I popoli d'Italia o i Longobardi, che per la conquista al di là

dell'Alpi furono i primi uniti all'impero, se ne spiccarono con la

medesima facilità, nè altre orme ivi si trovano del passaggio dei

Carolingi, che i monumenti sparsi qua e là per le città; e questo

periodo della gente longobarda viene a poco a poco a confondersi con

gli usi della gente primitiva. Al secolo nono non c'è più luogo a

distinzione fra queste due razze; l'Italia vede nascere mille diversi

principati; mentre i papi conservano il patrimonio di San Pietro,

contendendolo agli imperatori della casa di Svevia, Milano conserva

una tumultuosa independenza, e gli abitanti della Lombardia, ubbidito

per poco ai re, ne scuotono fra breve il potere. Non v'ha maggiore

sminuzzamento di quello delle dette popolazioni italiche nel nono e nel

decimo secolo; continua v'è la guerra civile, come se tu fossi al primo

nascimento del Lazio o al tempo delle prime guerre di Roma. Ai quattro

lati della penisola, e in mezzo al generale trambusto, spuntano le

repubbliche di Venezia, di Pisa, di Genova e d'Amalfi; ogni provincia

diventa una signoria; qua i duchi del Friuli rivivono in una schiatta

di vassalli quasi barbari sotto i nomi di Cadaloaco e di Balderico:

colà un conte palatino, di nome Adalardo, s'impadronisce del ducato di

Spoleti; nuovi duchi di Benevento escono d'una famiglia lombarda, che

si stabilisce in quell'antico principato; e questi alti signori feudali

fanno accanita guerra contro Napoli, città greca in uno ed italica, che

più tardi diventerà normanna, ed ora ha suoi duchi sotto la protezione,

benchè solo di nome, degli imperatori di Costantinopoli.

Curiosa è la storia dei Napolitani alla fine del regno di Carlomagno,

quando quei popoli riottosi, in mezzo alle subite e frequenti loro

sollevazioni, sono continuamente minacciati dai Saraceni d'Africa, che

agognano la Sicilia e il bellissimo sito di Napoli, intanto che da

Gaeta e da Amalfi, porti principali di quel paese, i loro intrepidi

mercatanti armano bastimenti ed escono fieramente in corso contro

agl'infedeli. Di quando in quando ci sono anche patrizi greci d'una

tal qual vigoria, e la storia ci ha conservato il nome del patrizio

Gregorio, che sperdè la flotta dei Saraceni, però che si vuol notare

aver sempre i Greci conservata in mare una incontrastabile superiorità.

Non v'era popolo più turbolento a que' giorni del napolitano: e ben

altro che starsi a godere il sole tranquillamente sdraiati in sulla

sabbia d'un golfo sì bello, quegli abitanti si agitano in discordie

civili, ammazzano i duchi e i vescovi loro, e sono continuamente

in guerra co' papi, co' Greci, co' Mori, co' Saraceni, finchè son

costretti cedere sotto il braccio conquistatore dei Normanni,

che vengono nel decimo secolo a insignorirsi di Napoli e della

Sicilia[149].

Le croniche di Carlomagno dicono ch'egli possedette una parte della

Sicilia, la Corsica, la Sardegna e le isole Baleari: or come questo?

a titolo di alto signor feudale, o semplicemente di protettore?

Tutte le quali ubertose isole si spiccaron dall'impero suo quasi

all'istante medesimo della sua morte, senza che pur orma vi restasse

delle sue leggi, nè del suo governo. In fatti avvenne egli mai che i

conti franchi dell'età carlinga possedessero interamente quell'isole

del Mediterraneo di continuo minacciate dalle flotte dei Mori e

dei Saraceni? Ad esercitare una reale sovranità sulle terre bagnate

e interchiuse dal Mediterraneo era bisogno d'una flotta numerosa;

