Por si deggiono uniti come fratelli due uomini che vissero

contemporaneamente, e governarono due vaste badie, stupendi eremitaggi;

Adalardo, il primo abbate di Corbia o Corbeia; Angesiso, il secondo,

abbate di Fontenelle. Fontenelle e Corbeia! chi mai dir potrebbe la

rinomanza di questi due monasteri al secolo nono! Angesiso usciva

dalla stirpe dei Franchi nella diocesi di Lione, e fatti profittevoli

studi in quella cattedrale, giovanissimo ancora, e tutto ridondante

di speranza e di vita, consacravasi alla vita solitaria in Fontenelle

sotto l'invocazione del glorioso san Vandregisillo. Angesiso fu,

più che altro, legista e compilatore, e raccolse il primo in un sol

corpo i capitolari carlinghi, distribuendoli per ordine di materie, e

raccomandandone a tutti con egual cura l'osservanza. Ad Angesiso è pur

dovuta la costituzione del monastero di Fontenelle, che poi divenne

fondamento e modello a non poche comunità del medio evo, chè in tutte

le età, accanto ai poeti ed ai prosatori, ci sono menti positive che

attendono all'ordinamento sociale. Adalardo, abbate di Corbia, vantava

nobilissimi natali, perch'egli era figlio del conte Bernardo, il

leudo più segnalato del suo tempo, quel medesimo che varcò le Alpi e i

Pirenei, guidando gli eserciti di Carlomagno. Allevato in mezzo alle

delizie ed agli ozi della corte, le abbandonò all'età di vent'anni

per farsi monaco; viaggiò in Italia, e venne indi a sedersi al fianco

di Pipino per indirizzarlo e consigliarlo nell'arte di governare,

e di là frequentissimamente passava alle corti plenarie in Francia,

però che Carlomagno avea caro di consultarlo, tanto era l'avvedimento

suo nelle pubbliche bisogna. Morì vecchio, e la vita sua, scritta da

Pascasio Radberto, è un vero documento istorico che tutte apprende le

sue fatiche e i malaugurati sforzi suoi nella via scientifica. Adalardo

fu anch'esso, al par dell'abbate di Fontenelle, un ingegno politico

e legislativo, testimonio gli statuti suoi per l'amministrazione

del monastero di Corbia, nei quali è una specie di classificazion di

persone e d'ufizi. La badia è divisa in sei ordini: monaci, studianti,

serventi, proveditori, vassalli, ospiti e forastieri.

Già ben oltre negli anni Adalardo compose un libro sulla forma della

corte di Carlomagno, alla foggia dei libri porporati di Bisanzio, dove

determinato era ogni ufizio, e ogni grande collocato al suo posto

in quella gerarchia. Da ultimo scrisse dei solenni parlamenti che

tenevansi due volte l'anno, il parlamento di guerra e il parlamento di

giustizia.

Or ecco farcisi incontro due uomini che si provaron di riuscire a

due grandi intenti: l'uno, Felice da Urgel, alla riforma del dogma,

l'altro, Benedetto d'Aniano, alla riforma dei costumi. Già detto

abbiamo più sopra quali fossero i cardini dell'eresia di Felice da

Urgel, rinnovazione degli scismi d'Ario e dei Nestoriani. Il principio

filosofico di Felice altro non è che lo spirito; Cristo altro non

è, secondo lui, che una luminosa emanazione di questo spirito; nè

comprendere ed ammetter sapea come Dio avesse una natura materiale, e

questa carnalmente trasmetter si potesse. In tutte le età ci ha qualche

domma di morale o di filosofia, che diviene l'argomento prediletto

delle scuole, e anzi il fondamento d'ogni scientifica discussione.

