubblicatolo a Modena, il facesse

destramente accettare a tutta la terra, cercando lo firmassero i

cittadini, imitando san Girolamo che il vescovo gerosolimitano sospetto

d'arianesimo volea producesse la confessione sua.

Il Morone inviò quel formolario al cardinale Cortese, allora in San

Benedetto di Mantova: e questi gli rispondeva, approvando le

proposizioni come «cattoliche, vere e pie, scritte con gravità e

dottrina grande, che non lasciavano indiscusso alcuno de' punti che al

presente vengono in controversia»; suggeriva qualche espressione più

chiara intorno alla necessità delle opere, alla transustanziazione del

pane e del vino, e alla Grazia e al libero arbitrio: desiderava che il

Morone stesso pel primo le firmasse, onde tòrre ogni scusa a quelli

ch'e' ne richiedesse, e lo facesse segnar anche da persone non sospette,

affinchè queste paressero piuttosto dar testimonio della verità che

attestazione della propria fede[148]. Ma se ne sgomentarono gli

accademici; Francesco da Porto addusse che suo padre in Candia era

malato, e se n'andò; il medico Machella passò a Venezia; Filippo

Valentini si gettò malato; il canonico Bonifacio Valentini dichiarava

voler vendere tutti i suoi libri, nè più badare alle sacre scritture,

«dacchè gli uomini da bene non possono più studiare». E tutti

mostravansi renitenti a sottoscriver il formolario, volendo aspettare

quel che il Concilio deciderebbe; onde il Morone, che pur avea suggerito

questo spediente, allora scrisse al papa per sospendere tal firma, onde

non dar motivo al mondo di credere che tutti gli accademici fossero

eretici, e non eccitare qui da piccola favilla un grande incendio,

com'era avvenuto in Germania _per le asprezze del cardinal Cajetano_.

Tale mitezza fe cadere in sospetto il Morone medesimo, e il papa

deputava sei cardinali sopra di ciò, un de' quali venisse a Modena a far

ricerca degli eretici. Il Morone, che era stato ornato della porpora, e

mandato col Parisio e col Polo ad aprire il Concilio di Trento, poi

legato all'imperator Carlo V, e che di ritorno era succeduto al

Contarini nella legazione di Bologna[149], mutando il vescovato di

Modena in quel di Novara, rimase disgustato da siffatto procedere, e si

limitò ad adoprarsi col Sadoleto e col cardinale Cortese per ottenere la

firma de' sospetti, che intanto erano molto cresciuti di numero.

Ricusato un pezzo, alfine sottoscrissero il conte Giovanni Castelvetro,

Lodovico Castelvetro, il cavaliere Lodovico del Forno, Giovan Battista

Tassone, Girolamo Marzuoli, Angelino Zocchi, Bartolomeo Fontana, Antonio

Grillenzone, Pietro Baranzone, Bernardo Marescotti accademici;

Giannicolò Fiordibello, Gaspare Rangone, tre Bellincini, Alfonso

Sadoleto, Giovanni Poliziano, Elia Carandino, Filippo Valentino,

Bartolomeo Grillenzoni, Pellegrino Degli Erri, il Falloppio; oltre i

cardinali Sadoleto, Morone, Cortese, il nuovo vescovo Egidio Foscarari,

il vicario suo, l'arciprete, il prevosto, tre canonici, i conservatori

della città[150].

Il rimedio non fu che palliativo; l'opposizione ai predicatori durò, e

quando v'andava frà Bartolomeo della Pergola minor conventuale, «che

predicava soltanto il vangelo senza mai nominar santi, nè sante, nè

dottori di Chiesa, nè dicea di quaresima, nè di digiuno, e molte altre

cose che vanno a gusto de li accademici», accorreano questi a udirlo,

persuadendosi si potesse «andar in paradiso in calze solate, perchè

Cristo ha pagato per noi». Il cardinale Morone ne fu inteso sol dopo

ch'era partito, e ottenne ritrattasse quarantasei proposizioni, e quegli

il fece in modo da non mostrar pentimento; mentre in suo favore fu stesa

un'attestazione con molte soscrizioni.

Filippo Valentini era figlio di un valoroso giureconsulto; e da giovane

(a detta del Castelvetro) prometteva riuscire a molto più che non

attenesse poi. Vivo ai piaceri e in conseguenza facile ai disinganni e

agli scoraggiamenti, risolse farsi monaco, poi ne depose il pensiero;

ambiva divenire vicario del vescovo Morone, o arciprete di Modena; e

sempre deluso nell'aspettativa, invece degli Ordini prese moglie: a

Padova legò amicizia col Bembo e col Gheri vescovo di Fano, poi nel 1536

fu preso in qualità d'auditore dal cardinale Contarini a Bologna, che

l'adoperava principalmente per informarsi della storia ecclesiastica.

Noverammo tra gli accademici Pellegrino degli Erri, versato nel greco e

nell'ebraico, e che tradusse i salmi di David (_Ziletti_, 1573). Narrasi

che un giorno, nella consueta spezieria, gli venisse offerto un bel

fico, ed egli, postolo in bocca, sel trovò pieno di aloe. La burla

l'indispettì contro i colleghi, e condottosi a Roma, prese servigio

presso il cardinale Cortese, ed accusò a Paolo III il Valentini come uno

de' più operosi propagatori dell'eresia. Il papa scrisse ad Ercole duca

di Ferrara, in breve del 28 maggio 1545: _Relatum est nobis quod in

civitate Mutinæ hæresis lutherana increbuit, et quotidie magis

increbrescit et diffunditur: quodque hujus mali author et caput fuit et

est iniquitatis filius Philippus Valentini_: lo richiede che il faccia

prendere, e visitarne i libri e le lettere; sperando che, preso lui,

facilmente si freneranno i suoi complici, e si potrà riparare a questo

male.

Il duca credette dover secondare quelle istanze, e lasciò che

Pellegrino, venuto col titolo di commissario apostolico, andasse col

capitano di giustizia per arrestare il Valentino; ma questi si cansò, e

condottosi a Ferrara, portò querela di calunnia; e offerta sicurtà di

mille scudi, chiese di giustificarsi. La città di Modena volle dargli

una testimonianza coll'eleggerlo dei conservatori: ma l'Erri, a cui

erano stati consegnati i libri di esso, li recò a Roma, ove il papa

chiese fosse tradotto il Valentini. Questi si tenne appiattato, e fece

in modo che il vescovo principe Madruzzi lo nominasse podestà di Trento;

donde rimpatriato, fu eletto sindaco generale di Modena il 1551. Quando

scoppiò la nuova persecuzione contro il Castelvetro ve lo vedremo

involto.

Il duca pubblicò un editto ove proibiva i libri ereticali o sospetti, e

il disputare in pubblico o in privato di materie concernenti religione;

pena cento scudi la prima volta, o quattro tratti di corda; la seconda,

duemila scudi o il bando dallo Stato; la terza, confisca dei beni e

anche morte. Il duca aveva aria di volerle far osservare: laonde

l'accademia si disperse.

Lodovico Castelvetro durò senza molestie in patria, fu anche dei

conservatori della città, finchè nel 1553 cominciò una turpe capiglia

con Annibal Caro, rimasta famosa anche dopo che di maggiori infamie si

bruttò l'odierna letteratura. Aveva il Caro, come addetto alla famiglia

Farnese, pubblicato una canzone in lode de' Reali di Francia, dove

invitava le Muse a _venir all'ombra de' gran gigli d'oro_; e per uscire

dal monocordo petrarchesco, avventurossi all'immaginoso e al ricercato;

scambiando la gonfiezza per sublimità, l'allambiccatura per finezza. Ciò

ch'esce dall'ordinario lusinga facilmente i palati meno squisiti;

inoltre i devoti di casa Farnese e i molti amici del Caro non rifinivano

di esaltare quel carme; ma altrimenti ne parve al Castelvetro, che ne

scrisse una censura, e lasciolla circolare. Il Caro se ne tenne adontato

viepiù, quanto meno avvezzo; e parte egli stesso, parte gli amici, parte

egli sotto il nome di amici, gli fece risposte, che ne provocarono

altre, e tutto il regno delle lettere n'andò in fiamma. Il duca di

Ferrara, cardinali, persone di gran conto, dame gentili s'interposero di

pace, ma invano; uno all'altro i due emuli apponevano misfatti della

peggior sorte, fin d'assassinj; e viepiù facilmente si corse all'accusa,

allora ovvia, d'eresia. Che Annibal Caro denunziasse il Castelvetro al

Sant'Uffizio, non n'era gran bisogno dopo i precedenti narrati; certo

esso Caro prorompeva: «Credo che all'ultimo sarò sforzato a finirla per

ogni altra via, e vengane ciò che vuole»; e per iscritto tacciò l'emulo

suo di «filosofastro, empio, nemico di Dio, che non crede di là dalla

morte»; e conchiudeva: «Agli inquisitori, al bargello e al grandissimo

diavolo vi raccomando»[151].

Fatto sta che, verso il 1555, quando lo zelo del cardinal Ghislieri

rendeva severissima l'Inquisizione, si cominciò a indagare sul

Castelvetro e sui Valentini, ma da parte di Roma, senza che nulla ne

sapessero il Foscarari, allora vescovo di Modena, nè l'inquisitore

locale: e al 1 ottobre Paolo IV scriveva al duca di Ferrara:

_Testimoniis multorum, qui dignissimi sunt ut omnem eis fides

adhibeatur, nobis certius in dies affirmatur esse aliquot Mutinæ, qui

hæreticis opinionibus ac pravitate adeo jam infecti sunt, ut, nisi

præsentia remedia adhibeantur, maxime timendum sit ne brevi totam

corrumpant civitatem._ Pertanto lo esorta nel Signore, e in virtù della

santa obbedienza e in nome di Dio, a far subito e in silenzio arrestare

e tradur a Bologna Bonifazio Valentino prevosto del duomo[152], Filippo

Valentino, Lodovico Castelvetro, il librajo Gadaldino. La cosa trapelò,

e la città ne fu commossa; i conservatori protestarono contro

quell'insolito modo di citare, viepiù trattandosi di persone tenute per

virtuose e che aveano firmato il formulario (17 luglio 1556). Il duca

esitò, poi fece metter le mani sullo stampatore, pur protestando che, in

fatto di religione, nella sua città tutto passava in regola, e che il

processo dovrebbe erigersi in Modena. Ma Roma insistendo, il duca andò

più oltre: il Valentino fu mandato a Roma, ove in carcere ritrattossi

degli errori imputatigli: il vecchio Gadaldino, accusato di aver venduto

libri infetti, fu poi rilasciato, e morì a Modena di novant'anni nel

1568[153].

Il succeduto duca Alfonso proteggeva il Castelvetro e il Valentino, e

pare impedisse di pubblicare la scomunica, che contro di essi avea

lanciata il vicelegato di Bologna. I due fuggirono, nè del Valentino ci

risulta altro. Ma il Castelvetro visse nel Ferrarese fin al 1560,

sperando, col favore del duca, ottenere gli si facesse qui il processo;

poi si condusse a Roma, con licenza e calda raccomandazione di esso

duca, che scriveva al suo ministro: «Messer Lodovico Castelvetro viene a

Roma per giustificarsi di alcune imputazioni di eresia. E perchè egli ci

è grato suddito e servitore, e, per quel che ci viene riferto,

perseguitato ingiustamente da malevoli, ve lo raccomandiamo acciocchè

voi l'ajutiate e favoriate perchè non sia straziato e tenuto sulla

spesa, nè fatto di peggior condizione degli altri che si sono presentati

al sant'Uffizio».

Quivi fu sostenuto non in carcere, ma nel convento di Santa Maria in

Portico, con libertà d'aver seco il fratello Giammaria, e di praticare

con chi volesse; e ne cominciò l'esame frà Tommaso da Vigevano,

cancelliere dell'Inquisizione. I modi erano probabilmente quelli de'

subalterni processanti: gli s'incutea spavento se non confessasse quella

che voleasi verità; laonde preso da terrore panico, egli fuggì. Il

cardinale Farnese al duca Alfonso suo nipote scriveva l'11 dicembre

1559: «Il Castelvetro essendosi costituito a' dì passati per purgare le

imputazioni che gli erano date, ed avendo ottenuto per precipuo favore

di poter difendere la causa sua fuor di prigione, se ne fuggì da Roma,

subito che fu dato principio all'esamine suo. Il che sendo parso a

questi reverendissimi segretarj della santa Inquisizione una tacita

condannazione di se stesso, hanno proceduto contro di lui con quei

termini che sono soliti contro di un convinto».

Pensate se il Caro e gli altri nemici ne profittarono per sollecitare la

condanna! La quale era stata pubblicata dalla sacra Congregazione il 26

novembre 1560, dichiarando che, come eretico fuggitivo e impenitente, il

Castelvetro incorreva in tutte le pene spirituali e temporali stabilite;

chi potesse averlo l'arrestasse e inviasse prigioniero a Roma: ne fosse

bruciata l'effigie.

Il Castelvetro ricoverossi a Chiavenna, terra de' Grigioni, e non pare

abjurasse alla fede materna; anzi chiese perdono al Concilio di Trento;

ma il papa esigeva si presentasse al sant'Uffizio di Roma.

