Questa mutazione e questo decadimento riferivansi specialmente agli

averi e alle persone, per l'eterne divisioni stabilite in questa

parte del diritto romano. Gli averi soggiacean, di quei giorni, ad un

notabile rivolgimento nelle condizioni del possesso: sotto Carlomagno

distinguevansi innanzi tratto gli allodii, o terre libere possedute

da un Franco o da un Romano, e i benefizi conceduti dal fisco; la

terra libera non avea nessuna gravezza tranne quella del servigio

militare, e ad essa tutte si riferiscono le discipline imposte dai

capitolari; i benefizi non procedevano altrimenti da un'origine cogli

allodii, ma erano quasi sempre un dono, una concessione; il signor

diretto, per farsi suo questo o quello, gli donava una terra fiscale;

e chi accettava un benefizio incontrava più stretti doveri verso il

re. Allodii e benefizi, tale si era la divisione delle terre sotto

l'impero del secondo lignaggio, e benefizi furono anche spesso quei

vasti poderi, sì ben condotti, dei Carolingi. Ma, in sul mancare

di esso secondo lignaggio, questo stato della proprietà si viene

modificando; colui che tiene il benefizio dalla corona, si scioglie

in breve da ogni dovere, e vuol esserne padrone assoluto, a imitazione

dei conti e dei governatori che son rimasti in pieno potere del paese

da essi governato. Carlomagno avea costretto gli animi a stringersi

e raccogliersi intorno all'impero; ora la natural reazione vuole

che ogni cosa si sciolga e si separi: quindi il benefizio confondesi

con l'allodio o, per dir meglio, l'allodio interamente dispare per

confondersi nel reggimento feudale[147]. Al tempo sicuro di Carlomagno,

il possessor dell'allodio aveva interesse in mantenere la libertà sua e

la franchigia della terra; ma nel disordine e nello scadimento d'ogni

podestà, egli trovavasi isolato su quel suolo traballante; e in qual

modo avrebb'egli potuto, così solo, difendersi contro le correrie dei

Normanni, e la prepotenza dei superbi feudatari? Ond'è che allora il

possessor dell'allodio venne naturalmente a porsi sotto la salvaguardia

e la protezione di un superiore. La distinzione adunque degli allodii e

dei benefizi sparisce nel secolo decimo, nè ci ha più che feudi e terre

feudali; chi possiede il _dominium_ o dominio, chi il tenimento, vale a

dire il godimento reale della terra, mercè servitudi e livelli; tutto

consiste in reciproche obbligazioni, tutto riducesi a gerarchia; agli

allodii e benefizi della prima stirpe succedono i feudi e retrofeudi;

al semplice dovere annesso alla proprietà vengono sostituite mille

bizzarre consuetudini; dove il servigio militare e dove un obbligo

d'onore; l'uno riceve un feudo perchè adempia all'ufizio di coppiere,

l'altro perchè venga, in qualità di scudiero, a bardar il cavallo di

battaglia del signore; e se l'uom che riceve un feudo non è nobile,

l'obbligo suo si cambia in censo, il che val quanto dire ch'ei paga il

più delle volte un livello in danaro.