e Carlomagno bene avrebbe potuto conquistarle con un'ardimentosa

spedizione, o vincerle con una inaspettata correria, ma non conservar

nè la Sardegna, nè la Corsica, nè la Sicilia, nè le isole Baleariche,

senza l'aiuto d'una gran forza di mare, ch'ei non avea. Ond'è

ch'elle rimasero esposte a tutte le piraterie dei Mori, delle quali

si legge nelle cronache la dolorosa descrizione. Talvolta i pirati,

precipitandosi sulle coste della Sicilia o della Sardegna, rapivan le

vergini che venivano ad attigner acqua alla fontana, o s'avvicinavano

alla riva; tal altra i Barbari spogliavano le arche ed i reliquari

d'oro, a imitazione dei Normanni, che lo stesso facevano sulle coste

settentrionali: dove si piantavano in qualche parte della contrada,

conservando la signoria delle città, e innalzando torri a mantenersi

nella possession del paese; e dove s'impadronivano di tutta la terra,

come fecer dell'isole Baleari. Se non che spesso le popolazioni,

sollevandosi alla voce del vescovo o del conte loro, si scagliavano

sui pirati, e si liberavano da sè, senza soccorso nè appoggio altrui.

Qualunque fosse la sorte di quei paesi, fatto è che alla morte di

Carlomagno non fecero più parte effettiva dell'impero suo, nè v'ha

più traccia di questo, e appena è che si trovi qualche memoria

dell'imperatore nelle canzoni nazionali e nelle croniche popolari.

Questi Saraceni che vengono a disertar le isole del Mediterraneo,

appartengono a quella medesima razza che conquistò la Spagna, dove

l'impero carlingo s'è allargato fino all'Ebro; e Barcellona, Saragozza,

Pamplona, Tortosa, Huesca sono in mano ai conti franchi. Oh quanto

mutati s'erano i tempi dopo quell'audace invasion de' Saraceni fino

a Poitiers! Ma dopo la morte di Carlomagno che avvien egli delle

possessioni franche al di là dei Pirenei? I Saraceni approfittaron

senza dubbio del decadimento della seconda stirpe per incominciar di

nuovo le loro invasioni? No; le conquiste di Carlomagno non aveano

per nulla mutata la prima condizione dei popoli, e dai documenti

storici risulta ch'egli avea principalmente adoperato la razza gotica

a mantener la dominazione delle provincie prima soggette ai Saraceni;

accorta politica questa sua, con la quale imponeva il governo dei vinti

agli umiliati conquistatori.

Se non che allo scomporsi dell'impero que' conti goti vollero anch'essi

rendersi independenti, e indarno si fa per metterli al dovere, ch'essi

trovan chi li aiuta e nei Saraceni di Spagna, ed in quella razza di

Guasconi che conserva la nativa sua libertà. Egli è giusto dire di

Lodovico Pio che la Spagna gli sta particolarmente a cuore; allevato

come ei fu in quelle meridionali provincie, e fatta parecchie volte

la guerra di là dai Pirenei, egli si fa indi protettore dei Cristiani

nelle Asturie, fra i monti dell'Aragona, e fin anco nell'Estremadura.

Morto lui, la gente saracina riprende un po' di lena, e torna alle sue

correrie, onde Abderamo, che regna in Cordova, può a ragione inviare

alla sua diletta città versi in coi millanta il valore di sè e delle

genti sue.

I Saraceni armano la flotta loro, e corseggiano minacciosi fin sotto a

Marsiglia; fu a quel tempo che la leggenda racconta di santa Eusebia,

badessa d'un pio monastero affiliato a San Vittore. Aveva essa quaranta

suore in altrettante celle, e all'apparir dei Saraceni sulla spiaggia,

tutte, per non rimanere esposte alle passioni brutali dei Barbari, si

mozzarono il naso, tanto avean più a schifo la bruttezza del peccato

che quella del volto! Le popolazioni gotiche intanto approfittarono,

per liberarsi, di questo nuovo impulso che spingeva i Saraceni al

di fuori, e dappertutto insorgevano insieme coi conti di Castiglia e

d'Aragona, per correre all'independenza, ingaggiando gagliardamente

la guerra coi Saraceni. In breve avrem quindi dei duchi di Navarra,

di Guascogna e d'Aquitania, mentre l'opera di Carlomagno si va per

modo spezzando a mezzodì, che vedremo re e duchi di Provenza della

schiatta germanica, ed un regno d'Arli unito all'impero di Lamagna.

In quel tempo di confusione non v'ha distinzione alcuna di titoli:

regni, ducati, contee hanno, per così dire, la medesima prerogativa;

in vano trovar vorresti una monarchia; l'impero di Carlomagno ha tutto

assorbito in sè, e dopo esso più non restano che rottami e frammenti di

titoli e di dignità.

