NOTE

[124] Così il Minturno scrive al Gesualdo nel 1534.

[125] _Non tam exemplis rationibusque actum est, quam conviciis ac

maledictis: nec christiana pietate sed canina facundia.... Nec jurgiis

modum sed, quod dictu nefas est, jocis et scommatis libros referserunt.

Quin vero qui veritatis indagandæ studio scribunt, mites modestosque

semetipsos exibeant, Christi exemplo, qui cum esset veritas, in se ipso

quoque mansuetudinem prædicavit, tantumque abfuit ut ultro maledixerit,

ut etiam, quod Petrus ait, maledicenti non minaretur._

[126] Ulrico Valenio, che primo impugnò la venuta di san Pietro a Roma,

fu confutato anche da eterodossi: Guglielmo Cave, l'Ammondo, il Grozio,

il Pearson, il Blondel, Chamier, Patricio Giunio, Baldassare Babelio,

Tommaso Ittigio, Giovanni Clerc, Samuele Basnage, Newton, Giuseppe

Scaligero, Giovanni Pappio, ecc.

Le opere del Cortese furono raccolte dal marchese G. B. Cortese, e

stampate dal Comino a Padova il 1774, in due tomi, col titolo GREGORII

CORTESII _monachi casinatis S. R. E. cardinalis omnia quæ huc usque

colligi potuerunt, sive ab eo scriptæ, sive ad illum spectantia_. Oltre

i versi e una elegante descrizione del sacco di Genova nel 1522, vi sono

le sue lettere italiane, scritte la più parte al Contarini, le latine,

dove fin il Bembo trovava che non si direbbero d'un frate, «nella qual

cosa egli merita in tanto maggior lode, che _delet maculam jam per tot

sæcula inustam illi hominum generi_ di non sapere scrivere

elegantemente»: un'edizione del Testamento Nuovo, confrontato agli

esemplari greci.

[127] _Ep._ del 1537, vol. I, 749, 758.

[128] _Ep._ 9 del l. XV.

[129] Scrive a Giovanni Francesco Bini il 20 agosto 1535:

.... «Mi par che voi pensiate e stimiate ch'io mi sia sdegnato per conto

delle censure. Io non sarei cristiano se così fosse, e sarei molto

insolente se volessi tôrre la libertà a chiunque sia di dire e scrivere

come gli venisse voglia. Le censure non mi son dispiaciute, e chiunque

scriverà contra di me per dimostrarmi la mia ignoranza, non mi

offenderà..... Ma quella proibizione de' libri mi è doluta fin a morte,

fatta così nominatim et in specie e incivilmente...... Ne è stato tanto

che dire a Lione, in Avignone, ed in tutte le parti circonvicine, che in

vita mia non mi trovai sì mal contento giammai, e quasi non potevo alzar

il viso.... A me è stato forza, per ovviare a tanta infamia, mandare le

censure e le risposte a Lione, non perchè si stampino, ma perchè si

vedano..... Voi dite che le risposte pungono. Non si può, credo io,

rispondere se non si redarguiscono le ragioni dell'avversario, e le

allegazioni non si mostrano non bene allegate..... Ma come si sia, lo

scrivere ed opponere è libero a ciascuno, ed io non fuggo d'esser

ripreso: anzi quel che voi dite esser chi dica molti altri luoghi

meritar riprensione, mi sarà forte grato che mi sieno mostrati, che

sempre imparerò qualche cosa, e l'avvedermi della mia ignoranza mi sarà

buona dottrina. La quale ignoranza io non la disdico in me: sol dico

che, se quelli che vanno a Parigi a studiare in teologia, in sei anni si

addottorano, io, che l'ho studiata otto anni continui in Carpentras, non

dovrei esser dalla natura sì mal dotato, che io non ne avessi preso

qualche parte; e se ben non ho studiato Durandi, Capreolo, Ochan, ho

studiato la Bibbia, san Paolo, Agostino, Ambrogio, Crisostomo, e quei

degnissimi dottori che sono le colonne della vera scienza».

[130] Girolamo Negro, al 6 dicembre 1535 da Roma scriveva a Marc'Antonio

Micheli: «Sua signoria reverendissima (il cardinale Farnese?) sta ben

del corpo e meglio dell'animo, sì per le doti della natura sua ben

composta, come eziandio per le acquistato virtù; onde nella morte del

carissimo fratello, nè la morte, nè la povertà in la qual si trova in

questo grado, gli dà punto di noja, nè lo disvia da' suoi studj. Ora la

sera legge il Fedone di Platone greco e la Logica d'Aristotele a certi

nostri; la mattina fa esercizio col papa a Belvedere, dal quale è ben

veduto, e così da tutta la Corte. Dopo pranzo, con belli tempi cavalca

per queste anticaglie...... Tiene circa venti cavalli, perchè le facoltà

sue non gli bastano per di più, e bocche quaranta. Vivesi mediocremente

a guisa de' religiosi senza pompe. Il papa gli ha assegnato scudi

duecento al mese per il suo vivere, la qual provisione con gli

emolumenti del cappello basta per l'ordinario della spesa, e scorrerassi

così finchè Iddio mandi altro.

