A far indi intera la confusione in questa famiglia, alcuni bastardi,

dimenticati, scendono in campo con l'armi alla mano, per dimandar la

parte loro nel patrimonio della corona e del fisco, chè i Carolingi

ebbero pur di tal prodi figliuoli, i quali, senza nome e senza fortuna,

tentarono di formarsi uno stato. Dappoi che lo scettro non è più in

mano di Carlomagno, ne' suoi palazzi e ne' suoi poderi è un disordine

da non dire: qua un bastardo si collega co' Barbari per combattere il

nuovo imperatore; colà insorge un figlio mal contento della parte sua;

le figliuole del medesimo Carlomagno, che molte sono, si mescolano in

questo moto disordinato, e con la scostumata lor vita fanno lo scandalo

delle corti plenarie. La madre di Carlomagno fu una casta donna,

e caste pure furon le mogli sue, ma le figliuole non han pur orma

dell'indole pudica delle donne germaniche, e in vano vengono chiuse qua

e là ne' monasteri, chè elle n'escon per gittarsi di nuovo nel mondo.

A que' tempi le ferrate porte delle badie non di rado spalancavansi

all'impeto di quei figli, di quei giovani forzati a ricever la

tonsura, i quali, sprigionandosi a un tratto dal chiostro, pigliavano

la spada per tentare di nuovo il riconquisto del proprio retaggio;

nè si contentavan solo di ridomandare il patrimonio, ma si mettevano

altresì a capo dei Normanni o dei Saraceni, che invadevan la patria.

Il regno di Carlo il Calvo vide appunto un di questi figli, più che

altri animoso, di nome Pipino, il gran ribelle narrato dalle croniche,

uomo ardente, instancabile. Costui entra in lega coi Saraceni: e che

importa a lui della sua fede! Ed anche è voce ch'ei sia miscredente;

egli ora invoca e ottiene dagli alcaidi quell'aiuto che dianzi invocava

e otteneva dai Danesi e dagli Scandinavi, guidandoli in Bretagna. Egli

è certamente un fellone e un traditor del suo principe e della sua

nazione, ma pur non ha chi il pareggi in prodezza e in prontezza, e ben

si vede che bolle nelle sue vene il sangue di Carlomagno.

Benchè questa famiglia non lasci dopo di sè che indegni successori,

pur tal si è lo splendore ch'essa trae seco, che tutta la progenie

principesca di Lamagna va superba di questa chiara origine. In fatti,

aver nelle vene il sangue di Carlomagno si è la maggior nobiltà che sia

mai. Noverar per antenati Tassillone, duca di Baviera, Bernardo, re

d'Italia, e Lotario, imperatore, si è il più bel blasone di Lamagna.

Quei draghi figurati negli stendardi, que' cimieri, quegli elmetti di

ferro, quegli scudi, con l'altre armadure, erano memorie carlinghe,

e formavano il vanto di chi ereditate l'avea: sul Reno, sul Danubio e

sull'Elba, tu non vedevi nè i fiordalisi di Francia, nè i merli senza

becco, nè le pacifiche croci dei pellegrini; no, il blasone di Germania

era qualcosa di più duro, qualcosa che teneva delle scoscese montagne,

dei fiumi impetuosi, delle foreste d'Austrasia e delle Ardenne. I due

blasoni dei Carli e dei Capeti non ebber alcuna rassomiglianza tra

loro; ben gli scudi e i cosciali di quella cavalleria si scontraron più

tardi nell'agone, e v'ebber di molte lance e spade spezzate. A Bouvines

si rinnovò l'antica contesa fra Neustri ed Austrasi, ma in quei giorni

la Francia trovato avea, in un con la forza della sua nazione, un re

potente in Filippo Augusto, che incominciava il periodo di grandezza

per la monarchia dei Capeti.

RICAPITOLAZIONE.

PERIODO DELL'ORDINAMENTO.

768 — 814.

