Fra le reliquie di quei tempi antichi, io trascelsi un de' monumenti

più preziosi a personificare in un sol quadro l'intera vita della

comunità monastica, ed è il _Cartolare di San Bertino_, cioè la

conserva delle carte e diplomi che costituirono e arricchirono quella

grande badia. Le potenti comunità di quel tempo non eran già solo

silenziose solitudini, in cui uomini meditabondi, al sicuro dalle

mondane passioni, attendevano a coltivar la terra, ad ampliare il

regno della scienza ed a pregare, ma sì ancora corpi politici che si

frammettevano negli affari del mondo. Gli abbati, eletti quasi sempre

dai monaci e confermati dal papa, conducevan vita vigilante ed attiva,

ed esercitavano grande autorità sull'intero corpo civile. Accadeva

egli che i pontefici convocassero un concilio per dare assetto alle

cose della Chiesa, o che il sovrano bandir facesse una dieta militare

del campo di maggio? gli abbati delle principali fondazioni monastiche

v'accorrevano colla mitra in capo e la stola al collo per deliberare

intorno alle pubbliche faccende. Francati, com'essi erano, dalla

giurisdizione episcopale, tutti gli obblighi loro eran verso Roma,

sorgente dell'unità cattolica: avean frequente, attivo carteggio co'

re e coi papi, nè trattavano solo gl'interessi de' lor monasteri, ma

venivano anche per l'esperienza loro consultati intorno ai casi della

vita pubblica; nulla faceasi anzi nel mondo senza la cooperazione o

il consenso dei capi di quelle colonie monacali che signoreggiavano la

Gallia, la Germania e l'Italia.

I monasteri formavano di que' tempi una vera, tanto agitata, quanto

faticosa repubblica, nella quale i monaci adoperavano nella elezione

d'un abbate tutto il fervore della democrazia elettorale, con

maggioranze e minoranze, e calde ed appassionate opposizioni: nè al

medesimo abbate non era, quando eletto, troppo facile esercitar intera

l'autorità sua; e talvolta ci avean tra i monaci più vecchi di quelli

che la facean da tribuni a difendere gli antichi privilegi della

badia. L'eguaglianza più perfetta regnava dovunque tra i membri di una

stessa comunità, però che il monastero era rifugio anche ai grandi

della terra: i principi scaduti eran cacciati nei chiostri siccome

fossero prigioni di Stato, e a finir v'andarono re longobardi, capi

sassoni e conti bavari. Corbeja, San Bertino e Sant'Ovano chiusero le

ferree porte loro dietro a non pochi re di corona, i quali, confusi

colà entro fra l'innumerevole famiglia dei frati, non avean cosa che

li distinguesse dagli altri servi di Dio ricoverati dall'eremo e dalla

badia. Ora tutti questi casi e fatti erano raccolti dai monasteri, e

ne tenevano nota; e a queste note aggiungevano indi carte e allegati,

originali documenti che giustificavano le relazioni del monaco, a cui

era commessa la cura di raccogliere il cartolare, il qual monaco avea

nome, quasi dappertutto, di fratello archivista, deputato a far tesoro

d'ogni minimo titolo che si riferisse alla badia.

Niuno v'era al medio evo che non sapesse l'antica celebrità del

monastero di Sithieu, fondato da san Bertino, non lunge da Sant'Omero.

Era san Bertino un pio monaco, nativo di Costanza sul Reno, città

romana e nido già di sapienza e di luce. Abbracciò lo stato monacale

con sant'Omero, il primo che incivilì la Fiandra, e seguíto da

parecchi devoti compagni, andossene in quella provincia, ch'ei con

essoloro toglier doveva all'ignoranza e all'idolatria. Giunti nel

paese di Terrovana, ivi per prima cosa edificarono una chiesa tutta

di muro, contro l'uso di quel tempo, che era di edificare in legno, e

la ornarono di mosaici e di colonne, e circondarono intorno di celle,

che divennero in breve tempo troppo anguste, onde ne fu spiccata una

colonia di lavoratori, la quale, guidata da san Bertino, avviossi

verso la città di Sant'Omero, dove i religiosi corsero le campagne a

cercar un ricetto e un luogo adatto alla coltura. Or mentre stavano

pregando Dio per questo, ecco venire a loro un ricco Franco, di nome

Adroaldo il quale già vecchio e senza eredi, mosso da devozione verso

san Pietro, donò a que' poveri monaci una villetta chiamata Sithieu; ed

essi vi lavorarono intorno sei o sette anni, e rizzaronvi una cappella;