«È venuto qui da Carpentrasso M. Paolo Sadoleto nipote del vescovo:

giovine dotto e gentile, al quale ha rinunciato l'episcopato. E perchè

credo vostra eccellenza intendesse già il travaglio gli fu dato dal

maestro del Sacro Palazzo sopra li commentarj suoi sopra l'epistola di

san Paolo alli Romani, accusandolo di eresia e vietando li libri non

fossero venduti, il vescovo mandò qui al papa una bella apologia, ed era

attaccata una grossa scaramuzza con questo frate suo conterraneo (il

Bacia), sopravvenuto il reverendissimo nostro, si ha interposto e fatta

la pace, con grande onore del vescovo; li libri sono stati approvati e

rilassati. Il detto M. Paolo ha portato qui il libro di suo zio tanto

desiderato, che è l'_Ortensio_, lo quale è in man nostre; e ci dice che

'l scrive ora _De Gloria_, per rifar del tutto li danni nostri di tanta

perdita» (cioè la perdita del libro _De Gloria_ di Cicerone).

[131] _Ep._ 4, l. XI.

[132] Ne' manuscritti vaticani, nº 3918.

[133] _Ep._ del lib. III.

[134] Vedi TIRABOSCHI, _St. della letteratura ital._, Tom. VII, p. 1. La

vita del Sadoleto fu scritta da Fiordibello, di cui parliamo nel testo.

Il libro del Sadoleto sull'educazione e la vita comparvero tradotti in

francese dal Charpanne, nel 1865.

Nipote del Sadoleto fu Paolo Sacrato canonico di Ferrara, di cui sono a

stampa (1579) molte lettere a personaggi d'allora; un libro sulla

Genesi, uno sui Salmi, uno sull'epistola canonica di san Giacomo. Al

fine delle sue lettere ha due discorsi a difesa di due prelati, i quali

le loro pastorali aveano scritte in italiano perchè la più parte de'

preti della loro diocesi non capivano il latino.

[135] SPONDANO, _Ann. Eccl. ad annum_.

[136] Dal processo del Morone appare che quei dell'accademia aveano

pubblicato un libro «In che maniera doveriano esser istrutti in fine

della pueritia li figliuoli de' Cristiani nelle cose della religione».

[137] Era un tristo arnese questo Bendinelli. Carlo Sigonio, dappoi così

famoso come storico, era stato eletto successore al Da Porto in Modena,

e preparò una vita di Scipione Africano per dedicarla a Cosimo de'

Medici, sperando così esser chiamato lettore a Pisa. Il Bendinelli, che

già avea divulgato censure contro alcune traduzioni del Sigonio, fece

secretamente stampare essa vita, e così scornò il Sigonio.

[138] Il Morone nel suo processo narra che, quando cresimava, «fu posta

fuori una pittura in suo obbrobrio, che era un asino con la mitra in

testa e col piviale».

[139] SADOLETI _ep. famil._, vol. III, p. 317, 319.

[140] Autor di varie operette e traduzioni, molto lodato dal

Castelvetro. Non trovasi sottoscritto al formolario: ma sul fine di sua

vita fu sospettato di nuovo d'eresia, onde fe segreta abjura davanti al

cardinale Morone. Ma parendo che questa segreta abjura non bastasse, e'

ne prese tal afflizione che morì, di circa cinquantasei anni, il 1568.

[141] Ochino, non ancora apostata e condannato.

[142] Lettere levate da un cartolario appartenente al cardinale Morone,

deposte nell'archivio secreto vaticano.

[143] «In compenso del vescovado di Tortona, quale il N. S. indignamente

avea levato al conte Giovanni mio figliuolo, S. S. gli ha conferito

quello di Modena, etiam che per me non si ricercasse altro che digno

compenso.»

Lettera del cancelliere Morone, marzo 1529, nel vol. III della

_Miscellanea di cose italiane_.

[144] Son parole del processo di lui, del quale già largamente ci

valemmo e più ci varremo in questo discorso. La copia che noi usammo,

d'oltre seicento carte, e che dobbiamo al signor duca Scotti, servì

certamente ad uno de' giudici, come mostrano i segni ed appunti ch'esso

vi fece. Pur troppo, secondo il consueto, son taciuti i nomi, che ci

avrebbero dati molto maggiori indizj.

[145] Le lettere del Morone, che son nell'archivio vaticano, attestano

le premure continue perchè il Concilio si facesse ed accelerasse.