Cosa malagevole, in tanta confusione dei tempi, si è lo sceverare

distintamente ciò che appartiene all'ordinamento d'un grande impero,

da ciò che si concerne alle conquiste militari che l'hanno creato o

raffermato. Se non che in Carlomagno ci sono manifestamente due supreme

doti personali, genio di guerra e mente alta di Stato. Laonde ogni

cosa procede sotto di lui progressivamente e con un certo ordine;

la conquista è compiuta quando appunto appare al mondo l'impero

d'Occidente; e la legislazione principia quando l'imperatore è

incoronato a Roma da papa Leone. Fino a quel giorno l'opera militare fu

sì faticosa per Carlomagno, ch'egli applicar non potè ad altre cure: ei

pensava a reggere, più che non a crear una stabile legislazione; ma da

ch'egli è imperatore, i concetti in lui di legislatore ingrandiscono e

si riempiono de' suoi vasti destini.

In quest'andamento dell'impero d'Occidente ci sono instituzioni

tolte a prestito, e ci sono concetti d'istinto; le instituzioni

tolte a prestito vengon da Costantinopoli e da Roma, dalla Chiesa e

dal codice teodosiano; i concetti d'istinto derivano dalla forza e

dalla rigogliosa potenza propria degli uomini boreali. Centrificare

l'autorità è pensier che viene naturalmente ad ogni valent'uomo,

ampliare la podestà è cosa sì naturale, che non è d'uopo raccoglierne

il pensiero per trasmissione. Carlomagno non si fa già a mutar lo stato

sociale, ma se lo reca in mano per governarlo; in molte cose egli altro

non è che il continuator del passato, e nel fare i suoi capitolari

egli è costretto di sottoporsi alle leggi barbariche, ed anche di

sancirle cogli atti suoi. Quanto alla legge salica, esempigrazia, si

può dir ch'egli si contenta di darne una seconda edizione corretta; a

quella dei Ripensi poche sono e insensibili le modificazioni ch'egli

v'aggiunge: il codice longobardico si rimane intatto, e ben è vero

ch'ei distrugge la nazion sassone, ma non istà per questo di conservar

lo spirito delle sue istituzioni. «Concesso ad ognuno di vivere

secondo la sua legge;» tale si era la gran massima dei codici primitivi

dall'imperatore promulgata.

Così, quest'uom supremo non sa intieramente spiccarsi dal passato;

indarno egli si prova d'indirizzar la società per nuove vie, chè le

consuetudini, i costumi, le leggi se gli attraversano, e la legislazion

sua appena ne tocca la superficie. S'egli avesse voluto distrugger

la personalità del codice franco, del longobardo o del bavaro: «Olà,

imperatore, gli avrebbero detto i leudi, cotesto è patrimonio nostro,

come tuo patrimonio è lo scettro: lascialo stare.» No mai, quegli

altieri conti, quegli uomini liberi, quegli Austrasi comati, non

avrebbero, nelle adunanze del campo di maggio, aderito ad accettar un

capitolare che avesse intaccato il sistema delle composizioni, la sola

penalità che i Franchi riconoscevano, la legge che regolava i gradi

loro e la gerarchia. Necessità fu quindi all'imperatore arrestarsi

dinanzi a questi impedimenti; chè anche gli uomini sovrani non sono mai

al tutto padroni di dar libero corso ai loro concetti, e mille ignote

voci attutiscono la loro: «Oh perchè, chiederà taluno fra sè, si sono

eglino fermati a mezzo dell'opera?» nè sa, costui, quanto strazio,

quanti travagli, quante debolezze, quante picciole cose si attraversano

fra un uomo e il suo destino, fra la volontà sua e l'esecuzione.

Le instituzioni di Carlomagno si riferiscono a diversi ordini d'idee

che compongono il governo e l'amministrazione d'un popolo; ma prima,

siccome pare, egli è tutto in un pensiero, nella fondazione, cioè,

dell'impero; egli cinger vuole la fronte dell'alloro dei Cesari: già

patrizio è, e perchè non augusto ancora? Pensiero questo che non gli

vien tanto per istinto, quanto per imitazione. In fatti, i Franchi

conoscevano forse in mezzo alle loro foreste il titolo d'imperatore?

