Un certo colore di formalità caratterizza il periodo carlingo, e

ci si sente l'influsso di Roma. Noi non siamo ivi ancor giunti alla

feudalità universale, nativa, barbara; il diritto romano regge quasi

tutta quell'epoca, le carte scritte e i diplomi vi spesseggiano,

tutto si lascia e trasmette per iscritto; e quando v'è una scrittura,

non v'è più uopo di singolar certame nè di prove; nè però quegli

atti sono senza complicazioni, e le processure sono una mescolanza

del codice teodosiano e dei concilii della Chiesa. In ogni luogo

dove predomina il diritto romano, il municipio è in tal qual modo il

tribunal comune che decide tutte le cause della città; quasi tutti gli

atti si fanno dinanzi ai difensori, ai buoni uomini, agli scabini, ai

rachimburghi della città. Che se trattavasi d'un delitto interessante

la società generale, il conte interveniva, e dinanzi a questo tribunale

pronunziavasi la condanna del reo, coll'assistenza dei buoni uomini,

specie di tribunale ambulante; la liberazione dei servi, le donazioni,

i testamenti eran pur soggetti a questa registrazione nei protocolli

della città, il che ricorda il diritto canonico, i codici romani e le

forme consacrate nell'Instituta di Giustiniano.

Di questo modo nel periodo carlingo ancor mostravasi il contrasto delle

diverse legislazioni, e nulla ci avea d'uniforme, nulla di netto. Il

territorio non era altrimenti base invariabile al diritto privato;

ognuno aveva la sua consuetudine, ed a questa individualità delle

leggi, attribuir per avventura si dee quel ritaglio infinito di codici,

che resse più tardi il diritto delle provincie. Nello studio appunto di

queste private consuetudini e nell'esame degli usi della vita cercar si

dee la storia del medio evo; sono preziosissimi documenti, e la vendita

d'un feudo o d'un caval di battaglia, ben meglio insegna lo spirito e

i costumi d'una società, che non le più ardite e speciose osservazioni

sull'indole generale della storia. Le scritture dei cartolari del

periodo carlingo sono rilevanti invero; ma lo spirito di sistema se

n'è impadronito; la teorica s'è cacciata fin dentro alle formole di

Marcolfo, per trarne regole universali, e questa superba smania di

generalizzare, non corrisponde per nulla allo spirito semplice di un

tempo che invoca il cielo con le _prove_, e il giudizio di Dio col

_certame singolare_.

CAPITOLO XI. CRONICHE, CARTE,

DIPLOMI E MONUMENTI DEL REGNO DI CARLOMAGNO.

Le quattro maggiori fonti delle tradizioni istoriche. — Le croniche

intorno a Carlomagno. — Gli _Annali d'Eginardo_. — I _Fatti e le

gesta dell'imperatore_ del monaco di San Gallo. — La _Cronaca di

San Dionigi_. — Il _Poeta sassone_. — L'arcivescovo Turpino. — Le

vite dei santi. — Le leggende. — Carte. — Diplomi. — Esame del

cartolare di Sithieu. — Carteggio dei papi. — Canzoni eroiche e

croniche in verso. — Tradizioni verbali. — Pellegrinaggio sulle

rive del Reno. — Riputazione di Carlomagno appo il popolo alemanno.

— Leggenda intorno a lui come santo. — Culto alla imagine di lui.

768 — 814.

Il nome di Carlomagno riempiè il secolo del medio evo, più grande

ancora al tempo di Filippo Angusto che fra i contemporanei[124]. Quel

vasto intelletto, quell'uom forte signoreggia le generazioni feudali

con la memoria delle sue conquiste, del suo governo, della gagliardia

del suo corpo, delle imprese sue maravigliose; un certo che di

straordinario si mesce al regno suo, egli è argomento a una quantità

di croniche, di leggende, di canzoni eroiche, che celebran la sua vita,

le sue parole, le sue conquiste e i suoi miracoli; esse il fanno grande

in uno e santo. Nessuno fra i re delle tre stirpi ebbe a lasciare orme

profonde come le sue nello spirito dei tempi; infiniti sono i documenti

che di lui trattano; i Benedettini raccolsero più di ottocento

frammenti che a lui si riferiscono, e la raccolta del Pertz forma

da sè sola ben tre gran volumi in _folio_, tutti sopra il solo suo

regno, dove con paziente erudizione fu ragunato tutto che riman delle

memorie intorno alla persona dell'imperatore; le croniche, le carte, le

leggende, i diplomi, i sigilli, tutto in somma (salvo la storia epica

e romanzesca) trovasi accolto nell'opera di quel dotto paziente, e

tenero della sua patria, che conservar volle ogni più minima pietra del

maestoso edificio del primo de' Carolingi.