Nell'adunanza di Hagenau però riferisce come i Luterani avessero

risposto al re de' Romani in modo da toglier ogni speranza di concordia,

dicendo apertamente che non conoscono nè vogliono riconoscer il papa per

capo. «E se pure l'imperatore e il re vogliono che li ministri di sua

santità intervengano al convento proposto, non intendono che sua santità

abbia più di una voce, come ogni altro vescovo. Quanto alla restituzione

delli beni ecclesiastici, dicono non esser tenuti, perchè li dispensano

meglio che non faceano li primi possessori, di che s'offeriscono render

conto» (23 luglio 1540, _Arch. vaticano_).

Il cardinale Farnese rispondendo, fra altre cose, dice trovarsi strano

che voglia trattarsi di dogmi per opera di principi, non di teologi; e

che il duca Lodovico di Baviera non abbia menato seco Echio, se non per

disputare, almen per consiglio: il qual Echio è certo molto dotto e

peritissimo in questa materia s'altri mai in Germania; nè tanto duro

quanto lo fanno gli avversarii, che ne traggono pretesto di ricusarlo

per timor che hanno di esso. «Ed è gran cosa che detti avversarii

mandano chi e come vogliono, e danno la legge alli Cattolici di non

poter introdurre, se non quei che piaciono agli eretici» Roma, 24 luglio

1540.

[146] Oltre la dolcezza, il Morone palesa già nella legazione, come poi

nel processo la poca fiducia in sè, il desiderio d'abbandonar gli

affari, il bisogno d'aver l'appoggio di un Legato. Il vescovo d'Aquila

scriveva al cardinale Farnese da Worms l'8 gennaio 1541: _Mutinensis est

satis turbato animo, excusat se a negociis, credo prudenti consilio quia

prudens est et perspicacis ingenii; nunquam tamen potuit induci ut semel

tantum una cum Feltrensi voluerit tractare causam; imo dicit se velle ad

Urbem proficisci, vel ad regem Romanorum. Excito ejus animum, quantum

possum omni studio foveo, confirmo; dignus enim est ut ametur, sed video

animi obstinationem: hodie enim confirmavit se omnino deliberasse de

recessu, et nolle futuris comitiis interesse_.

[147] «Mentre ho servito Paolo III come nuncio in Germania, ho sempre

voluto tenere il luogo che si deve a un nuncio apostolico, sopra tutti

gli altri ambasciadori di imperatore e re, e sopra tutti li principi

dello impero, etiam gli elettori ed ecclesiastici. Il qual luogo non

avria potuto tenere mordicus se avessi avuto a ritenerlo per un principe

secolare. Oltre di questo, avevo le facoltà molto ampie, le quali

dispensavo per tutta Germania secondo il bisogno; quali istantemente

avevo richiesto, e fatto diverse volte ampliare. La qual facoltà, se il

papa fosse solo principe temporale, anzi se non fosse papa universale,

non potria darle da dispensare in provincie esterne». _Processo._

[148] Lettera 22 giugno 1542. Il formulario colle firme trovasi nel I

volume delle opere del cardinale Cortese.

[149] Nell'archivio vaticano, _Nunziatura di Germania_, VIII, 64, è una

nota anonima del settembre 1540, di persone opportune a mandarsi col

cardinale Contarini in Germania. Son essi il generale de' conventuali,

Gregorio Cortese che conosciamo, il maestro di sacro palazzo, Pietro

Ortiz, Pietro Martire, canonico regolare, il Flaminio. Di questi ultimi

dice: «L'uffizio di scriver ben potria far anche il Flaminio, bon poeta

e bon orator, ben dotto in greco, e per molti anni datosi alla scrittura

sacra e dottori antiqui; ben stimato per il commento sopra alcuni

psalmi.... Non cognosco don Pietro Martire. Il reverendo Contureno, per

relazion del Flaminio, ne dice miracolo della dottrina teologica ed

altre, ed eziandio della lingua greca e latina, e credo anche in qualche

parte della ebraica. Il che è molto a considerar tra quelli che si

mandano, perchè li Luterani maggior profession fanno e più si valgono

delle lingue che di ogni altra cosa. Se si avesse potuto aver teologi

secolari d'Italia, sarebbe stato meglio; ma di questo ben manca

l'Italia, e bisogna servirsi di religiosi....».

[150] Jacopino Lancellotti, in una cronaca inedita che ora si va

stampando, all'anno 1543, dice venuti da Roma al vescovo 40 articoli di

fede, sui quali esaminare gli accademici che espongono false dottrine.