poi coll'andar del tempo, il monastero andò sempre più ampliandosi,

finchè un'altra colonia venne a stabilirsi sur un monticello vicino,

fabbricandovi una chiesa ed un cimitero, e tutte queste succursali

formarono di poi la grande abbazia.

La lista degli abbati di San Bertino fu indi tosto ricca di nomi

illustri; intantochè le altrui donazioni allargavano continuamente

i poderi suoi. Gli abbati erano talvolta di schiatta regale, cioè

figli di prefetti palatini e di re merovingi; ma nulla più valse

a innalzarla nel concetto de' popoli, dell'aver essa raccolto gli

ultimi de' Merovei. La prole dei re criniti fu cacciata in quella

solitudine, convertito il monastero così in una prigione politica,

nè più s'udì parlare di quella progenie fulminata dalla fortuna; San

Bertino fu, come dire, il sepolcro de' Merovei, e gli abbati, complici

umilissimi del nuovo lignaggio, spensero colà entro gli ultimi rampolli

dell'antico.

Il cartolare di San Berlino appena tocca un motto di Childerico,

l'ultimo di que' Merovei che pure aveano a quella badia conceduti tanti

privilegi. «Dopo qualche tempo, dice il cartolare, il re Childerico

avendo finita l'ultimo scorcio di sua vita nel monastero di Sithieu, fu

sepolto nella chiesa di San Bertino.» Nè una parola pur di compassione

su questa morte, nè un lamento su questo re d'una famiglia scacciata;

egli è rinchiuso, e muore come il più oscuro di que' monacelli, e

appena il suo nome è scritto nella liturgia; più anzi si parla della

storia d'un abbate, della sepoltura d'un cantore, che d'un re scaduto,

però che la Chiesa è ligia al degno figliuol di Pipino. Onde Carlomagno

anch'esso ricolma di privilegi i monaci di Sithieu o di San Bertino.

Le prigioni di Stato sotto l'impero di Carlomagno furono adunque

San Bertino, Corbia, Fontanella, Sant'Ovano, Fulda in Germania, e

Montecassino in Italia, tutti monasteri continuamente popolati di

vinti, sì che l'imperatore, ben servito, rimerita i sostenitori

dell'autorità sua col seguente diploma: «Carlo, per la grazia di Dio,

re dei Franchi, uomo illustre, esercitando la podestà nostra reale,

confermiamo i doni fatti dai nostri predecessori ai luoghi santi,

secondo la regia consuetudine. Venuto dunque alla nostra presenza il

venerabile Ardrado, abbate del monastero di Sithieu, edificato in onore

della madre di Dio e degli apostoli Pietro e Paolo, ricordando alla

real munificenza nostra quanto i nostri antenati fecero per le immunità

del monastero, fra le quali, per esempio, quella che nessun giudice

pubblico entrar possa nelle terre della badia a giudicare le cause, noi

abbiamo confermato i detti privilegi in ogni cosa che vantaggiar possa

il monastero.» Ed appiedi è il sigillo del gloriosissimo Carlo; il qual

sigillo, copiato come fu nel cartolare, rappresenta un volto grave,

perfettamente delineato, con la corona in fronte; barba folta, occhio

grande, naso di forma germanica. Che sia questo il tipo carlingo?