Giammaria Castelvetro non era reo che di aver accompagnato il fratello

nella fuga da Roma, poi nell'esiglio; pietà, non colpa: laonde alle sue

istanze condiscendendo, fu rimesso in patria[154].

Francesco da Porto, itosene da Modena, ricoverò alcun tempo nel Friuli,

indi a Chiavenna, finchè risolse andar all'antica sua protettrice Renata

di Francia: ma passando da Ginevra, fu pregato a prendervi stanza e

cattedra, con buona provigione. Tornò egli dunque a Chiavenna per

levarne la sua famiglia, e persuase il Castelvetro d'andarne con lui,

come fece. La Renata, appena seppe esser Lodovico a Ginevra, gli scrisse

invitandolo a sè con larghe promesse. Ma egli, vecchio e sofferente d'un

penoso scolo d'uretra, non si credette in grado di viaggiare, neppur

nella lettiga che la principessa gli offriva; alla quale rimandò il

denaro, che per tale occorrenza essa gli inviava con nuove istanze. Pure

si mosse da Ginevra, e, sebbene il Muratori lo neghi, dimorò due anni in

Basilea, leggendovi Dante, la Poetica di Aristotele ed altri autori.

Sperò poi aria e vitto più conveniente a Lione, e vi si badò due anni,

ma ecco scoppiar le guerre civili, causate dai dissensi religiosi; da

un'invasione fuggendo, fu côlto dalle truppe, e spogliato d'ogni cosa,

fin de' libri e de' manoscritti. Trovò poi a Vienna protezione da

Massimiliano II d'Austria, al quale dedicò la sua _Poetica_, ch'erano

appunto le lezioni, raccolte da' suoi scolari. La peste lo cacciò anche

di là, onde si rimise a Chiavenna, sotto la protezione di Rodolfo Salis,

colonnello dell'imperatore, gran fautore della Riforma fra i Grigioni.

Colà morì, e gli fu posto quest'epitafio:

D. O. M.

_Memoriæ

Lvdovici Castelvitrei mvtinen

sis viri scientiæ jvdicii mo

rvm ac vitæ incomparabilis

qvi dvm patriam ob improbo

rvm hominvm sævitiam fvgit

post decennalem peregrin

ationem tandem hic in libero

solo liber moriens libere qvie

scitanno ætatis svæ LXVI salvtis

vero nostræ MDLXXI feb. XX._

Quel monumento fu fatto risarcire nel 1791 da Federico Salis,

aggiungendovi un busto del Castelvetro, e collocandolo nel giardino suo,

dove, mutati padroni, lo vediamo tuttora[155].

In questi processi non compare mai Pietro Lauro modenese, che tradusse i

Colloqui di Erasmo, e li pubblicò a Venezia il 1549, dedicati «alla

illustrissima e virtuosissima principessa M. Renata di Francia, duchessa

di Ferrara».

Parrebbe a credere che le severità usate estirpassero l'eresia, tanto

diffusa in Modena[156]. Ma nel 1825, a Verdeda in quella campagna,

smurandosi un uscio in un casino del conte Prina ch'era stato dei

Castelvetro, fu trovato pieno di libri e di carte. Non credendole di

verun pregio, le carte furono disperse, nè il padrone potè raccorne che

alcune, le quali consegnò all'arciprete del Finale; e questi,

conosciutele ereticali, le bruciò. I libri furono venduti alla

biblioteca di Modena, che allora per la prima volta accolse la Bibbia

tradotta da Lutero[157]. Alcuni portano postille di man del Castelvetro.

In uno era inserto manoscritto il _Tre per uno_ di G. M. Barbieri, che

fu poi pubblicato dal Valdrighi con una prefazione dove è raccontato

questo scoprimento. Qualche stracci di carta, che i curiosi poterono

raccogliere, fanno supporre un'opera inedita del Castelvetro di materia

religiosa, e il suo carteggio con Lutero, Calvino ed altri eresiarchi.

Ciò proverebbe come e il Muratori e il Tiraboschi stessero fuor del vero

allorchè, per amore di compatriota, tolsero a purgarlo da ogni

imputazione ereticale.

La _Dichiarazione del pater noster e modo d'ascoltar la messa_, libretto

di gran pietà e più volte ristampato, credesi del Castelvetro, il che lo

farebbe porre fra quei timorati di cui dicemmo nel XVII discorso. Ma

pare avesse tradotto i _Luoghi comuni_ di Melantone[158]. Un

_Libricciuolo dell'autorità della Chiesa e degli scritti degli antichi,

volgarizzato per Reprigone Rheo con l'aggiunta di alquante chiose_, si

trovò nell'archivio di Castel Sant'Angelo, con nota contemporanea che

indica fosse di man propria del Castelvetro, nel che fa appoggio la

conformità dello stile.

In sue opere posteriori appajono proposizioni ereticali, o almeno

dubbie: ma chi assicura non sieno state interpolate dagli editori dopo

la sua morte?

Quanto abbiam narrato rimane viepiù illustrato dal processo che dicemmo

essersi mosso al cardinale Morone. Non è fuor dell'ordinario che d'una

colpa siano imputati coloro che più se ne mostrano alieni; di calcoli

sbagliati un astronomo, di solecismi un letterato, di spia un gran

patriota. Inoltre gli accademici avran dato opera (altro fatto consueto)

a persuadere che il cardinale Morone la pensasse con loro: la natura

sua, che lo rimovea dalle persecuzioni, somigliava a connivenza; talchè

uscì voce che poco bene sentisse della fede. Nato un sospetto, mille

inezie lo convalidano, creando quella tirannia che dicesi pubblica

opinione; pure Giulio III, che lo avea deputato alla dieta d'Augusta nel

1555, si doleva che l'Inquisizione «per malignità e invidia del papato»

molestasse il Polo e il Morone, e si faceva informare del processo, e

dava del poltrone agli accusatori, e ne istruiva il Morone stesso. Ma

succeduto il rigoroso Paolo IV, questi il fe chiudere in Castel

Sant'Angelo nel giugno 1557, col Sanfelice vescovo della Cava, il

cardinal Polo e il vescovo Foscarari di Modena, e prendere ad esame.

Pietro Paolo Vergerio pubblicò gli articoli delle accuse contro del

Morone, se pure è di lui il libretto anonimo recato nelle _Wolfii

Lectiones memorabiles_. Ed erano, che, immemore della propria salute e

ingrato al papa che l'aveva beneficato, aspirava solo a conoscere la

genuina dottrina di Gesù Cristo, e avea detto a un tal prelato che

l'articolo della giustificazione per mezzo della fede era stato rifatto

prima e dopo il Concilio di Trento[159].

Mentre stava al Concilio, scrisse al suo vicario di Modena dichiarasse

al popolo che egli avea fiducia soltanto nel sangue di Cristo; e

un'altra volta, desiderare a suo nome raccogliesse tutti i preti

ch'erano soliti ricevere le confessioni, e spiegasse che, non già il

prete, ma Cristo assolveva[160]; della qual lettera molto eransi

rallegrati i Luterani di Modena, e dissero: «Ringraziato sia Dio che il

cardinale è divenuto de' nostri».

Professava che il papa non va obbedito come vicario di Cristo, ma come

principe temporale[161]; che le buone opere, ancorchè fatte in grazia di

Dio, non son meritorie, e ch'egli stesso praticandone alcune, come il

celebrar la messa, meritava l'inferno. Un predicatore, che a Modena

annunziava la giustificazione in senso contrario a quel di Lutero, e che

le buone opere fatte in grazia di Dio meritassero l'eterna vita, e'

riprovollo e lo rinviò dalla città: ad uno che passava per luterano

accordò che predicasse sopra la giustificazione, l'invocazione dei

santi, la predestinazione ed altri punti, giusta le opinioni di Lutero,

purchè non toccasse del sacramento: a un altro, che predicava

l'invocazione dei santi, ingiunse di predicare Cristo solo e il suo

vangelo, non molti meriti e molti santi: e informato che alcuni monaci

eransi scandolezzati perchè non avesse fatta profonda riverenza a

reliquie, li disapprovò, meravigliandosi le tenessero in tanta

venerazione: come disapprovò altri frati, che ad alta voce aveano

cantato, _Regina avvocata nostra, prega per noi_.

Conversando con un dotto monaco, espresse circa l'adorazione della santa

Croce un'opinione ereticale.

Interpretando quelle parole «Non devesi eccitar una nazione contro

l'altra colla guerra», pensava non fosse lecito far guerra.

Teneva presso di sè e leggeva opere di eretici, e le dava leggere; si

affaticò a distribuire il libro _del Benefizio di Cristo_, e diede

ordine ad un librajo eretico o sospetto di venderne, e darne anche a chi

non li pagasse, chè lo rifarebbe egli. Ricevette in casa eretici e

persone sospette d'eresia, e ne aveva per servi; teneasi intimo con

altri, particolarmente con certi prelati, e dava denaro a poveri

ereticanti o sospetti; altri favoriva; particolarmente a Bologna promise

non sarebbe nulla decretato contro di essi, nè verrebbero arrestati,

giacchè anche Iddio li tollerava.

Tali imputazioni leggiamo in fatto nel suo processo; aggiungiamo,

diceasi aver egli pensato cattolicamente finchè non andò al Concilio,

ove per via il........[162] l'assalse con robusti argomenti, ai quali

applaudiva il Polo; e che avesse traviato si fu certi allorchè, tornato

a Modena, si scusò con que' cittadini d'averli perseguitati come

luterani; al Salmerone che predicava con perfetta ortodossia disse,

«Annunziate Cristo, e non mi state a insistere su cotesti meriti de'

santi o nostri»; e lo fe rinviare, mentre invece mandò Bartolomeo

Pergola frate minore, conosciutissimo luterano che disse molte cose

scandalose, asserendo che «monsignor Morone avealo spedito là perchè

predicasse Cristo nudo, e non tante novelle e tanti meriti»: ed esso

Morone durò poi fatica a salvarlo da persecuzioni[163].

Quando fu messo legato a Bologna, il Soranso vescovo di Bergamo e

monsignor Carnesecchi[164], entrambi condannati poi d'eterodossia,

scrissero ai fratelli di colà congratulandosi di sì bella scelta, e che

non la guastassero con imprudenze. Il Morone in fatto ai Luterani di

colà promise non eseguir ordini che a loro danno venissero da Roma,

senza prima avvertirli; anzi professava non doversi i dissidenti

perseguitare, bensì imitare Dio che potrebbe farli morire di subito,

eppur li sopporta: e forse chiamiamo luterani di tali che son migliori

di noi.

Della giustificazione parlava, non come si definì a Trento, ma come

erasi accordato il Contarini coi Luterani in Germania[165]; e de' meriti

de' santi in modo, che pareva escludere l'efficacia delle opere e il

libero arbitrio; dolersi che i frati volessero esaltar la Madonna più

che Gesù Cristo[166].

Il processo apertogli[167] noi scorremmo con quello stringimento di

cuore che cagiona il vedere anche allora tutte le sevizie e le arguzie

che, in questi giorni di terrore e d'eccezioni, si usano sia da'

denunziatori, sia dai giudici inquirenti. Questi rimuginarono

attentamente tutti i libri e le carte del cardinale; e colla atroce

finezza dei moderni lo chiamavano a render ragione d'ogni periodo di

lettere sue e d'altrui, di note marginali, di ogni ambiguità

d'espressioni, benchè in iscritture di dieci e più anni prima. Quanto

agli accusatori, molti non adduceano che voci vaghe, presunzioni, il

dirsi _universalmente_ e altre frasi, nulla più attendibili che le

insinuazioni degli odierni giornalisti[168].

Altre però erano accuse, come oggi dicesi, dirette: e principalmente il

Pergola imputò dapprima il Morone, dappoi si ritrattò, infine sostenne

di nuovo che opinava erroneamente; che fu pervertito dal Polo; che a lui

diede il comando di predicar Cristo nudo.

Altri dicevano avesse disapprovato alcune pratiche; giudicato

superstizioso il prender la misura della cattedra di san Pietro, che si

mette fuori nelle solennità in Vaticano[169]; le quali misure poi

vendeansi per cingersene le donne di parto: d'aver detto che «ai Germani

avevamo dato noi stessi molta causa d'esser diventati eretici, e se Roma

fosse rassettata, facilmente essi potrebbero tornar alla fede»; e che il

cardinale Polo «vorria levar via in gran parte la cancelleria, la

penitenzieria in grandissima parte, e si facesse vescovi che sapessero

predicare e che le parrocchie non si dessero a cortigiani, e si

lasciasse tutta la sua giurisdizione libera a' vescovi, e si facesser

uomini degni di stare al vescovado, secondo si faceva nella Chiesa

primitiva».

