NOVATORI IN MODENA. LODOVICO CASTELVETRO. IL CARDINALE MORONE.

Quell'esuberanza di vita che godeva l'Italia quando le cento sue città

conservavano l'indipendenza sotto principi proprj, e che formò il

carattere e il vanto, se non la forza della nostra nazione, ci appare

singolarmente in Modena, «città piacevolissima d'aere, d'acqua e di

belle donne, ed ornata di bellissima gioventù, datasi tutta agli studj

delle Muse»[124]. Come ai nostri tempi, così allora fioriva

d'elettissimi ingegni, fra' quali rammenteremo quei soli che s'attengono

al tema nostro. Tommaso Badia (1483-1547) domenicano, fu fatto maestro

nel sacro palazzo da Clemente VII, e come tale adoprato a respinger

l'errore, poi da Paolo III spedito al colloquio di Worms, del quale

diede una relazione al cardinal Contarini; infine ornato della porpora

nel 1542. Il _Tractatus adversus Lutheranorum errores_, che il Rovetta

gli attribuisce forse non è se non gli _Acta in colloquio Vormatiensi_.

Gregorio Cortese, che già lodammo, nato il 1483, educato con diligenza,

fu ai servigi di Giovan De Medici ancora cardinale, poi canonico e

vicario generale in patria, benchè di soli ventun anno; entrato

cassinese nel famoso monastero di San Benedetto di Polirone, e

trovandovisi in dottissima compagnia, coltivò gli studj ed insieme la

pietà, fin a ricusare risolutamente gli inviti di esso cardinale De

Medici; fattovi abate, compì la fabbrica di quel convento e la libreria,

dandone egli stesso il disegno e l'indirizzo, e invitando Rafaello a

dipingervi. Spedito nel rinuovato monastero dell'isola di Lerins in

Provenza, vi stabilì un'accademia, che molti traeva a studiare o ad

ascoltare. Era chiesto anche altrove a metter regola e dare esempj, e al

fine Paolo III lo pose nella congregazione dei nove (tre erano modenesi)

che prepararono il Concilio, e lo fece vescovo d'Urbino.

Il Contarini diceva a esso papa: «Padre santo, io ho in tal conto il

Cortese, che mi trarrei il cappel rosso di capo per porlo a lui, il

quale molto meglio di me servirebbe la santa sede in questo grado». Il

Sadoleto gli attestava, in nessuno trovarsi meglio le condizioni di buon

sacerdote: ingegno, consiglio, eloquenza, dottrina, e, ciò che meglio a

cristiano conviene, pietà, continenza, religione. Pertanto Paolo III

l'ornò cardinale nel 1542, con universale applauso: ma la fievole salute

gl'impedì d'adempiere alle tante incombenze onorevoli, e morì il 1548.

Le lettere sue, oltre il merito letterario, spirano candore, pietà e

zelo pel vantaggio altrui; nel trattar coi Protestanti, cercava

riguadagnarli colla dolcezza, disapprovando quelli che contro loro

scrivevano non dirò con ingiurie e scurrilità, ma neppure con ischerzi e

celie, dovendo chi indaga la verità mostrarsi mite e modesto

sull'esempio di Cristo, il quale non volle tampoco che Pietro

minacciasse a chi dicea mal di lui[125]. E in fatti nell'opera sua

contro Ulrico Valenio, ove dimostra che san Pietro fu veramente a Roma,

porge esempio di posata polemica e ragionata[126].

Reputazione ancor più estesa ottenne Jacobo Sadoleto, nato in Modena ai

12 luglio 1477 da famiglia civile, dov'erano comuni il sapere e la

virtù, e da padre illustre professor di dritto. Nelle belle lettere

innamoratosi di Virgilio, ancor fanciullo fece un poema _De Cajo

Curtio_; in giurisprudenza a Ferrara ebbe maestro il Leoniceno; in

filosofia si applicò ad Aristotele quando veniva di moda Platone; a Roma

adottò per motto _Sedulus animus spectati mores_, ed entrato a servizio

del cardinale Oliviero Caraffa, che lo fece prete, acquistò la stima del

Bembo, del Fregoso, del Beroaldo, del Valeriano, del Navagero: e morto

il Caraffa, passò a servigio del cardinale Fregoso, che possedeva molti

libri e manoscritti, raccoglieva i grandi artisti d'allora, e a cui

Sante Paguini dedicò la grammatica ebraica.

Leon X, salito papa, lo volle segretario col Bembo, acciocchè le sue

lettere uscissero vergate dai più eleganti scrittori in latino e in

italiano. In tal posto il Sadoleto potè viemeglio mettersi a contatto

de' grand'uomini; frequentava le accademie, coltivava la poesia; e

proveduto di soli trecento scudi, pur n'avanzava per comprare qualche

manuscritto, qualche anticaglia: esultando allorchè il papa gli

regalasse un cammeo, un bronzo, una curiosità bibliografica, ne lo

ringraziava in versi. Quando dal Fredi fu disepolto il famoso gruppo del

Laocoonte, il Sadoleto lo celebrò con un poema, e il Bembo gli diceva:

«Cento volte lessi il vostro _Laocoonte_. Mago stupendo, non solo voi

fate riviver l'immagine paterna, ma la statua stessa mostrate ai nostri

sguardi. Non ho mestieri d'andar a Roma per vederla: l'ho sottocchio».

Papa Adriano nulla capiva di tali gusti, sicchè, allorquando vide le

minute del Sadoleto disse: _Sunt literæ unius poetæ._ Pertanto il

Sadoleto se n'andò, come tanti altri fecero allora, conducendosi a

Carpentras, di cui Leon X l'avea destinato vescovo. Caricò i suoi tesori

sopra un vascello, ma la peste gittatasi a bordo, tutta la ciurma morì,

e il carico prezioso andò disperso; _tot labores quos impenderamus,

græcis præsertim codicibus conquerendis undique et colligendis, mei

tanti sumptus, meæ curæ, omnes iterum jam ad nihilum reciderunt._ Ben

presto da Clemente VII fu richiamato a Roma nel 1524; ma vedendo mal

avviarsi le cose per la costui oscillante politica, se ne partì venti

giorni prima del sacco memorando.