E però Felice anch'esso, sottile argomentator com'egli era, viene

svolgendo i suoi principii contro i dotti e i filosofi che francheggian

la pura e santa religione cattolica; che non v'ha pure un prelato

il quale non entri in campo contro di lui. Il domma materiale delle

imagini e il domma morale dello spirito erano il pensier di quei tempi

e la formola d'opposizione contro di Roma. San Benedetto d'Aniano,

uomo meridionale al par di Felice da Urgel, fu il ristoratore della

disciplina monastica; e da paggio e coppiere nelle corti bandite, dove

splendea, divenne, in progresso di tempo, austero riformatore degli

ordini religiosi, sì che a fronte di colui che scuote la dottrina

sempre troviamo il rigido intelletto che purifica la disciplina.

Benedetto si ritirò prima nella badia di San Seino, poi nella diocesi

di Maguelone, dov'egli edificò un picciolo eremitaggio vicino al

fiumicello Aniano o Aniane, in cui ben due centinaia di monaci vennero

in breve a porsi sotto il rigore della sua regola.

Gli ordini monastici in Occidente avean bisogno d'una costituzione

più solenne e più stabile, e d'una più stretta osservanza in fatto

di costumi, e Benedetto d'Aniano fu primo a darne l'esempio. Fattosi

promotor degli studi scientifici, volle che Aniano avesse la sua

biblioteca, nè risparmiò cura o fatica per raccoglier libri, e dare il

maggior impulso ch'egli potesse allo studio. Avea visitato l'Italia,

e portatone memorie dell'arti e dell'industria sua, onde rizzar fece

le celle d'Aniano sul modello di quelle mirabili di Montecassino;

gli altri monasteri imitarono a gara l'esempio suo, e cessò quindi

la rilassatezza dei costumi, talchè Benedetto d'Aniano fu in breve

pareggiato a san Benedetto, primo institutore degli ordini religiosi in

Occidente. L'uno in fatti ne fu il fondatore, l'altro il riformatore;

e chi consideri che gli ordini monastici furono, al medio evo, il

principio d'ogni governo e d'ogni gerarchia; chi rammenti che i loro

statuti divennero la base delle comuni e delle comunità, non potrà

fare di non confessar che niuna istituzione fu più favorevol di questa

al sapere, e alla disciplina sociale. La maggior opera di Benedetto

d'Aniano fu la redazione degli statuti di tutti gli ordini monastici,

divisi in tre parti distinte: la prima tratta dei padri dell'Oriente

che accolser fra loro gli Antonii e i Pacomii, santi solitari del

deserto, filosofi in atto, che in faccia ai disordini dell'Egitto e

della Siria, davano l'esempio del digiuno e della mortificazion della

carne; la seconda intende a fermare e a stabilir le basi dell'ordine

di San Benedetto, suo precursore nell'ampio ordinamento monastico che

posa sopra queste massime: _Lavorare, orare, studiare_: e la terza

tutta destinata alle religiose, vergini sante che debbon raccogliersi e

fuggire dal mondo. Di questo modo san Benedetto d'Aniano è l'uom della

gerarchia, laddove Felice è l'uom della distruzione, due principii

che sono perpetuamente in guerra tra loro: da un lato la podestà e

l'autorità, dall'altro l'opposizione e la riforma. San Benedetto è

tutto nella conservazion delle regole; ei la interpreta, e concordar

le fa l'una con l'altra, onde non è maraviglia ch'ei fosse uno dei

più loici oppositori di Felice da Urgel, e ancor si conservano i suoi

discorsi contro a costui, dove il solitario non sa comprendere come

abbatter si voglia il principio e la regola, la regola fondamento e

governo di tutte le società, grandi o picciole ch'elle sieno.

Questo periodo letterario dell'impero di Carlomagno ebbe pure alcuni

altri scrittori qual più qual meno famosa: Magnone, arcivescovo di

Seus, uno dei _messi regi_ di Carlomagno, scrisse intorno al rito

del battesimo nel tempo che l'imperatore avea comandato di spiegare

e analizzare questo sacramento. Cotali scritti sul battesimo furono

dall'imperatore richiesti con una circolare da lui indiritta nel

medesimo tempo a tutti i vescovi[137]. Magnone fu, al par di tutti gli

altri messi regi, un giurisperito, ed a lui si debbe una raccolta delle

antiche annotazioni del diritto.