Il cronista le dice sparse da Francesco Greco (di nazione) che legge

greco in comunità per venticinque lire al mese, ad istanza degli

accademici. _Vi sono molti, e de' migliori della città, che sono tutti

immersi nel greco._ Si dice che il vescovo (Morone) voglia far

sottoscrivere gli accademici....... Si dice che Francesco Greco era per

non sottoscrivere gli articoli. Nicolò Machella andò per la stessa

ragione a Venezia. Gli altri trenta accademici sono spaventati. Viene

per questi articoli il modenese Bertani, vescovo di Fano. Gli accademici

insinuano non mangiar magro, non confessarsi che a Dio, non venerare i

santi, e non celebrare che poche feste, non esservi purgatorio. Il

canonico Valentino diceva voler vendere tutti i libri, i galantuomini

non potendo più studiare le scritture senza incorrer pericoli.

Si sospende la sottoscrizione dei quarantuno (sopra disse quaranta)

articoli per non mettere in voce di luterana la città, essendosi solo

disputato per istruzione. Ciò saputo, il Machella ritornò a Modena.

Settembre. Il vescovo invita varii accademici a sottoscrivere i

quarantun articoli: risposero lo faranno se prima li sottoscrivano i

conservatori del Comune; interrogati, questi risposero voler sentire su

di ciò gli aggiunti. Tre soli furono poi i conservatori che

sottoscrissero. Allora il cardinale Sadoleto modificò gli articoli. Si

fece tornare Francesco Greco, ma perchè era stato processato fuori, pare

che il vescovo non volesse la sua sottoscrizione, del che lagnaronsi gli

accademici, che lo condussero in comunità, ove dichiarossi pronto a

sottoscrivere, e che voleva gli fosse mantenuta la cattedra di greco.

Tutta la città è sottosopra.

L'inquisizione presenta al governatore lettere ducali perchè dia il

braccio secolare contro le eresie che sono in Modena.

Nota che alle prediche del francescano Dalla Pergola andava sempre il

governatore — e gran gente: ebbe rimproveri dal suo provinciale: il

Morone lo protegge: l'Inquisizione gli dà da giustificare quarantasei

articoli e riesce vincitore. Dice non predicava che l'Evangelo, non

nominava santi, nè penitenze quaresimali: asseriva aver Cristo pagato

per noi. Gli accademici alle sue prediche sono più di venticinque, tra

quali Andrea librajo il primo a introdur libri eretici in Modena, che

furon poi bruciati a Roma. Il cronista dice il Pergola mandato a Modena

dal Morone, e che tornato a Venezia, i suoi superiori lo carcerarono.

Un canonico regolare prende ad esame cogli inquisitori un libro senza

data, da lui trovato in camera di Lucrezia Rangoni, e accusa l'ignoto

autore di esso al vicario vescovile: dal pulpito invita chi ha libri

proibiti a portarglieli.

A Bologna è bruciato, come a Modena, per eresia quel libro che gli

accademici lodano.

Dall'archivio di Stato, già archivio segreto estense, copiamo questo

brano di relazione, che Francesco Villa governatore di Modena manda a

Ferrara al duca per mezzo del suo cancelliere M. Gentile Albino, il 12

agosto 1542.

«Prima, che instando il reverendissimo cardinale Morone (in vertù d'un

breve di nostro signore) perchè alcune persone di Modena si

sottoscrivano ad una modula di capitoli che saranno con queste

instruzioni, loro si rendono difficili e renitenti a volerlo fare,

dicendo non stare a loro a dare sentenza di queste cose, ma accetteranno

quel che sarà determinato dal Concilio. E pure alcuni capitoli vi sono,

alli quali loro si sottoscriveriano, ma volendo detto reverendissimo si

sottoscrivano a tutto e non ad una parte sola, la cosa sta così

imperfetta. Detto reverendissimo veramente è proceduto con tutta quella

destrezza che sia possibile. Aggiuntavi ancho l'opera di esso signor

governatore, quale non è mancato ricordarli che, per le asprezze che usò

il cardinale Gajetano legato d'Alemagna con li Luterani, nacque di

piccola favilla quel grande incendio che anchor oggi arde, e che sua

reverenza si guardi che Dio non voglia e permetta talora e per li

peccati del mondo mettendo a disperazione costoro, persone di molto

ingegno e spirito e d'un sottil cervello, sorgesse un qualch'altro simil

fuoco in Italia, onde per il lento procedere d'esso reverendissimo e per

quel che le dette persone hanno scritto a Roma sia nostro signore

entrato in sospizione de sua reverendissima, e ha eletto sei cardinali

legati alla requisizione de' Modenesi: delli quali si pensa che ne

manderà uno ad essa città a procedere e inquirere sopra le cose della

fede, di che esso reverendissimo è rimasto con tanta mala sodisfazione

de dette persone, che non voleva intromettersene: pur pregato da esso

signor governatore, se ne lascia parlare, et quando queste persone

volessero sottoscriversi, accetterà le sottoscrizioni: in che esso

governatore non manca, siccome ha fatto buon ufitio col cardinale, di

farlo ancho con loro, et esortarli a sottoscriversi per accomodare

questa differentia la quale conosce quanto è di mala natura e quanto

male ne potria seguire, e perchè troppo gli dispiaceria per l'honore

dell'illustrissimo signor duca che nel suo Stato pervenisse da Roma a

Modena un cardinale a far processi e inquisizioni di cose della fede,

massime stendendo lui gli capitoli, nè essendo sua sicurtà, ha voluto

che io li porti a sua eccellenza (il duca) acciò, vedutili e mostrati

come gli parerà, possa deliberare e pigliare qualche espediente

opportuno sopra questa pratica, la quale per molti rispetti è di

gravissima importanza, e ricerca gran considerazione».