Pochi anni appresso, il monastero di Sithieu ottiene un altro regio

diploma, che porta in fronte: _De venatione sylvarum_ (della caccia ne'

boschi); ed ivi Carlomagno prende il titolo di re dei Franchi e dei

Longobardi e di patrizio di Roma. «Noi confermiamo, ivi è detto, per

l'eterna nostra salute, i doni da noi già conceduti ai servi di Dio; e

però si fa noto ai presenti ed ai futuri, aver noi conceduto ad Ardrado

abbate, ed ai monaci del monastero di Sithieu, la facoltà di cacciare

nei boschi, così essi come la loro gente, sì che possano aver modo ad

uccider de' capriuoli, affin di servirsi delle loro pelli a coprire i

libri ed a far guanti e cinture, e questa facoltà s'intenda concessa

loro in perpetuo.» Onde, se gli abbati di San Bertino dimandavano di

poter con pelli ferine coprire i loro volumi, per difenderli dai guasti

del tempo, segno è che aveano già una libreria ragguardevole. Infatti

ancor giunto non era il trambusto che fu alla fine del secolo nono, nè

i Normanni aveano ancora saccheggiati e arsi i monasteri.

Non pochi erano i libri al tempo di Carlomagno, e formavano come

a dir le reliquie dell'antica sapienza e il vanto del monastero.

Alcuni di quei cataloghi, che ancor ci rimangono, comprendono non che

tutte le opere dei padri della Chiesa, come sono san Girolamo, san

Paolo e gli altri, e le antiche e sacre scritture, anche gli autori

profani, Virgilio, Orazio e fin Ovidio co' suoi poetici amori. Ci avea

severissime pene contro chi distruggesse i libri, e quella pure della

scomunica, troppo importando il salvar que' preziosi tesori dalla

malizia o negligenza altrui. Il carteggio epistolare degli abbati

di San Bertino coi papi era attivo e continuo, e godendo eglino il

privilegio di dipender direttamente, per la loro giurisdizione, dai

pontefici romani, chiedevano ad essi consigli sui negozi del mondo, ed

in ogni cosa aveano a che fare: ne' concilii, nelle adunanze pubbliche,

nei placiti, e ci venivano colla mitria in capo e il pastorale in mano.

Vedete voi que' marmorei pontefici corcati sopra i loro monumenti

con iscrizioni dei tempi caroliniani? Sono gli antichi abbati di

Sithieu, rosi dai secoli; ma fu un tempo in cui questi uomini potenti,

all'ombra del loro monastero, contrastavano contro i re medesimi,

custodivano i re scaduti, avean giurisdizione sovrana, e regi dominii,

e una repubblica sotto il reggimento del pastorale. Bello era veder

quei monaci darsi d'attorno, all'appressarsi dell'elezione, e opporsi

vivamente a quell'abbate, che troppo pio avesse voluto introdur la

riforma nel monastero, ponendo innanzi i loro privilegi, a cui erano

affezionati come alla vita medesima. Ma questo nome di riforma, bene

udire il facevano i pontefici più severi e religiosi, e quando i monaci

si scostavano dalla regola austera, imposta da san Benedetto, scriveano

loro: «Emendatevi, però che l'ozio è contro la vostra Regola.» E

quando essi troppo a lungo sedevano in refettorio, o non osservavano i

digiuni comandati dalla Chiesa, o violavano i canoni dei concilii, se

si abbeveravano di vin generoso, se satollavansi co' pesci del vivaio,

o con la selvaggina del bosco, i papi li minacciavan dell'interdetto,

e venerandi custodi, come questi erano, della santità de' costumi,

non pativano nè il praticar delle donne per entro alle celle, nè

la vita romorosa della caccia per le foreste. Simili riforme erano

eziandio tentate da qualche vigile abbate o austero vescovo; ma allora

che recalcitrar, che gridare! Que' religiosi che non volean saper di

riforma, mormoravano contro l'abbate dittatore, i pochi, stretti in

tempestose leghe, con lui contrastavano, e il cartolare di San Bertino

appunto a conoscer ci dà la storia di così fatti contrasti.