Nel suo vescovado dimenticò il lusso di Roma; soccorreva, educava quei

poveri montanari; distribuiva legna all'inverno, grano nella carestia;

frenò gli Ebrei usuraj; si oppose alle prepotenze, e con ciò ottenne

stima dai Francesi, ma non accettò le esibizioni di Francesco I che se

lo voleva a' fianchi. L'ammiraglio di Brion e il conte di Fürstenberg,

guidando i Francesi contro la casa di Savoja, rompevano addosso a

Carpentras, che coll'armi respinse que' brutali. Irritati, essi

cacciaronsi sopra la città per castigarla, come si dice nel linguaggio

de' prepotenti; ma il Sadoleto si presenta a loro, e col suo carattere e

col suo nome la salva. Intanto scriveva _Dell'educazione de' figliuoli_,

operetta che ancora può leggersi con frutto, ma dove non possiamo non

avvertire la poca parte che attribuisce alla religione positiva, egli

prelato e così pio. Occupavasi anche di opere scritturali per recare

ajuto alla religione dapertutto pericolante, e scriveva a Lazaro

Bonamico: _Ego opus habeo nunc in manibus ex eo genere quod est in

sacris literis positum. Studeo enim pro mea parte ferre opem christianæ

religioni, cum ea fere ubique periclitetur, quemadmodum imprimis quidem

et debeo et opto._

In fatto, ricordandosi della sua condizione, il Sadoleto attendeva alle

cose sacre, studiava san Paolo ed agitava le quistioni d'allora. Quando

pubblicò l'interpretazione del Salmo 14, Erasmo gli scriveva d'esser

incantato dalla facilità e semplicità della dizione, unita a somma

pietà, e soggiungeva: «Se di tali operette ci mandi Roma, confido che

molti acquisteranno migliore stima della vostra città, vedendo esservi

uomini che i libri arcani non solo eloquentemente, ma anche con santità

e pietà sanno trattare». E al Calvi librajo: «M'è in delizia l'opuscolo

del Sadoleto; e osservando quell'aureo fiume di dicitura, comprendo

quanto il mio rigagnolo sia torbido e meschino, e d'or innanzi mi

sforzerò di foggiar il mio stile su questo esempio»[127].

E quando, sulla tanto discussa epistola di san Paolo ai Romani, stampò

un commento a Lione nel 1535, Erasmo, lodandone l'ammirabile nitidezza

della lingua e la copia ciceroniana, congiunta ad affetto da vescovo,

temeva che non tutti l'approverebbero nè lo lasceriano senza appunti.

Facile induzione in tempi di discordie.

Si disse non credeva il purgatorio, ma serbiam di esso una lettera al

cardinale Cortese, ove dice: _Opus jam elucubratum in manibus habeo,

nondum expolitum sed tamen ejusmodi, ut ex eo intelligi possit quid ego

habeam de Purgatorio persuasi atque certi. Quæ res omnium maxime, hoc

perturbatissimo tempore, ab Ecclesiæ (ut scis) hostibus oppugnatur. In

quo ego catholicæ suffragor Ecclesiæ: quod sane in omnibus meis et curis

et actionibus semper est propositum_[128]. Parve anche odorare di

semipelagiano intorno alla Grazia, e staccarsi da sant'Agostino; onde il

suo libro fu proibito, per istanza del Badia, il quale, sebben suo

concittadino, non gliene scrisse tampoco, di che egli «doleasi fin a

morte, e quasi non poteva alzare il viso»[129]. Ricorse alla facoltà

teologica della Sorbona, e questa pure vi fece appunti e domandò

spiegazioni; ma avendo interposto il cardinale Contarini e mandato

apologia, la Corte di Roma approvò il suo libro, forse a patto che in

nuova edizione modificasse i passi incriminati, che in fatto trovansi

variati nelle posteriori[130].

Se ciò indica quanto si estendessero i sospetti, ci rivela insieme

l'indole del Sadoleto, il quale fu intitolato dai Francesi il Fenelon

della rinascenza. Infatti egli ebbe più volte a scagionarsi, senza però

cangiarsi, del mostrare coi Protestanti un'indulgenza, tanto più

virtuosa in quanto non nasceva da indifferenza, essendo anzi egli

zelantissimo a difendere e diffondere la verità. Oltre le relazioni che

vedemmo con Erasmo, egli si tenne in corrispondenza coi caporioni della

parte avversa; al Cocleo scriveva: «Mi piace il far vostro, così dolce e

moderato: non esasperiamo gli eretici». E soggiungeva: «Non so come

m'abbia creato la natura, ma non posso odiare uno per la sola ragione

ch'e' dissente dalla mia opinione». E parlando della sua mitezza verso

lo Sturm: _Decet nos istorum (hæreticorum) insolentiam non exasperare

convitiis, quo in genere maxime exultant ipsi, sed mansuetudine

retundere, quod proprium officium christiani hominis est._ A Giorgio

duca di Sassonia scriveva: _Nunc tibi mitto oratiunculam quandam meam...

ea continet sane modestam (mihi ut videtur) et cuilibet recte judicanti

probabilem sanctæ romanæ Ecclesiæ et totius sacerdotii defensionem,

adversus probrosas et pene quotidianas Lutheranorum vituperationes....

Ego irritare neminem prorsus volo, nec severe contentiones: hortator

enim sum pacis et auctor. Id scribere opto, quod nec Lutherani iniquo

omnino animo ferant, et Catholici accipiant æquissimo_[131]. Melantone

gli inviava tutte le sue pubblicazioni, ed esso diceva: «Se avessi a far

solo con Melantone, domani la pace saria stabilita nella Chiesa, ma con

Lutero è un altro cantare». E ad esso Melantone ebbe a scrivere una

lettera sì benevola, che questi la mostrò a' suoi amici; e Lutero a

lodar il Sadoleto, lodarlo gli eretici; lodarlo anche Giovanni Faber,

vescovo di Vienna, il quale però soggiungeva: «Vi confesso ingenuamente

che il linguaggio sì melato che voi usaste con Melantone rallegrò più

d'un Luterano, non dico tutti; mentre afflisse e conturbò molti

Cattolici. Voi credeste forse che la vostra lettera resterebbe secreta.

V'ingannò il buon cuore; la sciorinano a tutti, l'accompagnano di

commenti ingiuriosi alla vostra dignità. Vi credeste più prudente di san

Paolo, che di ritorno dal terzo cielo, raccomandava a Tito d'evitare

l'eretico»[132].

