dà intorno a _Settuagesima_, _Sessagesima_, _Quinquagesima_, nomi
ecclesiastici delle tre domeniche che precedono la quaresima; e questo
avviene appunto in quel tempo ch'egli ha più da far come re dei Franchi
e dei Longobardi, e ch'egli attender dee a più guerre ad un tratto.
Mente in vero suprema e maravigliosa! La più curiosa di queste lettere
dimostra il suo nobile amore agli studi, volendo egli che sieno aperte
scuole in tutte le chiese. «E ponete, dice, a condur queste scuole
uomini atti.» Poi, il fiero principe, uscito dalle foreste, si fa
ad enumerar quivi lungamente i vantaggi della scienza, madre e fonte
di tutte le cose[131]; dove si sente già il pensare di chi ha corso
l'Italia, dell'amico d'Adriano, del patrizio di Roma! Certo che alcuni
di questi atti sono opera dei cherici che circondano Carlomagno; ma
e quel nobile impulso allo studio non viene forse da lui? Egli vi si
adopera senza posa; fa compilare una raccolta di omelie per utile delle
chiese, e vi premette una prefazione, nella quale il proposito suo è
di provar che lo studio è il primo dei doveri; e scorre l'intiera sua
vita, e se trova in essa qualche ragion di lode, si è solo pel poco
ch'egli ha fatto a pro delle scienze; a considerarlo nella sua vita
attiva tu diresti ch'egli è tutto nelle sue conquiste, tutto atteso ad
aggiunger nuove terre all'impero suo, qua contro gli Unni, colà contro
i Saraceni ed i Sassoni; e pur non è cosa che negli scritti suoi dia
a conoscere il conquistatore; tutto ivi sente del legislatore e del
principe studioso. Sì grande com'è, si vede ch'ei si piace negli studi
teologici; e cosa che non par credibile, compone di suo un trattatello
sui doni dello Spirito Santo, e scende alle più minute disquisizioni
per promovere l'amor degli studi, ed entra in lizza solo perchè abbia
maggiore importanza e splendore. In fatti, può egli scegliere argomento
più sublime a trattare, dei doni e attributi dello Spirito Santo? «Gli
antichi filosofi avean essi ricevuto il dono dello spirito?» Carlomagno
lo nega: «Però che ricever non si può verun di siffatti doni, senza
tutti raccoglierli.» Tal altra fiata l'imperatore depone in seno
a' suoi confidenti i grandi suoi disegni per l'avvenire; e scrive,
esempigrazia, ad Angilberto, a cui dà il misterioso nome d'Omero[132],
d'andar privatamente a trovar papa Leone: «Chè troppi sconci sono nella
Chiesa, e vuolsi ad ogni modo diradicar la perniciosa zizzania della
simonia.» E per quella via gli offre il danaro necessario ad innalzare
in Roma una basilica a san Paolo. Le discussioni intorno allo spirito
formano il soggetto di un'altra lettera al papa, e quasi d'un altro
trattatello dommatico, in forma di sottile dissertazione che sembra
opera di un ecclesiastico piuttosto che di un guerriero. Il tempo
presente, con quel suo superbo sprezzo, non comprenderà certo come un
potente imperatore sia disceso a queste sottigliezze; ma il perdersi
in sottigliezze non è già il tarlo di un potere o d'un tempo solo; ogni
età ha le sue cose puerili, le sue fanciullesche dissertazioni sopra i
misteri dell'autorità; all'ottavo secolo Carlomagno fece il mestier del
teologo; in altri tempi avrebbe fatto il mestiere del politico.