No, che essi aveano i loro _heretogz_ e i loro _konnug_ come gli

Anglosassoni, nè ad essi eran giunte le tradizioni augustali di Roma e

di Costantinopoli. Mal compresa era tra i Franchi l'idea d'un impero,

essendo che la legge salica e i codici barbarici, in generale, non

altro posavano che sovra una continua divisione dell'autorità, sullo

spartimento dell'autorità regia e delle terre. Qualunque concetto di

unione e di coesione era quindi alieno dai Barbari, laddove l'impero

posava sopra una gran mistione di nazioni, e di popoli tutti confusi

sotto una medesima spada e uno scettro medesimo.

Ed ecco da quell'istante principiare il contrasto tra la creazione

romana e la consuetudine barbara. L'impero provasi a tutto unificare:

la legge salica inclina a tutto dividere. Carlomagno volle a forza

spingere, ed a colpi, a così dir, di manopola, i popoli ad accostarsi e

confondersi tra loro, ed i popoli assoggettar non si vogliono a questo

giogo. D'onde tutta rivelasi la forza delle consuetudini; l'impero mai

non s'intrinseca nei costumi delle domate popolazioni; egli è per esse

un'idea che si riman pelle pelle, e che svanirà, perch'ella non è nei

loro costumi e nel sangue loro. Volere unir ciò che è diviso, è opera

sopra la forza umana, e tanta è questa potenza della salica e franca

consuetudine nella division del retaggio, che Carlomagno medesimo

l'accetta, quand'ha a lasciare l'eredità sua. Nell'anno 800 l'impero

poggia sul fondamento di una vastissima centrificazione, e sei anni

presso eccoti il capitolare di Thionville, che divide l'impero in tre

grandi porzioni: l'una per Carlo, l'altra per Pipino, la terza per

Lodovico.

Nessuna delle creazioni, comprese le amministrative, di Carlomagno

serbar può una perfetta centralità: in fatti, fa egli per corroborare

la podestà ed ampliare l'autorità de' suoi _missi dominici_, o messi

regii?[153] Fatica gittata, chè questo suo concetto di centrale

ordinamento a nulla riesce: i messi regii son sempre in guerra coi

conti, coi magistrati d'ogni distretto, e indarno l'imperatore tanto

gli spalleggia ne' suoi capitolari, indarno ei cambia metodo all'uopo

di meglio sublimarli, chè ad altro anzi non riesce che ad indebolire

l'autorità dei conti e dei governatori delle marche e delle frontiere.

Finchè attiva e forte è la volontà che mette innanzi e protegge i messi

regii, eglino sono ubbiditi, e imagine come son dell'imperatore, alcun

che conservano della potenza sua; ma poi ch'egli è morto, anch'essi

languono, e dopo Lodovico Pio non se ne trova più fatta menzione.

Questo avviene, perchè stranieri alle consuetudini del governo ed

agli usi amministrativi della nazion franca, della longobarda e della

gotica, sono, a così dire, un'instituzione straordinaria, la quale

finir dee con le circostanze che la produssero.

Le due monarchie da Carlomagno instituite in Aquitania e in Italia,

si conformano certamente, più che non l'instituzione di cui abbiamo

dianzi parlato, ai costumi di quel tempo; le nazioni barbare han già

famigliare il titolo di _rex_, e il trovano buono; solo che Carlomagno

di troppo ancora allarga i confini della sua ripartigione. Infatti,

potevasi egli fondare un regno italico in mezzo a venti popoli di

origini diverse, che se ne contendevano il suolo? E questo re d'Italia

poteva egli esser forte tanto da farsi rispettar dai Napolitani, da

Roma, dai Longobardi, dai Greci, per non comprendervi eziandio gli Unni

della Pannonia? L'Italia era, per lo meno, tanto sminuzzata in popoli

e governi, quanto le Gallie, e soggiacer doveva alla medesima sorte,

e il regno suo appicciolirsi come quel d'Ugo Capeto e di Roberto, sì

se tutto perir non dovea sotto il cozzo di tante diverse popolazioni.