Un superiore dei Domenicani, che dal Morone era stato chiamato ad

assisterlo in Modena, depone che una volta questi «disse alcune cose _de

oratione crucis_, che non stavano secondo la verità della santa fede, e

vedendo io che il padre maestro non diceva nulla, dissi io: — Monsignor,

queste cose che dice son contrarie alla fede. — Rispose: — Io mi

rimetto, e in fatti so poco di queste materie. — Soggiunsi io: — Però

vostra signoria reverendissima non ne sapendo, non ne debbe ancor

parlare perchè non erri e non sia notato; e come amorevole della

signoria vostra reverendissima, gli voglio dire che sia più cauto per

l'avvenire, che non si guadagni nome di luterano: massime che io ho

inteso dal padre reggente di San Domenico che vostra signoria

reverendissima mostra non sentir bene de' santi, non avendo fatto quella

riverenza al corpo di san Domenico che fanno gli altri, non

inginocchiandosi in terra. — Rispose: — Io vi ringrazio, e cercherò non

dare materia di esser reputate nè luterano, nè altrimenti eretico, ma vi

dico bene che, quanto alla riverenza di quel corpo, parmi aver fatto

quanto ero debitore. Mi son bene come scandolezzato de' vostri frati,

uomini altrimenti dotti e savj, che faccino più riverenza al capo di san

Domenico che al corpo di Gesù Cristo, con tener più lampade e torcie

accese, che quando si mostra il santissimo sacramento. E vedendo io

tutti li frati inginocchiati quando mi mostrarono il detto capo, dissi

fra me, Non si potrebbe mostrare maggior riverenza al santissimo

sacramento, di quella che ora fanno a questo capo: e per questo io

stetti in piedi con la berretta in mano».

Quel voluminoso processo ci somministrò non poche notizie, e qui

tenendoci a Modena, aggiungeremo come Domenico Morando, parroco della

pieve di San Jacobo cremonese, scrivesse lunghe lettere al vicario del

vescovo di Modena: in una delle quali informava che, nella settimana

santa, poche fosser le confessioni e sprezzati gli uffizj; e mentre

facea l'acqua battesimale, fu sparata un'archibugiata per la finestra, e

la palla giunse fino all'altare, con grande turbazione di quanti erano

in Chiesa. Il secondo giorno di Pasqua altri diedero ferite ad un

poveretto disarmato avanti la Chiesa, e perchè si rifuggì in Chiesa,

voleano seguitarlo colà; «e son gente che teme nè Dio, nè gli uomini, nè

possono patire di udir la verità, e turbano quei che vorriano udirla: ma

son soli tre o quattro. Il signor Iddio mi fe conoscere che non vuole

ch'io dipenda dagli uomini, perchè quelli che io pensava mi dovessero

esser favorevoli alle cose buone, mi hanno fatto maggior contrasto,

perchè non ho voluto che nella casa della Chiesa si faccia un luogo

disonesto, e che non voglio far giocare in casa, far banchetti e simili

cose». Questo l'aprile 1541. In un'altra del 7 gennajo:

«Pare che in Cremona[170] e fora de Cremona sia molto di questa

infermità (luterana).

«Ragionando con don Geronimo, e domandandogli che dottrina avesse

insegnato a questi uomini, mi rispose: — Io ho predicato lo evangelio.

«Io volendo pur intendere di più, gli domandai se aveva predicato alcuna

dottrina di questi presenti tempi. Mi disse: — Io gli dissuasi la

peregrinazione e il visitar le statue e immagini. — Domandandogli se del

sacramento dell'altare avesse detto alcuna cosa, rispose: — Io gli ho

predicato che quella è una memoria delli benefizj che da Gesù Cristo

avemo ricevuti, e di questa cosa ne ho parlato con monsignor (Morone),

che ancora lui è della medesima opinione. — Domandandogli se lui avesse

detto che realmente nel sacramento ci fosse il corpo di Gesù Cristo, e

se era la transustanziazione, mi disse non gli aver detto alcuna cosa,

perchè stimava questi uomini non intendere. È ben vero che non teneva la

lampada accesa innanzi al sacramento».

Esso vicario di Modena al Morone a Bologna, scriveva il 1 marzo 1541:

«Per quanto intendo, la setta va perseverando, e moltiplicando, ma nullo

viene a denunziare. Io ne ho dato avviso a Roma mediante il nostro

monsignor Giovanni Battista Guidobono, con quella cautela che io non

fossi scoperto, avisando il parer mio circa la provisione».

Aggiunge che, non potendo aver eretici a predicare, fanno letture; col

che si disturba la città e la religione. Molto s'occupa de' predicatori,

e d'un Agostiniano che «se io lasciava perseverare, si moltiplicava

tanto la setta che avrebbero evacuato l'udienza del Duomo, perchè la

setta andava invitando, esortando, pregando, praticando le persone che

andassero a Sant'Agostino alla predica».

E al 26 ottobre 1540:

«Tutta quella famiglia (della Lucrezia Pica, vedova Rangoni) ho veduto

molto familiare e di stretta pratica con messer Bonifazio, il qual è

reputato luterano perfetto: s'è posta a studiar il Testamento Nuovo, e

farsi leggere da certi forestieri che sono reputati luterani, che

andavano sin da questa quaresima in quella o quell'altra bottega a

subornar di quelle materie rancide luterane, talchè questa città è molto

infamata. Non per questo che alcuno sia venuto mai a far una minima

deposizione, se non che generalmente si diceva di questo e quello... Due

volte io ho fatto dire a messer Bonifazio di queste eresie che intendo

che 'l va diseminando lui e quel santo clerico, suo servitore in casa

per maestro delli suoi putti; il qual santo in sacristia pubblicamente

diceva dell'officio che non si debbe dire».

Fra gli altri ministri dell'Anticristo «vi erano due. Un siciliano per

nome Fileno, o Paolo; si varia il nome a suo modo; già frate predicatore

di san Francesco sfratato, fuggito da diverse parti, che ha processo

sopra di lui di omicidj e di eresia, ed è fuggito da Bologna, ed è stato

preso qua sopra il Modenese, che andava sovvertendo li villani in un

castello dove il duca ha mandato un frate di San Domenico che lo

esaminasse insieme coll'inquisitore di Bologna. Io con bel modo me li

voleva pur ingerire, ma quello di Bologna dice ch'è del suo Foro, per

aver già cominciato il processo in Bologna contro costui; promettendomi

che, se accuserà alcuno di questa diocesi, me lo notificherà perchè io

possa fare il debito mio.... Non manca intercessori per questo ribaldo,

li quali dicono che ben si veda non fosse calunniato per esser

dottissimo nella scrittura e nella dottrina platonica.

«L'altro simile era ancor lui alienigeno, ed è scappato, e faceva il

medesimo ufficio luteranesco, e di nome era il Turchetto, figliuolo d'un

Turco aut Turca, il quale era carissimo a questi accademici: però andava

a insegnar l'evangelio a monsignor Bonifazio....

«Sono due frati: l'uno tutto spirito audace, letterato, mandato dal

duca; l'altro vecchio pratico in inquisizione, animoso, di buona casa di

Bologna».

In altra del 21 aprile 1541:

«La setta va pur (_ut audio_) perseverando, se il signor duca non se

muove; credo ben che, se gli fosse denunciato alcun colpevole, si

risentirebbe, ma nullo vuol esser delatore nè a noi, nè

all'inquisitore».

In sì lunga prigionia e con tali procedure ognuno s'immagina quanto

dovesse soffrire il cardinal Morone, a cui, oltre le interrogazioni a

voce, fu data facoltà di vedere le accuse appostegli (sempre tacendo il

nome de' testimonj) e porre in iscritto la propria difesa. Questa

abbiamo noi, e non crediamo superfluo il qui pubblicarla, per quanto

estesa:

Alli 12 di giugno 1557 sono venuti da me nel castello

Santangelo di Roma li reverendissimi et illustrissimi signori

miei cardinali di Pisa, Reomano, Spoletano e Alessandrino,

mandati da nostra santità papa Paolo IV, li quali si condolsero

meco del travaglio nel quale era per conto della religione, e

mi esposero il paterno animo di sua santità, esortandomi a dire

tutto spontaneamente e con verità, perchè andando sinceramente,

se avesse avuto bisogno di grazia, sua santità non mi saria

mancata.

Io prima pregai Dio benedetto per amor del suo unigenito

figliuolo Gesù Cristo nostro salvatore volesse spirarmi a dire

tutto quello che fosse a onore e gloria della sua divina Maestà

ed a salute dell'anima mia ed a soddisfazione della santa e

retta mente di sua santità e delle loro signorie

reverendissime. Da poi mi offersi a dire ingenuamente tutto

quello che mi fossi ricordato; e ridussi a memoria a monsignor

reverendissimo Alessandrino che, prima ancora io mi era offerto

a farlo, e dal principio del pontificato di sua santità l'avevo

ricerco alcuna volta, come spero sua santità ne abbia memoria.

Dissi di poi che io era nato tra cristiani, sotto l'obbedienza

della santa sede apostolica e della santa romana Chiesa, madre

e maestra di tutte l'altre chiese, e che io volevo morire in

quella, sottomettendo sempre ogni mia non solo azione ma parere

e sentimento alla correzione sua, non essendomi con la volontà

mai partito da essa, nè volendo partire in modo alcuno, con

l'ajuto di Dio. Il che di nuovo replicai, essendo certissimo

che nessuno si può salvare fuori di questa sacra romana Chiesa,

di cui ora è presidente e capo papa Paolo IV, vicario di Cristo

in terra e successore di san Pietro.

Aggiunsi che io non era nè teologo nè canonista, ma più presto

ignorante, e che naturalmente io aveva poca memoria, la quale

ancora per li accidenti e travagli miei continui era fatta

minore; e però pregai detti reverendissimi signori volessero

dirmi come potessi in tutto soddisfare nel presente negozio,

perchè io era prontissimo a dire tutto quello di cui mi fossi

ricordato.

Ricordai ancora con ogni reverenza per testimonio del buon

animo mio nella religione, che, avanti che entrassi in

conclave, e dopo che fui entrato, sempre io fui risoluto per il

servizio di Dio e per l'affezione che io portava alle rare

virtù di sua santità, di favorire la promozione di sua

beatudine, come feci, ed è notorio. Il che non avrei fatto

conoscendo il zelo di sua santità, se avessi avuto l'animo

pravo nelle cose della religione. E così cominciai a dire

spontaneamente alcune cose, le quali con altre ancora saranno

scritte qui, come fui esortato a scrivere da quelli

reverendissimi.

_Delli libri Eretici._

Io son stato nuncio tre volte in Germania, mandato da papa

Paolo III, ed un'altra volta ci sono andato legato, mandato da

papa Giulio III: tre altre volte sono stato legato del detto

papa Paolo III al concilio di Trento nel 1543, se ben mi

ricordo; al governo di Bologna, e all'imperatore per trattare

la pace col re de' Francesi. Ho avuto in quelle legazioni

facoltà amplissime, secondo si soleva avanti che nostro signore

moderno le restringesse. Stando la prima volta in Germania,

perchè si trattava di fare il Concilio, misi insieme tutti i

libri luterani e di altri eretici che potei avere, per farli

studiare dai Cattolici, e cavar gli articoli falsi acciocchè,

facendo il Concilio, si potessero più facilmente impugnare. Ed

a diversi teologi detti o libri o denari per comprarli e fare

gli estratti: della qual diligenza nacque che furono poi

scritti molti libri contro a' Luterani, da diversi Cattolici di

Germania, li quali si trovano ancora, come da Giovanni Fabro

vescovo di Vienna, da Alberto Piggio, dal Cocleo, dal Casio ed

altri.

Ritornando in Italia la prima volta, passando per Trento, il

reverendissimo Tridentino vecchio sapendo questa mia diligenza,

me ne dette degli altri, che egli aveva raccolto per il

medesimo effetto, desiderando che nostro signore facesse fare

la medesima fatica in Italia da qualche buoni teologi. Questi

libri furono condotti a Modena, e perchè io veniva con

diligenza a Roma, e non avevo comodità di farli portar meco, li

feci riponere in un monastero di monache in una cassa

inchiodata, perchè non andassero in mano di altri, e venuto a

Roma fra le altre relazioni ch'io feci a sua santità fu

dell'ordine detto di sopra, domandandole a chi voleva si

dessero li libri avuti dal cardinal di Trento. La quale mi

disse che li tenessi così sinchè deliberasse. E stato alcuni

pochi giorni in Roma, fui licenziato per andar in Lombardia a

dare ordine alle cose di casa, ma perchè quasi importunamente

aveva ottenuto licenza di venire in Italia, sua santità mi

comandò che, quanto più presto poteva, ritornassi, il che feci,

e fui rimandato in Germania, da onde ritornai la seconda volta

in Italia, chiamato da sua santità, e passando per Modena feci

portar libri dal monastero nel vescovato, perchè dubitai che

non fossero aperti nel monastero. E li lasciai nel vescovato e

trovandosi sin allora, se ben mi ricordo, frate Reginaldi da

Mantova bonissimo cattolico e dotto, gli diedi le opere del

Pelicano, le quali io feci legare a Modena, con altri,

acciocchè levasse fuori le eresie, nel che il buon padre si è

affaticato alcuni giorni: dopo mi disse che non gli bastava

l'animo di fornirlo, perchè li volumi erano grandi e pieni

d'eresie. E per venire al fine dell'istoria di questi libri,

essi con alcuni altri furono condotti qui in Roma, ove io ne

feci legare qualch'uno e ne lessi parte, e ultimamente li

mandai nella libreria apostolica per mano di messer Guglielmo

protonotaro, e non so che ne sia rimasto alcuno in casa mia,

benchè non ho fatto diligenza di cercarlo; se non che ho

ritenute alcune bibbie ebraiche, con la traduzione

dell'Amastero, avendo etiam ritenuto tutte le altre bibbie che

aveva, le quali credo siano sei o sette di varie sorta, perchè,

per intendere meglio la scrittura secondo la lettera, ho sempre

avuto caro aver diverse traduzioni per confrontarle insieme.