Ora eccolo poeta, in atto di scandere i versi latini, l'idioma
scientifico di quella generazione: il tradurre le opere della lingua
comune e romanza in latino era cosa che usavasi fin sotto la prima
stirpe; e la stessa canzon guerriera dei Franchi in armi era tradotta
in latino. Oltre all'affettuoso epitaffio di Adriano, addio d'un
figliuolo al padre, che vedemmo scritto da Carlomagno, egli avea pure
mandato al papa un picciolo salterio che comprende un intero poema in
lode del pontificato. Protettor com'egli era degli uomini di lettere,
amava pure o di farsi egli incontro a loro, o di chiamarli a sè; onde
a Paolo Varnefrido, o Paolo Diacono, che s'è ritirato a Montecassino
per vivervi da eremita, indirizza alcuni versi elegiaci affine
d'indurlo a venir di nuovo alla sua corte, tal che l'hai per Augusto
che scriva a Virgilio; e quando Alcuino, vecchio e logoro, si toglie
dalla corte, a lui scrive come a suo maestro e dottore: «O padre,
voi vi siete ritirato in solitudine, e buon per voi; aiutatemi con le
vostre orazioni a conseguire l'eterna salute.» Poi trovandosi a Roma,
l'imperatore detta di colà nuovi versi al solitario di Montecassino,
al suo Varnefrido, dicendogli: «Perchè non venire a trovarlo in Roma,
perchè dimenticarsi così dell'amico?»
Poscia il potentissimo principe si converte in gramatico, e prende a
fare un lessico della lingua tedesca, con le parole latine a riscontro,
lavoro comparativo da lui piantato su larghissime basi; indi corregge
di sua mano gli esemplari della Scrittura, e convien dire ch'ei fosse
pervenuto a un alto grado di perfezione nello studio delle lingue,
se gli annalisti suoi si curarono di notare che re e imperatore
riscontrò con grandissima diligenza i quattro Evangeli sul testo greco
e la versione siriaca[133]. Egli sapea dunque le lingue orientali a
segno da tradur gli Evangeli dalla lingua ebraica nella tedesca, e da
critico acuto riscontrava gli Evangelisti fra loro, li punteggiava
e correggeva. Amasi talvolta di contemplare i grandi uomini nelle
picciole opere, quando scherzano, a così dire, col destino a cui sono
nati; e quindi bello è ancora veder Carlomagno dar vita o indirizzo
ai libri carolini intorno al culto delle imagini, spiegare il senso
del concilio di Francoforte, avverso al culto delle arti, e termine
di mezzo tra la dottrina iconoclastica, che non vuole rappresentazioni
di sorte alcuna, e la sentenza di alcuni artisti greci, che sostengono
l'adorazion delle imagini essere altrettanto santa, quanto la medesima
Trinità. Egli è difficile che un uom sovrano non si frammetta delle
quistioni del suo tempo, e tanto più s'egli ha obbligo di governare la
società, chè allora non gli è lecito sequestrarsi dalle opinioni che
si agitano intorno a lui, dovendo, chi regge gli uomini, investirsi
fin anco delle loro passioni. Quanto alla lingua usuale di Carlomagno,
già dicemmo essere la tedesca, e abbiamo ancora di suo, in questo
idioma, un formolario per la confessione. Curioso è in vero veder,
per istoria, l'alacre attività di questo sovrano intelletto, che non
punto spaventato da queste minuzie e frivolezze della vita, gode anzi
di travagliarsi in questo compito letterario ch'egli insiem cogli
amici e confidenti suoi ha imposto a sè stesso. E questo è pure un
tratto di rassomiglianza che la storia trova in tutti i conquistatori;
aman essi d'intrattenersi coi letterati e con gli scienziati, nè
sdegnan punto d'entrar in gravi o ameni discorsi con loro; però ch'ei
sanno, una nazione non poter esser grande e forte, se non per l'opere
dell'ingegno. Ed essi medesimi che sarebbero mai, se la storia non
s'impossessasse del loro nome? Il nome che più illustre splenda allato
di Carlomagno, in fatto di scienze e di lettere, quello si è d'Alcuino,