E il Sadoleto risponde: «Se scrissi a Melantone non fu per farmene un

amico, ma perchè speravo col linguaggio affettuoso cattivarlo, e che

così ci sarebbe più facile recuperare gli animi dei traviati. Sì,

dimenticai la mia dignità, perchè trattavasi della gloria di Dio, della

salute de' fratelli, della pace della Chiesa. Ebbi torto: peccai, come

voi dite, perchè non conoscevo abbastanza l'uomo a cui scriveva; volevo

colla dolcezza cristiana ricondurre all'ovile un de' fratelli smarriti.

Se lodai Melantone letterato, elegante scrittore, abile professore, non

volli difendere l'errore ch'e' sostiene. Perchè non potrei scrivergli?

Gli Israeliti non teneano commercio co' pubblicani?»

Allorquando Calvino staccossi da Ginevra, il Sadoleto credette opportuno

di scrivere ai Ginevrini, l'aprile 1539, deplorando i sovvertimenti che

recato avea la Riforma nella loro città, dianzi così colta e

ospitaliera; geme sui loro mali, e nella persuasione che i novatori non

potran trionfare se non per mezzo della rivolta e col conquasso delle

libertà civili e religiose; magnifica la grandezza dell'unità cattolica,

che con un'unica croce, un unico simbolo vinse il mondo, che sempre

senza interruzione insegnò le medesime verità, da san Girolamo fin a

Paolo III: stupenda unità, alla quale deve rifuggire chiunque s'intitola

cristiano, quand'anche i pastori non fossero sempre stati dolci e miti

di cuore come Cristo; che importa se il sole è velato a intervalli,

purchè rimanga sempre lo stesso? Il giorno del finale giudizio

(soggiungeva), due anime compariranno davanti al giudice supremo. Una

dirà: «Mio Dio, nata e cresciuta in seno alla vostra Chiesa, tenni i

suoi precetti quali gli avevo ricevuti dalla vostra bocca. Venner a me

novatori, colla Bibbia alla mano, cercando sommuovere il mio cuore,

svilendo il papato, insultando alla madre nostra, predicando la

disobbedienza e la rivolta: io stetti fermo nella fede de' miei padri,

nella credenza de' nostri dottori, negli insegnamenti de' nostri

pastori. Lo sfarzo d'alcuni pontefici, lo scandalo de' lor costumi, il

fasto delle dignità offuscarono bensì i miei occhi, ma io gli obbedii

senza giudicarli, io pover'anima, improntata in fronte col peccato.

Signore, eccomi a invocare meno la vostra giustizia che la

misericordia».

L'altra dirà: «Al veder i nostri preti superbi e ricchi, spesso coperti

d'oro e di peccati, montai in collera: io vissuto nella meditazione

della tua santa parola, rimasto indigente in una Chiesa, ove le mie

fatiche e il mio sapere m'avrebber dovuto elevare alle dignità, n'ebbi

dispetto, e presi la penna contro i pastori per distruggerne l'autorità:

ne assalii la dottrina, intaccai la liturgia, il digiuno, le astinenze,

la confessione; esaltai la fede e depressi le opere; domandai il tuo

sangue, e l'offersi in olocausto pe' miei peccati».

Il giudice eterno che dirà? Se v'è una Chiesa, l'anima fedele non potè

peccare, mantenendone i segni, i simboli e la parola: se anche questa

Chiesa, avesse mai potuto errare, il Signore potrebbe condannare chi

fallì solo per amore ed obbedienza? Ma l'anima che inorgoglisce sol nel

proprio sentimento, che ha per patrono soltanto il proprio interno, qual

ne sarà la sorte?

E finiva esortandoli a tornar alla verità. «Se i costumi nostri vi

stomacarono, se alcuni di noi colle colpe offuscarono la fronte

immacolata di questa Chiesa, voi potete odiar noi, ma non la nostra

parola e la nostra fede, essendo scritto, Fate ciò ch'essi diranno».

L'orazione, tutta piena di sottili interpretazioni di san Paolo, è

troppo lunga perchè divenisse popolare: e tanto meno essendo latina, e

finita d'artifizi retorici e di sottigliezze scolastiche: pure va fra

quanto di meglio nelle contenzioni d'allora io abbia veduto.

Non è in tempi di commozione che alle voci concilianti s'ascolti. Si

pensava a fargli rispondere, ma tant'era la reputazione del Sadoleto,

che niuno l'osava: onde Calvino, benchè allora espulso, offrì la sua

penna, e fece una risposta famosa. In quella espone i dogmi suoi, come

antichi: appartener egli alla chiesa di san Basilio, di san Crisostomo,

di sant'Ambrogio, di sant'Agostino; e cerca infirmar l'autorità di

«quest'uomo, fin dalla puerizia imbevuto nell'arti romane, in quella

officina d'astuzie e di tranelli».

Passando incognito da Ginevra, il Sadoleto cercò dove abitasse Calvino:

gli fu indicata una modesta casa e avendo battuto, il riformatore venne

egli stesso ad aprirgli in abito dimesso. Conversarono lungamente, ma

l'uno non potè convincer l'altro, e Calvino gli protestò che,

nell'osteggiar la Chiesa di Roma, non avea preso consiglio dal sangue e

dalla carne, ma dal puro desiderio di glorificar Dio e difendere la

fede.

Il Sadoleto ha più d'una lettera a Federico Fregoso arcivescovo di

Salerno dissuadendolo, dallo studiar troppo l'ebraico, o almeno di

preferirvi il greco e il latino[133]. Le ragioni che adduce non

contenterebbero certo gli ermeneutici, ma provano che vi si badava.

Di nuovo Paolo III lo chiamò a Roma nel 1536; e ornatolo della porpora,

lo pose tra quelli che stesero il _Consilium delectorum

cardinalium_[134].

Più volte dovette egli accompagnare i papi o viaggiar per affari:

venerato dapertutto, e attivissimo malgrado la tenue salute. Scriveva a

Carlo Gualteruzzi il 20 marzo 1544 come desiderasse ritirarsi dal

vescovado, «oltre che tutti i disegni e desiderj miei son oggi più che

mai fossero, allontanati dalle cure di queste cose e mareggi nostri

mondani e volti allo studio e contemplazione delle cose divine, al qual

esercizio spero nella benignità di Dio, ch'io potrò fare qualche miglior

frutto, e per me e per altri, o a questi o altri tempi, che far qui

nell'altre mie azioni non mi è stato concesso».