Questi andamenti de' libri possono avere partorito qualche

ombra presso molti, massime presso libraj e legatori ed altri

che sapevano od avevano inteso che io li aveva, ma non sapevano

ch'io li poteva avere, e la causa.

Ma perchè dal leggere di questi libri, avea ben conosciuto con

quanta arte gli eretici porgevano il veleno nei suoi scritti,

più volte feci istanze a papa Paolo III che revocasse tante

licenze ch'erano uscite di tenere detti libri, e proibisse alla

penitenzieria che non desse più licenze, e più volte lo

ricordai al reverendissimo Santa Croce, al quale stava vicino

in capella e concistoro; e sua signoria reverendissima mi

diceva che la medesima opinione era delle soprastanti alla

santa Inquisizione, e credo anche averne parlato più volte al

reverendissimo San Jacobo.

Non resterò di dire, che essendo legato in Bologna, ebbi per

spia che una suma di libri luterani di passaggio erano portati

a Lucca: con gran diligenza la feci intercipere, e la mandai

all'Inquisitore che si chiamava frate Leandro, col nome e

cognome nella lettera che portava il mulattiere a chi andavano.

_Della giustificazione._

L'ultima volta che fui mandato in Germania da papa Paolo III

alla dieta di Ratisbona, nella qual venne legato il

reverendissimo Contareno, designando l'imperatore di accordar

insieme la provincia della quale, stando rimossa e piena di

mutui sospetti, non poteva valersi nelli suoi bisogni, fu

proposto un libro da sua maestà, sopra il quale da parte de'

Cattolici furono designati dodici, quattro per nostra santità,

quattro per l'imperatore, quattro per li principi cattolici, se

la memoria non m'inganna. Li nostri furono con il

reverendissimo legato, il maestro di sacro palazzo, che fu poi

il cardinale Badia, Alberto Piggio ed il dottore Scotto cieco,

che fu poi arcivescovo. Per l'Inquisizione furono certi

Spagnuoli, tra' quali mi ricordo un dottore Ortizo e del

Maluendo, e due che non mi ricordo. Per li Cattolici fu il

Groppero, e monsignor Giulio Fulgo, ora vescovo nurembergense,

e il dottore Ecchio, e credo il Cocleo. In questa deputazione

fu trattato l'articolo della giustificazione, e fu concordato

come si può vedere nel libro stampato nelli atti de' Comizj

Ratisbonensi, il quale è nel mio studio.

Io sempre fui presente al trattato, come nuncio, non come

teologo, e non parlava: e benchè sentissi dire dopo varj pareri

di questo articolo, nondimeno, sapendo non esser alcun altro

risoluto per migliore, mi tenni a quello. Fra poco tempo nacque

che Luterani cominciarono a scrivere che il colloquio avea

risoluto quell'articolo in favor loro, stando il senso di esso

che pareva si potesse interpretare variamente, e li Cattolici

scrivevano al contrario, e furono fatti diversi libri. Io, che

mi ero trovato presente al trattato, e sapeva che i nostri

deputati erano dotti e reputati cattolici, quando mi occorreva

ragionarne difendevo questo articolo, perchè mi pareva si

potesse difendere, essendovi dentro, se ben ne ricordo, che

quella fede _per quam justificamur, est fides viva et efficax,

quæ per dilectionem operatur_. Di poi nel fine del capitolo vi

era che a questa si doveva aggiungere la dottrina dei

sacramenti e delle buone opere, e ho sentito dire da molti

dotti che stava bene, e così mi stetti sino alla conclusione

fatta nel Concilio Tridentino sopra detto articolo, ed allora

mi fermai nella determinazione di detto Concilio. Se ben non è

stata fatta sin ora l'approvazione autentica del papa di quel

Concilio, senza la qual si sa che i Concilj non sono validi.

Nondimeno, come io ho detto, mi acquietai a quella, e sempre

l'ho tenuto e tengo e terrò col divino ajuto, sin ch'io viva,

se la Chiesa non mutasse che non credo.

E perchè mi è stato ricordato da questi reverendissimi, li

quali sono stati da me, che debba pensar bene se mai ho detto o

scritto qualche cosa in questa materia dopo la determinazione

del Concilio, avendo pensato e ripensato non mi posso ricordare

aver scritto o detto altro intorno a questo, se non che quando

ne ho parlato ho sempre detto: Il Concilio l'ha determinata,

perchè in questo io era risoluto, ed io non ho mai scritto nè

mandato fuori cosa alcuna mia, eccetto che per mio esercizio ed

istruzione. Ho esposto quattro o cinque salmi, alcuni anni fa,

cioè il salmo _Benedicam Dominum in omni tempore; Misericordias

Domini in æternum cantabo; Dominus regit me, nihil mihi deerit;

Laudate Dominum omnes gentes; In convertendo Dominus

captivitatem Sion_; ho ancora scritto sopra le due epistole

canoniche di san Pietro, ma non le ho ben rivedute, e perchè

credo che questi miei scritti forse saranno stati trovati, se

ben non mi ricordo ove fossero tra le mie scritture, desidero e

prego se vi fosse qualche cosa che potesse dispiacere, sia

interpretata in bene, perchè rimetto il tutto alla debita

censura; oltre che non erano finiti. E ricordandomi, come ho

detto, d'avere scritto altro, pensando e ripensando mi è venuto

in mente che, molti anni fa, benchè con verità non mi ricordi

se fosse innanzi o dopo la determinazione del Concilio, mi fu

data una scrittura, come credo, da monsignor Aloysio Priuli o

dal Flaminio, che era, come mi dissero, del reverendissimo

Polo, la quale, essendo venuto a visitarmi l'arcivescovo

d'Otranto, me la cavò dalle mani, ed io non la lessi e non so

se fosse restituita; ma come ho detto, non avendola letta, con

verità del soggetto non mi ricordo, e forse potrebbe essere che

in ciò vi fosse qualche altra cosa; intorno questo non so, e se

me ne ricordo lo dirò con ogni sincerità.

E perchè siamo a ragionare del reverendissimo Polo, e più volte

ho udito dire che si sono avuti sospetti di lui, io voglio dire

ingenuamente _et coram Deo_ quel che ne sento sulla materia

della giustificazione. Esso ha dato il parer suo in iscritto al

Concilio, e questo si potrà trovare negli atti del Concilio,

perchè io non mi ricordo se sia nelle mie scritture. Dopo il

Concilio ragionando meco una sola volta, non mi parlò della

sostanza, ma disse che aveva desiderato l'ordine del decreto in

altro modo, e che gli pareva che avesse compilato molte cose

insieme, le quali più comodamente si sariano potute dividere in

molti articoli. Nel resto della dottrina sua, per quanto ho

potuto conoscere io, e che mi ricordo, sua signoria

reverendissima nelli suoi ragionamenti attendeva ad abbassar

l'uomo, e rappresentar dopo il peccato del primo parente li

gran mali che sono in esso uomo, ed in questo soleva

diffondersi assai, tanto che qualche volta diceva che saria

stato buono, per mortificare il vecchio uomo, che fossimo come

morti e sepolti con Cristo, e resuscitati con lui, acciò

_ambulare in novitate vitæ_: e soleva poi magnificare assai

l'immensa carità e grazia di Dio, mostrataci e dataci nel

Figliuol suo, della quale mai si saziava di ragionare con

incredibile allegrezza: e se occorreva qualche volta di

ragionare delle cose del mondo, esso sempre mostrava una grande

fede nella providenza divina, e si riponeva tanto in quella ne'

fatti proprj, che mi faceva stupire, non trovando in me tale

affetto.

De' dogmi particolari, Dio sa che mai son venuto a ragionamento

privato con lui, se non che, essendomi stato detto da un certo

ferrarese, che si faceva parente del Savonarola, il quale non

vidi mai più che una volta, ed era di passaggio per Bologna; e

come mi disse, era venuto a posta per amor di Dio ad avvertirmi

del cardinal Polo, a causa non credeva che fosse il purgatorio,

ritenendo questa memoria, quando mi trovai con sua signoria

reverendissima per esplorar la mente sua gli dissi che molti in

Italia negavano il purgatorio, che le pareva? Sua signoria

reverendissima subitamente mi rispose: Sono molto presuntuosi e

temerarj quelli che lo negano, tenendolo la Chiesa.

Un'altra volta ragionando con lui di certi versi del Flaminio,

gli dissi che molte persone mormoravano che lo tenesse in casa,

perchè si diceva che era allievo del Valdesio e di frate

Bernardino da Siena: esso mi rispose: — Ho veduto questo

bell'ingegno e le belle lettere del Flaminio, e ho avuto paura

che non facesse di gran male se diventava eretico, e son andato

pian piano ritirandolo alla buona via, di modo che spero sarà

guadagnato alla Chiesa di Dio; e però quelli che mi biasimano

mi dovriano più presto lodare per avere fatto tal opera». Ed

altro particolare non mi ricordo avere ragionato.

Dal detto Flaminio ebbi una volta un libro spagnuolo sopra li

salmi, composto dal Valdesio; il qual Valdesio non vidi mai, e

mi disse che quello era un bel libro, e che lo leggessi. Io ne

lessi alquanto, ma per esser in lingua spagnuola, la quale

troppo bene non intendeva, e perchè l'uomo si fastidisce di

legger tanti che scrivono, lo restituii. Ebbi ancora certe

interrogazioni in un fascio che dicevano esser del Valdesio, le

quali non apersi mai, e non so che ne sia seguito. Dopo ho

sentito molto biasimare detto Valdesio come autore delle eresie

di Napoli. Ma per concludere del reverendissimo Polo, monsignor

Aloysio Priuli e l'arcivescovo di Salerno credo siano meglio

informati della dottrina sua che altri, perchè ho inteso che

l'arcivescovo ha veduto molti suoi scritti per correggerli, ed

è uomo dotto che potria giudicare al vero; il che non posso io

non essendo dotto, nè avendo veduto molte sue composizioni.

_Del libro del Benefizio di Cristo._

Molti anni fa le cose della religione in Italia andavano con

poca regola, perchè non era istituito l'ufficio della santa

Inquisizione e non era ancora ben fondato, e gagliardo, e però

in ogni cantone si parlava de' dogmi ecclesiastici, ed ognuno

faceva da teologo, e si componevano libri _passim_, e si

vendevano senza considerazione per tutti i luoghi, e molti

luoghi erano senza inquisitore, ed in molti l'inquisitori erano

di poca portata; talmente che era quasi lecito o tollerato a

ognuno fare e dire quanto gli pareva. In questi tempi fu

portato un libretto a Modena, intitolato il Benefizio di

Cristo, stampato, e se ben mi ricordo mi fu dato da un librajo

Picciolino, vestito di Bertino del terzo ordine; credo abbia

nome mastro Antonio.

Questo libretto fu letto da me e quasi divorato con grande

avidità, perchè mi pareva fosse molto spirituale, e in specie

mi ricordo affettuosamente _de Comunione_, e perchè io aveva

prima massima che li libri eretici fossero contrarj a tutti li

sacramenti, non mi venne in mente che questo libretto, che

parlava sì bene del Santissimo Sacramento, potesse avere

qualche male nascosto, e mi rallegrai molto che mi fosse

capitato alle mani. Ed ordinai a questo librajo che me ne

facesse venire assai, e avendolo mostrato al mio vicario, il

quale era stato 30 anni in questa città, e fu sempre buon

cattolico, mi disse che il libretto gli pareva molto

spirituale, e ad ognuno che lo leggeva pareva il medesimo.

Dopo qualche tempo mi pervenne alle orecchie che si mormorava

contro questo libro, ed io era già ritornato a Roma, e parlando

al reverendissimo Cortese, il qual era uno de' reverendissimi

inquisitori, per saper il parere di sua signoria

reverendissima, mi disse le formali parole: «Quando la mattina

mi metto il giuppone, io non mi so vestire di altro che di

questo Beneficio di Cristo». Ma perchè la mormorazione del

libretto perseverava, e perchè vedeva diversi pareri, lo

lasciai, e mai più l'ho veduto, e con verità posso dire che non

mi ricordo che cosa contenga, altro che quella esortazione a

ricever il Corpo e Sangue del nostro Redentore. E se il libro

fosse stato proibito, o se io avessi compresa qualche malignità

in esso, non l'avria lasciato vendere. Però questo si ha da

imputare a mera malavvertenza e trascuraggine, come ancora mi è

avvenuto in un altro libro che io sempre ho reputato buono e

santo, che è il Concilio Coloniense, il quale da monsignor

Giovan Matteo (Giberto) vescovo di Verona fu fatto stampare, e

dato alli suoi curati, e poco fa ho inteso che vi son cose mal

dette dentro e sospette di eresia, per non dire eresie. E come

ancora pochi giorni fa fui avvertito che nelle prediche del

Savonarola erano molto eresie, quali sinora non sono state

manifeste. Però voglio dire che quando un libro par buono, e

non è proibito, avendo qualcosa mala dentro, è facil cosa che

uno, anche più dotto di me, si inganni, e non avverta gli

errori. Ma io non difendo il libro e lascio la censura alla

sede apostolica, la quale io sempre voglio seguitare, e lo

voglio avere per reprobo in tutti quelli punti che si trovano

contro la verità cattolica; e perchè intorno a questo libretto

possono esser occorsi diversi accidenti, delli quali non ho

così particolar memoria, mi rimetto in tutto alla verità. Mi

pare aver detto la somma di quanto mi ricordo: sol questo

voglio aggiungere perchè sia più conosciuta la sincerità

dell'animo mio, che, essendo in conclave, e avendo sentito

mormorar non so che contro di me per questo libretto, lo dissi

al cardinale di Trento, il quale mi rispose: «Io l'ho _in

delitiis_, ligato in oro in casa mia»; ed io gli dissi

lasciasselo, giacchè pativa eccezione. Voglio ancor dire che

non potei mai saper l'autore del libro _se non dopo alcuni

anni_, perchè si diceva esser stato il Flaminio, ed esso lo

negava: dopo intesi esser stato un monaco di San Benedetto,

credo o siciliano, o del Regno, che non ho saputo il nome.