che fu promosso alla dignità d'abbate di San Martino di Tours. Nasceva
egli di nobili e facoltosi parenti, l'anno 735, nella provincia di
Jorc, con vari fratelli, un de' quali fu vescovo di Salisburgo, e
tanto era in lui il sapere e l'ingegno, che si meritò il soprannome
di _aquila_. Studiò fanciullo nella fortissima e dottissima scuola
di Jorc, dove insegnavasi il latino, il greco e l'ebraico, e dove da
discepolo divenne maestro, da studiante, bibliotecario; poi fu fatto
diacono di quella Chiesa, degna sorella dell'altra di Cantorberì,
ed amendue ufiziate dai monaci di San Benedetto. Salito in grido ben
tosto, visitò Roma e l'Italia, ivi scontrossi in Carlomagno e il re
e il sapiente subito furon d'accordo; Alcuino promise di recarsi in
Francia, tenne la sua promessa, e v'ebbe ricche abbazie; poi si mise
nello stesso palazzo di Carlomagno, e vi tenne cattedra di scienza,
siccome pare, leggendo pubblicamente sotto i portici di quelle regie
dimore, e ristorando gli studi dell'antichità con la guerra ch'ei fece
all'ignoranza insieme ed all'eresia. Nè guari andò che, ritiratosi
nella solitudine di Tours, applicossi a meditar la Scrittura, e
fece di propria mano una copia correttissima e perfetta dell'Antico
e Nuovo Testamento, da lui, con una lettera dedicatoria, profferta
a Carlomagno. Alcuino morì molto innanzi negli anni, e nell'antica
chiesa di San Martino conservossi per gran tempo l'epitaffio, pieno
di umiltà, da lui per sè stesso composto. Apprezzabili sono le opere
che di lui ci rimangono. Le sue quistioni intorno alla Genesi sono una
vera dissertazion filosofica che sa della scuola sassone del venerabile
Beda; ivi egli bravamente va discutendo su quelle parole di Jeova:
«Facciamo l'uomo a nostra imagine e somiglianza:» e questo scritto,
di tal merito che vi fu chi volle attribuirlo a sant'Ambrogio e a
sant'Agostino, fondò la prima riputazione d'Alcuino. Compose indi un
trattato sui sette salmi penitenziali, sull'uso da farne e sui notabili
precetti, che trar se ne ponno a ben vivere. «O anime sante (così egli)
cantate, cantate le laudi del Signore,» gli inni di glorificazione.
Ma e il _Pange lingua_, quel cantico sublime, è opera di Fortunato o
d'Alcuino? La quistione pende ancora indecisa dinanzi al tribunale
della critica. Poi, ancora il sassone dottore, discute intorno
all'Ecclesiaste e al Cantico dei Cantici. Che significan quelle parole:
«Ci sono sessanta regine e ottanta mogli di seconda schiera?» In che si
oppongon esse alla santa unità del matrimonio?
Segue indi un trattato sulla Trinità santa e indivisibile, dedicato
a Carlomagno, col quale intende a raffermarlo nella fede cattolica, e
però che Carlomagno è pur sempre il simbolo per lui della protezione
e dell'invocazione, a lui scrive sotto il nome di Davide, della
differenza che passa tra l'eternità, l'immortalità e la perpetuità,
tra secolo, età e tempo[134]. E dopo questo si scaglia nella filosofia
più sublime, in un trattato sulla ragione dell'anima[135], da lui
indiritto alla vergine Eulalia, alla quale, seguendo il genio suo
poetico, manda un'orazione in versi a Dio, con una breve istruzione
e litanie, e altre preci. Nè men potente è Alcuino dov'ei si fa
controversista, e se la piglia con Felice d'Urgel, dicendo: «E che cosa
insegna questo eresiarca? Forse alcun che di nuovo? No, perchè dir che
Cristo è il figliuolo adottivo di Dio, e non più, è risuscitar gli
errori di Nestorio.» E così dov'entra in controversia con Elipando,
vescovo di Toledo; e detta un libro sull'Incarnazione, difendendola
e santificandola, e ora svolge la grandezza del battesimo, e ora le
maraviglie dei Sacramenti; esalta la virtù, danna il vizio, e sentenzia
che la vita ha da essere un composto di castità e di purità.