Le croniche, che sono le fonti di maggior pregio da cui derivare la

storia di Carlomagno, possono ristringersi a quattro principali,

e comprendono rilevate ed esatte nozioni intorno alla vita di lui

come re e come imperadore; le prime di esse croniche, col titolo di

Annali d'Eginardo, sono, per via di congetture, anzichenò arbitrarie,

attribuite al cancelliere di Carlomagno; ma non v'è indizio a

chiarircene; sono annali monastici, scritti poco men che giorno per

giorno e tali che si distinguono anche per la forma, dall'opera non

contradetta di Eginardo: _La vita di Carlomagno_. Strano sarebbe

invero che dopo aver sì partitamente descritto i fatti e le gesta

del suo signore, Eginardo avesse raccolto, entro i termini medesimi,

altri annali, e replicato il suo biografico lavoro. Cotesti annali,

correttamente scritti, rivelano la monastica e la latina origine del

loro autore, e porgono tutti gli indizi d'un'opera contemporanea; gli

avvenimenti vi son riferiti giorno per giorno con iscrupolosa fedeltà,

chè lo scriver la storia in que' tempi era un dovere di religione,

un'opera di santità, nè allegavasi fatto alcuno che non fosse nella

coscienza del cronista, povero fraticello, che passava la vita a

istruirsi e a cercar di ciò che importar potea di sapere alle venture

generazioni[125]. Questa prima e maggior cronica, ch'io tengo esser

opera di qualche monaco della badia Seligenstad, fondata da Eginardo,

principia dal regno di Pipino il Breve, e giunge fino al mezzo dei

tempi di Lodovico, d'onde poi cominciano i grandi annali di San Bertino

e di Fulda, continuando così la serie delle tradizioni scritte intorno

ai Carolingi, che vengon di prima fonte dai monasteri. Gli annali

sono generalmente freddi, aridi, laconici; e accennano i fatti con

quella brevità che i sommari ed i titoli dei capi nei libri di storia;

gli avvenimenti sono raccontati così come cascano dalla penna, senza

colori, senza commenti; sono la cronologia sacra del monastero, la

serie dei tempi che scorrono dinanzi a que' padri, come il grande

oriuolo a polvere delle Ore.

La _Vita di Carlomagno_, opera incontrastata di Eginardo, differisce

dagli annali in ciò, che questi si frammettono dei fatti generali della

società, intantochè nella vita composta dal fido amanense e cancelliere

del gran Carlo, non trattasi che della persona sua, delle sue azioni

e del suo modo di vivere; tutti ivi sono religiosamente raccolti

i fatti e detti suoi, sì che per quest'opera misurar tu puoi la

gigantesca statura sua di sette piedi, e sentir la sua voce, acutissima

in quel capacissimo petto, e apprender le prodezze del suo poderoso

braccio e le abitudini della sua vita, e tutto che fu da lui operato

dall'infanzia sua fino alla morte. Eginardo, ammiratore appassionato di

Carlomagno, ha vissuto in palazzo con lui come suo famigliare, e gode

di seguirlo alla guerra, fra mezzo alle battaglie e nella vita privata,

onde per questo rispetto, non v'è monumento che desti più viva nè più

forte curiosità dell'opera da lui lasciata, la quale fu scritta da esso

dopo la morte del suo signore, e al principio del regno di Lodovico

Pio, quasi per dare nella grandezza del padre, un grande ammaestramento

al figliuolo, e mostrare ad un imperio, che già decade, l'opera sublime

compiuta da Carlomagno.