_Di frate Bernardo._

Avendo il vescovado di Modena, per esser quei cervelli

gagliardi, e contaminati come erano, e avendo li magistrati

secolari allora poco favorevoli, essendo persuaso ed avendo per

l'esperienza provato che, prima di esecuzione, non poteva

provvedere agli inconvenienti, cominciai a pensar se per via di

benignità e di confidenza potessi scoprir bene tutto il male,

del quale era impossibile aver notizia per via di deposizione,

perchè nessuno voleva far l'ufficio. E per venir a questo, e

anche per evitar li rumori, andava cercando d'aver predicatori

di buona e sana dottrina e di spirito mansueto e buono, il qual

potesse fruttificar nell'animo loro. Ma avea gran fatica ad

aver persona al proposito. Stando in quello, poco dopo che fui

fatto cardinale mi fu posto alle mani un frate Bernardo

viterbese, credo, il quale mi diceva il reverendissimo Polo e

Priuli e gli altri che era un buon padre, e che saria stato al

proposito per Modena. Io aveva ancor poca cognizione del

prefato reverendissimo, perchè _in minoribus_ non l'avea mai

veduto che una volta, passando per Viterbo, ove sua signoria

reverendissima era Legato. Ma informato _etiam_ dalli frati

suoi, lo mandai a predicar a Modena, essendo fatto Legato al

Concilio quasi subito.

In Modena questo frate si portava bene, come intendeva per

relazione del mio vicario e di altri ancora, e aveva fatto

molte buone opere, e tra le altre aveva instituita l'orazione

continua di quarant'ore al Santissimo Sacramento. Io era stato

non molto avanti in Modena, ed avendo fatto venir a me molti

preti, curati della montagna, per esaminarli e vedere come

erano idonei a far l'officio suo, trovai uno fra li primi,

curato, come credo, di Monte Cretto, uomo vecchio, il quale

interrogato da me sopra il Sacramento della penitenza, non si

sapeva risolvere in che modo, essendo Dio misericordioso e

giusto insieme, rimettesse i peccati a lui ed agli altri

uomini. Onde dicendogli io che li peccati nostri meritavano la

giustizia severa di Dio, ma che questa giustizia alli veri

penitenti confessi ecc. si voltava in misericordia per amor di

Gesù Cristo, il quale aveva patito la morte della croce per

placare e procacciar la salute nostra; questo prete cominciò a

piangere, e gettandosi in ginocchioni, ringraziava mirabilmente

Iddio e me che gli avevo mostrato la via, per la quale avesse

la remissione delli suoi peccati, essendo stato sin a quell'ora

sempre dubbioso tra sè stesso come, essendo Dio giusto, usasse

la misericordia verso li peccatori.

Essendo dunque Legato al Concilio in Trento, ed essendo la

quadragesima, mi ricordai di questo effetto, e scrissi al mio

vicario che facesse intendere al predicatore che ammonisse il

popolo a far la sua confessione, ma che avvertisse di sperar la

remissione de' peccati da Cristo, e che ammonisse tutti li

confessori delle religioni di frati e tutti li curati che

insegnassero questo alli penitenti. Il vicario dette la mia

lettera al predicatore, il quale, pensando forse di far bene,

la volle leggere in pubblico: ma ne seguì gran bisbiglio,

perchè li cattivi la dicevano altrimenti che non stava. Di che

essendo avvertito dal vicario, sebben vi si era già rimediato,

scrissi subito che facesse osservar nelle confessioni la forma

del Concilio Coloniense, stampato a Verona, e così fu eseguito.

Ora essendo venuto questo frate, qualche anno dopo, in man

della Santa Inquisizione, depose alcune cose contro a me

intorno a questo. Il che papa Giulio mi fece intendere,

mandando a me il maestro _Sacri Palatii_, ora arcivescovo

Conza. Io feci venir le lettere che si trovarono ancora in

Modena, e sua santità le vide, come credo, ed il frate si

ridisse di quello aveva detto a torto contro di me: e

mandandomi sua santità Legato in Germania, mi dette il

processo, e ragionando poi intorno a simili materie, e massime

sopra la materia della giustificazione del reverendissimo

Contarino, che costì si chiama la Concordia di Ratisbona, e

discorrendo delle altre delazioni fatte contro di me, sua

santità abbracciandomi teneramente, mi disse, se era bisogno,

che mi dava la benedizione e assoluzione di tutto _in nomine

Patris et Filii et Spiritus Sancti_, e mi disse con le lacrime

che sperava che, per mio mezzo, s'avesse a ridur la Germania

all'antica e vera religione; con molte altre parole circa ciò,

che non fa bisogno raccontare.

_Dal Salmerono._

Stando pure in Trento, mandai il Salmerono della compagnia di

Gesù, a predicar a Modena, perchè sempre fui affezionato ad

essa compagnia; e in Germania ebbi per confessore, sinchè morì,

un mr. Pietro Fabro di detta compagnia, ottimo religioso: e

dopo la morte sua, quando poteva averla, mi valeva dell'opera

di mr. Claudio Jaio, pur della medesima compagnia. E perchè

detto Salmerono mi pareva ben dotto ed istrutto contro

Luterani, pensai fosse buono per Modena. Ed essendo lui andato,

cominciò a fare il debito suo, benchè si facesse gran rumori

contro di lui da quelli dell'Accademia, che erano li sospetti;

ed il governatore di Modena più volte si lamentasse che il

predicatore era ingiurioso, perchè chiamava costoro con il suo

nome. In quel tempo ritornai a Modena, essendosi fatta la

sospensione del Concilio; ed essendo andato alla sua predica,

udii che attribuiva assai e lodava li meriti degli uomini,

tanto che mi pareva desse occasione a far gli uomini più

arroganti e superbi verso Dio. Onde lo chiamai in camera, e

cominciammo a ragionare insieme noi due soli, e venimmo sopra a

questo. Esso, che era giovane ardito e dotto mi parlava molto

gagliardamente, come credo ora, con buon zelo. Io non avendo

pazienza, essendo più insolente di lui, me lo levai d'avanti, e

alterato dal ragionamento, credo che io dicessi molte inezie,

di nessuna delle quali io mi ricordo, se non che di questa,

ch'io non sapeva tanti meriti, ch'ancora in dire la messa, la

quale è la più santa opera che si possi fare, io faceva

peccato. Esso mi replicò che questa era mala opinione, come è

in effetto, intendendosi che a dir la messa sia peccato: ma io

intendo che, quantunque nessuna cosa si possa fare più grata a

Dio che il celebrar divotamente, nondimeno a me intervenne che,

o per la poca devozione e riverenza, o per la distrazione della

mente, mi bisognava dir mia colpa delli difetti commessi

intorno a tanto misterio.

Nondimeno io so che feci male, e ho soddisfatto dopo a esso

Salmerono non solo in parole, ma con fatti, perchè per il

servizio di Dio e per ajutar quelle anime e per dare ad

intendere a questa città ch'io approvo la dottrina di questa

compagnia, ho contribuito da molti anni in qua cinquanta scudi

d'oro l'anno per mantenere un collegio di essa compagnia e

tuttavia vi contribuisco[171]. E perchè siamo in questo

proposito, non per gloriarmi che non sta bene, dovendosi dar

tutta la gloria a Dio, ma per dare un evidentissimo testimonio

della volontà mia nelle cose della religione, dico che, molti

anni fa, vedendo che le cose di Germania tendevano alla totale

rovina per difetto di ministri, i quali avessero buona dottrina

e buoni costumi, fui il primo che proposi la via di fare il

Collegio Germanico in Roma, ove si istruiscano in sana dottrina

e buoni costumi quei giovani, sotto la disciplina di quei Padri

del Gesù, per mandarli poi in Germania a predicare e lavorare

_in vinea Domini_. E dal principio dell'istituzione del

Collegio sin all'ora presente, che son molti anni, ho dato

sempre più di cento scudi l'anno della povertà mia: nel che

mostro con l'effetto continuo che approvo e seguo la vera

dottrina ch'essi insegnano: e di questo si può chiarire.

_Delle opere e meriti._

Perchè abbiam tocco di sopra delli meriti nostri e delle opere

buone, voglio in qualche modo esplicare qui il mio concetto, il

quale è ch'io non mai ho dubitato che le buone opere non siano

necessarie alla salute nostra quando si possono fare; e che,

quando sono fatte in grazia, non siano meritorie di tutto

quello che Cristo benedetto ha promesso non solamente delli

beni di questa vita, ma della vita eterna; e trovo questa

verità fondata nella Scrittura, e tenuta da tutta la Santa

Chiesa. Ma perchè noi uomini siamo di natura assai arrogante, e

cerchiamo sempre d'esaltare noi stessi, leggendo continuamente

quanto sia grato a Dio la vera umiltà, nelli ragionamenti miei

ho molte volte detto che, quando m'appresento nel cospetto di

Dio, non posso metter la speranza nelli miei meriti, nè nelle

mie opere perchè son poche ed imperfettissime, e li peccati e

le negligenze sono infiniti e gravi: e perchè molti anni fa

aveva letto nella vita di san Bernardo che, essendo egli

gravemente infermo, stando per morire, fu presentato innanzi al

tribunal del Signore in excessu mentis, ove venne ancora

l'avversario, il quale l'accusava delli suoi difetti, e quando

toccò a san Bernardo a dire la parte sua, disse queste parole:

_Fateor non sum dignus ego, nec propriis possum meritis

obtinere regnum cœlorum; duplici jure illud obtinet Dominus

meus heres, hereditate patris et merito passionis, altera ipse

contentus, alterum mihi donat, ex cujus dono jure illud mihi

vendicans non confundor_, ed ho veduto in molti libri

spirituali in una simil sentenza, come dice Lodulfo Cartusiense

_In vita Cristi: Caveat prudenter fidelis peccator ne unquam,

in quocumque statu fuerit, confidentiam in suis meritis habeat,

sed tamquam mendicus pauperculis omnino nudus ad elemosinam

dominicam mendicandam semper vacuus accedat; hoc autem faciat

non quasi ex humilitate facti merita sua abscondens, sed

certissime sciens quod non justificabitur in conspectu Dei

omnis vivens; etiam solius cogitationis nostræ non possumus

rationem reddere, si ipse voluerit nobiscum in judicium

intrare_, ed altri simili detti appresso li santi dottori.

Conscio a me stesso delli peccati miei e delli pochi beni ch'io

ho fatto, del che me ne rincresce assai, ho detto più volte

ch'io non voglio tener conto con Dio de' miei meriti, ma che

desidero entrare nel cielo per la sua misericordia e per li

meriti della passione di Gesù Cristo, conforme a quel del

Canone, _Non estimator meriti, sed veniæ quæsumus largitor

admitte_. E questo mio dico non è stato per contemplazione

delle buone opere nelle quali dovevo esercitarmi sempre sinchè

vivevo, ed io potrei dire senza jattanza, per grazia di Dio,

che tuttavia ne faccio qualcuna, ma non tante quante vorria, e

avrei potuto verso Dio, verso il prossimo e verso me medesimo.

Di che me ne duole: ma perchè sono poche, sono imperfette, ed

io ne son debitore di molte più, ancora che così siano, so però

che Dio le rimunera come piace alla sua infinita liberalità: ma

io non riguardo a questo, rimettendomi sempre alla sua grazia

immensa, della quale conosco bene aver gran bisogno. Ed ho però

più volte insieme detto che alcuno si sente aver avuto tanta

grazia e tanti meriti, che possa star per quelli nel giudizio

con Dio, me ne riporto a lui; faccia quel che può, ch'io per me

non posso. E questo è stato il mio sentimento ed il mio parlare

quasi ordinario delle buone opere e meriti: nel che se vi è

qualche errore, me ne rimetto, ecc.