[151] Balzac scriveva a Chapelain:

«Je suis bien avant dans la querelle d'Annibal Caro, mais je ne change

point de passion, et l'estime toujours plus honnête homme que son

adversaire, quoique peut-être son adversaire soit plus grand docteur que

lui. Je n'ai gueres vu de grammairien de la force de ce modenois,

soit-ici, soit dans les commentaires sur la Poëtique d'Aristote. Il faut

avouer pourtant qu'il pèche quelque fois par trop de subtilité, et qu'au

reste c'étoit un ennemi public qui ne pouvoit souffrir le mérite ni la

reputation de personne». _Lettera 5 del libro V del 1640._ Nelle opere

di Chevreau, pag. 330, ediz. del 1697 dell'Aja, leggesi una lettera di

questo, a M. de la Menarderie, ove dice: «Je viens d'achever de lire

votre poëtique, où vous traitez Castelvetro d'une étrange sort. Et

peut-être qu'autre fois vous n'eussiez pas trouvé votre compte, s'il est

vrai ce que Pasquin lui a reproché en quelque endroit, qu'il passoit de

la langue aux mains, de la plume au fer, de l'encre au sang: et qu'il

avait fait assassiner un fort galant homme qu'avoit pris la liberté de

lui contredire».

[152] Il Morone, interrogato se avesse nemici a Modena, dice di no,

salvo «quel Bonifacio Valentino, qual è proposto di Modena, il quale

sempre mi fu avversario in tutte le cose che concernevano al governo

della Chiesa di Modena, ed ebbe particolari nimicizie col mio vicario,

il quale io favoriva, e con l'arciprete don Andrea Accolti, il quale era

mio confessore... faceva la quadriglia con alcuni contro di me ad

impedire... e diceva: Io so che ho torto, ma voglio litigare per far

dispetto al cardinale».

[153] Il citato Tassoni narra:

1558. _De anno antecedenti, videlicet 1557 D. Bonifacius Valentinus

canonicus et præpositus ecclesiæ cathedralis mutinensis et D. Filippus

Valentinus doctor et consobrinus ejus, et D. Ludovicus Castelvetrus

doctor, et quidam D. Antonius Gadaldinus bibliothecarius citati fuerunt

Roma ab inquisitoribus hereticæ pravitatis ad respondendum de fide:

tandem Gadaldinus, et D. Bonifacius missi sunt Romam sub custodia, et in

carcere inquisitionis clausi: aliis duobus, videlicet D. Ludovico

Castelvetro et D. Filippo, fugientibus. Qui per contumaciam

excomunicati, et omnibus honoribus privati sunt. Sed quum D. Bonifacius

examinatus, confessus fuisset omnes, errores, et opiniones suas, et

retractasset, et abjurasset eas, liberatus fuit a carcere, injuncta

pœnitentia quod publice in Ecclesia super Minerva ad altare S. Crucis

ante et post debeat alta voce abjurare omnes hæreses, in quibus per

multos annos fuerat involutus. Et sic die 6 maji 1558 in dicta ecclesia

Romæ abjuravit. Postea Mutinæ reversus, in die Pentecostis post

prædicationem fecit eandem abjurationem die 29 maji in ecclesia

cathedrali Mutinæ, præsente multo populo. Sed Antonius Gadaldinus senex,

qui vendiderat maximam quantitatem librorum lutheranorum prohibitorum,

remansit Romæ in carceribus inquisitionis._

Segue l'atto di abjura di Bonifacio Valentino, del tenore della sopra

riportata: confessa aver creduto fosse contro le sacre scritture il

mangiar magro, e il vietare ai preti l'ammogliarsi: l'uomo fosse per la

sola fede giustificato, e potesse avere la vita eterna senza opere: non

doversi tenere nè venerare le immagini de' santi, nè i santi invocare;

inutili le indulgenze; che non vi sia il purgatorio; le buone opere non

acquistare la vita eterna; il sommo pontefice di Roma non essere vicario

di Cristo, ma Anticristo: non necessaria la confessione; i sacramenti

non conferir la grazia; non farsi transustanziazione nell'eucaristia;

lesse libri d'eretici e luterani, le lezioni de' quali ha ascoltate, e

ha conversato con loro: stette in quelle eresie per otto o dieci anni,

nel qual tempo, benchè non celebrasse mai messa, _perch'io non la

celebrai mai, se non la prima volta_, interveniva però ai divini uffici

cogli altri canonici in coro, _e mi sono comunicato non essendo absoluto

dalle presenti heresie_. Le quali eresie ora abjura, maledice e detesta.