Gli annali dei monasteri sono nel medio evo la parte attiva,

intellettuale, politica della storia; ma s'ha egli a porre allo stesso

ragguaglio e dare il medesimo pregio alle canzoni eroiche, vere epopee

di quell'età? Nessuna di siffatte tradizioni, ci convien ridirlo, fu

scritta contemporaneamente al regno di Carlomagno, e fatica gittata

sarebbe il cercarvi i fatti veri della vita del grande imperatore;

sono anzi ricami intessuti sull'ordito dei fatti veri, narrati

dalla cronica, dove al tutto manca la verità in quella che chiamasi

cronologia storica; gli autori di queste canzoni eroiche pigliano un

fatto, e lo acconciano a modo loro, in quella guisa che i miniatori

del medio evo dipingevano Giuditta, Oloferne e gli altri personaggi

del Nuovo Testamento, abbigliati alla foggia che usavasi al tempo in

cui miniavano! Così fanno i trovieri, e tu vedi a piena mano profusi

nelle loro canzoni i colori, e a ogni poco descrizioni di battaglie e

di costumi della vita feudale; e poichè quanto ancor ci resta di così

fatti poemi non va più su del secolo duodecimo, gli è naturale che i

trovieri da cui furono composti, gli abbiano tinti dei costumi e degli

usi de' loro contemporanei, tutti figurandoli in persona di Carlomagno.

Il fondo di tutti questi poemi è lo stesso, solo la coloritura è

diversa; le originali canzoni eroiche schierano uno stuolo di paladini

intorno a Carlomagno, e gli formano la sua pleiade; il conte Orlando,

Uggero il Danese, Olivieri, Turpino, Ganalone di Magonza, i quattro

figli di Amone e il longobardo Astolfo, sono continuamente in campo

con lui. I quali nomi furon dai trovieri tolti alle croniche per

attribuir loro quel maraviglioso che forma, come a dire, il fondo dei

loro episodi: le guerre dei Sassoni, dei Longobardi, dei Saraceni,

o i pellegrinaggi di Carlomagno a Gerusalemme o a Sant'Jacopo di

Compostella, sono i temi invariabili dei romanzi cavallereschi: vasto

campo in cui tanti prodi paladini si veggono e tante prodezze! Nè

già è che prestar si debba intera fede a queste cavalleresche epopee;

ma nell'indagine de' tempi antichi, tutti gli indizi e gli elementi

giovano a formarsi un giusto concetto della società.

E chiunque ha in pregio la storia, non isdegni pur le verbali

tradizioni, che passarono d'età in età, e delle quali grande numero

troverà sulle rive del Reno e della Mosa, relative al periodo carolino.

In qualunque delle età alemanne egli vegga una statua colossale, con

la corona in capo e la spada in pugno, quello è Carlomagno; se in vece

sia un dipinto, foss'anco un avanzo d'un san Cristoforo dell'Olbein,

esso è pur Carlomagno! La polvere delle ruine ha sepolto i monumenti da

lui edificati, salvo poche reliquie che rimasero in piedi: Carlomagno

fu quello che pose la prima pietra di questo coro della basilica

d'Aquisgrana; vedete quel sepolcro coperto d'un'ampia lapide? ivi

dentro egli posava con giunte le mani; quel sedile di pietra gli è

il medesimo in cui sedeva alle corti plenarie; questo cerchio d'oro,

questa corona era quella di Carlomagno; quest'arca benedetta chiude

le sue ossa; le foreste della Mosa, della Mosella, del Reno udivano i

nitriti de' suoi cavalli e i latrati de' suoi cani; que' castelli colà

oltre, sul monte, le cui ruine si confondono coi poggi indorati dalle

viti, furon le sue dilette dimore, però ch'egli avea caro di spesso

visitare Magonza, la sede episcopale di san Bonifazio. A Francoforte

ancor durano alcune vestigia del suo palazzo; la via in riva del Reno è

tutta carlinga, e tu vi spiri un aere tutto pregno di ricordanze, che

tutte ti richiamano il grande imperator d'Occidente; le instituzioni

germaniche, le leggi, le pompe, le feste, tutto si riferisce a

Carlomagno, il fondatore di tutto ciò che v'ha d'antico e di grande in

Franconia, in Svevia, in Turingia, in Baviera, nella Belgica, dal Reno

fino alla Sala.