Nè le possessioni della Chiesa punto si sottrassero a questo repentino

rivolgimento, chè indarno essa invocava per sua protezione i miracoli,

oramai più non dandosi ascolto alle leggende che difendevan gli averi

e i poderi; troppo brutale è la generazione; troppo in balía alle sue

rapaci inclinazioni; e a volersi difendere è bisogno di mura oramai e

di ferreo braccio. Ond'è che i monasteri, i vescovadi, le cattedrali

prendono loro avvocati o vidami, che sono i naturali difensori dei beni

ecclesiastici: se v'ha nella contrada un conte che metta paura per le

sue azioni, e minacci da lunga ora la religiosa solitudine, l'abbate

a lui si rivolge, chiedendogli s'ei voglia essere il protettore o il

difensor della Chiesa, nè picciolo è l'util ch'egli n'avrebbe, però che

per prima cosa la badia gli dà in feudo una terra del suo dominio, poi

alcuna volta gli assicura eziandio de' livelli in danaro, si obbliga di

pregare per lui in tutte le necessità della vita, e poi gli concede una

tomba sotto il tetto del monastero, chè a quei tempi non era benefizio

troppo comune quello di potere riposarsi in pace nel sepolcro, chè la

guerra non aveva rispetto neppure alle ossa dei morti. Colui dunque

che facevasi protettore della badia, era sicuro di trovar il letto

dell'eterno suo riposo sotto quelle lunghe e marmoree volte; ond'è che

noi vediamo ancora nelle antiche badie quei prodi cavalieri distesi sul

loro monumento: essi furono, vivendo, avvocati e vidami della chiesa, e

la chiesa concedè loro l'ultimo tetto ospitale.

Lo stato delle persone fu da quel tempo in poi regolato a seconda

dell'avere, laddove, durante il governo di Carlomagno, i popoli

distinguevansi piuttosto per razze, per origini, e per la propria

loro singola condizione. Franchi, Longobardi, Romani, tali si erano

le principali separazioni in cui partivasi la società, le popolazioni

erano suddivise ancora, ed ognuna avea la sua legge. Se non che,

i capitolari accennano ad una distinzione di gradi; il titolo di

_nobiles_ era antico, e derivava fin dalle foreste della Germania; la

division legale era principalmente fra gli uomini liberi o franchi ed

i servi, distinzione questa d'origine insiem germanica e romana. Ma la

gerarchia dei gradi, a proprio dire, e la separazione degli ordini,

non vennero altramente che dal reggimento feudale, nato allo scadere

dei Carolingi. In quel tempo cominciò a comparir l'alta e la mezzana

nobiltà; l'una formata dai gran vassalli con titoli di conti, di duchi,

di marchesi e di governatori; l'altra distinta non più che dal nome di

_fideles milites_ ma pur non si vuol credere che anche questi semplici

valvassori non fossero talvolta uomini d'alto stato, chè abbiamo esempi

di conti d'Evreux e conti di Chartres semplici censuari. Non v'erano

ancor arme nè imprese a distinguere i casati, chè il blasone non era

nato ancora; ma si potean portar segni e simboli, coi quali un nobile

faceasi conoscere in battaglia. I feudi soli aveano i contrassegni

caratteristici della nobiltà, e il blasone venne solo sotto i primi

regnanti della terza stirpe.

I cherici erano, quanto al grado, collocati in una gerarchia tanto

alta, per lo meno, quanto quella della nobiltà; e cosa che si vuol

particolarmente notare, come caratteristica della seconda stirpe, si

è che nella gerarchia la dignità episcopale medesima, non era a gran

pezzo sì splendida come la costituzione dell'abbazia. A principiare

dalle grandi fondazioni di san Benedetto, gli abbati hanno la

preminenza sui vescovi; gli ordini monastici hanno podestà intera; in

che consiste appunto la forza morale della società; nel monastero ci

sono dignità schierate per ordine, non altramente che nella società

universale medesima: tu ci trovi l'abbate, il decano, il cantore, gli

arcidiaconi, il cameriere o cubiculario, tanto che ti par d'essere

alla corte del principe con le sue dignità feudali. Gli abbati, più

potenti dei metropolitani, esercitavano, sotto la seconda stirpe,

un'azione grandissima nel governo; ma poi le cose si vanno sotto la

terza mutando, e i vescovi acquistano presso i Capeti sempre maggior

consistenza.

Gli uomini liberi costituiscono nel periodo carlingo gli ordini

generali della società, non essendo la servitù che un'eccezione, come

si può veder nei capitolari, che chiamano continuamente gli scabini

e i buonomini ad avere cooperazione nei placiti del conte: Franchi,

Romani, Borgognoni erano liberi, e con essoloro chiunque trattava le

armi, nè alcuno potea sottometterli al servaggio. Ma poi, allo scader

dei Carolingi, i più dei proprietari liberi sono chiamati uomini

_potestatis_, che dir volea sotto la signoria d'un padrone, avvenendo

degli uomini quel che dei feudi. Finchè ci fu nella società protezione

per tutti, ci fu desiderio egualmente e volontà di restar libero,

ma poi che nell'innondazione dei Normanni gli uomini liberi si vider

soli e senza protezione, un grande numero di essi acconsentì a dare la

libertà per acquistarsi il patrocinio di qualche potente padrone.