Smaragdo, abbate di San Michele, diè in luce un'opera pregevole di

morale, intitolata la _Via regia_, e dedicata all'imperatore, nella

quale fulminava i vizi capitali e le bollenti passioni degli uomini

da guerra dei tempi suoi. E la _Via regia_ facea indi seguire dal

_Diadema de' monaci_ fatto a raccender la pietà già presso a spegnersi;

poi, sotto il nome di Carlomagno, l'abbate di San Michele indirizzava

a papa Leone uno scritto intorno alla natura dello spirito, sublime

quistione di filosofia; poi ancora spiegava i Vangeli e la messa, i due

fondamenti della fede cattolica e della politica soggezione dei popoli.

Vettino, monaco di Richenon, fu un uomo entusiasta e falotico che visse

e compiacquesi in un mondo soprannaturale. Questi è colui che vide

il purgatorio, e il cielo aperto ai beati; e questa sua visione ci fu

narrata da Valfrido Strabone, suo discepolo, però che veduto avea pur

Carlomagno in mezzo al purgatorio, in espiazione de' suoi peccati di

concupiscenza.

Non lunge dal monastero di San Dionigi vivea un uomo noto sotto il

nome di Dungalo. D'onde veniva costui? È opinione ch'ei fosse nativo

dell'Ibernia, e in fatti l'Inghilterra e la Scozia erano feconde a quei

giorni di begl'ingegni[138]. Datosi all'istruzione, insegnava filosofia

ed astronomia, e in una lunga lettera a Carlomagno vien ragionando

intorno all'eclisse di sole che avvenne nell'anno 810, e ne segna il

crescere e il declinare, allegando le autorità di Platone, di Virgilio,

di Plinio e di Macrobio. Tutti i dotti di quel tempo pagavano il loro

tributo d'ammirazione a Carlomagno, onde anche Dungalo non dimenticò di

celebrare in un poema eroico le gloriose gesta di quel principe, e di

far voti per la prosperità dell'impero, e per colui che con tanto senno

e valore il reggeva.

In questi rapidi cenni sugli uomini notevoli che illustrarono il tempo

di Carlomagno, non s'è potuto allegar se non opere che si riferiscono

al cattolicismo ed all'imperatore, nulla essendovi d'estraneo a questi

due concetti, perchè nulla v'ha d'estraneo a queste due podestà. Quando

una generazione è sotto l'impressione di certe formole, tutto vien ivi

a collimare, e chi a quel tempo non avesse pensato alla Chiesa, sarebbe

stato come straniero alle idee ed ai costumi del popolo; chi non avesse

ogni cosa riferito alla persona di Carlomagno, non si sarebbe accorto

di colui che era dal mondo intero acclamato. L'impero e la Chiesa si

tenevan per mano; il papa e l'imperatore, doppio e misterioso potere,

signoreggiavano la società, e incessante era l'effetto dell'autorità di

questi due dominanti pensieri.

Gli è il tempo pure in cui avviene un rinnovellamento di studi,

un'azione delle menti, azione fervente, entusiastica, come suole in

ogni cosa sul principiare: l'orizzonte appar senza termini, l'avvenir

senza limiti. Oh la schietta gioia di tutti quei dotti allo scoprire

l'antichità con la sua letteratura e le sue maraviglie! Forman essi,

come a dire un'accademia intorno a Carlomagno, per modo che i dotti del

secolo decimosettimo vollero in questa congregazione trovar l'origine

dell'Università[139]; ivi si tratta di gramatica, d'astronomia, di

poesia; e bello è vederli assisi, nel palazzo d'Aquisgrana, intorno

all'imperatore, sdegnare i nomi franchi e germanici della loro

schiatta, sol degne avendo del magnanimo loro affetto Roma e la Grecia.

