ha rispinto le nazioni scandinave fin entro al Baltico, rincacciati
gli Unni fino al di là del Danubio, ma quei popoli bellicosi si
vendicheranno sui figli suoi. Un trattato con gli Schiavoni è l'ultimo
atto diplomatico della sua vita, tutto vien fatto oramai da' suoi
messi, chè giunto è il momento in cui il pensier della morte occupa il
grande imperatore più che le vane cose del mondo, e sceglie il luogo
dell'eterna sua dimora, la sua casa funerale, sotto la cupola della
cappella da lui edificata in Aquisgrana, cui tanto gli piacque ornar
dei marmi ravignani, e d'arche d'oro, e di pietre preziose. Il suo
monumento, costrutto di larghe pietre, sarà di otto piedi, ed ivi,
coricato ed avvolto nelle imperiali sue vesti, fermo e con le mani
giunte in atto d'orazione, aspetterà la grande sveglia del giudizio
finale. Alcun tempo prima della sua morte ei detta il suo testamento,
poi lo ritocca e rivede, chè quando s'è a stento costruita qualche
grand'opera, si vuol pur tramandarla per ultima disposizione, con
quelle condizioni che a noi sopravviver la facciano.
Strana cosa! Quell'imperatore, che ha consumato la vita a costituir
l'unità, si lascia prendere in morte dal pensiero di romperla in
pezzi! Le consuetudini delle merovingiche spartigioni durano tuttavia,
e il concetto della centrificazione dileguasi e sparisce dalla mente
di Carlomagno, poichè il suo testamento altro in fine non è che un
ampio ripartimento, non solo degli Stati della monarchia, ma sì ancora
delle masserizie e ricchezze sue, ch'ei va distribuendo fra i poveri
e le chiese. Anche quest'ultimo atto della sua vita ci fu trasmesso
da Eginardo, cancelliere di lui. «Tre anni prima della sua morte
(così quest'ultimo) egli dispose la divisione de' suoi tesori, del
suo argento, della sua guardaroba e d'ogni altra sua suppellettile in
presenza dei famigliari e ministri suoi, e questo volle affinchè dopo
la morte sua la spartigion di tutte le robe da lui fatta e da essi
approvata fosse appieno eseguita. Poi consegnò le ultime sue volontà
intorno alle cose che di questo modo intendea fossero distribuite,
in uno scritto sommario, del quale ecco lo spirito e il testo
letterale: — In nome di Dio onnipotente, Padre, Figliuolo e Spirito
Santo. Qui principia la descrizione e distribuzione ordinata dal
gloriosissimo e piissimo signore, Carlo imperatore augusto, dei tesori
e dell'argento trovati in questo medesimo giorno nelle sue stanze
l'anno ottocento undecimo dell'incarnazione di Nostro Signore Gesù
Cristo, quarantesimoterzo del regno di questo principe sulla Francia,
trentesimosesto del suo regno sull'Italia, e undecimo dell'impero,
indizione quarta. Seguono esse qui sotto, quali, dopo maturo consiglio,
egli le deliberò e fece con approvazione del Signore. E prima di tutto
e principalmente ei volle provedere, affinchè la distribuzione delle
elemosine, che i Cristiani usan di fare solennemente di parte dei loro
beni, sia per lui e del danaro suo, fatta con ordine e giustizia; poi,
affinchè gli eredi suoi conoscer possano chiaramente e senz'alcuna
ambiguità quanto a ciascun d'essi appartener dee, e mettersi in
possesso delle singole loro porzioni, senza contese nè liti. Al quale
intendimento e fine egli ha in prima diviso in tre parti tutti i
mobili e le robe, come oro, argento, pietre preziose e ornamenti reali,
che, come detto è, si troveranno questo giorno nelle sue stanze, poi
suddividendo ancor queste parti, ne ha distribuito due in ventuna
porzione, onde ciascuna delle ventuna città, riconosciute nel suo regno
per altrettante metropoli[118] riceva, a titolo d'elemosina, per le
mani de' suoi eredi ed amici, una di queste porzioni. L'arcivescovo che
reggerà in quel tempo questa o quella metropolitana, dovrà, com'abbia
avuto la porzione appartenente alla sua chiesa, partirla co' suoi
suffraganei per modo che il terzo resti a quella, e gli altri due terzi
dividansi tra i suffraganei stessi. Ognuna di queste porzioni formate