Il regno d'Aquitania era meglio congegnato; dalla Loira all'Ebro

ci avea una popolazione naturale del paese, che tutta parlava una

medesima lingua, e di cui Cantabri e Goti formavano, a così dire, il

primo strato. Ond'è che vediam Lodovico Pio fare ottima prova come re

d'Aquitania, diventarvi un della nazione, esservi ubbidito ed amato,

in ogni luogo moltiplicarsi e dominare gli editti suoi; ma poi giunge

il tempo dello sminuzzamento: Lodovico, chiamato all'impero, più non

risiede nelle sue città e ville meridionali, e allora sì grande ed

intera è la confusione, che nulla più resta d'intatto e d'ordinato;

l'opera va in pezzi, l'edifizio crolla, e tutto ne trema intorno e si

scommuove il terreno.

I capitolari, che contrassegnano il periodo legislativo di Carlomagno,

furon essi un codice regolare e finito, siccome furon le ampie

compilazioni di Teodosio e di Giustiniano? V'ebb'egli qualche Ulpiano,

o Triboniano germanico o franco, chiamato a stringere il fascio delle

leggi carlinghe? Mainò; i capitolari vennero l'un dopo l'altro, e non

già spontaneamente e ad un solo tratto; alcuni di essi altro non sono

che la confermazione di leggi anteriori, intantochè altri svolgono

una teorica amministrativa in miglior consonanza coll'impero. Ma

l'uniformità si è principalmente l'intento cui mirano i capitolari;

pensiero del resto che non è punto nuovo, e che sorge naturalmente in

tutte le menti supreme, e soprattutto in quelle che pendono al potere

assoluto; il ridurre a codice le leggi, è un concetto semplice, che

viene e piace a quanti amano un forte potere. I grandi monumenti della

legislazione tutti procedono da un pensier dittatorio: così il codice

civile come i capitolari, così gli editti di Luigi XI come quelli di

Luigi XIV, così le provvisioni del Richelieu come gli atti del Comitato

di Salute pubblica. L'unità e la semplificazione altro non sono che

l'imagine della podestà orientale, cui solo il genio può ampliare

e volgere in vantaggio dell'umanità. Lo statuto locale è paterno, e

il governo del municipio corrisponde a quello della famiglia, e pur

non dimeno, quand'è a fare un codice, sempre si fa a danno delle

private consuetudini. Tutto di necessità ceder dee ad una potente

centrificazione, però che mandato è dell'uom supremo cacciare, anche

a forza, un paese verso le vie sconosciute e grandi della civiltà,

foss'anco a scapito degli usi privati e della domestica felicità;

così, e non altrimenti, l'unità nazionale vien sempre a surrogar sè

stessa alla frazion locale. Ma una differenza ci ha tra i tempi di

Carlomagno ed i nostri, ed è che al secolo ottavo l'idea della podestà

era debole, e grandissima la potenza d'ogni individuo: onde avvenne

che la centralità disparve in cospetto allo sminuzzamento d'ogni terra

e d'ogni gruppo d'uomini: laddove oggidì, all'incontro, ci sono state

tante spezzature, tanti attriti di opinioni e d'interessi, e sì pochi

aggregamenti, che si desidera, quasi per istinto, una podestà forte, e

che l'universalità dei codici ha potuto occupare il luogo degli statuti

municipali morti già da gran tempo.