Fin qui Alcuino s'è tenuto nel campo della filosofia, ma d'ora innanzi
egli scorre quel delle lettere e delle scienze più amene, e l'opera
sua prima in questa materia è un trattato delle sette arti liberali,
di cui soli ci restano alcuni capitoli. Quello fra essi che tratta
della gramatica, è a forma di dialogo tra un Franco ed un Sassone che
discutono intorno alla punteggiatura, alle parole, al senso loro.
Ingegnoso è il disegno di questo dialogo, in cui il Franco e il
Sassone parlano due lingue distinte. Segue dappoi un altro trattato
sulla retorica e sulla virtù, più curioso ancora del precedente, per
la qualità degli interlocutori, che sono Alcuino stesso e Carlomagno.
Il dottore ama quivi di provocare il potente principe alle quistioni
più alte della scienza, e lo fa stare continuamente in scena, in modo
che tu diresti esser egli la sua providenza, la sua forza, la sua
salvaguardia, il suo tutto, e te lo mostra come un saputo teologo,
e un dottor cattedrale. Alcuino ha studiato le opere di Cicerone,
e Aristotile stesso non gli è ignoto; in ogni parte, a quel tempo,
traspira lo studio degli antichi; in fatti quest'accozzamento della
dottrina e della virtù in un medesimo trattato non è fors'egli un
simbolo adombrato già da Cicerone nelle sue lettere famigliari? E
l'arte del ben parlare, non dee forse aver l'origine sua nel pensiero e
nel proposito di ben fare?
Tutto negli studi d'Alcuino si riferisce a Carlomagno, protettore
ed amico suo; nulla egli scrive che a lui non sia dedicato; egli è
un maestro sempre in commercio co' suoi allievi, l'imperatore e i
figliuoli di lui: principio ed autor com'egli è della scienza, ei
discende tuttavia ad insegnare i primi rudimenti, e il suo dialogo
col principe Pipino è un modello analitico della filosofia umana e
cristiana ad uso dei giovani. E scrive la vita di san Vasto, vescovo
di Arras, e compone iscrizioni sepolcrali, chè il sepolcro era il
pensiero di tutta quella generazione. In fatto poi di lettere, nessuno
ebbe a scriverne più di Alcuino, e prezioso è il suo epistolario,
molto più ch'esso addita il progresso delle arti e delle scienze,
nè v'ha nulla mai di superfluo in questo studio dello spirito
umano. Ventisei di queste lettere sono indirizzate a Carlomagno, e
trattano d'importantissimi e svariatissimi argomenti: di storia, di
giurisprudenza, d'astronomia, alcune in versi latini ed altre in prosa.
La poesia forma il sollievo di quell'uom grave, ed egli ama di compor
inni in onore di Dio e in esaltazion dei misteri di nostra religione.
Leone III viene in Francia, ed Alcuino scrive un lungo poema in onor
suo; poi, mescendo i nomi dei santi cristiani alle memorie di Grecia
e di Roma, indirizza versi agli amici suoi sotto i pseudonimi di Dafni
e di Menalca; poi un poemetto sulla vigilanza del gallo, poi un altro
sulla tristezza e servitù del mondo, poi un lungo poema eroico, fatto
a celebrar la storia degli arcivescovi di Jorc, e fin compone una
genealogia di Cristo. Grande è la rassomiglianza sua con sant'Ambrogio
e sant'Agostino; egli è, al par di loro, un filosofo letterato,
disputatore, ingegno ameno per la forma, e scientifico per le memorie
e gli studi profondi della scuola sassone. La storia di costui è
appunto importantissima, perch'ella si mesce e confonde con quella
di Carlomagno, di cui egli è institutore, e a lui attribuir si dee il
risorgimento degli studi.
