acconciaron la vita di Carlomagno in modo da schierare per ordine di
tempi le mogli che l'imperatore si tenne in casa dorante il lungo suo
regno. Eglino non si attentaron di dire che questo principe di vigorosa
natura e d'ardenti e robuste passioni, ebbe sei o sette mogli ad un
tempo, alla maniera degli Austrasii, venuti dalle rive del Reno e
dell'Elba; ma la storia, solenne e veridica, non ammette punto siffatte
reticenze e distinzioni: no, Carlomagno non ebbe rispetto mai all'unità
del matrimonio. La prima sposa sua, dai Benedettini vituperata col nome
di concubina, chiamavasi Imeltruda o Imiltrude, d'ignota origine, che
abitò i palazzi d'Aquisgrana e di Magonza, seguì Carlomagno nella prima
sua spedizione, e gli porse un figlio di nome Pipino e di soprannome
il _Gobbo_. Ella viveva tuttavia quando Carlomagno sposò Desiderata
o Ermengarda, figlia di Desiderio re dei Longobardi, la quale ei non
tenne seco che un anno appena. Eginardo stesso non sa spiegar questo
procedere del suo signore. Perchè ripudiare Ermengarda? Il monaco
di San Gallo ne adduce a motivo: «ch'essa era incapace a procreare
figliuoli.» Anche Adalardo, pronipote di Pipino ed un dei leudi della
corte, insorge contro questo divorzio in certa sua lettera di singolar
caldezza, nè sa comprendere qual cagione abbia potuto far cacciare una
sposa sì bella e pudica. «Ildegarda, la terza moglie, usciva d'una
illustre casa di Svevia, e moltissime sono le pie fondazioni che si
riconoscono da questa nobile Alemanna, la quale, vissuta undici anni
sposa castissima e in dolce unione col suo potente signore[106], morì,
e Paolo diacono, a quei giorni vescovo di Metz, le scrisse l'epitafio.»
Carlomagno condusse indi in moglie Fastrada, figliuola del conte
Rodolfo, Franco di nazione, e fu colei che ebbe maggior impero d'ogni
altra sull'animo del consorte; per lei furon composte le litanie
nelle quali pregasi per l'imperatore e i _sacratissimi_ suoi figli,
Carlo, Pipino e Lodovico[107]. Di questo modo l'imperatore ebbe una
moglie lombarda, una germanica ed una franca, quasi a conformarsi e
corrispondere alle tre maggiori nazioni da lui governate. Finalmente,
al fianco suo, nei palazzi d'Aquisgrana, di Liegi e di Francoforte,
regnar fece Luitgarda, la quale morì poi nel monastero di San Martino
di Tours[108]. Le quali spose vissero simultaneamente in nodo coniugale
con Carlomagno, nè dice giusto chi le fa l'una all'altra succedere,
chè l'imperatore, a par de' suoi conti e leudi, prendeva e lasciava
una povera donna, come la sua pelle di lontra o il suo manto di porpora
delle corti plenarie.
Dall'union sua con Imeltruda Carlomagno ebbe, com'è detto, Pipino
il Gobbo, suo primo nato, che da fanciullo era bellissimo di volto,
e avea bionda la capigliatura, e nobile e gentil guardo che bene
additava l'origine sua, ma era mal fatto della persona e tutto
rattratto. Intrepido com'era costui di natura e operosissimo, si
diede ad audacissime imprese, e paventando di non avere la parte sua
della paterna eredità, tramò una congiura contro il padre. Ritornando
questi dalle sue guerre di Pannonia, era venuto per passar l'inverno
in Baviera, quando seppe di questa cospirazione del figlio con alcuni
grandi della sua corte, per usurpargli la corona e partecipar del
retaggio; e avendo bisogno di far rispettare l'ancor contrastata
podestà sua, sì da non poter lasciare impunito un tanto attentato.
Pipino fu raso in una corte plenaria e costretto ad abbracciare lo
stato monastico nel convento di Prumia, intantochè i suoi complici,
condannati all'esilio, aveano abbacinati gli occhi nella forma che
usavasi alla corte di Costantinopoli, poichè le costumanze di Bisanzio
già si diffondevano per le corti d'Occidente, e ci aveano rivoluzioni
di palazzo e crudeltà di eunuchi, nè il cavar gli occhi ad un leudo era
punto negli usi dei Franchi.