[154] In un arsenale di cose variatissime, quali sono le annotazioni del

Lagomarsino alle lettere di Giulio Pogiano, troviamo due lettere del

cardinale Commendone a Giammaria Castelvetro, del febbrajo e dell'aprile

1570, donde appare che questi aveva interposto l'imperatore Massimiliano

II e il duca di Ferrara per ottenere che la sua causa fosse giudicata in

Ferrara: al che quegli rispondeva non essersi mai costumato di toglier

di mano a quel sant'Uffizio le cause da esso iniziate: prometteagli

però, a nome di sua santità, se si fosse costituito, farlo giudicare con

ogni clemenza, carità e anche prestezza. Avendo poi esso Castelvetro

domandato grazia dell'errore commesso, il cardinale s'impegnava

d'ottenergliela. POGIANI _epistolæ_, vol. IV, p. 444.

Un Jacobo Castelvetro, pur modenese, che non era però nipote di

Lodovico, abbracciò le nuove opinioni: e a Basilea pubblicò nel 1562 i

libri di Lodovico, e uno contro il concilio di Trento, inserito nella

Biblioteca Viziana: poi a Londra stampò varj classici nostri. Venuto a

Venezia, fu côlto dal sant'Uffizio, ma l'ambasciadore Arrigo Vottone

riuscì a farlo fuggire, nel 1611.

Venuta ora la frenesia de' monumenti, i Modenesi domandarono le ceneri

del Castelvetro per trasportarle nella loro città, ma ne fu chiesto un

prezzo esagerato.

[155] Una vita del Castelvetro di contemporaneo, trovata dal Tiraboschi,

narra che Lodovico volle far interdire il fratello Paolo che sciupava;

di che irato, Paolo pensò vendicarsi, e accostatosi a Pietro Bertano,

frate e cardinale avverso al Castelvetro, l'accusarono a Roma, avendo

sollecitatore il Caro.

Il padre Laderchi al 1571 riferisce che «morì finalmente nella eresia

Lodovico Castelvetro, e Giovanni Merlino pseudovescovo; talchè, colla

uccisione di così insigni eretici fatta dalla divina giustizia, parve la

Chiesa aver riportato non minor trionfo sugli eretici che sugli

infedeli». Era l'anno della battaglia di Lepanto.

Il Vergerio scriveva al duca Alberto il 15 marzo 1561:

«Fuoruscirono d'Italia per l'evangelo tre insigni personaggi, un

vescovo, un abbate, e un professore di lettere greche, di nome Francesco

da Porto, di sopranome Greco. Visse alquanto a Ferrara, ha

cinquant'anni, moglie, figli; e potrebbe a Regiomonte nella scuola di

vostra altezza venire, e credo si contenterebbe di duecento fiorini. Se

Dio movesse l'altezza vostra a desiderarlo per la sua scuola, oserei

affermare che avrebbe un uomo che nella letteratura greca (e tacio la

latina) non avrebbe il pari in altra scuola, oltrechè è sincero nella

dottrina e veramente pio».

Il Da Porto morì a Ginevra, e Teodoro Beza ne compose l'epitafio.

[156] Antonio Caracciolo, domenicano, il quale, al principio del 1600,

scrisse una vita di Paolo IV, ch'è una difesa della santa inquisizione,

e che potè vedere i registri di questa, scrive:

«In Modena gli eretici fecero più faccende che in niuna parte d'Italia.

Quivi fu il vicario del cardinale Morone, chiamato Bianco da Bonghis, e

molti sospetti d'eresia. Vi fu Antonio Gadaldino, librajo modenese,

eretico marcio con tutta la sua famiglia: vendè costui molti volumi del

_Beneficio di Cristo_, libro pernizioso che insegnava la giustificazione

_ex sola fide et ex meritis Christi_, imputazione alla luterana. Questo

libro, così caro agli eretici, il Gadaldino non solo lo vendè ma anche

lo ristampò.

«Il cardinale Cortese..., ancorchè di grande stima per bontà e per

lettere, fu nondimeno senza rispetto alcuno inquisito dal sant'Uffizio

per aver letto ed approvato il libro del _Benefizio di Cristo_».

Altrove dice pure che «quel libro (_del Benefizio di Cristo_) fu

stampato molte volte, particolarmente a Modena, _de mandato Moroni_».