Questa curiosa smania che trae alcuni di quegli scienziati verso
l'antichità greca e romana, manifestasi principalmente in un monaco
semplice, di nome Angilberto, ch'erasi meritato il soprannome d'Omero
del tempo suo, siccome Carlomagno il chiama nelle sue lettere. Alcuino
veniva, quasi pellegrino, dalla Sassonia; e Angilberto era della
Neustria, ed il più caro allievo e discepolo che quegli si avesse,
e ben per saggio e prudente il conobbe Carlomagno, che il diede per
primicerio a Pipino, quando fu coronato re d'Italia. Poi di colà
ritornossene in Francia; sposò Berta, propria figlia dell'imperatore,
e venne in tanto favor di questo, ch'ei fu fatto duca e governatore
della Francia littorale dalla Schelda fino alla Senna. Uomo tra i
più atti agli affari del tempo suo, com'egli era, fu adoperato nelle
legazioni di maggior rilievo; giovine ancora, e consentendolo Berta
sua moglie, ritiratosi nel convento di Centula o San Ricchieri, pigliò
l'abito di bigello come semplice monaco, e vestito di quest'umil
tonaca, accompagnò Carlomagno a Roma, quando ivi fu cinto della corona
imperiale; finalmente, rinunziato al mondo, passò di vita nel monastero
suo di San Ricchieri, dove fu sepolto, secondo l'ultimo suo volere,
alle soglie della chiesa, con un epitaffio, non tanto modesto, quanto
quel d'Alcuino. Quest'Angilberto, l'Omero della corte di Carlomagno,
fu di fatto un poeta. Indirizzò egli a Pipino, re d'Italia, parecchie
centinaia di versi, nei quali gli dipinge la gioia che provò Carlo suo
padre al rivederlo dopo un'assenza di più anni; poi Pipino, tutto forza
e valor giovanile, tornava vincitore degli Unni, e Angilberto celebrava
le sue vittorie; s'ei fondava un monumento, una chiesa, un monastero,
e Angilberto esaltava in versi queste sue fondazioni; poi ora scriveva
epitafi, ora dedicazioni di chiese, dilettandosi egli di scriver nel
marmo quei caratteri che invitano all'orazione ed alla meditazion della
morte.
Landrado[136], un degli altri scienziati illustri, ond'era circondato
il trono di Carlomagno, era natio della Norica, e venuto indi in
Francia o nella Neustria, chiamatovi certamente da Carlomagno, a cui
piaceva di raccogliere intorno ad Alcuino tutti gli altri sapienti, ed
ivi fu in breve innalzato alle supreme dignità del secolo, siccome dice
l'autore della vita di lui, e divenne uomo utilissimo alla repubblica.
Nel tempo che apparteneva al numero di quei _messi regi_, che
scorrevano le provincie per disporle ad ubbidire agli ordini imperiali,
fu eletto vescovo di Lione; visitò la Gallia Narbonese, facendo in
ogni luogo dalle popolazioni meridionali osservare i capitolari, nè
la vita sua fu altro più che un contrastare e un vigilar continuo, a
premio de' quali suoi servigi ottenne la traslazione nella cattedrale
di Lione delle reliquie di san Cipriano, vescovo di Cartagine, che
le reliquie dei Santi formavan di que' giorni la gloria delle città
e il vanto del clero e del popolo. Gli scritti di Landrado sono manco
pregevoli di quei d'Alcuino, e consistono principalmente nelle lettere
a Carlomagno, dove rende conto del modo da lui tenuto ad amministrar
la diocesi di Lione. Egli ha pure un trattato sul battesimo, sulle sue
pompe e sulle sue cerimonie dove anche ne cerca l'origine nell'Antico
Testamento. E non gliela indicavano forse i padri della Chiesa? In un
altro scritto, viene enumerando i doveri del vescovo, che sono operare
e pregare; mentre, nella vita sua fattiva, è uomo in un politico e
letterato, e intento sempre a secondar in ogni parte il grande intento
di Carlomagno, che è il progresso dei poteri e degli studi.