Nel tempo che l'opera carlinga tutta se ne va a soqquadro, la Francia,

la nobil Francia si spicca dall'impero, che resta germanico, e

costituisce la sua nazionalità personale, e appena conserva qualche

lontana comunicazione con l'Alemagna ad oriente, con la Frisia e

l'Olanda a settentrione, con la Spagna ed anche con l'Aquitania a

mezzogiorno. La Francia non ha più nulla di carolino, nè i Capeti

punto raccolgono la successione di quelle massime e forme; i conti

di Parigi niente han di comune con la schiatta germanica; Filippo

Augusto differisce da Carlomagno: egli è un altro tipo, un'altra

civiltà; l'ordinamento della monarchia francese componesi con altro

concetto che con quel dell'impero: egli è, per così dire, un frutto

del luogo; la Francia si ricostituisce con le condizioni d'una vita

novella e cogli elementi d'una vigorosa esistenza. In quest'opera,

che ha principio da Carlo il Calvo, essa è sconvolta da due tremendi

flagelli: le invasioni dei Normanni e quelle degli Ungari. Se non che,

come sempre avviene tra le nazioni che fanno di ordinarsi, le invasioni

de' Normanni che disertano le provincie, si trasformano ed ordinano

esse pure, e da flagelli che prima erano, diventano elementi di forza

e di vita. Lo stabilimento dei Normanni nella Neustria è un de' fatti

più notabili della storia; ritemperò esso la nazion franca di più

vigorosa complessione, la ristorò di giovin sangue, e fu come se tu

dicessi un ramo nuovo innestato sopra un vecchio tronco: i discendenti

dei Sassoni vennero a gittare una colonia nella Neustria in quella

guisa che Carlomagno avea gittato colonie di Franchi nella Sassonia.

E non faceasi forse tutto a que' dì per colonie? E l'esaltazione de'

Carolingi non fu ella una colonia austrasia fra la Senna e la Mosa? I

duchi di Normandia divennero i più fermi sostegni del trono dei Capeti,

fino a che divenuti anch'essi re d'Inghilterra, tornano alle antiche

gare con la corona di Francia.

Il secondo flagello, come detto è, che gravò sui Carolingi in sul

loro cadere, fu l'invasione degli Ungari, popolo errante che mostrasi

in arme nella Borgogna e nell'Austrasia. E' non cercan costoro una

stabil dimora, ma danno il sacco; e poi, a modo di tutte le altre genti

tartare, si sbandano, e se ne vanno carichi di bottino. Di che origin

sono questi Ungari? E non son eglino forse un'altra reazione dei popoli

domati già da Carlomagno, un rottame dell'edifizio carlingo che cade

sul popolo franco? Sì, sono. Quegli Schiavoni, quegli abitanti della

Pannonia, quegli Unni che pagavano tributo a Carlomagno, allo spirar

suo vengono fieramente a sedersi sulle ruine dell'edifizio medesimo.

Oh che doloroso spettacolo la distruzione di quest'opera! Imparate, o

conquistatori, che forzar volete la natura delle cose: passate, e tutti

fanno indi a ruffa raffa delle vostre spoglie, principi, popoli, tribù,

a chi più ne coglie...

In mezzo a tanto disordine di tempi come cercar le tracce del

commercio e dell'industria? Carlomagno, non già che concedesse

speciale protezione al commercio, ma ne aveva col suo modo di governo

aiutato l'incremento. Tutto che sia grandioso e forte, impronta

della natura sua la società civile; l'impero era ordinato in modo che

assicurava prima d'ogn'altra cosa la centralità del potere, l'immunità

d'ogni persona, la custodia delle pubbliche strade; al di fuori, le

corrispondenze diplomatiche apparecchiavano quelle del commercio; cose

tutte che procedevano da un ordinato governo fatto a dare la spinta

sulla via del progresso, e la vita politica alla nazione; ma quand'esso

ebbe a cadere, tutto fu disordine e confusione; non v'ebbe più lusso,

nè più traffico, però che le vie di comunicazione non erano più

sicure; i Normanni correvano le provincie, i popoli fuggivano, su ogni

luogo eminente si rizzavano torri, ma se queste valevano a protegger

gl'inermi abitanti, divenivano altresì il riparo dei signori, i quali

svaligiavano i mercatanti che s'attentavano di viaggiar soli.