Molti adunque si fecero volontariamente servi di questa o quella

chiesa, di questo o quel signore; l'uom libero non ebbe più diritti,

la gerarchia divenne infinita; vi furon indi quelli che chiamavansi

_ospiti_, e vivean sotto la protezione di un monastero o d'un signore,

che li assisteva della potenza sua; i _colliberti_, servi men servi

degli altri, liberi del collo, perchè tenevano il mezzo tra la servitù

assoluta e la libertà; gli _agricoli_ o _ruricoli_, specie di contadini

coloni, liberi o servi; i servi stessi divisi in _mancipii_, e in

alcune carte chiamati uomini soltanto, familiari in alcune altre;

poi vi erano i servi dei boschi ed i servi del dominio. Al tempo de'

Carolingi i servi son tutti soggetti alla regola del diritto romano,

che non consente loro il possedere, anzi dan fino il peculio loro al

padrone. Ma al decimo secolo anch'essi cominciano a possedere, e noi

li vediamo aver terre, esercitare impieghi, diventar custodi delle

foreste, castaldi delle ville, e fin reggitori di villaggi; tutti

pagano un testatico, un censo, e sono, come dir, l'accessorio e la

pertinenza del podere, però che nella vendita di un feudo vi son di

pieno diritto compresi; essi possono contrar matrimonio, e la Chiesa

riconosce la legittimità del sacramento. L'uomo libero che sposava

una serva, diveniva issoffatto servo ancor esso, contrariamente al

diritto romano, e questa nuova condition sua non cessava che con la

manomissione. In processo di tempo il servo divenne artigiano, e i

mestieri scossero il giogo imposto dalle leggi franche della conquista.

Nel forte dell'attività e della gloria sua, Carlomagno erasi trovato in

comunicazione con parecchie civiltà, e la conquista gli avea posto in

mano mille debellati popoli e vinti. Ora è da veder quali diventassero

questi popoli, e qual fosse la sorte di tutti quelli uniti all'impero

suo.

Carlomagno morir vide papa Adriano, l'amico suo, il confidente

intimissimo de' suoi disegni intorno all'Italia, ed egli stesso avea

scritto il di lui epitafio; ed ecco, per una compensazione della

provvidenza, Leone sopravvivere all'attempato imperatore, per celebrare

la gloria di lui, e rendergli le onoranze funebri in Roma, la metropoli

del mondo cristiano, dove, col suono di tutte le campane, annunziavansi

quelle pompe solenni, chè l'impero d'Occidente avea perduto il suo

signore. Leone era stato partecipe dei disegni di quest'ultimo, avea

raccolti i fatti principali del suo regno, e alcuni anche si vedeano

scolpiti sul mosaico del palazzo di Laterano. In mezzo pure alla chiesa

di Santa Susanna, vedevasi un monumento curioso della scuola greca,

rappresentante Leone III che recava una chiesa sulla palma della mano,

siccome incontrasi in varie pitture del medio evo, ed a fianco di lui

Carlomagno vestito alla foggia de' Longobardi, con folta barba e con la

spada che gli pende a lato[148].

Leone pianse il protettore della romana sede, poi anch'egli morì

nell'anno 816, ed ebbe a successore Stefano IV, nato di patrizi. La

fedeltà dei pontefici verso l'impero d'Occidente non fu interrotta, e

ne prestaron solenne giuramento nelle basiliche a Lodovico, figlio di

Carlomagno; anzi l'anno medesimo della sua esaltazione, Stefano venne

in Francia, e sacrò esso Lodovico nella cattedrale di Reims, consumando

in questo viaggio ed ufizio il suo pontificato, che durò sette mesi

appena. Pasquale, suo successore, di patria egualmente Romano, provò

un poco a scuotersi di dosso la signoria dell'impero, e infatti, di

mano in mano che Lodovico Pio andava infiacchendo, più facil diveniva

questa separazione del papato dall'impero, però che i pontefici

essendosi collegati coi Carolingi, solo per esser da questi difesi

contro i Longobardi ed i Greci, come tosto divenivano impotenti a ciò

fare, quelli tornavano nella sovranità loro assoluta. Noi vediam quindi

Pasquale far pronunziare sentenze capitali senza ricorrere all'autorità

imperiale. Uomo ragguardevolissimo era questo Pasquale, e ammiratore

delle scienze e delle arti, dava ricovero ai Greci che fuggivan di

Costantinopoli per la quistione delle imagini.