Nell'ottavo e nel nono secolo la dittatura non altro esser potea mai

che un'imagine di forza materiale, tutto essendo ancor sì confuso

nella Chiesa e nella società, chè sorgerne non poteva una podestà da

tutti accettata, se quella non era della conquista. Il papato, che

salì al sommo della potenza sua verso la fine del secolo undecimo, per

l'impulso che ad esso diedero le crociate e Gregorio VII, era ancor

vigorosamente combattuto; Adriano e Leone erano uomini valenti sì, ma

pur sempre esposti alle sollevazioni dei Romani, alle invasioni dei

Greci e dei Napolitani, tanto che furon costretti abbandonare l'Italia

per andar a cercare un asilo al di là delle Alpi, e ad implorar

soccorso da Pipino e da Carlomagno. Ora, un potere che implora il

braccio altrui, non è forte mai, e presto è a crollare alla prima

scossa. L'autorità dei papi ebbe aiuto e incremento dal persister

ch'essi fecero nel proposito di voler governare la società; questa

tenacità fece la forza loro, e smisurata in questo fu l'opera loro

intellettuale. Adriano e Leone compreser forse meglio d'ogn'altro

ciò che facea di bisogno alla generazione per tenerla nei termini,

e però dieder la dittatura di Carlomagno agli uomini da guerra, e la

coronarono con la creazione dell'impero d'Occidente; quanto poi a ciò

che concerne la Chiesa, intento di Adriano e di Leone fu di assicurarsi

il potere assoluto in man propria. Grandi erano gli effetti ch'eglino

ottener potevano dalla creazione d'un impero; lo scisma d'Occidente

poteva aver fine pel matrimonio di Carlomagno con una imperatrice

di Costantinopoli: Irene proteggeva le imagini, egli il papato; nè

questo gran disegno d'un parentado che avrebbe avuto per conseguenza

la cessazion dello scisma, fu mai dal pontificato messo al tutto in

disparte, e quando non più di Carlomagno stesso, trattavasi dei figli

suoi. I papi volean togliere la separazione delle due Chiese, e questo

maritaggio sarebbe divenuto il simbolo della loro unione.

Roma, poi che ha creata la suprema dittatura per Carlomagno,

cingendogli in fronte la corona, se ne serve non solo per corroborare

la podestà sua, ma sì ancora per ispegnere le eresie. In ogni

luogo sono indizi di una sollevazione filosofica contro le opinioni

cattoliche: a Costantinopoli ferve la quistion delle imagini: gente

barbara ivi atterrar vuole il culto delle arti, da cui vengono sì

dolci sensazioni alla mente ed al cuore: i papi prendono a difender le

imagini, a proteggerle, e fattisi di questo modo padroni degli affetti

del popolo, più forti ne divengono a combatter contro le eresie, fredde

disputatrici, che travaglian la Chiesa, e invocano il braccio secolare

di Carlomagno, pronto sempre a colpire dove sia da secondare la volontà

di Roma. Quindi noi lo vediamo, e come re e come imperatore, presiedere

i concilii, condannare Elipando e Felice, essere lo strumento in somma

di cui si servono i papi per mansuefare il mondo cristiano.

Nelle pratiche sue col papato, il figliuol di Pipino si mostrò più

destro e forte che non un imperatore dei tempi moderni, il quale, nato

al par di Carlomagno in mezzo agli accampamenti, e capo esso pure

d'uomini d'armi, procacciar volendosi la forza morale e religiosa,

non ebbe a gran pezzo l'accortezza che il Barbaro seco recò dalle sue

foreste, e in vece di sublimare il papa, come fe' Carlomagno, si studiò

di atterrarlo, e gli ritolse Roma, laddove i Carolingi l'aveano donata

ad Adriano ed a Leone: onde ne conseguì che l'impero moderno, non

sostenuto dalla forza morale, crollò, colpa questo capitale difetto.

Ma forsechè attribuir deesi questa differenza di procedere alla

differenza dei tempi; questa società non era sì intimamente religiosa

come quella, ed i cuori erano manco temprati alle credenze cattoliche;

e tuttavia Roma riuscì trionfante contro del forte, appunto perchè in

fatto di politica non si vuol tanto ridurre in pezzi gli strumenti,

quanto saperne usare con sagacità: Adriano e Leone aveano protetto

l'impero morale di Carlomagno, e questi ne li ricompensò; Pio VII avea

consacrato Napoleone, avealo presentato al mondo cristiano pel vero

imperatore, pel signore legittimo; ed a che pro conculcare un povero

vecchio, spogliandolo della diletta sua Roma?