_Dell'elemosine date a persone sospette._

Mi fu ricordato che dovessi pensare se avessi mai dato denari a

persone sospette. Io risposi che, quando avea denari, ne dava

volentieri qualche volta a quelli che me ne chiedevano, secondo

quel detto dell'Evangelo, _Omni petenti te tribue_ e

quell'altro _Estote perfecti sicut et pater vester cœlestis

perfectus est, qui solem suum facit oriri super bonos et

malos_. E ho dato assai indifferentemente, con intenzione però

di darli per amor di Dio, al quale sono cogniti coloro che

hanno da riempir il cielo. E dico la verità che molte volte ho

dato limosina a soldati e gentiluomini e a meretrici, ma con

l'intenzione a Dio, benchè più spesso e più volentieri l'ho

data a quelli che credevo fossero uomini da bene, ancorchè da

questi spesse volte mi son trovato ingannato, come ho fatto da

un prete Lorenzo Davitico, al quale io ho date parecchie decine

di scudi. In Germania ho dato più volte denari a molti

Luterani, e donai diverse cose, come qualche bicchier

d'argento, anelli, collane, medaglie ed altre simil cose, per

valermi ad intender i loro secreti, e per servirmene nelle

occorrenze del mio offizio. Ne ho dato ancora a qualche

predicatore luterano, ma con animo d'acquistarli, come mi venne

fatto una volta in Spira, ove, per Dio grazia, con

l'amorevolezza e con donar in un tratto 30 fiorini d'oro a un

frate di sant'Agostino, sfratato e predicator luterano ed

inimicissimo di questa Santa Sede, diventò cattolico, e stette

con l'abito, e fu cagione che quella città non diventò in tutto

luterana, stando per diventare se costui non si mutava.

Sono sforzato a questo proposito manifestar la mia presunzione,

e forse parzialità, la quale parrà coperta da buon desiderio. E

questa era che, essendo io stato molti anni in Germania, mi

dava ad intendere che dovesse toccar a me ad esser ministro di

ridurre quella provincia all'obbedienza, all'unica religione,

perchè sapevo esservi amato universalmente, e che avevano buona

opinione di me, e che confidavano nella conformità del sangue,

dal quale essi non temevano esser ingannati: ed io conosceva

assai bene i loro umori, e sapevo trattenerli. Stando questa

mira non senza un poco di vanità, mi sforzavo in ogni occasion

fare cosa grata universalmente a quella nazione ovunque mi

trovava, e in ispecie a Bologna ove ero Legato. E benchè

credeva che ve ne fossero de' scolari luterani, pure io non li

cercava: e se non avessero fatte cose scandalose, non gli

diceva altro; anzi gli faceva delle grazie, come di dargli

licenza di portar le armi. E perchè sapeva che in Germania è

gran curiosità di saper le cose d'Italia, mi sforzava ancora di

non acquistar nome di persecutore dei Luterani per poter

guadagnarli se a Dio fosse piaciuto. E questo medesimo aveva

prima fatto in Trento quando era Legato al Concilio, ove, per

speranza di farli venire, mostrava ed in pubblico alcuna volta

di difendere in qualche cosa la loro parte, sapendo che in

Trento v'erano molte loro spie; il che forse anco mi ha nociuto

alli sospetti di qua, perchè mi pareva onesto che fosse alcuno

in Italia, dal quale essi non fossero totalmente aborrenti, e

non credeva mai che potesse nascere sospetti di me, avendo

tanti anni faticato per servir questa Santa Sede.

Ma confesso che l'amor proprio mi faceva credere più di me che

non doveva; e se avessi ben considerato l'insufficienza mia,

non sarei entrato in tal presunzione, e conseguentemente non

avrei fatto le cose che ho detto di sopra.

Ora al proposito avendo considerato a che persone sospette

posso aver dato denari, mi pare ricordarmi ancora che qui in

Roma donai una collana a un gentiluomo siciliano, don

Bartolomeo Spatafora, il quale però era stato assolto per

giustizia del reverendissimo Sfondrato, come esso me diceva, e

pareva garbato e gentilissimo ed era povero e voleva partirsi

per casa sua.

In Bologna poi, essendo legato, venne da me uno che sollecitava

cause per certi gentiluomini delli Desiderj, ovvero Ghisleri

salvo il vero: costui era di color bruno, e non mi sovviene il

nome, e si mostrava molto mortificato, e sempre aveva Cristo in

bocca, e mi diceva che quelli suoi principali erano buoni

cristiani, ma che per la inimicizia e per la lite della roba

erano anco imputati e travagliati per conto della religione.

Oltre di costui, vennero in diverse volte molti gentiluomini,

parenti ed amici di costoro, secondo l'usanza di Bologna, a

raccomandarmeli. Può esser facilmente, come mi ricordò,

monsignor reverendissimo Reomano, sebben io non gli ho a

memoria, perchè non è manco di 10 anni da questi fatti, dicono

dicessi: Se verrà da Roma ordine, io vi avviserò; per mostrarmi

benigno alle raccomandazioni e dar buone parole come si suole

fare; ma non lo feci nè l'avrei fatto quando l'ordine fosse

venuto: anzi l'avrei fatto eseguir, come faceva sempre eseguir

ogni volta che bisognava per l'officio dell'Inquisizione, come

ne posson render buon testimonio li frati istessi di San

Domenico di Bologna, che mai li son mancato quando m'han

richiesto: e credo che l'arcivescovo di Conza se ne potrebbe

raccordare, perchè era priore del monastero di Bologna. E mi

ricordo aver dato ogni prova ch'io ho possuto, e credo anche

denari all'Inquisizione, per fare lemosina e per ajuto

dell'officio che non aveva cosa alcuna. Costui un giorno mi

domandò elemosina per dar a certi poveri uomini, buoni

cristiani, come esso diceva, carichi di famiglia, femmine e

putti, e senza recapito, che potevano assai. Io glie la diedi

per l'amor d'Iddio, ma non so chi fossero, nè io lo vidi mai,

nè so se esso gliela diede o la ritenesse per sè.

Un'altra volta costui venne da me, e cominciò a volersi

domesticare meco e ragionar di materia della religione. Invero

ch'avea molte occupazioni per il governo, e Dio sa che a un

certo modo il genio mio l'aborriva, ed anco non giudicava bene

parlar di simil materie con laici: se ben mi posso ricordare,

credo che in sostanza gli dicessi, se egli era buon cristiano

che si doveva contentare che non gli era tolto Cristo, e che

dovesse pigliar le cose in bene come si poteva, e doveva fare.

Credo che questo medesimo mi portasse un libro luterano _contra

Judæos_, il quale io tolsi, e per essere _contra Judæos_, de'

quali ne erano assai a Bologna, e favoriti dalli Cristiani, lo

diedi a vedere all'inquisitore, il quale me lo riportò, e disse

che, se l'autor non fosse stato cattivo, il libro saria molto

buono, acconciando qualche cosetta delli suoi andamenti soliti

contro questi inimici della fede nostra, perchè usava de' buoni

argomenti e autorità per convertirli. E mi lasciò il libro, e

fummo in ragionamento di farlo acconciare e farlo volgare: ma

perchè aveva molte occupazioni, ed esso padre non era atto a

farlo ben volgare; e non era bene dar la cura ad altro, non se

ne parlo più, ed il libro, come credo, fu posto tra gli altri

nella libreria apostolica. Credo non ebbi tempo nemmeno mai di

leggerlo, perchè al legger e scriver molto la natura e volontà

mia presto si straccano. Non voglio però affermar in tutto che

fosse costui proprio che mi desse il libro, perchè per esser,

come ho detto, molti anni, non me ne ricordo preciso, ma non

posso ricordarmi che fosse altro, ed io ebbi il libro come ho

detto, e me ne rimetto alla verità; nè ancora mi ricordo dopo

aver mai più veduto costui, e mi rincresce non mi ricordar il

nome, ma era agente, come ho detto, delli Ghisleri o Desiderj.

_Delle reliquie dei Santi._

In questo luogo, se mi fosse lecito, pregherò nostro signore

volesse informarsi bene delli miei vicelegati, se io attendeva

in quel governo alla verità della fede nostra e al beneficio

pubblico, di che li miei ordini e gride, _etiam_ nelle cose

della religione, ne possono rendere vivo testimonio. E questo

durò per 4 anni continui, nelli quali non lasciai mai officio

alcuno, mentre vi stetti presente nè pubblico nè privato che

facesse al buono esempio, ed a servare il popolo nella antica

religione. E fra altri mi ricordo (perchè monsignor

reverendissimo Alessandrino mi toccò un motto ch'io ero

imputato sentir male delle reliquie de' Santi) che mai lasciai

d'andar solennemente a visitar le reliquie di san Stefano, e di

accompagnar la Madonna di san Luca secondo il costume della

città; ed andava sempre a piedi, il che non facevano li miei

antecessori; e lo faceva puramente e con divozione, e da molti

ne era biasimato, quasi che avvilissi il grado di magistrato. E

per continuar in questa objezione fattami delle reliquie de'

Santi, dirò quanta affezione ho sempre portato e porto alli

gloriosi Santi, veri amici di Dio, li quali in vita sono stati

tempio di Dio e abitacolo della sua santità, e dopo la morte

son fatti _consortes divinæ naturæ_, come dice san Pietro. E mi

meraviglio assai come possa essere ch'alcuno dubiti di me in

questo, essendo assai manifesto nella Scrittura che non solo la

fimbria del vestimento del Salvatore nostro salvò il flusso

della Emoroissa, _sed umbra Petri et semicintia Pauli sanabant

infirmos_. E perchè sono andato pensando tra me stesso onde

possa nascere questo sospetto, mi son ricordato, ma non saprei

dire con chi, che qualche volta ho detto che a Roma si

mostravano alcune reliquie, le quali dubitava non fosser vere,

come il fieno del presepio che si mostra a Santa Maria

Maggiore, e li capelli e camicia della Maddalena; e ragionando

ho contato delle imposture che fanno alcuni barri nelle ville:

portano fuori qualche osso d'asino o di cavallo, con dire che

sono reliquie, per ricoglier denari; e questo ho biasimato,

come ancora le favole che raccontano molti questuanti, li quali

introducono molte superstizioni. E ho detto che se gli dovrebbe

provvedere. Ma alle reliquie vere ho sempre portato gran

riverenza, e l'ho mostrata in ogni luogo pubblico e privato:

come _etiam nunc_ si può vedere che qui in Castello ho la croce

d'argento piena di reliquie, che almeno 12 anni fa si porta

meco in ogni luogo: se forse non fossi mancato per la

negligenza solita in ogni mia azione, come mancano il più degli

uomini, ch'è difetto a me ordinario e comune con molti nelle

buone azioni. E mi rincresce ancor aver detto questo, massime

in quelli tempi che non faceva _ad ædificationem_; come ancora

mi è rincresciuto aver parlato dopo desinar o nel desinare

contro frati, cioè contro tanti Ordini, ricordandomi tra le

altre, aver detto, _Omnis plantatio quam non plantavit pater

meus cœlestis eradicabitur_; il che però non dissi per biasimar

le religioni buone, le quali attendono alla perfezione; delle

quali ho avuto sempre gran protezione, come essi sanno; ma

contra tanta varietà, non solo di Ordini, ma delli medesimi

Ordini, dispiacendomi le novità e la mala vita di molti.

Il reverendissimo Alessandrino mi raccomandò ancora che io

dovessi pensare se avevo mai sentito male della intercessione

dei Santi: io risposi che aveva sempre creduto che i Santi

intercedessero appresso Dio per noi, e così credo perchè

_caritas manet_, e tanto maggiore quanto per se stessi non

hanno bisogno più di preghi, ma pregano per noi. È ben vero

ch'alcuna volta questo punto mi aveva dato un poco di molestia,

che mi pareva meglio indirizzar l'orazione, nella quale si

ricerca l'ajuto de' Santi, a Dio come sono scritte nel messale

e nel breviario, che indirizzarle a loro Santi come si fa nelle

litanie, perchè in quella orazione si domanda l'intercessione

de' Santi a Dio _per dominum nostrum Jesum Christum_, secondo

l'ordinario della Chiesa. In questo altro mi dava molestia, che

non era capace come le creature potessero udire li nostri

preghi così di lontano, essendo il proprio di Dio di vedere e

udire tutto, _etiam corda et cogitationes hominum_: ma questo

mio dubbio non durò molto tempo, perchè vidi che san Leone papa

voltava i preghi suoi a san Pietro, san Bernardo alla gloriosa

Vergine, e sant'Agostino alla medesima, e il mio lodato

Cartusiense, ch'io leggo spesso, a diversi Santi nell'orazioni

sue dopo i sermoni. E mentre stetti in questo dubbio, servai

però sempre la consuetudine della Chiesa, captivando

l'intelletto mio, e dicendo le litanie ordinariamente la

quaresima con li sette salmi, e dicendo ordinariamente

l'antifona _Sancti Dei omnes, intercedere dignemini pro nostra

omniumque salute_. È vero che domandava qualche volta di tal

dubbio, poi mi risolsi in san Tommaso che li Santi intendono le

cose di qua in Dio, e restai da me stesso quietissimo e senza

alcuno scrupolo, come ancora restai quieto nella _Salve

Regina_, la quale non lasciai mai dopo l'offizio, se non

quando, in luogo di quella, dicevo _Regina cœli lætare_ ecc.,

secondo il tempo, benchè più volte dicessi senza pensamento,

quasi con ognuno con cui occorreva, ch'io avrei desiderato che

quelle tre parole _vita, dulcedo et spes nostra_ avessero detto

_vitæ dulcedinis et spei nostræ_, congiungendosi a quelle

_mater misericordiæ_, perchè si sariano potuti intender quegli

attribuiti a Cristo, il quale propriamente è _vita, dulcedo et

spes nostra_, secondo dicono infiniti luoghi della Scrittura,

del quale Cristo ella è madre. Ma ancora in questo non pigliava

scrupolo perchè sapeva che, per partecipazione, si possa dire

quelle parole non solo della Madonna, la quale è madre di Dio

piena di grazie, e sempre vergine gloriosissima, ma ancor degli

altri Santi, come diceva il Salvator nostro di sè stesso, _Ego

sum lux mundi_, e poi diceva agli apostoli _Vos estis lux

mundi_, ma ad un altro modo più misterioso, e per sola

partecipazione, non per proprietà nè per natura.