Le relazioni di quei tempi ci fanno una dolorosa e lagrimevol pittura

di questo stato sociale, in cui non era più orma di quel tempo glorioso

dell'impero d'Occidente, quando le grandi carovane dei mercanti,

partendo dalla Siria, da Roma, dalla Scandinavia e dall'Inghilterra,

venivano ad attendarsi nelle fiere e nei landitti di San Dionigi:

chè oramai nessuno vuole perigliarsi più per quelle vie infestate dai

Normanni e dalla gente da guerra. Oh quanto desolata è la società del

secolo nono! Tutta quella generazione prorompe in grida di dolore;

i monasteri cantano le lamentazioni di Geremia per implorare la

misericordia di Dio, e non sono ancora trent'anni che Carlomagno

dorme l'eterno sonno! Le instituzioni dell'imperatore d'Occidente non

penetrarono altrimenti nelle viscere di questa società, che rimase

sempre la stessa; nulla in essa è mutato, nè bisogni, nè passioni, nè

costumi; quanto egli fece a pro del commercio, tutto è morto insieme

col suo regno; le vie di comunicazione sono interrotte, incompiuti

rimangono i canali.

Quel tanto ch'ei far potè pel commercio, non si stende al futuro;

tutto, dopo lui, si urta e si spezza; nè la cosa potrebb'essere

altramente, quando non si può andar da una città all'altra senza

grosse scorte e per carovane; i lupi vengono a torme ad urlare fino

alle porte delle città, sì che ognuno si chiude e vive entro i suoi

domestici lari. Il secolo undecimo è sì ignorante in geografia, che

i Normanni non sanno come sia configurato l'Angiò, e ancor meno la

Borgogna e l'Isola di Francia. Onde, chi pensar potrebbe ai negozi del

commercio? Essi quindi si limitano al bisogni giornalieri; le vesti di

bigello si tessono dentro a' monasteri; si foggia qualche strumento

per l'agricoltura; l'uomo tiensi alla terra siccome alla grande sua

nutrice, sì che tu diresti quella società una famiglia di schiavi, con

tutti al piè la catena che li lega al campanile della parrocchia. Orsù,

aspettiamo per veder rinascere e rifiorire il commercio, che sorga nel

secolo decimo l'ardente amor de' pellegrinaggi; ed ecco allora allato

di quegli uomini servi, di quegli appartati solitari, levarsi numerose

bande, composte di nobili, di plebei, di preti, di monaci, tutti muover

per una sola meta, la liberazione del sepolcro di Cristo; avviarsi per

l'Alpi, attraversare l'Italia, e quali imbarcarsi a Marsiglia, quali a

Venezia, a Pisa o ad Amalfi, passare per mezzo alla Grecia, e salutata

Costantinopoli, giunger finalmente nella Siria lontana. E in questo

lungo tragitto quante nuove cose si affacciano alla vista loro! Le

arti nascenti, le città trafficanti, però che se la centrificazione

predisposta da Carlomagno non riesce se non ad un fine, e mal certo

anche questo, gli sforzi individuali di alcune di quelle comuni

ottengono di moltiplicar le dovizie del traffico: raro è che un poter

troppo assoluto possa qualcosa in quest'elemento di ogni ricchezza;

il despota è troppo imperioso nei voleri suoi, troppo superbo ne' suoi

comandari; il commercio in vece ama di correr libero, spontaneo, e chi

l'imbriglia, lo strozza. Mirate di rincontro agli sforzi di Carlomagno,

lo spontaneo impulso che si vien manifestando a Marsiglia, a Venezia,

ad Amalfi, e in mezzo alle ruine dell'impero contemplate le città

repubblicane innalzarsi all'apice del loro splendore[150]. E delle

instituzioni mercantili di Carlomagno che resta? L'unità del peso e

della moneta se ne va, la gabella delle merci cade in dimenticanza,

ogni città ha i suoi statuti particolari, ogni repubblica le sue

cause in sè di grandezza e di decadimento, ma tutto estraneo resta al

concetto carolino.

Quel tremendo turbine di barbarie seco travolge indi l'arti appena

nate; tutto sotto lo scettro di Carlomagno tendea verso una certa

perfezione; i Greci e i Romani, grandi educatori del genere umano,

compieron di belle opere. In fatti v'ha egli cosa che pareggiar si

possa ai manoscritti del secolo nono, ed a quei caratteri sì chiari

e belli che li diresti stampati? Pigliamo un messale o un codice

teodosiano di Carlomagno e di Lodovico Pio: che scrittura nitida! che

disegni tratteggiati all'antica! Quelle lettere, sopra tutto, color di

porpora o di splendidissimo paonazzo, scritte sur una bella pergamena,

che conserva la finezza e saldezza sua dopo ancora che i secoli l'hanno

abbrunita!