Ond'è, o grande imperatore, che le generazioni del Reno ti

santificarono e posero la tua vita nelle leggende, e tu divenisti

per le semplici popolazioni dell'Alemagna san Carlomagno! Or quando

a Colonia, ad Aquisgrana, a Magonza, vedi un santo muoversi nella

sua nicchia, e odi suonar gli orologi, e gli inni rimbombar sotto

quell'ampie volte, tutto è per Carlomagno. Scorri le liturgie tedesche,

e ci troverai l'imperatore onorato qual santo; leggi la bolla d'oro, e

apprenderai che da esso derivano tutte le leggi germaniche. Le imagini

di Carlomagno son ivi adorate al pari delle reliquie; si cerca ivi il

suo cranio, le sue ossa, le sue pietre, le sue fondazioni, e il suo

nome riempie di superba compiacenza gli abitanti del Reno.

Il popolo che si ristora alle tepide sorgenti d'Aquisgrana, nel

discendere gli scaglioni che mettono alla bollente fontana, e

nell'appressarsi la tazza di cuoio alle labbra, pensa a Carlomagno;

quella calca che trae al giubileo della chiesa d'Aquisgrana,

nel tempo che si espongono le reliquie alla vista di migliaia e

migliaia di pellegrini venuti di Baviera e di Svevia; quella calca

che inginocchiasi e prega, s'inginocchia e prega dinanzi al grande

imperatore; e il navicellaio del Reno, nell'intonar le sue tedesche

canzoni, le tradizioni o leggende d'amore, agitato è pur dalle memorie

di Carlomagno, di Berta _dal gran piè_ sua madre, di Emma sua figlia,

la nobile amante di Eginardo, il protettore della badia di Sellinstad,

le cui ruine dinanzi a lui si dileguano fra le ultime nebbie della

sera. Di questo modo se avvien che un grande nome si stampi nella

storia d'un paese, tutte le tradizioni vengono a congiungersi a quello,

ed esso diviene il vanto, la poesia, la forza morale d'una nazione!

CAPITOLO XII.

INDOLE E CARATTERE LETTERARIA DEL PERIODO CARLINGO.

Opere letterarie di Carlomagno. — Frammenti delle sue lettere. —

Suol versi. — Biografia d'Angilberto. — Landrado, arcivescovo di

Lione. — Agobardo. — Turpino, arcivescovo di Reims. — Teodolfo,

vescovo d'Orleans. — Adalardo, abbate di Corbia. — Angesiso,

abbate di Fontenelle. — Felice, vescovo di Urgel. — San Benedetto

d'Antano. — Altri scrittori oscuri. — Gli studi alla fine

dell'Impero di Carlomagno. — Quanto ei fece a favor delle lettere

e delle scienze. — Teologia. — Filosofia. — Scuole e biblioteche

monastiche. — Prototipi della scienza germanica. — San Gallo. —

Fulda. — Magonza. — Scuole dell'Austrasia. — Metz. — Verdun. —

Scuole della Neustria. — San Germano di Parigi. — Corbia. — San

Martino di Tours. — Scuole italiche. — Montecassino. — Morte del

diacono Paolo Lombardo. — Inizio del secolo letterario di Lodovico,

figliuolo di Carlomagno. — Incmaro, arcivescovo di Reims. — Lupo,

abbate di Ferrieres. — Pascasio Radberto.

800 — 814.