Il sistema politico e amministrativo di Carlomagno, fondato com'era

su elementi positivi, molto pure accostasi a quello che s'è veduto nei

tempi moderni: al sommo della gerarchia, l'imperatore potente, onorato,

riverito, in corrispondenza co' papi, e per mezzo della guerra o de'

suoi legati in comunicazione con le circostanti civiltà, e sotto a lui

re e duchi militari, che gli rendono omaggio e vengono a' suoi placiti;

due assemblee o corti plenarie ogni anno, l'una per discutere intorno

alle spedizioni lontane, l'altra per approvare i capitolari e gli atti

legislativi; poi de' conti incaricati, come governatori permanenti

e rettori delle provincie, dell'amministrazione della giustizia e di

tutta la podestà imperiale, e intorno a questi conti, altre assemblee

locali, sotto buonomini, maggiorenti eletti dai medesimi abitanti, i

quali tengono le Assise, giudican le liti, fanno il ripartimento dei

redditi. E quando un capitolare è passato nell'assemblea generale,

viene comunicato a' conti, che anch'essi lo comunicano alle assemblee

locali, le quali ne eseguiscono i comandamenti, e, affinchè nessuno

di questi ordigni si rompa o si fermi, ci sono anche qui i _missi

dominici_, commissari straordinari che vanno dappertutto a invigilare.

Nel quale sistema ci ha, come ognun vede, un misto del governo romano,

forte e potente com'egli era, e della libertà germanica, che posa sulle

assemblee e sulla pubblica rappresentanza.

Il sistema de' Capeti, che succedette a quel dei Carolingi, niente

ha con ciò di comune, la feudalità rannoda ivi le istituzioni a idee

territoriali, e forma, come a dire, una gran marmorea catena, che

dalla torre del Louvre si stende fino al castello del valvassore;

ordine nuovo di doveri, che distrusse le instituzioni dei capitolari.

Dappoi che la rivoluzione del 1789 ha distrutta la gerarchia feudale,

ritornasi al concetto carlingo, che pur aveva alcun che di romano.

Qual diversità ci fu egli tra i prefetti ed i conti di Carlomagno?

tra i messi regii, i rappresentanti in deputazione e i commissari

straordinari dell'imperatore Napoleone? E per più d'un nodo anche

si concatenarono i due sistemi municipali, le Assise, i giurati, le

assemblee, e di nuovo apparve l'uniformità dei codici. Tutte le podestà

hanno il medesimo istinto, e se hanno società a governare, adoperano i

medesimi modi.