Dopo di lui Roma si sciolse definitivamente dai Carolingi, sì che

Lotario trovossi costretto ricorrere al foro della cristianità, per far

riconoscere la vacillante autorità sua, e mentre l'impero d'Occidente

n'andava in pezzi e briciole, i papi mutavano le pratiche loro coi

Carolingi, non essendo questi più per essi nè uno strumento di luce, nè

una molla di civiltà. Gran danno fu pel medio evo questo allentamento

momentaneo e logoramento dei vincoli tra il pontificato e i popoli

della Gallia, chè più non v'ebbe indi innanzi nè podestà, nè concetto

morale: da Roma riverberavano gli ultimi raggi della civiltà antica, ma

poi che la feudalità venne a render materiali tutti gli elementi della

podestà, essa Roma non ebbe più niente a che fare con quella società,

e non troviamo ormai più nè carteggio di papi, nè epistole degne di

prender luogo nel codice carolingo; le tenebre sono universali, fino a

che Gregorio VII fortemente ripigli e stringa l'intellettuale e moral

dittatura della società, alla fine del secolo undecimo. Gregorio VII

è, dopo Carlomagno, colui che pensò più di proposito alla suprema

centrificazione del potere.

A volger l'occhio verso Costantinopoli, ivi pur si vede a poco a poco

dileguarsi le comunicazioni fra' due imperi; gli annali bisantini

più non parlano di quel grande diadema d'Occidente che splendeva in

fronte a un sol uomo, e pure, pochi anni appena erano corsi dal dì, che

tra Niceforo e Carlomagno erano stati di reciproco consenso segnati

i confini dei due imperi, che s'eran fermate sopra basi regolari le

corrispondenze dei sovrani e dei popoli, e che le greche ambascerie

eran venute a cercar Carlomagno, fino alla sua corte d'Aquisgrana.

Niceforo avea preceduto alla tomba Carlomagno; ben contento, in vita,

mentre era tutto nella sua guerra co' Bulgari, d'aver potuto conchiuder

un trattato di buona concordia coll'impero d'Occidente; il regno

brevissimo di Staurazio suo figlio non alterò punto l'accordo fra i

due Stati, e rinunziata ch'egli ebbe la corona, ne fu cinto Michele

Curopolata in tempo che il grande imperatore ancora vivea; e quand'egli

morì, governava l'impero bisantino Leone V, il quale eletto in campo

dai soldati, tutte rivolse le forze sue contra i Bulgari, poi, al par

di tutti coloro che uscivan della gente siriaca, si pose a perseguitare

le imagini ed a fare in pezzi i capolavori dell'arte, finchè i Greci,

sollevati, l'ucciser di ferro a Costantinopoli in una sedizione.

In queste commozioni, ch'ebber fine con l'esaltazione al trono di

Michele il Balbo, appena è parola dei successori di Carlomagno; le

comunicazioni fra i due imperi non erano state più che momentanee:

troppo differente era la civiltà dell'uno da quella dell'altro, e se

Greci e Occidentali si eran fra loro accostati, ciò era solo avvenuto

così esternamente, chè in sostanza restavano anzi cordiali nemici.

Appena ivi rimase, coll'andar del tempo, qualche lieve reminiscenza

dei trattati di Carlomagno con l'Oriente, nè più s'ode far menzione

di Costantinopoli, se non al tempo delle crociate, quando i Franchi,

alla vista di Bisanzio, forman concetto della sua grandezza, poi, per

forza di conquista s'impadroniscono di quella corona, e ne cingono un

conte della loro nazione. Antichi erano gli odii fra i due popoli, e

un pretesto bastò a farli scoppiare, e Roberto di Parigi ben dir poteva

dell'imperatore Alessio Comneno: «Chi è questo villano che sta seduto,

mentre tanti gentiluomini sono in piedi?»