con le due prime parti, e in numero di ventuna, pari a quello delle
città riconosciute per metropoli, è separata dall'altre e rinchiusa
appartatamente in un armadio col nome della città a cui dee esser
data. I nomi delle metropoli, a cui debbono farsi queste limosine
o largizioni, sono: Roma, Ravenna, Milano, Frejus, Gratz, Colonia,
Magonza, _Giovavo_ (oggi Salisburgo), Treveri, Sens, Besanzone, Lione,
Rouen, Reims, Arli, Vienna, Moustier in Tarantasia, Embrun, Bordò,
Tours e Bourges. Quanto alla parte ch'egli ha decretato conservarsi
intiera, è intenzion sua, che a differenza delle altre suddivise, come
fu detto, in porzioni, e chiuse sotto il suo sigillo, ella serva ai
bisogni cotidiani, e resti come cosa non obbligata da voto alcuno in
man del proprietario, e ciò per fin che duri la vita di questo, ed
in quanto egli giudichi necessario l'uso di essa per sè; dopo la sua
morte poi, o nel caso di sua volontaria rinunzia ai beni del secolo,
questa parte sarà divisa in quattro porzioni: la prima da aggiungersi
alle ventuna di cui più sopra è detto; la seconda da appartenere ai
figli e alle figliuole del testatore, o ai figli e figliuole de' suoi
figli, dividendola fra essi secondo ragione ed equità; la terza da
distribuirsi ai poveri secondo l'uso dei Cristiani; e la quarta da
ripartirsi nello stesso modo, ed a titolo di elemosina, tra i servitori
e le serve del palazzo, ad assicurare il sostentamento loro. Alla
terza parte intiera del totale, che a par delle due altre, consiste
in oro e in argento, si aggiungeranno tutte le masserizie di rame,
di ferro e d'altri metalli, i vasi, gli arnesi, le armi, le vesti, i
mobili tutti di molto e di poco prezzo, acconci a diversi usi, come
sono tende, coperte, tappeti, panni grossi, cuoja, selle e tutto ciò
che nel dì della morte del testatore sarà trovato nelle sue stanze e
nella sua guardaroba; e ciò a fine che le suddivisioni di questa parte
sieno più grosse, e un maggior numero di persone participar possano
delle limosine. Quanto alla sua cappella, vale a dire a tutto ciò
che serve alle cerimonie, ecclesiastiche egli ha ordinato, che così
quel ch'egli medesimo ha fatto fare o acquistato, come quello che
gli è venuto in eredità dal padre, resti intatto, nè sia soggetto a
divisione. Che se tuttavia ci fossero vasi, libri od altri ornamenti
che certo sia non essere stati da lui donati alla detta cappella, chi
li volesse potrà comperarli e serbarli per sè, pagandone il prezzo al
giusto valore. Lo stesso sia dei libri in buon numero da lui raccolti
nella sua biblioteca; chi li volesse potrà comperarli a giusto prezzo,
e il ritratto ne verrà distribuito ai poveri. Fra i suoi tesori e il
suo argento ci son tre tavole di quest'ultimo metallo, ed una d'oro
assai grande e d'un peso ragguardevole. Quella fra le prime, di forma
quadrata, con su disegnata la città di Costantinopoli, sia recata,
così ordinando il testatore, alla basilica del beato apostolo Pietro
in Roma, insieme con gli altri doni che le sono assegnati; l'altra,
di forma rotonda, col disegno della città di Roma, sarà consegnata
al vescovo della chiesa di Ravenna; la terza, superiore d'assai alle
altre per la finezza del lavoro, e per la gravità del peso, cinta di
tre cerchi, in cui è figurato in picciolo e con diligenza l'universo,
verrà, insieme con la tavola d'oro, che fu notata per la quarta, messa
in cumulo con la terza parte da dividere fra' suoi eredi e in limosine.
Quest'atto e queste disposizioni furono dall'imperatore fatte e
ordinate in presenza di quanti vescovi, abbati e conti raccoglier potè
in tal giorno d'intorno a sè, e ne seguono i nomi: Ildebaldo, Ricolfo,
Arno, Volfero, Bernoino, Landrado, Giovanni, Teodolfo, Jesse, Azzone
e Valgando vescovi; Fregiso, Aldoino, Angilberto ed Irminio, abbati;
Vala, Meginario, Ottolfo, Stefano, Unroco, Burcardo, Meginardo, Attone,
Ricvino, Eddone, Ercangario, Geroldo, Bera, Ildigerno e Rocolfo,
conti[119].»