Landrado ebbe a successore, nel vescovado di Lione, un uomo ancor
di lui più famoso nella vita politica, dir vogliamo Agobardo, Goto
di nazione, ma ingegno meridionale, che, venuto a Lione, una delle
metropoli romane, per istudiar le lettere in quella cattedrale, vi
fu eletto arcivescovo nel tempo, o in quel torno, che salì al trono
Lodovico Pio. Spirito inquieto costui e sempre agitato, fu un dei
capi di quella setta di vescovi che non volevano la supremità assoluta
dei papi. L'altra metà, e più attiva, della sua vita, passò sotto il
regno di Lodovico, e certamente con quella natura sua vivace, ardente,
impetuosa, dovette avere gran parte nella lega, stretta fra i vescovi
ad abbassar la corona. Intanto noi vediam quest'Agobardo, già fatto
vescovo di Lione, confutar l'eresia di Felice, e acquistarsi per questo
modo grandissima riputazione; poscia, infaticabile nel proposto suo,
volger le sue forze a danno degli Ebrei, e dettar parecchi trattati
contro di essi, e scrivere all'imperatore, affinch'ei li reprima,
in tempo che avean troppa entratura alla corte. E ancora scrive un
trattato contro il duello giudiziario, però che egli è fautor delle
prove del ferro e del fuoco, e d'una certa superiorità di ragione fa
mostra in un altro suo trattato sui sortilegi, in cui vien confutando
le ubbie di cui i popoli delle Gallie son pieni, e cerca di sgannarli
intorno al poter delle stelle a cui credono. Agobardo non era certo
un uom comune, senza parlare dell'azion sua politica, la quale troverà
luogo nel regno di Lodovico Pio, chè egli appena cominciò ad illustrare
la vita sua nel tempo che Carlomagno regnava sull'Occidente.
Turpino è invocato sempre nelle cronache cavalleresche a mallevadore
di quanto si narra; egli è come il testimonio giurato di tutte le
maraviglie. Or chi era egli questo raccontator di prodezze? Ci ebbe
infatti un arcivescovo di Reims, di nome Tilpino o Turpino, nato verso
il principio del secolo ottavo, il quale, essendo la città turbata
dalle sollevazioni del popolo, fu, in mezzo a quel tumulto, eletto a
governare la Chiesa travagliata. Grandissima fu la riputazione di cui
godette, nè poteva essere altramente, se ben sei generazioni, l'una
dopo l'altra, invocarono l'istorica sua testimonianza. Di studiosa
e pronta capacità nelle lettere, costui si adoperava continuamente,
perchè la sua cattedrale fosse proveduta di buoni libri e di
manoscritti antichi, e il monastero di San Remigio dee a Turpino
l'ampia sua biblioteca; e il libro pontificale, il più bello di quanti
mai ne fossero, ch'essa possedeva prima delle nostre turbazioni civili
era pur dono di lui. Egli visitò pure, quando arcivescovo, la metropoli
del mondo cristiano, e seppe meritarsi la confidenza dei papi; fido
consigliere dei Carolingi, ma non segretario mai de' medesimi, nè
cancelliere; delle sue gesta e dei suoi fatti al fianco di Carlo
solo è discorso nei romanzi di cavalleria. Egli morì a Reims, nè il
medesimo Incmaro sdegnò di comporgli l'epitafio. Di Turpino non abbiamo
in realtà opera niuna, ma gli viene attribuita quella famosa storia
delle gesta di Carlomagno, che fece la delizia e il vanto dei secoli
di mezzo; Turpino certamente esser dovette un luminare del tempo suo,
senza di che la generazione non si saria imaginata di attribuirgli la
cronica più popolare e più celebrata di quell'età.