Dameta scrive indi ad Omero, e Davide è il protettore supremo; l'uno

è Virgilio, l'altro Orazio, ed amano di scandere i versi latini, ad

essi barbara parendo la patria favella; vivono sotto le impressioni

romane: leggende, poemi epici, epigrammi, epitafi, ogni cosa è in

latino; e pii cristiani, ferventi cattolici come sono, pure invocan

le muse, e tramezzano alle descrizioni della Chiesa le reminiscenze

dell'antichità profana. Gli armoniosi versi di Virgilio destano un

ineffabile entusiasmo in quella nascente accademia, e piangono con

Ovidio, e scorrono Roma rigenerata con Macrobio alla mano; e Omero

trova settatori in tutte le badie.

In ogni parte di questo vastissimo impero si trovano scuole pubbliche

e monastiche, quasi metropoli dell'istruzione. La Neustria noverava

parecchie di queste scuole madri, che diffondeano il sapere per ogni

dove; la più famosa tra esse, per l'antichità sua, era quella di San

Martino di Tours, sotto la direzione di Alcuino, della quale fu già più

sopra fatta menzione; le lezioni erano pubbliche, e vi s'insegnavano la

gramatica, l'astronomia, con maraviglioso concorso di studianti, che

ci venivano fin di Germania e d'Inghilterra. Alcuino era secondato da

un giovine, di nome Sigolfo, ardente ammiratore di Virgilio, cui egli

studiava, per sua delizia, notte e giorni. Ci eran di santi vescovi,

che venivano a scuola a San Martino di Tours; le scienze si andavano di

là diffondendo per tutta la Neustria; le biblioteche si componevano già

di parecchie centinaia di volumi, nè i libri erano punto rari, come poi

divennero nel secolo decimo, che le biblioteche de' conventi s'erano

arricchite mercè dei pellegrinaggi in Italia e in Oriente, e Carlomagno

avea tratto da Costantinopoli e dalla Siria copiosi manoscritti, onde

gli autori dell'antichità cominciavano a diventar famigliari.

Altra scuola della Neustria era quella di Corbia, sotto il reggimento

del dotto Adalardo; a Tours dominavano, come pare, la dottrina sassone

e l'erudizione inglese, a Corbia signoreggiava l'autorità romana del

papa. Qui la biblioteca era forse più ricca di quella che avea San

Martino di Tours, e vi si conservava, come proprietà della badia, un

bel pontificale in lettere d'oro, sopra cartapecora, e quegli stipati

scaffali mostravano un _san Giovanni Grisostomo_, con coperta di

porpora ornata d'avorio; e molti di quei libri, confidati alla custodia

degli abbati, splendevano di pietre preziose. Le scuole insegnavano

giorno e notte la scienza sotto i celebri abbati Pascasio, Radberto

ed Anscario; nel chiuso di quelle mura fu da Robano Mauro compilato

il libro del _calcolo de' tempi_; da Corbia moveano i missionari, cui

era commesso d'andare ad insegnar la scienza e la religione cristiana

nel nord dell'Europa; e quanto curiosa e bella è la relazione di

sant'Anscario, che scorre nel nono secolo la Decia e la Svezia! Che dir

poi delle scuole di San Vasto d'Arras, di San Fleury o di San Benedetto

alla Loira, di Fontenelle, sorgente maravigliosa dell'ecclesiastico

sapere! Di Ferrieres, più celebre ancora pe' suoi diletti studi

dell'antichità profana, per l'amor suo a Cicerone e Sallustio! Le opere

di maggior eleganza e bellezza non erano estranee alle occupazioni di

que' monaci, i quali comentavano Quintiliano e Terenzio, e aveano in

convento chierichetti, ch'altro non facean che copiare i poeti e gli

oratori antichi. Tutte queste scuole della Neustria corrispondevano con

l'areopago, ond'era circondato Carlomagno, e ci avea per la scienza un

centro, siccome un re pel governo e per la politica.