Ma che resta di quest'arte carolingica, incoraggiata già dal gran

Carlo, poi che soggiacque alle agitazioni della seconda stirpe? Un

nonnulla. Le carte diventano inintelligibili, la scrittura s'imbroglia,

nè più orma serba dell'antica chiarezza; non v'è più perizia negli

operai: tutto palesa che siam tornati alle barbarie, che per poco fu

nelle Gallie diradata. L'arte diviene ancor qual era al principio della

prima stirpe; il Franco torna Franco; il Barbaro ripiglia l'antica

sua scorza: il punto luminoso sparisce, e tutto ricade nelle tenebre.

E in che modo l'arte avrebbe potuto fiorire, quando le vie rotte non

consentivano più l'andare da una città all'altra, e quindi toglievano

tutte quelle vicendevoli comunicazioni onde artisti e dotti hanno

bisogno per contraccambiarsi i loro lumi. Al tempo di Carlomagno gli

artisti poteano salutar Roma e Costantinopoli, raccoglier come reliquie

preziose gli ammaestramenti d'un'altra età; ma in sullo scadere dei

Carolingi altro innanzi a sè non aveano che la terra coperta di brume,

il cielo tenebroso e tetro, le invernali notti, il suon delle campane,

le strida degli uccelli da preda, e una natura che avea sol voce ad

annunziar la peste, la fame o la morte!...

In mezzo a così rapida ed intera distruzione dell'opera, che accadeva

degli altri rottami? e i rampolli della famiglia carlinga sopravvivevan

eglino ancora alla ruina dello smisurato edifizio eretto da Carlomagno?

Niuna famiglia certamente fu più numerosa di quella dell'imperatore:

rigogliosi furono i rami che mise la pianta germanica, e figli e

figliuole circondarono il vecchio signore, chè s'egli ebbe parecchie

mogli, si fu per averne una discendenza, a modo di Davide e dei

patriarchi; ed esse gliela porgono, ed ei nascer si vede l'un dopo

l'altro Carlo, Pipino e Lodovico. Il solo de' figliuoli suoi di cui

egli abbia a dolersi, è il primogenito, bello di volto e difforme

di corpo, Pipino il Gobbo, che si ribella insiem coi Bavari e con

Tassillone; ma Carlomagno il fa radere, e coronato con la tonsura in

un monastero di San Benedetto, non s'ha oramai più a temere di lui, ed

impotenti sono le sue cospirazioni.

Se non che la morte si scaglia su questa famiglia, e trae l'un

dopo l'altro, Carlo e il secondo Pipino, al sepolcro, con funerale

accompagnatura di armigeri, e con poeti che scrivono i loro epitafi. E

per verità questi giovani erano due menti robuste, e intelletti capaci,

e braccia potenti a sostener l'edifizio carolino. Già li vedemmo,

fanciulli ancora, in mezzo alle battaglie; Carlo o Carlotto seguir suo

padre in quasi tutte le guerre della Germania, e Pipino fare in persona

le spedizioni d'Italia contro gli Unni ed i Barbari. I quali due

figliuoli, sì degni del glorioso padre loro, e sì atti a succedergli,

muoiono pochi anni prima ch'egli scenda nel sepolcro; che se avessero

potuto regnar dopo di lui, l'impero forse si sarebbe consolidato in tre

grandi frazioni nelle mani loro ferme e capaci di reggerlo: a Carlo

il regno d'Austrasia, l'Alemagna, la Fiandra, la Frisia, il Reno,

l'Elba, la Mosa; a Pipino l'Italia, le popolazioni degli Unni, degli

Avari e le isole del Mediterraneo; a Lodovico Pio il regno d'Aquitania

ed i popoli dalla Loira all'Ebro. Difficile certamente sarebbe stato

di mantenere unito un impero composto di popoli sì diversi e di sì

contrari elementi; ma egli è da considerar che Carlo, il primogenito,

era tedesco di costumi e d'origine, che Pipino avea passata sua vita

fra le Alpi e gli Apennini, e che Lodovico era benvoluto in Aquitania,

della quale avea preso gli usi e i costumi[151].