Dassi il nome di _Cronaca del monaco di San Gallo_ (avuta in dispregio

da molti eruditi) al _racconto dei fatti e delle gesta_ di Carlomagno,

scritto in quella badia di San Gallo poco distante dal lago di

Costanza, tanto al principe diletta, e il cronista chiamato col nome

di _monaco di San Gallo_, è uno scrittor di leggende di viva e poetica

imaginazione, che si piace di raccoglier tutti i fatti e l'epiche

tradizioni. Egli non è, a dir vero, autore contemporaneo, ma ogni

cosa ha cercato che referivasi a Carlomagno, e ogni cosa racconta di

buona fede, e se veduto non ha cogli occhi suoi propri, o udito co'

suoi propri orecchi quanto ei riferisce, l'ha tratto almeno da pura

sorgente. Da Vernebetto, un de' confratelli suoi, che visse alla corte

di Lodovico Pio, attinse quant'ei sa delle faccende ecclesiastiche,

e da Adelberto, un dei fidi leudi che seguirono Carlomagno nelle sue

spedizioni contro i Sassoni, gli Unni e gli Avari, egli ebbe quanto sa

delle faccende domestiche e militari. Appoggiato a queste autorità,

da lui molto consultate, il monaco di San Gallo reca una moltitudine

di leggende e di canzoni eroiche sulla vita domestica di Carlomagno

come re e come imperatore, ned egli è altrimenti un cronista grave e

malinconico, siccome il grido della notturna strige sul campanile del

suo monastero; ma facondo, novelliero, allegro, spiritoso; lo stile

suo è colorito, caldo come il vino di Reinfeld. Che di più poetico,

esempigrazia, del racconto della guerra di Lombardia, colà dov'ei

descrive quelle selve di lance, che paiono spighe di ferro cresciute

nelle campagne del Milanese! Il monaco di San Gallo è un po' ciarliero;

ma perchè volergliene male? Nè sprezzare si dee pur la vecchierella,

che girando l'arcolaio, racconta le storielle del suo tempo, le

leggende, i fatti e le imprese d'un uomo famoso. Io per me ho caro

di veder Carlomagno quistionar coi cantori, sgridar gli ufiziali del

palazzo, rimunerar questo, minacciar quello e tutti spaventarli con lo

sguardo suo, con la sua voce acuta e stridula sì, ma sonora, e appunto

in questa forma ce 'l rappresenta il monaco di San Gallo. Nella storia,

i più curiosi non sono altrimenti i fatti; e non son eglino tutti

sempre i medesimi al par delle passioni degli uomini e degli affetti

loro? L'importante a vedersi è l'aspetto della società. Un cronista non

racconta mai cosa estranea ai costumi del suo tempo, e che altro più

si dee richieder da lui della puntual relazione dei casi della vita e

degli usi, fra i quali egli vive? Io l'ho letto e riletto, e seriamente

consultato, il monaco di San Gallo, perch'egli mi presenta Carlomagno

nella sua vita privata, con quella sua violenta giustizia, con quelle

sue germaniche passioni, con quella sua inclinazione a frammettersi

d'ogni picciola cosa; e quasi direi perch'egli m'ha fatto conoscere

i pettegolezzi della sua corte. Nella vita di un grande, le più note

generalmente sono le grandi cose; ma spesso anche abbiam bisogno di

riposarci nelle picciole.

Il _poeta sassone_, un de' cronisti più vivaci del regno di Carlomagno,

non iscrisse altrimenti nella lingua dell'antica sua patria.

Nasceva costui da un di que' fieri Sassoni che si opposero alle armi

dell'imperatore, e che questi disperse poscia ne' monasteri. Anch'egli

visse nelle solitudini del chiostro, dove descrisse i fatti e le

imprese avvenute a' giorni suoi, in tempo che quasi tutte le maggiori

comunità monastiche noveravan fra loro qualche religioso Sassone,

venuto di lontano a cercar ivi un porto nelle tempeste che gravavano

sulla patria sua. Il poeta sassone scrisse nel deserto la sua cronica

in versi, e comecchè poco abbia studiato gli antichi, nondimeno qualche

reminiscenza v'ha di Virgilio nel suo verseggiare. Il suo forte è il

genere descrittivo, e però gode di farci assistere a tutte le pompe

delle corti plenarie, e si compiace nel dipingere queste magnificenze

di Carlomagno; descrive tutti gli avvenimenti, la venuta de' papi,

le cacce, i conviti, la corte, la famiglia dell'imperatore, e si vede

ch'egli ha serbato l'amor delle canzoni e dei poemi eroici degli scaldi

e cantori della sua patria. Forse altresì ch'egli tolse le pitture sue

più vivaci da taluna di quelle tradizioni scritte in lingua germanica,

e il poeta sassone altro non è che un traduttore di quei canti

bellicosi che animavano i guerrieri del Reno alla battaglia.