Fulda e San Gallo furon le due metropoli degli studi germanici; l'una

quasi al settentrione, l'altra proprio al mezzodì dell'Alemagna. Fulda

pigliava la sua origine dalla predicazione cristiana di san Bonifazio,

poichè il santo vescovo, dopo d'aver predicato la religion cristiana ai

Sassoni, credette cosa indispensabile instituire un centro delle umane

scienze, per indi diffonderle in tutta la Germania; e dopo l'episcopato

di Magonza, Fulda fu la sua favorita fondazione, gittata, per così

dire, com'ei l'aveva, in mezzo ai Sassoni, come sacra scaturigine

d'insegnamenti. Rabano fu il più dotto e scienziato dei suoi abbati, ed

a lui succedette Rodolfo, monaco alemanno, storico, poeta e nobilissimo

favoreggiatore di tutte le arti[141]. Non disprezziamo, per Dio, questi

passati, che provocarono l'attenzione di tutto un secolo: e chi sa

mai se resterà pur briciolo dell'opere di questa nostra generazione!

Fulda ebbe pur essa le sue degne filiazioni nella scienza, al par di

Corbeia, ed emanazione degli studi suoi fu pur la scuola d'Irsaugo,

nella diocesi di Spira, dove monaci di ardente fantasia comentarono

il cantico dei cantici e il libro di Tobia, dirigendone la musica

Erderico, con un'arte sì soave, che fin da cento leghe accorrevano per

udirla. L'origine d'Irsaugo era già antica al decimo secolo.

San Gallo, il monastero della Germania meridionale, vedea sempre più

ingrossar la sua biblioteca per cura di quei religiosi che attendevano

principalmente, con mirabil pazienza, a trascrivere i libri, giovando

infinitamente così al progresso delle umane cognizioni. E chi non ama

di frugar nelle reliquie di San Gallo, il vero monasterio dell'età

carolina? Il Mabillon, quel dotto viaggiatore, lo ha descritto qual

era sotto Lodovico il Pio, e ci si veggono, com'ei dice in quel suo

semplice linguaggio, _scuole dentro e scuole fuori_, l'ammaestramento

pe' monaci, l'educazione per tutti. Le sette arti liberali eran come

il grande albero del sapere. Nell'ore solitarie, colà sulle rive

del lago di Costanza, que' monaci si davano ai lavori di mano, con

l'attitudine di quegli alpigiani, che pensano, considerano e lavorano

ad un tempo in cospetto di Dio. Colà visse, nel nono secolo, un monaco,

di nome Sintrano, il quale, dice la leggenda, fu eccellente pittore,

intagliatore e sonatore d'ogni sorta di strumenti. Laonde l'intaglio

non sarebbe un'invenzione del secolo decimoquinto, ma sì apparterrebbe

ad uno dei più rimoti periodi alemanni, al medio evo germanico. In

grembo pure a quel monastero venne formandosi l'imaginazione pittoresca

e novelliera del monaco di San Gallo, il cronista che, per ordine di

Carlo il Calvo, compose la storia di Carlomagno. Fra quelle mura molto

si perdonava, però che la scienza purificava la licenza mondana, e la

leggenda del figlio di Chiburgo[143] mostra che indulgenza si avesse

per gli uomini letterati e scienziati.

Mentre le scuole di Fulda e di San Gallo eran tutte germaniche, quelle

di Magonza e di Metz serbavano, come a dire, un misto di origine

austrasia e neustrasia: Magonza, in riva del Reno, fondazione di san

Bonifazio, d'ond'egli era partito per andar a convertire i Sassoni,

gli Alemanni, i Bavari, ebbe un ragguardevol numero di maestri e

dottori, fra' quali il sapiente Lullo, successore di san Bonifazio.