Durante il regno di Carlomagno, gl'imperi d'Occidente e d'Oriente

si toccavano coi confini, il che aiutava la corrispondenza fra i due

imperatori. Da altra cagione movea la lega coi califfi; lo splendor

della fama di Carlomagno aveva indotto Arun-al-Raschild a mandargli

ambasciadori e presenti, e la respettiva condizione dell'impero

di Occidente e del califfato riguardo alla Grecia, era cagione di

queste amorevolezze, chè amendue erano emuli di lei. Aronne avea

preceduto di quattr'anni Carlomagno al sepolcro, e precedutolo pure

nell'esempio di dividere, per testamento, il suo vasto impero fra i

tre figli suoi. Amino, il primogenito, assunse la dignità di califfo,

e principe effemminato com'egli era, si diede in preda a tutte le

voluttà del serraglio, finchè perì in una congiura militare, chè appena

contava l'età di ventott'anni. Gli succedette Mammuno, il secondo dei

fratelli, nell'anno appunto che morì Carlomagno; e il regno suo fu,

più che da altro, occupato dalle polemiche tra setta e setta; egli si

chiarì contro gli Abassidi, e quindi rivoluzioni sopra rivoluzioni.

E nondimeno l'epoca del suo califfato non è senza splendore, chè la

letteratura orientale prese sotto di lui un far largo, ed a lui fu

dovuta la traduzione in arabo degli antichi filosofi greci. Gli annali

dei poeti e degli altri scrittori della sua nazione dicono ch'ei

trattava con eguale benignità Cristiani e Musulmani soggetti all'impero

suo; e noi, per le istorie nostre, abbiamo memoria ch'ei conservò

qualche corrispondenza di politica e di commercio con Lodovico Pio,

e che al pari del suo predecessore Aronne, mandò inviati alla corte

d'Aquisgrana.

Dopo Mammuno tutto finisce e sciogliesi quanto a comunicazioni

diplomatiche con l'impero d'Occidente; ed eccone la ragione: A tener

vive le pratiche e i trattati fra popolo e popolo è mestieri che

la podestà sia ben ferma in seggio, e sicura della sua durata; ora,

finchè lo scettro d'Occidente fu in mano d'un uom potente, le calde

menti orientali, fortemente percosse da tanto splendore, salutarono

Carlomagno, e i califfi poterono a lui venire per inchinare la

possanza sua, e far trattati con lui; ma poi che quest'impero fu

caduto in basso, poi che null'altro ebbe a presentar che rottami,

chi avrebbe ancor voluto conchiuder trattati con esso, e concedergli

privilegi? Onde i califfi si sciolsero dall'Occidente; gli odii e le

nimicizie religiose si risvegliarono; Gerusalemme e il sepolcro di

Cristo provarono i rigori dell'islamismo; i Cristiani furon soggetti

a severa vigilanza, e questi, a rincontro, tutti sdegnati, giurarono

la liberazione del grande Sepolcro. Non vi saran dunque d'ora innanzi

tra l'Oriente e l'Occidente se non pratiche ostili e di guerra; già

nell'amor dei pellegrinaggi si vengono apparecchiando le crociate,

le quali scoppiarono in breve con grande fracasso, chè quei due

sovrani spiriti, di Carlomagno e di Arun-al-Raschild, più non vivono

per comunicarsi a vicenda il lume loro. Di questo modo rasciutte si

trovano le maggiori sorgenti di civiltà per l'Occidente, che erano le

comunicazioni con Roma, con Costantinopoli e col califfato; e le Gallie

ricadon nella loro solitudine fino all'ora dello svegliarsi.