Tre grandi monarchie adunque sarebbero nate da quel gigantesco

impero; ma il sol de' figliuoli sopravvissuto a Carlomagno è Lodovico

d'Aquitania, l'ultimo nato, il quale non è altrimenti un giovine

inetto, e bene il mostrò governando con man forte i paesi dalla Loira

ai Pirenei. Egli fece la guerra con buon successo; merito suo fu la

conservazione di tutta la frontiera meridionale; a lui fu dovuto

il compimento del sistema delle città e torri fortificate a riva

de!l'Ebro; egli s'è abituato già alle cure del regno, molti sono i suoi

capitolari, e mostrano ch'egli conosce l'arte di bene amministrare e

governare; ha fatto suo tirocinio nella podestà regia, e moltiplicato

i diplomi, spargendoli per dove egli passava, Carlomagno, finalmente,

sentendosi vecchio, lo ha fatto compagno suo nell'impero; e nonostante

tutto ciò, quest'impero, ereditato da un glorioso genitore, cade, e va

in pezzi, a così dire, nelle sue mani.

Fu sola debolezza di carattere che cagionò questa ruina, o vi

cooperarono e l'affrettarono altre cagioni?

Lodovico erasi certamente infiacchito nella corte sua d'Aquitania,

chè nè la gente pure del nord resister sapeva all'influenza di quei

sì molli costumi e di quel calido sole; allevato in mezzo a città

quasi intieramente romane, i suoi consiglieri, i suoi amici sono

poco men che tutti Goti o Aquitani; con essi ei muove alla guerra,

ad essi affida il governo, e quando viene alla corte d'Aquisgrana

per assumere la participazion dell'impero, i conti e i cherici delle

meridionali provincie ve lo accompagnano, e parla la lingua loro, e usa

abitualmente il latino, nè sa pur pronunziare il tedesco, sì che gli

antichi cronisti ne lo riprendono. I leudi che circondano Carlomagno,

oramai vecchio e spossato, portano lunghe vesti, ed hanno aspetto

rigido e grave, intantochè i nobili del seguito di Lodovico sono gai

e piacevoli come istrioni, vestono succinto, appena hanno indizio

di barba; e ciò che più offende i leudi, si è che Lodovico anch'esso

veste alla foggia di quei meridionali, quasi a testificar ch'egli è re

ancora di quei popoli avversi alla razza germanica. Onde i mali umori

e le cagioni che moltiplicano da bel principio le difficoltà intorno a

Lodovico Pio, il quale, fatto imperatore, non è altrimenti servito con

quella devozione e quel timore che inspirar sapeva il gran Carlo, ora

chiuso nella tomba[152]. In somma, Lodovico è un uomo del mezzodì, e

come potrebbero i conti del Reno e della Mosa altro che a malincuore

ubbidirgli? La monarchia carlinga aveva avuto suo fondamento da una

grande invasione della razza austrasia nella Neustria; Carlo Martello

e Pipino aveano abbandonato le selve della Turingia per venirsi a

impadronire della prefettura palatina di Neustria; dopo di che s'erano

messa in fronte la corona de' Merovei: natural corso era questo, il

settentrione veniva al mezzodì, e i Germani lasciavano le secolari

foreste loro per gittarsi sulla civiltà romana; cosa era questa che

avvenir si vedea da cinque secoli; Carlomagno avea condotto a fine

l'opera tentata dall'avolo e dal padre suo; dato assetto alla civiltà

franca; i popoli meridionali avean ricevuto conti e leudi nati in

Isvevia e in Lorena; ma l'esaltazione di Lodovico Pio a mutar venne

questa condizione. Or che vien egli a fare alla corte d'Aquisgrana

quest'aquitano Lodovico, con quelle sue vesti corte, con quella sua

barba rasa, con que' suoi saltimbanchi di Tolosa e di Arli, con quegli

Spagnuoli suoi di Barcellona? Parlan eglino forse la lingua tedesca o

sassone? partecipan eglino dei sentimenti altieri e inesorabili dei

leudi del Reno e della Mosa? Quell'effeminato signore, quel cherico

della Garonna e della Loira non dee a lungo regnare sugl'indomiti

Franchi.... Non già per questo i Carolingi furon chiamati a succedere

ai figli di Meroveo. Ed ecco qui una delle intime cagioni del

decadimento della seconda stirpe.

Storia di Carlomagno vol. 2/2 · 第 20 / 23 段