Finalmente morì a Roma il 18 ottobre 1547.

Altri begli ingegni ornavano allora Modena, fra' quali menzioneremo

Ercole Rangone, che fu vescovo di Rovigo, poi della patria sua e

cardinale (1530): Pietro Bertani, de' Predicatori, adoprato dal papa in

affari scabrosissimi; fatto vescovo di Fano, poi cardinale; Antonio

Fiordibello, uom di moltissime lettere, versato in ambascerie e nel

Concilio, e segretario del cardinale Polo, che recitò un'orazione _De

auctoritate ecclesiæ_ davanti a Filippo e Maria regina quando la

religione cattolica venne ripristinata in Inghilterra. Panfilo Sassi fu

portento di memoria: e avendo un poeta da colascione recitato certi

versi in lode d'un podestà, il Sassi levossi tacciandolo di plagiario,

ed avergli involato versi suoi, e per pruova li recitava; onde grande

stupore e mortificazione nel povero ciclico, finchè si rivelò la burla.

Legato a principi e nobili, al tumulto aulico preferiva il ritiro e lo

studio, talvolta lesse Dante e Petrarca commentandoli, con gran concorso

di persone. Potremmo aggiungere il famoso legista Cesare Castaldo,

Camillo Coccapani, Fulvio Rangone, il poeta Molza, e quel che vale per

cento, lo storico Sigonio.

Fra questi era assiduo Giovanni Grillenzoni, che, scolaro devotissimo

del Pomponazio, di questo raccolse le lezioni, neppur omettendo gli

scherzi onde talvolta le condiva. «Io non so, se altra patria sia tanto

obbligata ad alcun suo cittadino privato per esempj e per cose civili

ben fatte, quanto Modena è obbligata a Giovanni Grillenzone. Erano sette

fratelli, tra' quali egli non era il maggiore nè il minore; cinque

avevano moglie e figliuoli, e alcuni erano reputati, ed erano di natura

fieri e bizzarri, e incomportabili; e nondimeno tanta fu l'autorità sua

verso i fratelli, che fece, che, dopo la morte del padre loro, che fu

dell'anno di Cristo 1518, stettero tutti con la moglie e co' figliuoli

in una casa, vivendo in comune con somma concordia, senza pure una

parola acerba tra loro avervi, infino all'anno 1551, nel qual anno,

morto lui, che era il legame che riteneva i fratelli insieme, si

divisero separando ciascuno sè dagli altri. Ciascuna donna aveva la sua

fante, che serviva alla camera, e eranvi le fanti, che servivano tutta

la casa per far mangiare e bucato e simili cose, e ciascuna delle donne

prendeva il reggimento della casa la sua settimana a vicenda, comandando

alle predette fanti, e ciascuna faceva far pane e bucato la sua

settimana. Mangiavano in una sala capace i sette fratelli e le cinque

donne ad una tavola, e i figliuoli maggiori; ma i minori, che non erano

meno di quarantacinque o di cinquanta, in quel tempo medesimo ad una

tavola più bassa nel cospetto de' padri, e delle madri, e de' zii, ed

erano serviti dalle sorelle più grandicelle. Mangiavano ancora alla

tavola più alta con esse loro i forestieri, i quali erano assai e

continui, conciosiacosachè la predetta casa fosse un pubblico comune

albergo de' letterati e d'altre persone di valore, che passavano per la

città di Modena, e molti s'invitavano da sè, non essendo chiamati per

vedere quest'ordine e concordia, parendo loro cosa non mai più vista e

miracolosa. Niuno de' predetti fratelli era ozioso e scioperato. Egli

era medico, un altro era giudice, un altro speziale, un altro mercante

da panni di lana, un altro avea la cura della casa, e un altro attendeva

a quella della villa, e un altro era prete. E quantunque le facoltà non

fossero molte, nondimeno per l'ordine e buon governo bastavano a tanta

spesa».

Parlato degli studj del Grillenzone, dell'adoperarsi ch'e' fece, perchè

fosse chiamato in Modena Francesco da Porto a insegnar pubblicamente

lingua greca, soggiunge che, quando questi dovette trasferirsi a

Ferrara, «ordinò, che in casa sua ogni giorno fossero lette a certa ora

due lezioni, una latina e l'altra greca per coloro che fossero più

sufficienti, e erano stati discepoli del Porto, e a chiunque vi voleva

intervenire. E così furono interpretati i più difficili libri della

lingua latina, e fra gli altri Plinio dal principio al fine, e i più

difficili della lingua greca. Si leggeva senza pompa di parole, di

prologo, nè s'interpretavano se non i passi più difficili, sopra i quali

ognuno degli ascoltatori poteva dir liberamente il parer suo, e si

faceva giudicio delle cose lette, e specialmente delle cose de' poeti,

approvandole o riprovandole. Il qual giudicio era di gran giovamento a'

giovani, de' quali alcuni sono riusciti uomini valenti. Fu egli autore

che s'ordinassero certe cene a certi tempi dell'anno, nelle quali

interveniva solamente un certo numero di persone, che per l'ingegno

potessero ubbidire alla legge delle cene, e ciascuno della brigata

faceva la sua cena, la quale, per legge ordinata e approvata da tutti,

era limitata e di quantità, e di qualità di vivande e di giuochi e di

simili cose. E in ciascuna cena era proposto alcuno esercizio ingegnoso,

come che ciascuno dovesse comporre epigramma greco o latino, o sonetto,

o madrigale sopra alcuna o alcune vivande recate in tavola, o che niuno

potesse domandar da bere se non in quella lingua che il signor della

cena prima domandava, nè domandare con quel modo di parlare col quale

fosse stato domandato o da lui o da altri altra volta; nè gli era dato

se non ne domandava; che ciascuno dovesse dire tutti i proverbj che

erano intorno ad alcuno animale terrestre o acquatico o celeste, o tutti

i proverbj che sono intorno ad un mese o ad alcun santo o ad una

famiglia della città, o che ciascuno dovesse dire una novella della vita

di Tommaso dal Forno vescovo Gerapolitano, e simili cose».