Privilegio degli uomini che primeggiarono nella storia, è l'assorbir

tutto lo spirito d'una età; il secolo piglia nome da loro, non

v'ha letteratura, nè poesia, nè storia, se non all'ombra della fama

loro. Tale si fu a Roma il secolo d'Augusto, e tale al medio evo,

il secolo di Carlomagno; allato alle ampie conquiste, e più alto

che l'ordinamento politico, vediamo l'impero incontrastabile del

sapere, uno smisurato universal desiderio d'ampliarlo, una prepotente

inclinazione pe' classici studi. Nel parlar ch'io feci delle gloriose

guerre di Carlomagno, ebbi a noverare i conti valorosi e forti, che gli

furono compagni nelle imprese militari; ora parmi necessario di pigliar

a considerare gli uomini che contribuirono a far procedere innanzi la

civiltà, molto più che in questo punto luminoso, situato fra la prima e

la terza stirpe, ci ha qualche illustre intelletto che si vuol togliere

all'obblivione dei secoli, e siffatto lavoro formerà il natural

compimento di questi annali. Ho a parlar di opere morte, di idee che

più non corrispondono a nulla di quanto alletta l'attual società; ho

a dir come intere generazioni andavano alle scuole de' monasteri per

ascoltarvi sottili dissertazioni; ma oimè! manco per avventura sottili

di certi pensamenti intorno ai diritti ed alle prerogative delle

moderne podestà.

Carlomagno, a imitazione degli altri grandi uomini, signoreggiar volea

la letteratura del suo tempo con la forza medesima da lui posta a

crearsi l'impero. La natura sua fatta non era per lo studio; infatti,

quasi continuamente affaccendato nelle lunghe sue guerre, come potea

trovar il tempo da dedicare alla lettura ed alla meditazione dei libri?

E nondimeno egli lasciò varie opere messe insieme con iscrupolosa

accuratezza. I capitolari, fra queste, non sono altrimenti letterari

monumenti, nè alcun orma hanno in sè del progresso delle lettere; sono

atti legislativi, scritti di mano in mano, a seconda delle contingenze;

alcuni anche (ommessi dai compilatori e raccolti dal solo Galdasto),

benchè monumenti rari e preziosi, riputar non si deggiono, nè sono che

semplici rescritti e diplomi[129]; parecchi di quei valorosi conti,

usciti dalla schiatta dei Sassoni, aveano accompagnato l'imperatore

alla guerra contro i Saraceni di Spagna, ed egli, con un capitolare

dettato al suo _cancellarius_, distribuiva loro grandi tratti di

terra in Turingia, con diritto di far lavorare nelle miniere d'oro e

d'argento; o pure, l'atto da lui dettato era a favor della sua diletta

città d'Aquisgrana, di cui egli stesso ricorda l'antica origine, e

gli splendidi privilegi; o se più vuoi, in qualche altro ad esaltar

si fa il titol di nobile appo i Franchi e i Germani, o diventa poeta

descrivendo i misfatti enormi che si commettono in Francia e in Italia,

e dice: «Queste colpe han provocata la collera di Dio, la sua pazienza

è giunta al colmo, e vuole sterparle col castigo del fuoco agli

sciagurati autori di tante enormezze.»

Nel secolo scorso fuvvi come un pellegrinaggio di dotti in cerca

delle opere di Carlomagno, e i padri Martene e Durand, benedettini,

andarono di città in città scorrendo l'Italia, per trovare le tracce

dei capitolari e i documenti dei tempi carlinghi, in che già preceduti

gli avea il padre Mabillon; e le indagini da essi fatte per le

biblioteche fruttarono fortunati scoprimenti, da cui poscia i dotti

seppero trarre profitto. Le lettere di Carlomagno furon quindi raccolte

e coordinate, ed una ve n'ha importantissima da lui dettata e indiritta

ad Elipando Toletano ed agli altri vescovi di Spagna, sul proposito

dell'eresia di Felice da Urgel, fulminata dal concilio di Francoforte.

«Oh quanto grande è il ben che viene dall'unità religiosa! E che v'ha

egli di più ammirabile, di più santo della cattolica religione? Perchè

dunque infrangere la venerabile autorità sua? Poco era per costoro il

vivere in mezzo ai Saraceni di Spagna, che gravar vollero la propria

condizione con un errore ancor più funesto, errore unanimamente

condannato da un concilio di vescovi rappresentanti tutte le chiese

dell'impero. Orsù! accettate in pace questa sentenza dei concilii,

nè vogliate presumervi più sapienti della Chiesa universale.» Tali

sono le parole di Carlomagno in quella lettera autenticata col suo

sigillo[130].

Storia di Carlomagno vol. 2/2 · 第 15 / 23 段