Questo testamento, di forma tutta romana, posa intieramente sul
concetto, quanto più dir si possa assoluto, del ripartimento, nè
tien punto della politica unità di cui Carlomagno improntar voleva
l'opera sua; singolar contraddizione! passar l'intera vita a porre ad
effetto il divisamento d'un grande impero, ed al momento della morte,
scioglierlo e annichilarlo con quello dello sminuzzamento! Ma omai la
morte avanzavasi a gran passi, e con essa la vecchiezza e la infermità.
Ei non vuole che il titolo d'imperatore perisca, e però chiamar fa
in Aquisgrana suo figlio Lodovico, re d'Aquitania, il solo che gli
rimanesse degli avuti da Ildegarda, la più amata delle sue donne, ed
ivi raccolti in corte plenaria tutti i conti franchi, i vescovi, i
leudi, i cherici, e ogn'altro che dar potea consistenza e pompa a una
grande solennità, si assume, col comun consentimento, a compagno, nel
titolo d'imperatore il detto Lodovico, e fattolo come tal riconoscere
e gridare, gli mette con le fiacche sue mani, la corona in fronte e
dice: Ecco, d'ora innanzi, l'imperatore e l'Augusto. «Poi, rimandato
il figlio in Aquitania, segue a raccontare Eginardo, il re, secondo il
suo costume, se ne va, quantunque spossato dalla vecchiezza, a cacciare
nei dintorni della sua residenza d'Aquisgrana, dove ritorna in novembre
a passar l'inverno, dopo aver consumato lo scorcio dell'autunno
in quell'esercizio. Nel mese di gennaio fu indi preso da violenta
febbre, e si pose a letto, astenendosi da ogni cibo, persuaso che la
dieta avrebbe vinta o almen mitigata la malattia; ma alla febbre si
aggiunse quella doglia di costa, detta grecamente pleuritide, e il
re continuando pur sempre a non prender cibo, nè con altro oramai più
sostentandosi che con qualche sorso d'una pozione, passò di vita dopo
ricevuto il viatico, nel settimo giorno della sua malattia, il dì 28
gennaio, nell'ora terza, e nell'anno settantaduesimo della sua vita, e
quarantasettesimo del suo regno.»
Di questo modo cessò Carlo imperatore, e quasi ad una con lui, l'opera
sua, con tanta fatica compiuta. Siccome poi a tutte le morti d'un
grande le cronache assegnar vogliono vari prodigi che annunziaron
l'ultimo termine di quella vita potente, così in sul dileguarsi di
Carlomagno v'ebbero frequenti eclissi di sole e di luna, e videsi per
sette giorni una macchia nera nel sole; e un portico che abbracciava
il palazzo, rovinò tutto ad un tratto, e il ponte di Magonza fu arso
in tre ore. Un giorno ancora, l'imperatore vide una grande striscia
di fuoco, che fendendo le nubi, correva dall'Occidente all'Oriente,
e il cavallo suo cadde in aperta campagna, gittandolo a terra con
grande scossa, sì che la fibbia d'oro che tenea la sella si ruppe,
e così la cintura della spada, e il suo giavellotto fu trovato ben
dieci piedi entro terra. Ad Aquisgrana si sentirono parecchie scosse
di tremuoto, e la palla dorata che ornava la cupola della cappella,
fu colpita dal fulmine, e nella iscrizione a caratteri rossi, fatta
por dall'imperatore nell'edificar la basilica, e che dicea: «_Carlo
principe_, nell'anno che egli morì;» la parola _principe_ erasi per
modo scancellata che non poteasi più leggere. A Roma medesimamente
la morte di Cesare fu annunziata da una cometa e da altri sinistri
presagi. Ai quali segni, avendoli per altrettanti avvisi del cielo,
Carlomagno tutto s'immerse nel pensier della morte, e poi ch'ebbe
ricevuti i sacramenti, si stese sulla cenere, e morì in penitenza
come già Davide e Salomone. Passato ch'ei fu, la campana della chiesa
d'Aquisgrana diede il segno dell'esequie sue solenni, e fu sepolto nel
monumento da esso fattosi rizzar sotto gli occhi suoi, e accostumatosi
da lungo tempo al pensier della morte, corcavasi tranquillamente
nell'ultima sua dimora.
Eterna rimase indi fra i popoli la memoria di Carlomagno, nè sol come
signor supremo e imperatore, ma sì ancor come santo, e i breviarii
della Chiesa germanica, conservano ancora certe orazioni a san
Carlomagno; tale si è l'effetto dell'ammirazione e della gratitudine
dei popoli, nè il progresso dei tempi altro fa se non mutarne le forme.