Aggiunge Bonifazio Valentino, al quale Adriano, segretario del cardinale

di Fano, scrisse una lettera di condoglianza per la morte di Lutero e di

due frati modenesi eretici, frà Reginaldo e frà Albasio. Bonifazio

infettò la terra di Nonantola. Poi Alessandro Milano, frà Bernardo

Bartoli, che in carcere abjurò: frà Bartolomeo Pergola, prete Domenico

Morando, Francesco Camerone, un Farzirolo, prete Gabriel Falloppia,

Gozapino calzolaro, prete Girolamo Regia, il Castelvetro, don Girolamo

di Modena cappellano del Morone; Giovanni Borgomazza, Giovanni Bertano,

mastro Giovanni Maria Mannelli. Costoro mandavano sussidj agli eretici

di Germania: e dà qualche contezza di ciascuno.

Le notizie e i documenti più importanti intorno a questo periodo si

trovano nella Biblioteca Modenese del Tiraboschi, ma sparpagliati man

mano che gli capitavano, e secondo i nomi delle persone. Altre ce ne

furono somministrate per cortesia, fra cui la cronaca inedita del

Tassoni, ove leggesi al 1561. _Cum, jam pluribus mensibus elapsis,

dominus Ludovicus Castelvetrus, dominus Philippus Valentinus doctores

mutinenses accusati fuissent de hæresi lutherana, et citati Romæ, sed

non comparuissent, et sicut contumaces condemnati fuissent, tandem de

anno 1560 dominus Ludovicus, habito salvoconductu, ad purgandam

calumniam Romæ se transtulit, una cum domino Joanne Maria fratre suo. Et

sic ab inquisitoribus ter examinatus, timens ne quid deterius sibi

contingeret, noctu clam aufugit, et sic ab inquisitoribus condemnatus,

tali sententia percussus est._

Segue uno squarcio della sentenza pubblicata dai cardinali inquisitori

dell'eretica pravità, ove il Castelvetro è dichiarato eretico

impenitente, e incorso nelle censure.

Il cronista, parlando più oltre di Lanfranco Fontana nobile modenese,

dice che, bandito già dal duca Alfonso d'Este, abbracciò, più anni dopo,

la religione luterana in Francia.

[157] Similmente il Fontanini (_Bibl. dell'eloq. italiana_, tom. I, pag.

119) narra che certi libri «del Brucioli, di B. Ochino, di G. Valdes, e

di altri della medesima farina, nello smuovere una casa in Urbino

nell'anno 1723, si trovarono insieme nascosti, e quivi murati per

salvarli dal fuoco in tempo di Paolo IV».

[158] Nelle _Novæ amœnitates literariæ_ di Arrigo Guglielmo Klemmio,

stampate a Stuttgard nel 1773, si contengono _Anecdota de Ludovico

Castelvetro ejusque scriptis, in primis Locorum Melancthonis in linguam

italicam ab ipso translatorum editione_. Quella traduzione è minutamente

descritta dal Bruckero _Miscell. histor. philosoph._, p. 302; ma non

dice di chi sia. Il Fontanini la sostiene del Castelvetro; ma

probabilmente esagerò nell'accusar questo, come esagera il Muratori nel

difenderlo.

[159] Non già: bensì che sarebbesi potuto esprimerlo più chiaramente, e

che ciò si potrebbe anche dopo il Concilio, qualora lo Spirito Santo

l'ispirasse.

[160] La lettera, diretta a Giovanni Domenico Sinibaldo, suo vicario,

esiste nel processo, e dice:

«Alli preti curati siate sollecito, ripetendo spesso privatim et publice

il medesimo, ed istruendoli massimamente nel punto della remissione

delli peccati nelle confessioni delli poveri ignoranti, come si contiene

nel sinodo coloniese».

[161] Egli rispondeva, oltre il resto, le parole che mettemmo alla nota

18.

[162] Il Contarini? I nomi sono soppressi: ma molti potemmo supplire con

altre indicazioni.

[163] Questo Pergola confessa d'aver tenuto l'opinione luterana circa la

giustificazione o l'invocazione dei santi. Dice che, quando fu

processato, il Morone e monsignor Lodovico (_Castelvetro_) gli esibirono

i mezzi di fuggire d'Italia, ed esso non volle.

Il citato Tassoni scrive:

_De anno 1544 pro tempore quadragesimæ in ecclesia cathedrali prædicavit

quidam frater Bartolomeus, conventualis S. Francisci, dictus il

_Pergola_, qui post Pascha accusatus de hæresi apud inquisitorem S.