_Le Croniche di San Dionigi_, sì famose nei fasti della cavalleria,

niente hanno di originale, però che altro non sono se non una gran

raccolta o una ricapitolazione di annali e di tradizioni intorno a quel

tempo. I monaci nel silenzioso _scrittorio_[126] della badia reale, non

faceano già un racconto loro proprio, almen quanto ai tempi andati,

ma raccoglievano con giudizio i migliori documenti e le tradizioni

più certe del passato; ond'è che per Carlomagno e pei Carolingi in

generale, che tanto beneficarono la _reale badia di San Dionigi_, essi

tolser gli annali attribuiti ad Eginardo, de' quali il testo loro altro

non è che una traduzione fedele ed esatta, che fu poscia in progresso

di tempo trasportata nell'antico idioma francese, e le poche incidenze

che vi si trovano sono per la più parte osservazioni fatte dai

cronisti, o tradizioni tolte da altre croniche. Tutto che a San Dionigi

scrivevasi, veniva, come dir, da un'inquisizione; niente si dicea che

non fosse prima passato per lo staccio della verità, e quando un fatto

era consegnato in quelle pagine, facea piena fede in giustizia, tanto

che poi la _Cronica di San Dionigi_ divenne il giornale politico del

medesimo Carlo VI. E nondimeno in queste grandi croniche di Francia

trovò pure una nicchia la leggenda di Turpino; sì la leggenda del

famoso arcivescovo di Reims, Turpino, che gode di una sì popolare

rinomanza insieme con Carlomagno, di quel Turpino che forma pur sempre

le delizie di noi quanti siamo, amatori dei tempi antichi; di quel

Turpino sì celebrato nelle leggende dei quattro figliuoli d'Amone e

nel poema di Roncisvalle, dove il fiero vescovo, con l'elmo in capo, e

munita la mano di ferreo guanto, atterra a mazzate gl'infedeli, per non

versare il sangue umano. Tutto prova, è vero, che i fatti e le imprese

riferite in questa leggenda di Turpino, sono falsati; ma nessuno negar

può che questa istoria, scritta come fu nell'undecimo o nel duodecimo

secolo, non abbia riprodotte le tradizioni e le idee contemporanee

intorno all'impero di Carlomagno.

Accanto alle quattro principali cronache de' tempi carlinghi vengono a

schierarsi altri antichi racconti, meno importanti, ma curiosi del pari

per la loro origine: tali sono gli annali di San Bertino, che non si

voglion punto confondere col cartolare, pia significazione dei costumi

di quel tempo; poi le gesta di Carlo il Grande, scritte in versi in un

monastero della Germania, specie di traduzione degli annali d'Eginardo;

poi la cronica del monaco d'Angoulemme, meridionale testimonianza dei

costumi e degli usi della corte di Carlomagno. Ai quali documenti

d'antica data è da aggiungersi la cronografia di Teofane, il

solo, tra gli storici bisantini, che abbia parlato un po' in largo

dell'imperatore d'Occidente. Questo Teofane viveva in principio del

nono secolo, nè lasciava d'impacciarsi nell'opera sua delle cose che

avvenivano a Roma, della fuga di papa Stefano, e dell'esaltazione dei

Carolingi fin da Pipino. Paolo Diacono, d'origine longobarda, com'egli

è, appena concede al regno di Carlomagno e dei Franchi qualche pagina

breve e concisa al par degli annali più aridi dei monasteri. Pur

nondimeno nella sua men che compendiosa relazione, egli non dimentica

i figliuoli, la moglie, la famiglia tutta di Carlomagno, per la cui

figlia, di nome Adelaide, natagli nella breve e luminosa sua guerra

d'Italia, e morta giovinetta, lo stesso Paolo scrisse l'epitaffio, e

così per un'altra di nome Ildegarda.