Chi così parla è Lodovico Castelvetro, bello scrittore e critico arguto,

nato pure a Modena, dove aveva imparato l'ebraico da David, giudeo

modenese, «filosofo e teologo da non sprezzare»: il provenzale da

Giammaria Barbieri, che in Francia avea studiato i trobadori, e volea

dedur l'italiano dalla costoro favella. Il Gravina attribuisce al

Castelvetro il titolo di «Varrone della lingua vulgare», e per avventura

egli ci ha maggior merito che non il Bembo; mostrò conoscere altri

idiomi, e non la filiazione ma la fratellanza del nostro col provenzale.

Più tardi egli pubblicò la _Poetica_ d'Aristotele, con bastante

erudizione, riflessi sottili, critica assennata e franchezza di

appuntare anche là dove i commentatori non sanno che applaudire; osa

criticare Virgilio; imputa a Dante la pedanteria di parole scientifiche,

inintelligibili al popolo; all'Ariosto i plagi e l'infedeltà storica; e

osò dire che in Ispagna e in Francia v'avea poeti grandi quanto in

Italia. Libertà di giudizio che scandolezzava gli umanisti.

La presenza o il ricordo di tali personaggi doveva inanimare gli studj

in Modena; e non una vera accademia, ma una brigata di letterati vi si

era costituita, alla quale col Castelvetro appartenevano i già detti

Giovanni, Francesco e Bartolomeo Grillenzoni, don Giovanni Beretta,

Nicolò Machella medico, il dottore Filippo Valentini, Camillo Molza,

Gabriele Faloppio, allora empirico, dappoi famoso anatomista; Pellegrino

Degli Erri, Francesco Camurana, Lodovico del Monte ed altri. Aggiungiamo

Francesco da Porto, venuto povero fanciullo da Creta a studiare a Padova

poi a Venezia, e rimasto in Italia ad insegnar il greco in molte città,

e alla Corte della duchessa di Ferrara (1546).

Accoglievansi costoro alla spezieria de' Grillenzoni sul mercato delle

ova, sotto al palazzo dell'economo ducale; e talvolta erano tanti, che

il passaggio per la via ne restava impedito. Quando poi se ne levavano,

mostravano andar a prendere la perdonanza alla Madonna delle Fosse fuor

città, per continuar meglio a discorrere fra loro.

In que' ritrovi spiegavansi Dante, il Petrarca, i filosofi anche greci;

e nella inclinazione introdottasi di raffacciare la bellezza e

limpidezza classica alla barbarie scolastica, ne prendeano titolo a

censurare gli scrittori ecclesiastici, e vantare le dottrine degli

eretici. Da ciò passavano a divertirsi alle spalle de' predicatori

avveniticci, che per verità si prestavano troppo alla celia. Nel 1532 in

quel duomo frà Francesco Filauro da Castrocaro, minore osservante,

pubblicò un breve di Gesù Cristo, steso secondo le formole della curia

romana, intestato _Jesus episcopus_ ecc. e _datum in paradiso terrestri,

creationis mundi die sexto, pontificatus nostri anno æterno_, e

confermato e suggellato il giorno di parasceve sul monte Calvario; nel

qual breve era approvata e confermata d'autorità divina la regola dei

Minori Osservanti.

Se ne rideva fuori, e talvolta fin in chiesa levavasi qualche accademico

o altro galantuomo per dire, «Cessate coteste buffonerie»; oppure, «Ciò

non è vero»; e li costringevano a scendere dal pergamo; e la cosa arrivò

al punto, che predicatori non voleano più venire in quella città.

Naturalmente si vide in ciò un'adesione alle eresie; e nel 1536 Paolo

III ingiunse al vescovo di ricercare e punir i colpevoli; nel 1539 vi

mandò un inquisitore per esaminar le case monastiche, sospette

d'errori[135].

Don Serafino da Ferrara agostiniano, nel 1537 predicando l'advento in

quel duomo, si dolse cominciassero a spargersi le eresie luterane, e

addusse in pruova un libriccino, allora allora introdotto. L'aveva egli

sorpreso nella camera della signora Lucrezia Pico, vedova del conte

Claudio Rangone, ed esaminatolo coll'inquisitore, avealo deferito al

vicario del vescovo acciocchè indagasse chi l'avesse scritto, e chi

intromesso. Il titolo del libro era: _El summario de la Sancta Scriptura

et l'ordinario de li Christiani, qual demonstra la vera fede Christiana,

mediante la quale siamo justificati, et de la virtù del baptesmo secondo

la doctrina de l'evangelio et de li apostoli, cum una informazione come

tutti li stati debbono vivere secondo l'evangelio_. Comprendeva trentun

capitoli: in fronte l'effigie dei santi Pietro e Paolo, senza nome di

stampatore o d'autore, ma pare fosse d'uno degli accademici, i quali

certo ne presero la difesa[136].

Nel febbrajo del 1538, in casa del fisico Machella tenevasi un banchetto

da nozze, quando si presentano tre trombetti sonando come allorchè s'ha

da pubblicare le gride: e due maschere, montate sopra una credenza,

leggono e commentano una carta piena di vituperj contro esso padre

Serafino, per aver dichiarato ereticale un libro, che dodici letterati

di Modena erano pronti a difendere; intanto dicevan ingiurie a donne

devote de' frati, e massime alla signora Lucrezia, la quale pensava

introdur la _setta della contessa di Guastalla della perfezione_, cioè

un ricovero di matrone dedite alla pietà, come le signore della

Guastalla, istituite da quella contessa a Milano.

Si scoprì che i mascherati erano Antonio Bendinelli lucchese[137],

tagliacantone ch'era stato soldato sotto agli Strozzi e al Valori, poi

venuto pitoccando a Lucca, vi s'era posto maestro di leggere, indi di

grammatica: egli e un altro maestro furono arrestati, ma presto dimessi

perchè que' bandi non infamavano alcuno. Essendo però frà Serafino

tornato l'anno dietro a predicare, trovò sconciamente insozzato il

pergamo[138].