Dominici, in die lunæ duabus concionibus in dicta ecclesia ore

retractavit, vel potius hæreticorum honore declaravit magna parte

articulorum sibi oppositam, qui erant amplius 40, probati per 11 testes

idoneos et sufficientes, dicens: intelligebam sic; excusans se,

aliquando negans non dixisse sic, et aliquando dicens testes non

intellexisse. Qui postea Romæ condemnatus est non posse amplius

prædicare et ad alia quædam facienda._

_Eodem anno prædicavit quidam frater conventualis S. Francisci, dictus

_il Pontremolo_ in festo nativitatis D. N. qui accusatus de hæresi et

condemnatus obiit._

[164] Esiste la costui lettera: pure se n'ha un'altra più tarda, ove si

lagna che il Morone si mostrasse austero coi dissidenti in Bologna.

[165] Vedi la nota 5 del nostro discorso XIX.

[166] Di ciò il Pusey accusava testè i Cattolici nel suo _Eirenicon_:

del che avremo a parlare.

[167] In tutto il processo non v'è menzione di tortura o d'altra sevizie

corporale: solo una volta, a un frate che accusava con insistenza il

Morone, il suo superiore dice che infamie simili non furono dette mai, e

che bisognerebbe sostenerle alla corda.

[168] Uno, interrogato _in quibus articulis habeat pro suspecto_ un

tale, _respondet_: «Perchè io veggo che egli si diletta poco della

predicazione divina, e quando è al divino officio poca riverenza gli

porta». Un altro: «Io non dico che fosse eretico, ma per esser germano e

di costumi barbari, mi dava sospetto; altro non so».

[169] Oggi è esposta stabilmente.

[170] Ortensio Landi, nel _Commentario delle cose notabili e mostruose

d'Italia_, dice: «Fui per schivar Cremona, essendomi detto che altro non

vi udirei che bestemmiar Iddio, maledir la celeste corte, giurare e

spergiurare, e mille brighe al giorno farsi».

[171] Erra dunque il Tiraboschi che, nelle _Memorie storiche di Modena_,

IV, 76, dice che il Morone chiamò i Gesuiti nel 1556.

Nella cronaca modenese di Bartolomeo Lodi inedita, e che va sino al

1596, è narrato come i Gesuiti venissero in città nel 1551, e come

vagassero qua e là, finchè stanza ferma posero a San Bartolomeo nel

1614, ma presto le loro scuole soffogarono le laiche. Del Morone

racconta che nel 1568 ospitò nel vescovado sua sorella marchesa di

Soncino: che del reddito della mensa vescovile, consistente in tremila

quattrocento scudi, egli ritenne la metà quando rinunziò l'uffizio al

Foscarari poi al Visdomini: descrive i funerali fattigli, con orazione

funebre del canonico Fogliani. Narra pure i supplizj o le abjure

inflitte ad eretici. Spesso nascevano discordie tra i canonici, o tra

questi e il vescovo, tanto che nel 1576 l'intero Capitolo fu sospeso. Nè

meno irrequieti mostravansi confraternite e monasteri, sicchè o si

riformarono, o vennero surrogati da altri, fra cui i Minimi furono

imposti dal papa, a mal in cuore del popolo. Nel 1589 si cercò rifare

un'accademia, al modo di quella del Grillenzoni, che adunavasi in casa

Sertorio nella rua del Muro.

Vedi _Una pagina della storia di Modena_, per C. CAMPORI, 1866.

[172] L'anno è certamente sbagliato.

[173] Fu sua spia nella cospirazione ben nota.

[174] Contro la candidatura del Morone fu fatta questa pasquinata:

Sarete voi sì ciechi e sì furfanti

Di Dio nemici e senza discrezione

Che vi facciate papa ancor Morone

Nemico della Vergine e de' Santi?

Non sapete voi pazzi tutti quanti

Che nella fede ha mala opinione,

Che fu vicino a cantar il sermone

Compagno d'Inghilterra e d'altri tali?

Guardate pur che il diavol non vi tenti

Che non v'assalga la fortuna ria,

Che non vi costi poi la vostra insania.

Non vi credete apparecchiar gli stenti,

Sciocchi, e d'Italia farvi una Germania,

E mandare in bordel la preteria.

Lasciate dir ch'ei sia

Pur di Milano, e sia troppo gran svario

Far il pontificato ereditario,

E che sia necessario

Ch'avendo mal guidato un piccol gregge,

Mal possa al mondo poi dar norma e legge.

Ma perchè non si elegge

Vercelli o Borromeo? ecc.

... Io non bramo o desìo

Poichè sfacciatamente se l'allaccia,

Se non che Moron papa non si faccia.

L'Inghilterra significa il Polo. Milanese era stato il papa di prima, e

parente del Morone.

[175] Aggiungeremo che anche il modenese Bertani sunnominato, domenicano

e cardinale, e illustre teologo, fu appuntato per aver approvato libri

che contenevano proposizioni pericolose; del che egli domandò perdono al

papa.

Gli eretici d'Italia, vol. II · 第 30 / 88 题