Al medio evo, quando un uomo avea sfolgorato in mezzo a ogni maniera di
gloria, era fatto santo, e la Chiesa il collocava nel suo panteone, nè
certo alcuno meritava più quest'onore del principe che fondò la potenza
e la costituzione germanica. Vero è però, che in quest'entusiasmo per
un'umana creatura, la Chiesa non perdea mai d'occhio lo scopo morale,
però ch'ella compier ben sapeva ogni mandato suo. Carlomagno non aveva
in vita osservato mai troppa castità nei domestici suoi costumi; egli,
all'usanza di tutti i Germani, avea prese e lasciate le mogli a suo
libito, e parecchie concubine aveano accomunato il letto con lui;
or la Chiesa gli perdonerebbe ella queste scostumatezze? E non ci
sarebbe anche qui qualche leggenda composta a far trionfare l'unità del
matrimonio? e l'uomo carnale, perchè grande e potente, avrebbe libero
l'adulterio e il concubinato? Mainò; la Chiesa aveva anche in ciò le
sue giustizie, nè la perdonava a niuno, per grande e forte ch'ei fosse,
e a quel modo che quando Carlo Martello spogliò i pacifici coloni ed i
cherici dei beni loro per distribuirli a' suoi guerrieri, si ebbe una
spaventosa leggenda che lo infamò, e inseguì la violenza fin dentro
al sepolcro, così, col medesimo rigore frecciossi il concubinato
nell'alto personaggio di Carlomagno stesso, e un santo monaco, di
nome Vettino, ebbe una visione alcuni anni dopo la morte di lui, nella
quale gli comparve il signor dei Franchi in mezzo alle ardenti fiamme
del purgatorio, e questo per aver carnalmente peccato con più mogli
ad un tempo e concubine. Ben poteva la Chiesa innalzar Carlomagno, ma
non volea nel medesimo tempo che quest'esempio dell'uom prepotente,
che sprezzava le leggi della morale, avesse pur troppo ad operar sui
costumi della intera società cristiana.
Curiosissimo e rarissimo è nella storia il caso di quest'impero
carolino, smisurata fondazione, preparata innanzi con tante cure
e fatiche, che cade e si scioglie quasi subito dopo la morte del
fondatore. Nulla predisposto avea quest'ampio concetto, e nulla
ne rimase poi che la robusta mano di colui che il teneva, si trovò
inaridita nel sepolcro. Carlomagno passa per mezzo alle generazioni,
senza lasciare altre orme che una lunga striscia di gloria, e
un'incancellabile ricordanza; nè gli elementi della società di
que' tempi, e lo sminuzzamento feudale che a gran passi avanzavasi,
consentivano punto una podestà centrale e suprema. Carlomagno avea
fatto violenza alla natura stessa delle consuetudini di tanti e sì
diversi popoli, da lui a viva forza, raccolti sotto lo scettro suo;
egli voleva l'unità; e tutto intorno a lui inchinava alla divisione;
egli avea innalzato un gran monumento sì, ma caduche ne erano le
fondamenta.
Piacemi di ripeter questa grande verità storica: spesso nella vita
della società appare un uomo di mente suprema, ed egli può far
trionfare un'idea grande, gigantesca, far forza a tutti gl'interessi,
a tutte le consuetudini; egli ha una meta, e cammina diritto ver
quella; fin ch'ei vive, e regna, e ha la forza in mano, la società
si curva, e può patire e immolarsi, per così dire, a questo grande
idolo; ma non sì tosto questo forzato culto svanisce, e l'uomo che ha
concetto il gran pensiero è sotterra, ella ritorna, per moto naturale,
alle sue consuetudini, e ogni popolo ripiglia le sue leggi ed i suoi
costumi[120]. Così avvenne dell'impero di Carlomagno, egli accozzò e
raccolse insieme mille diversi popoli, e li tenne fermamente sotto il
suo freno, tanto ch'ei consumò tutta la vita a reprimer continuamente
nazioni che si agitavano, e quasi gli fuggivan di mano. In somma,
l'opera da lui creata era tutta personale: le forme dell'impero di
Costantinopoli, e l'ordinamento centrale d'un impero d'Occidente
erano cose estranee agli usi germanici, ed appo i Franchi, tante
eran le leggi, e tanti i capi, quanti i popoli. Dove anche Lodovico
Pio fosse stato un uomo di mente altissima, sarebbesi egualmente
formata contro di lui una reazione di sminuzzamento e dispergimento,
se mi si passi questo modo di dire. Il fascio di tante e sì diverse
nazioni era mal costrutto, nè i capitolari erano un legame bastante.