In quella scuola parlavasi il greco, e parecchi monaci sapevano

anche l'ebraico; e da quel santo monastero nascevano le scuole di

Paderborna, di Metz, di Verdun; Metz famosa principalmente pe' suoi

gramatici, e Verdun pe' suoi copisti. Le quali scuole alemanne tutte

furono eziandio rinomate, pel canto ecclesiastico, però che a Metz, a

Fulda, a San Gallo, applicavan di proposito alle antifone e agli inni,

avendo già fin da quel tempo gli Alemanni quel loro profondo sentire

nell'arte della musica. In mezzo a quelle solitudini, quando tutto

intorno era silenzio, essi amavano di farsi udir in coro, accompagnati

dall'organo. La voce dei Franchi era stridula, nè avea la dolcezza di

quella dei Greci, o l'accento facile degli Italiani; ma gli Alemanni

avean di bellissime note basse e suoni gravi e solenni, ed eran sublimi

maestri a musicar quegl'inni de' morti o di rendimento di grazie, che

innalzavansi a Dio in mezzo al rimbombo degli organi nella cattedrale.

Di questo modo la triplice nazione _germanica, austrasia e neustriaca_,

veniva a perfezion riprodotta dalle scuole monastiche. Restava

l'Italia, e il regno de' Longobardi, la cui nazione era rappresentata

dalla scuola di Montecassino, dove la scienza era spinta all'ultimo

apice della perfezione, dappoi che san Benedetto gli avea dato le sue

regole. Posto tra la civiltà greca e la civiltà latina, il monastero di

Montecassino in sè ricevea il doppio riflesso di Roma e di Bisanzio,

e in mezzo alle pubbliche tempeste, era rimasto in piedi come un

monumento religioso de' tempi antichi: la sua ricchissima biblioteca

durava illesa dai guasti della barbarie; ci si trovavano Bibbie scritte

a caratteri d'oro, testi preziosi al pari di quelli di Costantinopoli,

i libri della scuola alessandrina, la filosofia d'Aristotile; ed

Omero e Cicerone ci aveano il culto loro, a par dei padri della

Chiesa. Montecassino fu il potente istruttore degli ordini monastici,

l'archetipo sul quale tutti si foggiarono, e quest'azion sua fu tanto

più viva e grande, quanto che tutti i monaci erano stretti da una

dolce e invariabile fraternità tra loro. Formavan essi come un'ampia

repubblica: se un frate di San Benedetto aveva a far viaggio, trovava

ospitalità in ogni luogo e protezione; potea scorrere le biblioteche,

assistere alle scuole; e le più volte i monasteri erano succursali o

colonie fondate dalle chiese madri. Pe' monaci non ci era patria; un

frate dell'Inghilterra veniva nella Neustria o nell'Austrasia, ed un

frate dell'Aquitania andava a ricoverarsi nell'ospital ricetto d'una

badia lombarda o italiana. Quindi nascer dovea quella scambievole,

scientifica azione d'una badia sull'altra. Quando un monastero

aveva un gran tesoro di scienza, esso lo donava e accomunava;

tutte le fondazioni religiose aveano il medesimo grado; ci aveano

monaci messaggeri, che andavano a cambiar le pergamene, a portare i

manoscritti o a ristorar gli studi da una solitudine all'altra.