Eccoci ora agli annali di Fulda, scritti nella nobil badia carolingica,

i quali comprendono le memorie della seconda stirpe, in modo che par

ch'ivi finiscano, tanto quei monaci fuldensi erano Austrasii in anima e

in corpo! O vetusta badia, più non sorgono sul suolo tuo, pestato dalla

guerra, che meste e tacite ruine, ma pure gli annali tuoi sopravvissero

ai guasti del tempo![127] Fulda e San Gallo furon le due alemanne

sorelle, che custodiron come caste figliuole gli archivi del loro padre

e benefattore. Nelle solitudini di Sant'Arnoldo di Metz, conservavansi

pure altre relazioni del regno di Carlomagno, chè ogni fatto degno di

storia era gelosamente raccolto e celebrato. Nel monastero di San Gallo

serbavasi un poema latino su Carlomagno e sull'abboccamento suo con

papa Leone, avvenimento importantissimo per la generazione, però che

indi venne la cagione e il principio di quella grande restaurazione

dell'impero d'Occidente; il papa e l'imperatore, stretti per mano,

se ne vanno a Roma, scambievolmente prestandosi la forza loro, e un

vecchio monaco di San Gallo gode di serbarne ricordo; laddove questa

fondazione d'un vastissimo impero appena provoca l'attenzione di

qualche annalista bisantino; di Costantino Manasseo, esempigrazia,

il quale, detto che papa Leone rinunziò al governo dell'antica Roma,

soggiunge: «Egli unse dalla testa ai piedi, secondo il rito de' Giudei,

il nuovo imperatore; l'antico legame con la prisca Roma fu rotto,

la spada separò la figlia dalla madre, e Roma, sciogliendosi dalla

vetustà, è tornata giovine.»

Le _Vite dei Santi_ son pur una fonte, ch'egli è mestieri consultar

continuamente chi scrive intorno alla storia del medio evo, non già per

accettar tutto che la pietà del servo narra del padrone, a' miracoli

del quale tien dietro, ma sì per la pittura dei costumi ch'ivi trovasi

intera. E qual è il secolo che non abbia le sue leggende? Qual è l'uom

sovrano, di cui posteri e contemporanei non dican favole e novelle?

Chi non ha la sua storia romanzesca, la sua mitologia vicino alle

realità? Quando s'è riempiuto il secolo d'un nome, gli è ben d'uopo

che storici e poeti giustifichino l'ammirazion loro col raccontarne

prodigi, gli è ben d'uopo che dicano perchè posero un uomo in tanta

altezza; ond'è che se tu leggi, esempigrazia, il leggendario dei santi,

scritto dal celebre arcivescovo Iucmaro, ci trovi particolarità e fatti

della vita domestica di Carlo Martello, di Pipino e di Carlomagno; e

così l'anonimo che scrisse la vita del beato Alcuino, racconta mille

particolarità intorno alle corti plenarie e agli studi, al tempo

dell'imperatore.

Ma il più ampio, il più ragguardevole di siffatti leggendari, si è il

libro, o per così dire il poema, sì particolareggiato e rilevante,

noto sotto il titolo di _Miracoli di san Benedetto_, scritto dal

franco Aldorano, monaco di San Benedetto. Ivi, nella lunga relazione

dell'innumerabili fatiche di quell'uomo smisurato, che fondò la civiltà

e la regola in Occidente, troverete l'episodio del conte Rodolfo e

della sua concubina, sprofondata nell'inferno, racconto che assister

ci fa a tutte le larghezze ed a tutti i donativi fatti già dai re alla

badia di San Benedetto in sulla Loira, dov'essa è navigabile; curioso

documento sul commercio dell'era carolina. Leggete ancora i _Miracoli

di san Dionigi_, scritti da un pio religioso di questa badia nel nono

secolo, e per conseguente contemporanei, e vedrete che questa leggenda

è una specie di descrizione della vita civile sotto i Carolingi. Che se

poi vi piace far cognizione degli usi germanici di Carlomagno, e sapere

i silvestri costumi della Svevia, del Reno e della Mosa, scorrete

le relazioni dei _Miracoli di san Goaro_, scritti da un monaco della

badia di Prumia, fondata dall'imperatore. Qual germanica semplicità in

quelle narrazioni! Tutto ivi, per verità, si riferisce al Santo, tutto

volge a chiamar la venerazione e i doni sul monastero; ma pure queste

leggende del bosco e del deserto ci danno assai bene a conoscere i

tempi caroliniani, e in queste vite de' santi si trovan più che altrove

le particolarità della vita pubblica o privata di quelle generazioni.

Onde chi ama le cose antiche, legga i _Miracoli di san Vandregisillo_,

abbate di Fontenelle, che contengon la storia della conversione di un

Sassone; legga la _Vita di sant'Angilberto_, abbate di San Ricchieri, e

vedrà come Berta, una delle figliuole di re Carlo, presa da grandissimo

amore per Angilberto, ch'ella vedeva esser più che qualunque altro

caro a suo padre, ardentemente desiderando d'averlo a marito, nè

attentandosi in cuor suo di dirlo al padre, fece in modo tuttavia ch'ei

lo venne a sapere. Il quale, benchè di mala voglia vedesse la figlia

sua in preda a quest'amore, pure per tema di peggio, e considerato che

Angilberto discendeva d'antica e nobil prosapia, aderì al desiderio

della figliuola, e vedrà come avutala questi in isposa, depose l'abito

sacerdotale, e lasciata la corte, venne a stabilir la sua dimora a

San Ricchieri, sdegnando le vane pompe degli onori, per vivere in quel

monastero con la sua Berta, la quale pigliò pure il velo nel chiostro

medesimo.