Il gran lignaggio di Carlomagno non si attenne quindi più che a tre
figli, i quali, tutti e tre da lui fatti compagni nell'opera sua,
lo assecondarono nello svolgimento dei politici suoi pensamenti.
Il maggiore fu quel Carlo o Carlotto di cui parlano le croniche e i
romanzi cavallereschi, degno e forte appoggio di Carlomagno, benchè i
baroni si studiassero di renderlo spregevole e odioso appunto perchè
egli era il figliuolo ben amato del loro signore. Ebbe corta ma
operosissima vita, e alcuni documenti il fanno figliuolo d'Ildegarda,
mentre altri dicono che ei fu bastardo e parto di concubina. Egli era
nato nell'anno 772, nè era giunto ancora all'anno suo dodicesimo, che
già seguiva il padre nella guerra contro i Sassoni; il che era per
quei giovani Franchi un dovere; dopo la prima educazione, la guerra,
nè ci avea scusa d'età. Or questo giovinetto seppe farsi glorioso di
buon'ora, poichè posto a capitano d'una schiera d'Austrasii, ch'ei
guidava in persona, ruppe i Sassoni in battaglia, dopo di che egli
sparisce per cinque anni dai campi militari, nè le croniche altro più
parlan di lui, se non colà dove accennano che fu da suo padre mandato
a reggere i popoli del Maine. A qual ragione gli fu confidato questo
governo? Doveva egli re essere o duca? E in quei tempi di confusione
che le dignità non aveano ancora lor grado distinto, duca o re non
significava egualmente conduttore d'eserciti? «Spesso, dicono i
Benedettini, le provincie e i ducati dipendenti dalla corona pigliano
il nome di regni, e _regno_ è usato altresì a significare un semplice
ducato.» La podestà del duca era di que' giorni amplissima. «Noi
ti confidiamo questo ducato affinchè tu mantenga la disciplina nel
soldati e la sicurtà sulle frontiere.» Laonde, poco importa sapere se
il figliuol beniamino di Carlomagno fu re o duca; basti ch'ei governò
le provincie del miluogo, l'antica Neustria, siccome evidentemente si
pare.
Poi ritorna in campo il giovine Carlo, al fianco sempre del padre
nelle guerre contro gli Unni, in Baviera, in Sassonia, con questo
accomunando i riposi delle corti plenarie e le fatiche del campo,
sempre il più caro de' figliuoli suoi, e accompagnalo a Roma quand'ei
va ad assumervi la corona imperiale; ivi dal pontefice è consacrato
re, a quel modo che il padre suo è consacrato imperatore; e d'indi in
poi il giovine piglia quel titolo, e gli scrivono: «All'illustrissimo,
onorevolissimo e nobilissimo Carlo il giovane.» Alcuino, in una delle
sue epistole, gli dice: «Ho udito che il papa, di consentimento di
Carlomagno, vi ha confidato il titolo di re, ponendovi in fronte la
corona, insegna di questa dignità, e io mi congratulo assai dell'onore
che vi procaccia siffatto titolo non solo, ma e della podestà che
l'accompagna.» Teodolfo, vescovo d'Orleans, anch'ei gl'indirizza versi
di lode: in tutte le grandi spedizioni è parola del giovine Carlo:
egli è deputato a venire incontro a papa Leone[109]; e Alcuino, il gran
consigliere della famiglia carolina, di nuovo gli scrive: «Abbiate per
fedeli e leudi vostri uomini saggi, accorti, pii, timorati di Dio,
che si lascin governare dalla giustizia e dalla verità, non dalla
cupidigia... Nè lasciate che la dignità vostra sia macchiata dalle
inique azioni dei malvagi, che abusar vorrebbero del vostro nome.»
I quali consigli danno necessariamente a supporre che al giovin Carlo
fosse effettivamente commesso il governo d'uno Stato, e che il nome di
re in lui non fosse altrimenti un semplice titolo d'onore. Carlotto
muove da ultimo contro gli Slavi, e capitanando, sotto il supremo
comando dell'imperatore, gli Austrasii, fa rizzar castelli e fortezze
sull'Elba, nè mai depone l'armi se non alla morte sua che avvien tre
anni prima di quella del padre.