Quei principii di unità e di centralità ceder doveano innanzi ad ogni
contratta consuetudine, chè non si pestan mica i popoli così a profitto
d'un'idea; cessa colui che l'ha concetta, e l'uso rimane, tanto egli è
potente!
La creazione d'un impero d'Occidente, concetto d'un uomo di mente
altissima, non istette perchè mancavano gli elementi primi. Le memorie
di Roma non erano forti sì da contrastar contro gli usi locali
e l'amministrazione, tutta a ritaglio, delle nazioni germaniche;
l'istituzione ambulatoria dei _messi regii_ mirava bensì a introdurre
la centrificazione del governo, ma ella non durò che brevissimo tempo.
I capitolari stessi, leggi generali com'erano, si trovaron costretti
a riconoscere il principio della personalità delle consuetudini,
e la rispettarono, contenti a poche addizioni; nè i messi dovean
cozzar cogli usi antichi de' luoghi, i quali usi moltiplici erano e
per ogni dove, come nella civiltà primitiva; in una parte la comune
dei Galli, in un'altra il municipio romano, e dove un monastero co'
suoi diritti regolati da un diploma, e dove un altro dipendente dalla
giurisdizione del vescovo. Il gran fine della centrificazione, quello
è di tutto piegare e ridurre a un'idea ferma, ed ecco che proprio
in questa società s'incontrano mille intoppi, sì che Carlomagno è
obbligato ben anco di ammetter le leggi dei Sassoni, dei Franchi, dei
Romani, dei Longobardi. Or come fondar così un governo che procede
da un'idea comune? Allato dunque dell'unità ci ha un dissolvente; un
impero alla foggia romana in mezzo alle popolazioni germaniche non
era altrimenti possibile, perchè come porre ad esecuzione questo gran
concetto che avea per fine il governo del mondo, per mezzo dei Barbari
che tagliavano ogni dì questo nodo dell'impero col fendente della loro
spada? Unire era la massima de' Romani, disciogliere era il costume
dei Franchi, e niuno cambiar può le inclinazioni dei popoli. E lo
stesso potentissimo imperatore può egli levarsi d'intorno interamente
la scorza germanica? Egli non trovasi ad agio suo se non nella vita
errante, l'impero, in sulle prime, altro non è per lui che un gran
cumulo di conquiste; e il rimanente vien come frutto dell'avere
studiato del mondo romano; l'amor suo per le grandi cose gli fa
nascere il desiderio d'applicare, a quella barbara società, le massime
dell'impero de' Cesari; l'amistà sua coi papi gliene porge i modi, e
il capo degli Austrasii è salutato col nome d'imperatore e d'Augusto.
Ma questo titolo in lui non si assume, nè da lui si trasmette se non
nominativamente, però che Lodovico Pio vede in breve sfuggirgli di mano
lo scettro pesante troppo che Carlomagno gli avea confidato nella dieta
d'Aquisgrana.
CAPITOLO X.
LA CITTÀ E IL DIRITTO PRIVATO CARLINGO.
La città romana, la gallica, la franca, la germanica, la
longobarda, la gotica. — Il vescovo. — I difensori. — I collegi
delle arti. — I conti. — I giudici. — I vidami — I prevosti. — Gli
avvocati. — I centurioni. — Gli scabini. — I buoni uomini — Diritto
privato. — La vendita. — Atti di manumissione. — La locazione.
— Il testamento. — Formole e processure. — Il giuramento. — La
testimonianza. — Le prove del fuoco e dell'acqua. — Azione della
Chiesa. — Origine del diritto feudale.
768 — 814.
L'imperatore d'Occidente moriva, e quali orme lasciava egli mai del suo
governamento, quali istituzioni durar doveano dopo di lui? L'impero suo
abbracciava tante e sì diverse popolazioni, ch'egli è troppo difficile
notar sicuramente e sceverare le istituzioni private di ciascuno dei
popoli che ubbidivano a' suoi capitolari. Ben si può nel corso dei
secoli trovar le orme di quelle lagrimevoli inondazioni de' popoli che
vengono l'un dopo l'altro a distruggere le civiltà; ed anche raccoglier
si possono gli atti principali della legislazione politica del
passato; ma i fatti della vita privata dove trovarli, e come coglier le
domestiche consuetudini delle nazioni? Or dunque ch'io ho accompagnato
il vecchio imperatore fino alla tomba sua d'Aquisgrana, parmi cosa
essenziale cercare il popolo e la città in mezzo a questa confusione,
e doversi risvegliare, a dir così, le consuetudini del diritto privato
caroliniano; e alla guisa che fan gli antiquari, i quali spesso
riedificano gli antichi monumenti, come a dire il Partenone di Atene e
i templi egiziani, e compongono superbi frontoni con pochi rottami di
marmo e con la polvere delle doriche colonne; così io mi farò ardito di
fare il medesimo lavoro quanto ai costumi privati del secolo ottavo, e
di rivolgere per l'ultima volta quella spenta civiltà.