Tale si fu lo spirito letterario di quel tempo. Carlomagno volle

accentrarlo nelle sue mani, ma esso non dovea sopravvivere a quel

sublime impulso, e spento l'imperatore, gli studi anch'essi doveano

sparire con lui. In fatti, il principio del regno di Lodovico Pio offre

ancora qualche bell'ingegno nelle scienze e nelle lettere, come a dire,

Incmaro, arcivescovo di Reims, lo scrittore che celebrò col pomposo

suo stile le usanze e le consuetudini del palazzo di Carlomagno;

Agobardo, arcivescovo di Lione, più ancora statista che letterato, non

essendovi a que' tempi avvenimento di qualche rilievo, di cui non si

trovi mescolato il suo nome; Pascasio Radberto, che serba un'indole

sodamente scolastica, e coltiva gli studi come studi, applicando a ciò

ch'essi hanno di più liberale ed attivo; Anscario, vescovo viaggiatore,

il predicator che corre ad apprendere alle nazioni selvagge la

religione cristiana e la civiltà, il san Bonifazio della Scandinavia.

Ma qualunque siano cotesti uomini d'ingegno e di vaglia, non puoi far

di non avvederti che il sapere e gli studi, favoriti sotto l'impero di

Carlomagno, sono già in pieno decadimento sotto Lodovico Pio. Le scuole

non hanno più il loro valore, gli studi il loro ardore; le popolazioni

sono tornate al loro stato d'ignoranza, e ciò procede da più cagioni.

Egli avvenne dell'opera letteraria di Carlomagno il medesimo che delle

politiche sue concezioni; l'unità era collegata alla sua persona,

ma non era punto nelle idee e nelle costumanze di quella società;

chiuso che fu nella tomba l'imperatore, non v'ebbe più scienza, più

istruzione, chè il popolo non la desiderava. Il servo poteva egli

desiderare la luce? L'uomo d'armi disprezzava i libri, anche cristiani

e devoti, o solo li apprezzava per ispogliarli dei carbonchi onde fuori

splendevano; ben più caro ad essi era combattere e agitarsi nei campi,

e però che importar poteva ai conti ed ai leudi del progresso della

scienza? Non un solo si nomina di quegli uomini di ferro che abbia

messo in carta un pensiero; laonde l'impulso fu tutto di Carlomagno

in persona, e dopo lui tornarono al rozzo istituto della conquista, a

spogliarsi l'un l'altro, a guerreggiarsi da castello a castello.

Gli studi disparvero nello sminuzzamento dell'impero; non v'ebbe più

centro, più movimento ordinatore, e se pur taluno qua e là attese

ancora alle lettere, più non v'ebbe quell'ardente inclinazione allo

studio che signoreggiò il regno di Carlomagno. E d'altra parte il tempo

era egli fatto al tranquillo progresso del sapere? Carlomagno aveva

bensì preparato per un tal quale ordine amministrativo la pace o la

tregua generale della società, sì che studiar potevasi liberamente e

sicuramente senza paura delle violenze de' soldati e dei prepotenti,

con quella pacatezza di mente e franchezza di vita che lo studio

richiede; ma questa pace si dileguò nella subita e forte agitazione

che seco trasse la fine di Carlomagno. La società fu rotta in mille

frammenti, e il sistema feudale cominciò a imperar come codice della

generazione; nè l'impero fu sol messo in brani, ma ciascuno di questi

brani ancora fu partito in contadi, ed in sì picciole signorie, che

esser non ci potè oramai più comunicazione d'idee, nè d'ingegni,

e non pur di governo: i conti divennero l'uno straniero all'altro,

ed ogni castello fu un principato. Costantinopoli e Roma, che erano

state in corrispondenza con Carlomagno per aprirgli i tesori immensi

dell'antichità, furono indi interamente ignote alla società feudale,

e appena si sapeva ch'esse erano al mondo, però che quegli uomini

violenti sprezzavano le umane discipline. In fatti, a che potean elleno

giovar loro? L'arte sola della guerra venne perfezionandosi, perchè

essa era un bisogno per tutti. Laonde il decimo secolo non ebbe alcuna

correlazione colla fine del secolo ottavo e col principio del nono:

tutto disparve, e si perdè nell'abisso.

Storia di Carlomagno vol. 2/2 · 第 17 / 23 段