E quanto alla scienza, fu ella in Carlomagno inclinazione o arte di

governo? Fatto sta ch'egli la protesse, che il suo secolo si scosta

da quanto lo precede e da quanto lo segue, chè egli fece ogni poter

suo per diffondere i lumi e promuovere gli studi; ma pur troppo ogni

suo sforzo fu vano con una società da cui non era compreso. E tuttavia

Carlomagno persevera; egli aggruppa e stringe fra loro gl'ingegni, e si

compiace di trovarsi in mezzo a loro; ella è cosa che si vede spesso

tra gli uomini nati a reggere e ad imperare questo sollevarsi ch'ei

fanno nelle lettere, dalle fatiche della guerra e del governo! Cesare

scrive i suoi _commentarii_, espressione d'una mente supremamente

politica; Carlomagno fa versi nella sua lingua nativa, chè i

conquistatori barbarici godevano d'udir narrare l'eroiche imprese della

patria, e l'imperatore gl'imita[154]. Egli negli ozii suoi inclinava

alla scienza, e ben te ne avvedi alle sue sollecitudini per lei; nè

la sua è solo protezione, ma ben piuttosto vocazione; carteggia coi

dotti, li convoca, li stringe intorno a sè, li ricolma de' suoi favori,

delle amorevolezze sue; però che alle sue personali inclinazioni

s'accoppia in questo l'intendimento suo politico; essendo la scienza

sostanzialmente romana ed ecclesiastica, egli non ha già a temere dei

cherici, chè per mezzo del papa ei si tiene soggetti; ma il pericolo

dell'opera sua sta nell'impetuosità de' suoi leudi e nelle commozioni

degli uomini da guerra, che abbatter possono la sua dinastia; ora

i cherici mansuefanno questi animi troppo fieri, e li rendono più

inchinevoli ad ubbidire: la scienza, gli studi penetrar possono fra

quella razza soldatesca, e allora tutto fia terminato; e l'impero

durerà imperturbato in lui e nella famiglia sua.

Al qual uopo il veggiamo non protegger tanto la gerarchia episcopale,

quanto i monasteri; i vescovi anzi sono da lui compressi e tenuti a

segno, chè troppo potenti erano, troppo mescolati nelle cose civili,

la gerarchia loro era troppo gallica e attinente per ogni punto

ai municipii; ond'è che Carlomagno ama meglio protegger le badie e

spalleggiare l'autorità delle immense comunità di San Benedetto. Le

badie sono esenti da qualunque giurisdizione episcopale, e dipendon

solo da Roma, che è tutta di Carlomagno; e in mezzo a queste badie

si compiono i grandi atti della vita; le servon di prigione di Stato

pei re balzati dal trono, pe' conti, pe' leudi, de' quali Carlomagno

abbatter vuole il potere; esse proteggono il sepolcro dei vivi e

dei morti, quindi la grandezza che loro ne viene; sono asili sempre

aperti, e gli abbati intervengono, col loro pastorale in mano, ai

consigli e alle solenni assemblee, per ivi fare spalla all'autorità

dell'imperatore. Quindi è che, mentre Carlomagno, e più ancora il

figlio suo, si trovano spesso in contrasto con l'episcopato, non hanno

all'incontro mai di che dolersi d'alcun abbate dell'ordine di San

Benedetto.

Tutta questa amministrazione era ordinata ad apparecchiar la leva

delle gravezze e delle milizie, le due parti essenziali del governo.

Il fisco è l'oggetto delle più vive sollecitudini di Carlomagno;

quindi ei ne regola l'entrate, quindi ei fa che ad ogni sei mesi

versati sieno i redditi de' suoi poderi o in derrate, o in danaro, o

in servigi; ed essendochè la composizione e l'ammenda formano il forte

delle sue rendite, ei se ne piglia assidua cura ne' suoi capitolari:

«Chiunque commetta un'azione colpevole dee pagare un'ammenda;» non più

pene afflittive, assai raro la morte, ma sempre la confiscazione e la

composizione, sempre soldi e denarii d'oro. Più spesso ancora il fisco

viene arricchito dalle spoglie dei popoli vinti, Carlomagno è simile a

quei re barbari, che dopo la vittoria se ne stanno assisi nella tenda

loro col bottino ai piedi, in atto di partirlo fra' loro fedeli. E

il bottino in fatti, in quarantatrè anni ch'egli ebbe di guerra, è

bellissimo, chè, s'egli ebbe a chè far coi Sassoni, popolo povero e

senz'agi, egli conquistò pure l'Italia e i Longobardi, soggettò gli

Unni e svaligiò i loro palazzi, e gli Unni aveano svaligiato il mondo!

Poi, varcati i Pirenei, trovossi avere in sua balía le ricchezze

accumulate dei Goti e dei Saraceni. Ond'è che a saziare i suoi

guerrieri egli non ebbe, come già Carlo Martello, bisogno di spogliare

i cherici, ma sì modo a tutto arricchire e fecondare. Non poche

fra le chiese vanno debitrici a lui della lor fondazione; al tocco

della sua mano sorsero i monumenti delle arti; per cura sua venner

da Costantinopoli i manoscritti, i messali, i reliquarii, e sua egli

fece l'arte greca col chiamare intorno a sè gli artefici di Roma e di

Bisanzio.

Storia di Carlomagno vol. 2/2 · 第 21 / 23 段