Di rimpatto si applaudiva a chi paresse nelle prediche favorire le

sentenze nuove, come frà Antonio della Catellina minor conventuale nel

1539, che fu vantato per non so quali proposizioni: del che sbigottito,

egli ne fece solenne ritrattazione. Paolo Ricci siciliano, minor

conventuale e maestro di teologia in Napoli, deposto l'abito e

abbracciate molte credenze nuove, le annunziava sotto il nome di Lisia

Fileno. Venuto a Modena nel 1540, tolse a spiegare le epistole di san

Paolo nel senso nuovo. Accorreasi in folla a udirlo, e non solo ne'

dotti ma fin nel vulgo entrò il farnetico, di disputare sulla fede nelle

case, nelle botteghe, nelle chiese, allegando a casaccio san Paolo, san

Matteo, san Giovanni e altri dottori che mai costoro non aveano veduti.

Il duca di Modena fece arrestare il Fileno, e quantunque l'accademia ne

assumesse il patrocinio, fu condotto a Ferrara, ivi processato e

costretto a ritrattarsi. Nella cronaca manoscritta di Alessandro Tassoni

il vecchio, vissuto dal 1488 al 1562, leggiamo al 1540:

_Eodem anno venit quidam Philenus in civitate Mutinæ, et multi

Mutinenses receperunt eum libenter, tamquam hominem literatum et doctum

in sanctis scripturis. Et cœpit legere æpistolas Pauli, et docere

sanctam scripturam occulte, idest solum eis quos sciebat esse suos

fautores, quia erat hereticus: et in civitate Mutinæ erant multi

sequentes suas opiniones etiam antequam venisset. Sed postquam venit,

auctus est numerus: et primi confirmati ab ipso sunt. Et non solum

ubicumque homines cujuscumque conditionis docti et indocti et ignari

literarum, sed et mulieres, ubicumque occasio dabatur, in plateis, in

apothecis, in ecclesiis de fide et lege Christi disputabant; et omnes

promiscue sacras scripturas lacerabant allegantes Paulum, Mattheum,

Joannem, Apocalipsim, et omnes doctores quos numquam viderant. Et cum

dictus zizaniæ seminator esset in villa Stagiæ cum aliquibus civibus

Mutinæ suæ sectæ, captus fuit a stipendiariis ducis Herculis Estensis,

et missus in carcere in Castro Mutinæ ad istantiam Inquisitionis patrum

sancti Dominici. Et sic examinatus pluries, tandem quadam nocte duxerunt

eum Ferrariam, et illic diligenter inquisitus et examinatus, tandem

retractavit omnes opiniones hereticas, subdens se Ecclesiæ catholicæ, et

condemnatus fuit ad perpetuos carceres pro pœnitentia. Nec per hoc

Mutinenses sequaces harum hæresum sunt conversi. Sed in sua obstinatione

permanserunt, sed non omnes. Verum est quod, propter metum, aliquantulum

abstinuerunt se colloquiis et disputationibus publicis. Hæc sunt

retractationes dicti Phileni, publice in civitate Ferrariæ factæ._

«Io Lisia Fileno, alias Paolo Riccio siciliano, constituto personalmente

in judicio avanti a voi, reverendo monsignore Ottaviano de Castello,

vescovo di San Leone e suffraganeo e vicario del reverendo cardinale

Salviato vescovo di Ferrara; e di voi, reverendo frate Foscherara di

Bologna, inquisitore della eretica pravità, dalla santa sede apostolica

delegato specialmente, toccando con le mani li santi Evangelji, giuro

ch'io caddi; e col cuore confesso e con la bocca quella fede, che la

Romana Chiesa crede, confessa, predica et osserva; e conseguentemente

abjuro e renego ogni eresia di qualunque condizione si sia, che altre

volte abbia tenuto. Item giuro e confesso la Chiesa Romana, alla quale

tutti i Cristiani debbono dare obbedienza, massime quanto appartiene

allo spirituale, e sono tenuti tutti li Cristiani all'osservazione di

quella. Item giuro che l'uomo sia di libero arbitrio così al ben, come

al mal operare, benchè non possa operare operazione meritoria a vita

eterna senza special grazia dello Spirito Santo. Item giuro che il

Purgatorio si ritrova, per il modo che la Chiesa romana insegna. Item

che l'anima de' santi et altri giusti defunti, che con grazia del

Signore sono passati di questa vita, sono entrati in cielo a fruire le

delizie del Paradiso. Item che li santi e le sante canonizzati dalla

Chiesa, le anime de' quali sono entrate in cielo, si possono invocare in

nostro ajuto, come avvocati et intercessori nostri appresso di Dio e

Cristo salvator nostro. Item giuro che la confessione sacramentale sia

de jure divino, e che li Cristiani siano obbligati de necessitate

salutis a confessare li suoi peccati al sacerdote, e che sono obbligati

all'osservanza della quadragesima e degli altri digiuni di precetto, nel

modo che la santa Chiesa comanda. Item che la messa è tutta santa, la

qual messa debbono udire così gli uomini come le donne nelle feste di

precetto, e che ci stia sino alla fine, e non solamente sino che è

finito l'evangelo. Item, che è lecito, et alcuna volta laudabile e

virtuoso far voto a Dio e ai santi; e quando son fatti, si devono

necessariamente adempiere, non essendo commutati dal superiore. E che è

laudabil cosa a dir l'uffizio della Madonna e la Salve Regina mater

misericordiæ, con altre orazioni approvate dai santi pontefici.

Conseguentemente abiuro e rinego quelle eresie dannate da santa Chiesa,

che falsamente affermano contro a quello che di sopra ho affermato, e

così ogni altra eresia».

Peggioravano la causa buona certi frati che, per gelosie d'ordine,

contendevano fra sè dal pulpito, l'uno disapprovando l'altro; e alla

cautela presa che nessuno montasse in pergamo senza licenza del vicario

generale non si badava. Tra quegli oratori fu l'Ochino, che nel 1541 al

28 febbrajo passando per recarsi a Milano, fu chiesto di predicare in

duomo, e v'attirò folla grandissima, e l'accademia lo pregava a restar

la quaresima, del che egli non potè compiacerli.

L'avvenimento capitale in Modena era dunque il predicatore. Parlava

ortodosso? veniva fischiato. Era dissenziente? veniva applaudito, ma

denunziato e costretto a disdirsi. Fra altri, Giovanni Berettari

Poliziano, modenese, contato fra' migliori poeti e maestro in casa

Molza, datosi tutto alle sacre carte, spiegava le epistole di san Paolo

con gran concorso, e disse pure che le preghiere in latino non poteano

piacere a Dio. Per questo citato dal sant'Uffizio e non comparso, in

contumacia fu condannato il 2 aprile 1541. Corse a Roma, e

coll'assistenza del poeta modenese Molza, che stava col cardinale

Farnese, ebbe dichiarazione d'innocenza. Sottoposta però la sua causa a

nuovo esame, venne obbligato a ritrattare alcune proposizioni.