E però ho detto la _Salve Regina_ come la sta, e l'ho fatta dir

e cantare in tutte le mie chiese secondo il consueto, e quando

mi son trovato presente sono sempre stato inginocchiato mentre

si cantava: e questo l'ho fatto in Germania quando mi è occorso

trovarmi presente, e la cosa sta così in fatto, sebben forse

quelle mie parole possono aver messo dubbio di me nell'animo

d'alcuno, come fece ancora nell'animo di don Lorenzo Davitico,

al qual ragionando dissi puramente: A me piace s'abbia ricorso

ai Santi, ma sento non so che maggior contento quando ricorro a

Cristo, e a lui effondo il cuor mio. Esso mi respinse questo;

dopo venne un giorno a chiedermi perdono inginocchiato, che non

poteva dir messa se non gli perdonavo, come feci, perchè mi

aveva calunniato contro la verità, stimolato dal disonore che

gli era stato fatto da me e da miei ministri, che fu pei suoi

mali portamenti, de' quali consta in processo. Ma perchè ho in

devozione particolare la Madonna, andai una volta a Santa Maria

di Loreto, e vi portai un voto d'argento, fatto per l'infermità

d'un mio fratello: e dopo in verità io ho fatto voto d'andarvi

molti anni fa, e anche a Santa Maria della Quercia, a celebrare

in ambedue i luoghi, e non ho mai voluto far commutare il voto,

perchè, piacendo a Dio, voglio adempirlo, e così la prego di

cuore voglia intercedere per me appresso il Figliuol suo

acciocchè sia libero presto da questo travaglio, se così è la

volontà di Dio ed il bene dell'anima mia.

Ho ancora ragionato della concezione della Vergine, e ho tenuto

l'opinione dei frati di san Domenico, e spesse volte ho detto

che l'affezione umana vuol dar degli onori alla Madonna,

ch'essa non vorrebbe per l'onore del Figliuol suo, ch'è stato

ancora creator suo, com'è questo della concezione: il che può

aver partorito qualche scandalo presso qualcuno; perchè

tenevano il contrario, avendo forse creduto ch'io sia manco

devoto che non sono d'essa Vergine.

Mi sono ancora ricordato d'aver detto che mi pareva che

l'epistola e l'evangelo che si leggono nella festa

dell'Assunzione non fossero al proposito, perchè una era della

divina Sapienza, l'altro era della Maddalena: ma monsignor

sacrista mi disse un giorno che si potevano applicar bene

_etiam_ a questa festa, _et tunc_ rimasi contento.

Posso aver detto qualc'altra cosa, come si dice, _inter pocula

et ratione disputandi et colloquendi_, delle quali non ho

memoria alcuna, ma quando avessi, voglio averla per non detta,

perchè sarà stata senza mala radice: ma o per l'ignoranza, o

per far dire altri, o per contenzioni dopo desinare e

intertenimento come si suole fare, e in _multiloquio non deest

peccatum_.

Potria anco aver dato sospetto di me la conversazione con

alcuni, i quali dopo si sono scoperti di mala mente nella

religione; ma sebben son stato in ciò inconsiderato, tutti

quelli però con cui ho praticato mai hanno tocco con me alcun

articolo di fede nè di Santi Sacramenti, nè cosa essenziale che

mi ricordi, altro che quella della giustificazione, come ho

detto di sopra. E perchè mi credo che nè anco in questo di che

ho detto nè loro nè io eravamo d'accordo, perchè, se alcuni di

loro hanno veduto che non bisognino nè opere nè sacramenti alla

salute nostra, hanno creduto tutto il contrario di quel che ho

creduto e credo io. Ed alcune volte quando udiva dire come di

un ms. Apollonio cappellano del reverendissimo Polo, che fu

prigione nell'Inquisizione, che negavano li Sacramenti, mi

stupiva, e spesse volte diceva, La sua giustificazione e la mia

non è medesima, perchè hanno diverse conseguenze: essi negavano

li Sacramenti e le opere: io non potrei vivere senza l'uno e

l'altro, se ben sono peccatore. E quando m'avvidi che la cosa

andava a questo modo, cominciai a troncar le pratiche e da

molti anni in qua non voleva più simili persone per casa, se

non sforzato come persona pubblica a dar udienza comune a

tutti.

Ritenni solo in casa un ms. Marcantonio Villamarina, gentiluomo

napoletano, perchè a mia persuasione aveva abjurato in mano del

reverendissimo Carpi, e mi vergognava mandarlo via essendosi

partito dal male e venuto al bene, quantunque desiderava assai

ne andasse di sua posta.

Del mastro di casa don Domenico Morando non credeva male

alcuno; anzi essendo stato qualche anno mio agente a Novara, e

scrivendogli spesso che facesse avvertire alle eresie, sempre

mi rispondeva che si faceva il debito, perchè vi era un

inquisitore di san Domenico, ch'io manteneva a mie spese, come

è notorio: ma perchè esso don Domenico è nelle mani

dell'Inquisizione, potrà far fede del vero se vorrà, e dar

conto come dal canto mio è stato governato quel vescovado di

Novara dopo ch'è in man mia, benchè si potrà intendere ancora

per altra via.

Ma perchè si veda ancor meglio qual sia stato l'animo mio per

l'estirpazione delle eresie ch'erano in Modena, alla qual cosa

io non avea possuto attendere per non essere dotto e per non

aver potuto fare la residenza, e perchè tra il duca di Ferrara

e me, mentre ero Legato in Bologna, erano state molte

controversie d'importanza per causa de' confini ed altro, nelle

quali si erano ammazzati notari pubblici e soldati ed altri

com'è notorio, ed io non poteva mai sperare aver braccio

secolare favorevole, resignai il vescovado in mani di papa

Giulio III in favor del maestro di Sacro Palazzo, il quale

essendo dell'Ordine di san Domenico, dotto in teologia, potesse

con assiduità e destrezza e col divino ajuto ridur quelle anime

smarrite, come intendo che s'è affaticato a farlo: il che feci

tanto più volentieri, quanto che conosceva ch'io ero stato

negligente a farlo, se ben aveva l'intendimento. Ed esso

vescovo sa quanto di ciò lo pregai e caricai, dandogli ancora

ricordo che bisognava che sua signoria con la buona dottrina e

con l'assiduità e pazienza e con ogni amorevolezza e carità

cercasse ridur quelli cervelli gagliardi, perchè erano molto

ostinati, e si persuadevano sapere molto, ed erano stipati di

molta parentela ed amicizie e favori nella Corte del duca di

Ferrara; e nominai quelli di ch'io sospettava, ch'erano quelli

dell'Accademia. Ed oltre quelli gli nominai il proposto

Bonifacio Valentino, del quale non voglio parlare, perchè esso

in ogni tempo ha sempre fatto professione di volermi male e

farmi dispiacere.

Mandai una volta in Modena un predicatore chiamato Pergola, di

san Francesco, che aveva predicato qui l'anno avanti in San

Lorenzo in Damaso con buon nome, e l'ebbi per mezzo del

reverendissimo Carpi lor protettore. E quando fu verso Pasqua,

mi fu scritto dal vicario che questo Padre era molto sospetto,

avendo detto delle cose assai che non stavano bene. Io ebbi

mezzo di farlo venire a Bologna, e messolo in mano di un frate

Lodovico Beccatello, allora inquisitore a Bologna, furono

pigliati tutti i capi ch'esso aveva predicato, e fatto lo esame

e la dichiarazione, d'accordo con esso inquisitore lo rimandai

a Modena, e volsi che in due o tre prediche si dichiarasse e

ritrattasse di punto per punto, come aveva ordinato

l'inquisitore, e feci che il notaro stesse presente alla

ritrattazione, e ne fu rogato. Questo Padre fu poi castigato

dalli suoi, ch'altro non ho saputo. Credo che questi atti siano

tra le mie carte: almeno erano altre volte.

Ritornerò ancora alla conversazione de' sospetti. Ebbi amicizia

col vescovo di Bergamo Soranzo, la qual amicizia fu fino da

Padova nel 1514[172] quando andai per studiare, e lo sa il

reverendissimo di Carpi, il quale esso ancora in quel tempo era

a studio. Dopo la rinnovai qui, ch'esso era camerario del papa:

poi fu fatto vescovo. Mi meravigliai assai che faceva molto del

riformato, e sempre parlava di Gesù Cristo: all'ultimo si

cominciò a scoprire ch'egli era luterano, e fu chiamato a Roma

e posto in Castello. Venne una volta a visitar me, e voleva che

fosse lecito alli preti pigliar moglie, e diceva che il

cardinale Sfondrato n'avea tollerato uno. Io gli contraddicevo,

e non poteva patirlo: ma dopo, per quanto intendo, si ritrattò

di questo e di altri articoli e fu liberato, nè io ho avuto più

commercio con lui.

Ho ancora avuto amicizia della marchesa di Pescara, la quale a

Napoli, quando fui eletto vescovo di Modena, mi donò due

rochetti e un breviario, e fu nel 1529. Suo marito il marchese

era stato la rovina di mio padre a Milano[173]: nondimeno

andavo a visitarla qualche volta nella chiesa di Sant'Anna: da'

suoi ragionamenti conosceva ch'ella avea avuto amicizia con frà

Bernardino da Siena, e dubito ch'avesse anco avute delle sue

opinioni: meco però non si scopriva, e la maggior parte delli

suoi ragionamenti erano di cose di Stato, delle quali faceva

professione grande, o del reverendissimo Polo, dal quale mi

disse una volta ch'aveva ricevuto la salute sua, perchè l'avea

fermata e ritirata di molte vane fantasie. Lei praticava

qualche volta il reverendissimo Sadoleto e Bembo ancora, ma

l'animo suo era tutto nel reverendissimo Polo, come mostrò

lasciandogli una parte del suo per testamento.

Ho avuto amicizia con l'arcivescovo d'Otranto, il quale fu

sospetto, e perchè l'istoria sua è nota, non m'affatico a

scriverla. Ma dirò ben questo con verità, ch'io più volte

cercai di rimuovere don Giovanni de Manriquez da quella istanza

ch'egli faceva che fosse fatto cardinale dopo che fu purgato, e

anco domandato io da papa Giulio in coscienza mia quel che

avrei detto nel voto mio se l'avesse voluto far cardinale, gli

risposi: «Padre santo, io ho esortato più volte davvero

l'arcivescovo, se aveva avuto qualche mala opinione, volesse

pentirsene, e dirlo a vostra santità: esso a me sempre ha

negato non aver avuto mala opinione: nondimeno alcuni di questi

signori reverendissimi dell'Inquisizione mi hanno detto

ch'hanno di malissime cose contro di lui, vostra santità le

debbe saper tutte: se le son vere, ella se ne chiarisca, e dica

liberamente a don Giovanni che non lo vuol fare, e non lo

faccia; se ancora non son vere, quantunque io potessi

desiderare che vostra santità compiacesse al signor don

Giovanni che se ne piglia per punto d'onore, e per affronto, e

ne tiene inimicizia col cardinale di Carpi, nondimeno io non

darò mai altro voto in favor suo, se non che me ne rimetterò

alla coscienza di vostra santità ch'è papa».

D'esso arcivescovo non so altro se non quel che si diceva

pubblicamente esser articolato contro di lui, ed egli mi

ragionava come ho detto sopra, ed io l'esortai più volte a

scoprire a nostra santità ingenuamente se aveva qualche

opinione mala, ed esso mi rispondeva come ho già detto. Di che

lascio che la verità stia al suo luogo. So ben che egli avea

letti libri luterani, ma mi disse avea licenza, ed anco avea

letto, per quanto intesi, gli scritti del Valdesio, ed era

stato molto suo amico.

Queste son le cose ch'io sin qui, pensando e ripensando tanto

che, con l'afflizione nella quale mi ritrovo, ho quasi perso in

tutto il sonno, ho potuto ricordarmi d'aver fatte o dette, che

m'abbino ridotto in queste calamità. Ma perchè nel principio ho

detto ch'io son figliuol di questa romana Chiesa e servo di

nostro signore, replico di nuovo che voglio perseverare col

divino ajuto in questo, e perciò sottometto me ed ogni azione

mia ed opinione al retto e santo giudizio di sua santità,

offerendomi paratissimo ad ogni obbedienza ch'a sua santità

piacerà: e se più mi ricorderò o mi sarà ricordato, lo dirò

sinceramente, perchè queste sono cose vecchie di molti anni,

dalle quali ove sono sospette io spontaneamente mi era partito.

Supplico bene umilmente sua santità voglia usare animo paterno

verso di me, e benigna misericordia in tutto ch'ella giudicherà

ch'io n'abbia bisogno, e conformandosi a Quel del quale sua

santità è vicario, il quale è insieme giudice e avvocato de'

peccatori, voglia anche esser mio piuttosto avvocato appresso

se stessa, che giudice, e pigliar il patrocinio mio

paternamente, e cavarmi di tanta afflizione e miseria, nella

qual mi ritrovo.

In Castello, ai 18 di giugno 1557.

Io Giovanni cardinal Morone ho scritto e sottoscritto di mano propria.