La vita di Gregorio Magno, scritta da Giovanni diacono, ne rende

informati di curiosi particolari sull'introduzione del canto romano

nella Gallia, e con questi particolari appunto si viene scrivendo e

componendo la storia. «Re Carlo, scosso dalla discordanza che era tra

il canto sacro dei Romani e quel dei Galli, ne chiese la cagione, e

questi ultimi adducevano che il canto romano era stato corrotto da

arie nazionali, gli altri all'incontro sostenevano la purezza delle

loro melodie. Onde il re dimandò allora dove si trovasse l'acqua

più pura, ed ognuno affrettato essendosi di rispondere alla fonte,

il re soggiunse: — Or bene questo sia detto per noi che abbiamo

fin qui bevuto l'acqua corrotta del rigagnolo; purifichiamoci alla

fonte eterna. — Lasciò quindi presso a papa Adriano due cherici, e

quando tenne che fossero abbastanza ammaestrati, li richiamò alla sua

metropoli di Metz, d'onde purificò poi il canto di tutta la Gallia.

Se non che morti, indi a gran tempo, essi cherici, si fu avveduto che

il canto ecclesiastico nella Gallia erasi di nuovo falsato, e disse:

— Torniamo di nuovo alla fonte. — E tanto fece, che il papa, cedendo

alle sue istanze, mandò in Gallia due altri cantori, pe' quali fu

provato che il canto gallico erasi di nuovo corrotto per colpa di

chi lo esercitava, benchè i cherici di Metz fosser quelli che manco

si scostavano dal canto romano; sì che da quel tempo in poi si tiene

per indubitato, che quanto il canto di Metz s'è scostato da quel di

Roma, altrettanto il canto dell'altra Gallia s'è scostato da quello di

Metz[128].»

Or mentre queste leggende e questi maravigliosi racconti, se hanno

qualche importanza, si è per l'orme che recano profondamente impresse

dei costumi di quei tempi, nelle carte, nei diplomi e nei capitolari

ci ha invece un'autenticità che più dubitar non lascia dei fatti e

degli atti della vita da essi testificati. Certo che in generale la

lettura di queste carte è arida e infeconda, siccome quella degli atti

rogati da un notaio, o trascritti negli archivi d'un tribunale; ma

per l'antiquario che raccoglie le reliquie del passato, son documenti

atti a porgere una nozione generale delle consuetudini civili di

una società, e due sono i risultamenti che dallo studio di essi si

ottengono: prima quello di stabilir le date, sì che più dubitar non si

può che un fatto non sia proprio avvenuto al tempo assegnato, essendo

la carta o il diploma il miglior modo a stabilir tutta la serie dei

tempi d'un regno, il principio suo, il mezzo ed il fine; poi, ciò che

ancor meglio ci guida nel curioso studio del medio evo, il riferirsi

della maggior parte di questi atti alle transazioni private in mezzo

a quella generazione. In così fatte scritture trattasi spesso della

vendita d'un benefizio o d'un allodio, o anche d'un cavallo da guerra;

e dove hai un atto di donazione d'un pezzo di terra o d'un mulino

alla badia; dove una scritta di matrimonio, e dove l'emancipazione

d'un servo con le formali consuetudini d'ogni singola nazione, in che

appunto questi atti hanno un pregio storico. Il cartolare comprende

in sè la raccolta di queste carte, titoli antichissimi a comprovar

la legittima proprietà dei beni monastici, e lo studio meditato di

quelle antiche pergamene, è, a così dire, una maniera d'iniziazione al

medio evo. I capitolari, foggiati sopra più ampie basi, sono codici

che abbracciano le consuetudini generali della società; la carta è

l'atto della vita privata dal barone sino al servo; i capitolari sono

lo statuto per ogni razza, per ogni frazion sociale, per ogni popolo,

pel dominio e per la proprietà pubblica; i diplomi procedono dai re;

le carte dai conti, dagli abbati, dai borghesi ed anche dai servi;

tutti elementi che rischiarano la storia, e stabiliscono i costumi di

ciascuna età.

Storia di Carlomagno vol. 2/2 · 第 14 / 23 段