L'impero di Carlomagno componevasi di elementi diversi, di varii popoli

da lui conquistati, o domati, o ereditati da Pipino suo padre. Or

quali divenner dopo lui questi popoli, e quali segni serbarono della

civiltà carolinga? Gli Alemanni furon quelli da cui Carlomagno derivò

la fonte più pura della forza militare; essi lo aveano seguito e re

e imperatore in tutte le guerre, ed eran uomini di gagliardía e di

lena, e fedeli a ogni cenno di Carlomagno, però che anch'egli è della

stirpe loro. Ond'è che anche morto lui gli Alemanni non cessarono di

formar corpo di nazione, e conservarono quasi per rammemorazione la

dignità imperiale; e, nell'ampia spartigione di Verdun, ebbero Lotario

per loro caposignore. Il salterio in lettere d'oro della badia di

Sant'Uberto ce lo rappresenta di alta e veramente alemanna statura,

seduto sur un'antica seggiola, le cui braccia sono formate da un leone

e da una leonessa, calzato di bende in croce, coperto d'una clamide

annodata sovra la spalla, con la corona in capo, la spada nella guaina,

e con un lungo bastone in mano a foggia di scettro. Cotesto Lotario

è quell'imperator di Germania che conserva la dignità quale fu per

Carlomagno istituita da papa Leone. Fra i disordini della seconda

stirpe la Germania va in pezzi anch'essa con tutto l'impero: i Bavari

formano una nazione spartata, che ha suoi duchi o re; Lodovico il

Germanico divien signore di tutte le terre situate sul Reno, e questa

presa di possesso delle provincie è la prima base del diritto pubblico

alemanno. I Bavari, sempre fedeli a Carlomagno, ubbidiscono a Lodovico

perch'egli è di quel sacro lignaggio, e alla Baviera si congiunge la

sovranità della Pannonia e della Carinzia, e l'omaggio dei Boemi e dei

Moravi. Ci sono già re di Baviera e duchi di Lorena o di Sassonia:

la Germania pur essa incontra la sorte comune a tutta l'Europa; lo

spartimento dei principati diviene il cardine della sua politica

costituzione, ma pur nondimeno essa è e rimane carlinga. I Sassoni soli

mostrano di non accomunare il generale amore e l'alta ammirazione che

la Germania porta al grande imperatore; però che conservano un rancore

che va tramandandosi e perpetuandosi di generazione in generazione:

vivo e lungo durò fra loro l'odio per Carlomagno e la venerazione per

Vittichindo, e ben si potè dispergere e sperperare quei popoli, ma non

ispegnere in loro l'antica avversione. Questo risentimento del passato

ferve parimenti nei Frisoni, nè appena l'imperatore ha chiuso gli

occhi, si spiccano dall'impero, e formano un ducato a parte, per unirsi

in appresso a que' conti d'Olanda che serbano per sì lungo tempo la

natía loro salvatichezza. Carlomagno, vedendo nel futuro, avea sparsi

i suoi conti per tutta la Frisia, soggettandoli al governo d'un duca,

che aveva il carico delle cose militari; Lotario aveva indi avuto la

signoria di quella provincia fino alla Mosa, affinch'egli la difendesse

contro i Normanni; poi andava a cader nelle mani d'un de' potenti

capi delle popolazioni scandinave, di nome Gottifredo. Ed eccola fatta

parte della Dania; nel qual tempo la Frisia soggiacque a una paurosa

catastrofe: il mare gonfiossi, e rigurgitò il Reno per mezzo alle

terre, sì che una parte della popolazione fu inghiottita dall'acque:

tempo veramente calamitoso e fatale! Tuttavia, questi popoli alemanni,

quanti sono dal settentrione al mezzodì, amici o nemici, serbarono

profonde rimembranze di Carlomagno, e dir potevasi che il sangue

carolino scorreva in quasi tutte le vene dei principi, e duchi, e conti

de' paesi bagnati dall'Elba, dal Reno e dal Veser. Ivi serbavansi

i loro silvestri costumi, la consuetudine della giustizia loro, la

tradizione della loro istoria. E tu, nobil casa d'Absburgo, qual è

il primo de' tuoi antenati? E non reca egli in fronte il sigillo del

grande imperador d'Occidente? E tu, degna prosapia regale di Baviera,

non ti congiungi tu agli Arnoldi e ai Carlomanni, ch'ebber Carlomagno

per antenato?

Storia di Carlomagno vol. 2/2 · 第 19 / 23 段