Eppure a lungo durò ancora in carcere. Perocchè, sebbene Paolo IV

offrisse liberarlo «per benignità d'animo, e quand'anche gli trovasse

alcuno degli _errori che oggidì possono dirsi comuni_», il Morone volle

che della sua innocenza constasse, e rimase in Castello quanto visse

quel papa. Alla costui morte nel 1559 ottenne d'intervenire al conclave,

e vi fu dichiarato innocente, annullando il processo e assolvendo anche

il Sanfelice: sentenza confermata con questa di Pio IV, che fu letta dal

secretario Gallio:

In nomine sanctæ et individuæ Trinitatis Patris et Filii et

Spiritus Sancti. Pius Papa IIII. Inter cæteras pastoralis curæ

sollicitudines nobis jugiter imminentes, illa est præcipua, ut

ad Dei gloriam et augmentum ejus fidei negocium Sanctæ

Inquisitionis cum omni ea (ut decet), justitia et puritate

peragatur, ut scilicet contra tanti criminis reos id agatur,

quod contagiosa ipsius enormitas agendum requirit, et e contra,

is discretionis ordo in procedendo servetur, ne bonorum

innocentia insidiis pateat malignantium, et sub pietatis specie

graventur innoxii, et ne quod per circumspectam sedis

apostolicæ vigilantiam ad exterminationem hæreticæ pravitatis

salubriter est provisum, per malitiosam calumniantium

iniquitatem cedat infidelium detrimentum, et scandalum

universum. Sane dudum tempore pontificatus Pauli papæ IIII,

prædecessoris nostri sanctæ memoriæ, causa licet nulliter et

injuste mota inter procuratorem nostrum, tunc suum fiscalem, et

officium sanctæ Inquisitionis actores ex una, et dilectum

filium nostrum Joannem, tituli Sanctæ Mariæ Trans Tyberim,

ejusdem Sanctæ Romanæ Ecclesiæ presbiterum, cardinalem Moronum

vulgariter nuncupalum parte ex altera, de et super eo, quod

prætendebatur eundem Joannem cardinalem in non nullis articulis

pro parte fisci et officii prædicti productis, male et aliter

quam Sancta Romana et Catholica Ecclesia teneat, sensisse,

rebusque aliis latius in actis causæ et causarum hujusmodi

deductis; Nos, post nostram ad summi pontificatus apicem divina

favente clementia assumptionem, causa præfata adhuc indecisa

pendente reassumpta, eam dilectis filiis Jacobo, tituli Sanctæ

Mariæ in via de Puteo, vulgariter nuncupato I. V. D. et

Michaeli, tituli Sanctæ Mariæ supra Minervam Alexandrino summo

inquisitori, sacræ theologiæ magistro, sanctæ Romanæ Ecclesiæ

presbyteris cardinalibus ambobus in officio sanctæ

Inquisitionis, et a prædecessore nostro inter alios judicibus,

et in hac causa a nobis specialiter deputatis, quoad ejus

merita cognoscendam, et nobis referendam commisimus. Qui

quidem, visis et mature discussis omnibus pro parte fisci seu

officii præfati, deductis et ex adverso exceptionibus quoque et

juribus pro parte Joannis cardinalis productis et probatis,

nobis statum totius causæ retulerunt, conformem innocentiæ

præfati Joannis cardinalis.

Nos igitur, hac causa inter procuratorem seu officium prædictos

ex una, et dilectum filium Joannem præfatum parte ex altera,

coram nobis et de mandato nostro coram præfatis cardinalibus

sic pendente, habita prius relatione præfata, et de meritis

totius causæ etiam alias ad plenum informati, Domini Nostri

Jesu Christi nomine invocato, per hanc nostram deffinitivam

sententiam, quam in supremo justitiæ throno pro tribunali

sedentes, et solum Deum præ oculis habentes, de illorum et

aliorum sacræ paginæ, et jurisperitorum consilio ferimus in his

scriptis pronunciamus, sententiamus, et diffinimus, capturam et

carcerationem dicti Joannis, alias tempore pontificatus Pauli

prædicti, et forsan de ejus mandato, nullis pœnitus ad id

legitimis indiciis præcedentibus factam. Necnon Inquisitionem

contra eum formatam, et totum processum contra ipsum Joannem

cardinalem factum, præsertim ex defectu formæ in capitulis

conclavis ejusdem Pauli contra hujusmodi cardinalem necessariæ,

non servatæ, nulliter et de facto, ac inique et injuste

processisse, prout etiam sicut de facto processerunt,

annullamus et irritamus, nulliusque momenti fuisse decernimus.

Et nihilominus dicimus et, judicamus etiam ex tali processu

ipsum Joannem cardinalem nequaquam fuisse aut esse de hæresi,

aut quibus suis delictis et criminibus hæresim et hæreticam

pravitatem seu ejus suspitionem quomodolibet concernentibus

culpabilem, couvictum, aut confessum, aut deprehensum, aut

aliquo modo suspectum, aut etiam legitime diffamatum, sed in

omnibus iis, quæ contra eum pro parte fisci et officij præfati

(ut præfertur) prætendebantur, innocentissimum, et nedum culpa,

sed omni prorsus suspitione carentem.

Quinimo ex deductis pro parte ipsius Joannis cardinalis

constare dicimus et judicamus, ipsum tam in illis articulis,

quam in omnibus aliis sanctam Christi fidem, et christianam

religionem concernentibus, bene, sancte, catholice, ac secundum

sanctæ romanæ Ecclesiæ et sanctorum Patrum traditiones omni

tempore sensisse et tenuisse, et ita non solum verbis, sed

etiam operibus ubique semper testatum esse, et pro tali ab

omnibus probis et catholicis viris semper habitum, et reputatum

fuisse ubique locorum.

Idcirco illum ab omnibus et singulis contra eum, ut præfertur,

pro parte fisci seu officii sanctæ Inquisitionis prætensis

imputationibus, et a quibusvis aliis in processu fisci

contentis allegatis et positis, tamquam innocentem et

innocentissimum, omnique prætensæ hæresis culpa, macula et

suspitione carentem absolvendum et liberandum fore et esse,

prout absolvimus et liberamus, proque absoluto et liberato

haberi volumus et mandamus. Carcerationem quoque,

inquisitionem, et processum præfatos, aliasque vexationes,

præmissorum occasione, ipsi Joanni cardinali factas, illatas et

præstitas fuisse et esse temerarias, iniquas, illicitas, et

injustas, ac de facto et perperam factas et præsumptas, et

nullam, propter præmissa, existimationis notam, etiam minimam,

ullo modo incurrisse decernimus; ac de et super illis omnibus

et singulis præmissis procuratori fiscali et officio præfatis

perpetuum silentium imponendum esse et imponimus; et ita

dicimus, absolvimus, liberamus, declaramus, et sententiamus

omni meliori modo etc.

Il pontefice compensò il Moroni col metterlo presidente al Concilio di

Trento; dal quale tornato e riposto vescovo di Modena, v'introdusse i

Cappuccini, oltre i Gesuiti, fondò il seminario e il pio luogo

Bernardino per l'educazione dei giovinetti: celebrò tre sinodi

diocesani, e impetrò il perdono per molti Modenesi, affetti o sospetti

d'eresia, onde toglier l'occasione di perseguitarli.

Il Morone era amicissimo del rigido Carlo Borromeo, e con lui

insistette, nel 1561, perchè Paolo Manuzio trasportasse la sua stamperia

in Campidoglio _in ædibus populi romani_. Poco mancò fosse eletto papa

dopo Pio IV nel 1566, quando invece sortì il cardinale Alessandrino, dal

quale era stato processato[174]. In quell'occasione si racconta che esso

cardinale Alessandrino, sollecitato del suo voto pel Morone, disse voler

prima celebrare la messa, poi darebbe la risposta. E la risposta fu,

che, per coscienza non potea farlo, atteso le accuse dategli sotto Paolo

III. Aggiungesi che due del Castellaccio presso Alessandria denunziarono

aver avuto larghe promesse dal Morone perchè uccidessero Pio V. Questi

chiamò il Morone, senza dirgliene nulla, e in presenza di esso fe

comparire i due, i quali confessarono avere finto per isperanza di un

premio.

Il Morone poi morì a Roma il 1580; ed una sua vita per Giovanni Giorgio

Frickio professore a Ulma è inserita nel tomo XII delle _Amœnitates

literariæ_ dello Schœlhorn, con gran pompa delle imputategli eresie.

Di simil passo andò la cosa con Egidio Foscarari, domenicano bolognese

dotto quanto pio, e che divenuto vescovo di Modena, profondeva ai poveri

non solo la rendita, di non più di mille ducati, ma quanto avea di suo o

raccoglieva da altri. I padri Quetif ed Ecard, negli Scrittori

dell'Ordine de' predicatori, narrano come _Petri sedem ascendit Paulus

IV, capularis senex et effœtæ jam ætatis, asperioribus paulo moribus et

senili morositate suspicionibus obnoxius, qui astu delusus et

circumventus æmulorum occulto, fidei postulatos apud se Joannem card.

Moronum, inculpatæ vitæ pectorisque magnanimi virum, ætate meritisque

gravem..... et Egidium nostrum, zelo præcipiti comprehendi, inque molem

Hadrianam_ XXI _januarii_ MDLVIII _detrudi jussit_.

Le accuse contro il Foscarari eran meno dirette, e gli autori di lettere

anonime o di denunzie vaghe o non osarono manifestarsi o non sostenerle,

talchè al 18 agosto 1558 fu rilasciato, dando sicurtà di comparire ogni

volta che fosse richiesto. Succeduto Pio IV, fu dichiarato innocente con

sentenza siffatta:

«Noi Michele Ghislieri, per la divina misericordia detto il cardinale

Alessandrino della santa romana Chiesa, sotto il titolo di Santa Maria

nella Minerva, e deputato generale inquisitore della santa ed apostolica

Sede contro alla eretica pravitade, e in tutta la cristiana repubblica,

narriamo, come, nell'anno MDLVIIII, e alli XXj gennaio, di commissione

della felice memoria di papa Paolo III _vivæ vocis oraculo_, a noi

allora fatto, il reverendo padre Egidio vescovo di Modena fu incarcerato

nel palazzo della santa inquisizione, senza alcun indizio, nè per il

passato, nè per il presente a noi manifesto. Laonde poi alli XVIIj

d'agosto del medesimo anno prossimo passato, di commissione ed ordine

nostro fu liberato, con sicurtade però di presentarsi in modo e forma,

come nelli atti del nostro notajo, ovvero dell'ufficio della santa

inquisizione; e così dichiariamo non aver ritrovato il detto

reverendissimo padre Egidio esser stato, nè esser al presente colpabile,

reo, o sospetto di eresia, o di qualsivoglia delitto o peccato,

risguardevole a detta eresia o eretica pravitade: anzi, se alcune

accusazioni furono fatte contro il detto reverendissimo padre Egidio

alla felice memoria di papa Paolo III, o all'ufficio della santa

inquisizione, giudichiamo, e sentiamo esser divenute da persone improbe,

false e malvagie, alle quali non si debba per alcun modo prestar fede. E

perciò tanto di nostra autorità, quanto di commissione di nostro signor

papa Pio III sopra a ciò, _vivæ vocis oraculo_ a noi fatto, per le

presenti nostre lettere dichiariamo lo stesso reverendo padre Egidio

esser stato provato e ritrovato non solamente incolpevole, ma ancor di

tutte le cose di che fu accusato innocentissimo. Per il che giudichiamo

doversi da ogni qualunque fedele cristiano tener nel medesimo stato,

grado, onore e dignitade, in che prima d'esser prigionato, si ritrovava,

nè perciò esser incorso in alcuna imminuzione del suo onore o fama, e il

predetto reverendissimo padre Egidio vescovo di Modena, dover essere

accettato dal suo clero e popolo devotamente col debito onore e

reverenza, come legittimo e cattolico vescovo e pastore delle anime; e

in tutto e per tutto umilmente accettare e obbedire alli suoi salutiferi

precetti e commissioni, come se mai non fosse stato ritenuto o

prigionato; e così parimente la sicurtade di presentarsi, o di stare a

ragione (come nelli nostri atti) data, quella stessa annulliamo,

cassiamo, vogliamo, e comandiamo esser tenuta nulla e cassa, e mai per

l'avvenire doversi fastidire: e così sentenziamo, e dichiariamo mai più

da tempo alcuno potersi molestare. Dove abbiamo commesso siano fatte le

presenti lettere declaratorie, acciocchè mai da tempo alcuno non possi

nascere sospizione della sua dottrina, o della integritade della sua

vita.

«Data in Roma nel nostro sacro e apostolico palazzo al primo gennajo

dell'anno MDLX, e nel primo del pontificato del santissimo nostro signor

papa Pio IV».

Allora egli tornò al suo vescovado di Modena, accolto festosamente, e vi

eresse il Collegio delle putte del vescovo, e fabbricò parte del

vescovado: presto dovette recarsi al Concilio, dopo il quale fu chiamato

a Roma a compilare il catechismo con frà Leonardo Marini arcivescovo di

Lanciano e frà Francesco Forrero portoghese, coi quali riformò il

messale, il breviario. Colà s'addormentò nel Signore, di cinquantadue

anni nel 1564[175].

Gli eretici d'Italia, vol. II · 第 29 / 88 题