Queste città, che noi vediamo oggidì sì frequenti di popolo, sì
ricche di edifizi, ebber quasi tutte un'origine antica che collegasi
con le morte generazioni; da Roma ebbero principio le più delle
maggiori città, recando essa in ogni luogo le sue leggi e la sua
politica dominazione. Suo sistema fu sempre quello delle colonie
militari; in ogni punto dove le sue legioni recavan le armi, esse
fondavano città, ed edificavano per l'eternità. Pigliate ad esempio
l'antica città d'Arli, superba de' suoi circhi e de' suoi teatri
che si specchian nel Rodano; essa riconosce la sua fondazione dai
veterani della sesta legione. Così Beziers, sotto l'ardente sole della
Settimania, fu anch'essa un alloggiamento della settima legione, e
così Frejus, così Orange, ornata tuttavia dell'arco suo trionfale,
furono edificazioni di quei veterani, signori del mondo. Ben cento
città delle Gallie riconoscono l'origine loro dalla grande città,
dalla _urbs Roma_, tuttor sì magnifica nelle memorie sue. La colonia
romana era generalmente piantata in una pianura in mezzo a un suolo
ridente, non lungi da qualche fiume d'altero corso: le città, edificate
alla stretta, largheggiavano nei monumenti pubblici, nei circhi, nei
teatri dove sedean comunemente venti migliaia di spettatori; ivi era
il pensier della patria, la grandigia del nome romano; il bagno, il
convito, il foro costituivano la vita sociale.
La Gallia era di questo modo coperta di città romane, ma poi quanto
mutata d'aspetto! Solo chi lasciando il romoroso soggiorno di Napoli e
la via di Toledo, assordata dalla stridula voce dei Lazzaroni, siasi
talvolta avviato per la strada di Torre del Greco o di Portici, per
dirizzare indi il solitario suo cammino verso le rovine di Pompei,
coperte dalle lave del Vesuvio, può formarsi un giusto concetto della
città romana con la sua via sparsa di tumuli, le sue case magnifiche, i
suoi bagni, i suoi triclinii, i suoi mosaici, i suoi freschi, dipinti
con sì vivaci e splendidi colori! Chi scorre il tempio di Giove,
con quelle sue superbe colonne, il foro, i teatri, le cantine piene
d'anfore, ben può dir seco stesso: «Tali esser doveano le colonie
d'Aquisgrana, d'Auxerre, della greca Marsiglia, di Narbona e di Nimes!»
Allato della città romana, tu trovavi dal Reno alla Loira ed al Rodano,
sparsa una moltitudine di città di origine affatto gallica, che la
vita presso alle foreste era grata a quelle celtiche popolazioni che
innanzi abitavano l'ancor vergine suolo. Le descrizioni che ce ne
rimangono, dipingon queste galliche città, come strette, rannicchiate,
informi, con rozzi edifizi, somiglianti a quegli ammassi di pietre che
s'incontrano ancora in Sardegna, e si additano col nome di _monumenti
ciclopici_: non erano tanto città quanto borghi e villaggi in cui
raccoglievansi le popolazioni sotto il loro capo. La casa gallica
non altro era che una capanna, ed i templi eran costrutti di pietre,
con sovrapposti sterminati macigni, ai quali si dà tuttavia il nome
di _tavole delle fate_. Le città erano quasi tutte situate presso a
un bosco solitario, all'ombra folta degli alberi; infatti l'annosa
quercia, coperta di vischio e della ruggine dei tempi, non era forse
l'albero sacro? Poche eran le città, che al tempo dei Carolingi, ancor
durassero nella loro originale purezza; pur nondimeno alcune borgate in
Bretagna conservato aveano l'incolto aspetto e l'impronta dell'antica
patria gallica. I capitolari fanno anche menzione delle città che si
governavano con la originaria legge delle Gallie.