Nessuno potea stare come lavoratore a paragon di Teodolfo, che vien
dai contemporanei posto pari in merito ad Alcuino. Nasceva egli al
di là delle Alpi, in Lombardia, ed essendo il suo nome giunto fino a
Carlomagno, mentre questi facea viaggio da Ravenna a Roma, lo chiamò,
lo accarezzò, e tanto fece che l'indusse a lasciar la patria natía per
un'altra adottiva, dove prima fu fatto abbate di Fleury, poi vescovo
d'Orleans, e insieme con Landrado e Angilberto compreso fra i messi
regi, che scorrevano le provincie, divenuto uom di stato al pari che
uom di lettere. Era dotato di mente chiara e avea metodo negli scritti,
e testa ordinativa, nella quale vedeasi l'azione del genio che avea
dettato i capitolari, poichè quell'ordine che Carlomagno poneva nel
governo dell'impero suo, Teodolfo il poneva nell'amministrazione
della sua diocesi. Ci resta di suo un capitolare o istruzione, che
è una specie di regola pel suo clero, in chi tratta specialmente del
battesimo, argomento a cui Carlomagno volea che la Chiesa rivolgesse
la sua particolare attenzione. Egli fa quindi un pomposo elogio
di questo sacramento, e il mostra per quel puro e compiuto modo di
rigenerazione ch'egli è sopra tutti; Alcuino volle restarsi fra i dommi
della filosofia, Teodolfo discende al contrario nella vita pratica.
Il più eloquente de' suoi scritti si è l'opuscolo da lui dedicato ai
diversi stati di questo mondo; egli è quivi un moralista che fa passare
dinanzi a sè le vergini, i voti, le penitenze, i servitori. In un
poema appartato, sempre sollecito della sua moral pratica, indirizza un
ammaestramento ai giudici sul modo di sentenziar nelle liti, e insegna
loro come debbano condursi con le parti, e render giustizia a tutti,
affin di meritare anch'essi la giustizia suprema.
Teodolfo è poeta epigrammatico latino, e dice versi all'improvviso,
come fanno quasi tutti gli abbati; e alle copie splendidissime che
facea far della Bibbia, poneva in fronte brevi versi in onore delle
sacre scritture. Usavasi a que' giorni grande magnificenza in queste
copie dei messali e delle bibbie, e ancor ne durano tutte di porpora e
d'oro, e coi caratteri violetti, somiglianti al zaffiro, con mostra,
quasi a ogni riga, dell'arte greca. Teodolfo adoperò particolarmente
il suo genio poetico a comporre inni, e suo è il cantico _Gloria,
laus et honor_, che viene ancor dalla Chiesa cantato il dì delle
Palme; al qual proposto è da notarsi che i più dei cantici solenni,
che ancor risonano, accompagnati dall'organo nel tempio cattolico,
furono scritti al tempo di Carlomagno. Nulla di ciò che è grande,
sfugge all'estro poetico di Teodolfo, ed ora ei celebra la vittoria di
Carlomagno contro gli Unni, ne descrive le ricche spoglie, ed esalta
il principe per aver convertito que' popoli alla fede di Cristo; ora,
in una epistola ad Angilberto, accenna lo stato delle lettere sotto
il regno dell'imperatore; poi tocca delle sette arti liberali e degli
studi scientifici sotto allo stesso regnante, ed in tutti i suoi poemi
dominar vedi la filosofia cristiana. E ad esempio di tutti i pontefici
di sovrano intelletto, Teodolfo anch'esso detta precetti che valgono a
formare i costumi e le consuetudini dei preti che vivono sotto la legge
episcopale, per modo che ogni cosa, in questi suoi poemi, si volge e si
applica alla religione, alla morale, alla teologia; teologia sottile,
a dir vero, ma qual è il secolo che non abbia le sue sottigliezze?
Nessuno ne va senza, e quando non si discute sulla natura di Dio o
dell'anima, si discute sulla latitudine degli umani poteri, argomento
certo che non è nulla più grande nè solenne di quello.