Soggiungiamo una lettera in proposito.

All'illustrissimo et eccellentissimo signore signor mio singolarissimo

il signor duca di Ferrara.

Modena alli 18 d'aprile 1540.

Vostra eccellenza deve sapere come questo anno in questa città

si fa il Capitolo delli frati di Santo Agostino, il qual'hora

si ritrova essere principiato: e perchè pare consuetudine che,

per il tempo ch'egli dura, il pergamo della chiesa cathedrale

suol essere deputato a quella religione, il Capitolo della

quale si celebra, acciochè li frati d'essa possano predicarvi a

lor piacere, egli così havendolo domandato qui questo anno, il

reverendo vicario di monsignor il vescovo ricercatone, anche

dalli magnifici conservatori, s'era contentato che essi,

secondo il solito, l'havessero. E perchè si ritrovava essere

qui un frate di zoccoli, qual vi predicava, ben comportato dal

precitato vicario et con licenza sua, e per certe conclusioni

quali gli erano state mandate dalli precitati frati di Santo

Agostino, per le quali s'erano scambiate alcune parole tra il

precitato predicatore di zoccoli et il frate che gliel haveva

portate era nata qualche altercatione et alteration dell'animo

d'esso predicatore, per la quale pare che nella predica del

venerdì lui con qualche parola pungesse questi frati de Santo

Agostino; havendone loro inteso qualche cosa, mandarono alla

sua predica di hier mattina due deli loro frati, dali quali

esso fu notato che, nelle due infrascritte cose, havesse

predicato a carico della loro religione: l'una che

raccomandando lui al popolo li detti frati de Santo Agostino

acciò che gli porgesse ajuto de limosine in questo Capitolo,

haveva soggionto, che, oltra questa limosina attuale, pregava

ii popolo che ne facesse anche loro un'altra spirituale, cioè

di pregare Dio che inspirasse li cuori di tutti quei frati a

fare elettione de predicatori et confessori, li quali

predicassero et confessassero più catholicamente che fin qui

non havevano fatto: l'altra che, annonciando al popolo il

giubileo e plenaria indulgenza che haveva concessa Nostro

Signore a questi frati per questo loro Capitolo, haveva detto:

Io credo bene che sarò forsi riputato un buffone da loro,

facendomi essi annonciare quell'in che non credono. E così

essendosi per detti due frati di Santo Agostino, quali havevano

udita questa predica, riferito à tutti li altri questi due

punti, vennero dopo desinare a me alcuni de' loro, mandati in

nome di tutto 'l Capitolo, li quali mi dissero quanto io ho

soprascritto a vostra eccellenza della consuetudine del

deputare il pergamo del Duomo alli frati che fanno il Capitolo,

et della promissione che n'era stata fatta loro, la quale non

ostante ci predicava un frate di zoccoli, il che loro dicevano

non curare però molto, perchè poteva predicare nella loro

Chiesa. Ma che ben havendo il Capitolo inteso che nella sua

predica di hier mattina il detto frate haveva nelle sopraddette

due cose tassato et infamato molto tutta la loro religione,

n'haveva sentito incredibil dispiacere, et tutti li frati se

n'erano gravati, et che essi in nome de tutti erano venuti a

dirmi che, desiderando loro giustitia dalle false calunnie che

gli erano state date, volevano questa mattina predicare sul

detto pergamo del Duomo un loro frate secondo l'ingiuria che da

esso pergamo gli era stata fatta, overo quando pur quest'altro

di zoccoli ci dovesse predicare loro voleano similmente mandare

loro frati, li quali gli rinfacciassero tutto quello che haveva

detto della religione essere falso, mostrandosi in questa cosa

molto offesi d'esser talmente ingiuriati, che non potevano

senza gran disonore lasciar di risentirsene. Io che cognoscevo

che, quando non havessi messo le mani dinanzi a questo loro

animo, poteva facilmente per questa gara nascere qualche gran

seditione et disordine, non quanto fosse per li frati soli, che

quando la cosa havesse dovuto solamente passare tra frati e

frati non me ne sarei curato; ma per rispetto di quelli della

terra, li animi delli quali havrebbono potuto applicarsi qual

ad una openione et quali ad un'altra, et massimamente essendovi

pur molti cervelli intelligenti et svegliati come ci sono; e

però parendomi mio debito provedergli con ogni studio, risposi

loro, che di quanto mi riferivano essere stato predicato da

questo frate a carico della loro religione io non sapevo cosa

alcuna, perchè non ero stato a quella predica, nemeno da altri

n'havevo sentito ragionare: ma che bene tenendo il luoco che

tenevo, l'uficio mio era di non lasciare pullulare contese nè

discordie, ma di spegnerle et conservare la unione e la pace in

la città, e che ricordavo anche loro che era cosa molto più

conveniente a buoni religiosi il trattare questa cosa

amichevolmente et fra poca brigata, che esclamarne et

contenderne publicamente; e che, fin che fra loro non erano

d'accordo, io non volevo che nè l'uno nè l'altro predicasse nel

Duomo. Loro mi risposero essere apparechiati a parlarne in

presenza mia col precitato frate zoccolante, e che ogni volta

che lui disdicesse quanto l'haveva detto a carico della

religion loro erano satisfatti, et metterebbono la cosa in

silentio. E mi ricercarono che io lo mandassi a chiamare, il

che non mi parendo de fare così improvisamente, mandai prima a

chiamare il reverendo guardiano di essi di zoccoli, il qual

venuto e me insieme con un altro frate di suoi, qual diceva

essere stato a quella predica, et essendosegli comunicato la

doglianza che facevano questi frati de Santo Agostino,

esortandolo a vedere d'accomodare questa differenza, lui

respose essere nuovo di questa cosa perchè non era stato alla

predica, e che quando pur esso predicatore havesse detto

qualche cosa di dispiacere alli Augustiniani, l'haveva forsi

fatto provocato da colera per una mentita che gli haveva dato

quel frate che gli portò le conclusioni. Et il frate che era

col precitato guardiano, et che diceva essere stato alla

predica, affermava chel predicatore non haveva detto quelle

cose del modo che le esponevano li frati de Santo Agostino.

Replicavano il contrario li augustiniani, et dicevano havere

già fatto examinare molte persone, le quali erano state alla

predica, et che havevano deposto la cosa nel modo che loro la

narravano, e che se il frate di zoccoli era stato ingiuriato da

alcuno delli loro, doveva modestamente dolersene a li suoi

superiori, li quali non seriano mancati di farne opportuna

dimostratione, e non in publico biasimare tutta una religione,

e mettere male impressioni nelle orecchie delli auditori, et

tanto maggiormente che, come diceva il procuratore generale

d'essi Augustiniani qual si ritrovava presente a questo

ragionamento, era di pochi mesi inanzi stata fatta una

constitutione da molti reverendissimi deputati da nostro

signore che nel pergamo niun frate dovesse predicare a carico

d'alcuna religione: ma se si haveva notitia che alcuno fosse in

qualche errore o incredulità, si deferisse alli precitati

reverendissimi deputati. Finalmente, di parere del precitato

guardiano si mandò a chiamare il precitato predicatore di

Zoccoli che dicono sia un frate Francesco Farino de Monferrato,

e così venuto dinanzi a me, li precitati Augustiniani

cominciarono a replicare il sopra detto, lui havere detto a

loro carico, gravandosi delle calunnie che lui gli haveva date,

et instando che lui le negasse overo, le disdicesse, altrimenti

che essi se ne risentirebbono davanti altro più competente

giudice, et non tacerebbono anche quanto incontro potevano

dire. Il prefato predicatore con molta patientia e con tutta

quella consideratione che havrebbe potuto fare, cominciò a dire

che li frati adversarj dicevano la bugia, et lo imputavano di

quel che esso non haveva detto; riferendo quanto alla prima

oppositione havere simplicemente detto chel popolo pregasse Dio

ad inspirare quei frati che facessero elettione di predicatori

et confessori che predicassero et confessassero catholicamente:

e non havere detto che quello non havevano fatto sin qui.

Quanto alla seconda, havere detto che se tutti li frati di

Santo Augustino fossero come erano alcuni dei loro, lui sarebbe

riputato un buffone a predicare per loro quel che non

credevano. Se per la prima li Augustiniani, anchor che

dicessero haverne molte prove, mostravano restare satisfatti,

poi che lui proprio s'era disdetto, sopra la seconda si

dolevano di lui in qualunque modo sel havesse detta, dicendo

che fra loro non conoscevano alcuno nè pur un solo che non

credesse catholicamente, ma che tutti si riputavano fedelissimi

Christiani. Sopra questo il precitato frate cominciò a

nominargli un certo frate Giulio di Santo Augustino, qual

diceva essere già stato perseguitato per incredulo; al che essi

Augustiniani respondevano che frate Giulio non era delli loro,

ma era delli Conventuali. Questo alla prima vedendo esso

predicatore che li precitati Augustiniani toglievano la sua

resposta per una disdetta, cominciò ad adirarsi, et a dire che

per questo lui però non si disdiceva, ma quanto haveva detto,

era ben detto e che non venisse voglia alli adversarj d'andarsi

gloriando d'haverlo fatto disdire, perchè così non era l'animo

suo, et che, anchor che lui fosse qui di transito et gli

importasse il partire, voleva però predicare ancho questa

mattina acciò che li precitati Augustiniani non dicessero che,

se ne fosse fuggito, e cominciò ancho a tassare uno d'essi

Augustiniani, qual ha predicato qui questa quaresima, che

havesse messo in dubio il purgatorio, come a lui era stato

riferito, il qual predicatore di Santo Augustino respose non

havere mai parlato parola del purgatorio in le sue prediche, e

che quanto lui haveva predicato era stata vera dottrina

christiana, et era paratissimo a così sostentare: e quando gli

fosse fatto constare d'havere mal detto, che nol credeva

ridirsi con la propria lingua. Et così essendo sin presso a

sera durata questa quistione senza pigliare forma d'acquetarsi

e concordarsi, et in la quale anchor che quei frati di Santo

Augustino sempre procedessero molto costumatamente e con

humanissime parole, nondimeno quell'altro di zoccoli per il

primo procedeva rottamente et in colera, io li risolsi

chiaramente che io non volevo che loro mi mettessero la città

in conquasso et in rotta con le sue discordie et suoi

dispareri. E che però, quando fra loro non rimanessero

d'accordo, non pensassero alcun di loro di predicare questa

mattina nel Duomo perchè non mi pareva che l'havessero a fare

così partiti da me. E sapendo che havevano a ridursi al

precitato vicario, feci tal ufitio, et tenni tal modo con lui,

che 'l dispose quel frate di zoccoli a non predicare altrimente

questa mattina nel Duomo; ove lui così non ha predicato, nè

meno vi ha predicato alcuno di quelli di Santo Augustino. Non

tacerò che quello di zoccoli disse ancho questa parola; E ci

sono stati di vostri frati che sono andati vantando che

monsignor Augustino, qual ha predicato quest'advento in

Ferrara, n'ha fatto fuggire don Calisto. Al che li Augustiniani

resposero che queste erano parole impertinenti e che li

Augustiniani non potevano havere detto questa cosa non

appartenente a loro, perchè monsignor Augustino non era delli

suoi ma è conventuale.

Il tutto ho voluto, parendomi di qualche importanza, fare

sapere a vostra eccellenza togliendo solamente il succo e la

sostanza di infinite parole che dall'una parte e l'altra furono

dette e replicate, e così questa mia glie ne sia per aviso.

La qui alligata è resposta di quella che, addì passati, vostra

eccellenza scrisse all'illustrissimo signor duca de Mantova

contro quel Guido Del Fante, la qual ha fatto buon frutto.

Spero che sua eccellenza con una sua patente data in mano a

questi adversarj de Guido comette che, in qualonque luogo del

suo Stato egli capiterà, li suoi uficiali gli debbano fare

porre le mani adosso et ritenerlo, il che acciò che così possa

succedere, li precitati suoi adversarj non mancheranno

d'osservare tutti li suoi andamenti per farlo incappare nella

rete.

Nè altro mi occorre dire a vostra eccellenza alla qual bacio le

mani.

Gli eretici d'Italia, vol. II · 第 28 / 88 题