Tale si fu la vita di Carlo, il primogenito dei figliuoli di
Carlomagno, almeno per quanto ritrar si può dai diplomi e dalle
croniche. Già dissi più sopra che le canzoni eroiche gli diedero
altro destino. Innanzi tratto, secondo esse, Carlo, come parto
ch'egli è della nobile Ildegarda, non è altrimenti figlio legittimo
di Carlomagno, ma bastardo; il quale troppo soggetto è, troppo
ubbidiente, da far che i trovieri, rappresentanti come sono del genio
riottoso e contumace dei grandi vassalli di Francia, contro di non
lui si sollevino; e però alcuni di loro lo fanno un dappoco, altri un
traditore e un ribaldo, a cui il padre perdona ogni sorta di capricci e
di gofferie. A udir costoro, egli oltraggia i più prodi fra i paladini,
egli è in dispregio appo tutti nelle corti plenarie, egli è come
un altro Ganalone di Maganza infido al pari di lui, se non che meno
scaltro, e per giunta un accattabrighe, a segno che egli punge Rinaldo
di Montalbano, chiamandolo figlio di putta, onde questi gli fracassa il
cranio con un colpo di scacchiere.
Pipino, il secondogenito dei figliuoli dell'imperatore, nasceva cinque
anni dopo Carlo, e al dir della cronica, da una madre medesima,
Ildegarda, e la vita sua fu operosa al par di quella del fratello.
Tutti i figli del grande imperatore avean titolo di nobilissimo, e
il meritavano per le gloriose opere loro. Pipino incomincia la vita
sua militare più giovinetto ancora di Carlo, e già re d'Italia a
quattr'anni d'età, ei muove agli undici contro gli Avari, accompagnato
dal conte Berlinghieri o Berengario, datogli a guida dal padre suo;
d'onde si vede come questi giovani di razza germanica esser dovean
forti per tempo. Tre anni dopo Pipino trovasi nel ducato di Benevento,
e di colà il padre suo gli commette le spedizioni in Pannonia, sulla
Drava e sul Danubio, fortunatissimo in tutte; e già vedemmo dalle
croniche celebrato il ricco bottino da lui preso agli Unni e recato
alla corte plenaria di Aquisgrana. Giunto all'età di ventun anno,
il vediam governare il regno d'Italia; se non che il padre, poco di
lui soddisfatto, e temendo per avventura di non lasciare ai figli
suoi troppo libero il freno, gli dà una guida in Adalardo, abbate di
Corbeia; e l'animoso principe, degno di sì gran genitore, si travaglia
in continue guerre di terra e di mare; caccia in persona i Saracini
dall'isola di Corsica, e batte i Veneziani per modo che quei mercatanti
repubblicani sono costretti riparare in Rialto, l'isola ridente e
incantata cui l'Adriatico bagna co' flutti suoi, finchè la morte viene
a rapirlo in età di soli trentaquattr'anni.
Altro figliuolo adunque non rimane a Carlomagno, che Lodovico il re
d'Aquitania, il principe meridionale, la cui vita militare comincia
al vestir la toga virile. Infatti noi vediamo quest'ultimo de' suoi
figli far solennemente nell'anno 791, tredicesimo dell'età sua, il
primo suo militar tirocinio nella guerra al Danubio sotto il comando
del re suo padre, poi volar di colà in Aquitania, farvi leva d'un
esercito, e condurlo in Italia ad aiuto di suo fratello Pipino. Ecco
dunque tre figli che tutti e tre, fanciulli ancora, si cacciano in
mezzo alle battaglie, siccome richiede il dover loro, chè a voler
comandare ai Franchi è d'uopo sprezzare ogni sorta di pericoli. Ben
vede Carlomagno che eglino esser deggiono i suoi luogotenenti naturali,
i partecipi del pensier suo, ma pur li fa sopravvedere, ed ombroso
dell'indipendenza loro, gli affida a tutori, li fa seguir passo per
passo dai conti franchi, gl'indirizza con lettere continue, nè li
lascia far cosa di rilievo senza consiglio o comando suo. In certi
casi anche disapprova il fatto da loro, e ad essi scrive in termini
duri e imperativi. Lodovico, esempigrazia, ha nominato un conte che
non gli garba, ed ei lo cassa. Pipino non si conduce a senno suo, e
gli pone addosso un tutore; un'altra volta, scontento del modo in cui
Lodovico amministra le finanze del regno d'Aquitania, vi manda suoi
commessarii a ricoverare i beni del fisco. Un diploma del 795 ci porge
un altro esempio dell'autorità che Carlomagno esercitava negli Stati
de' suoi figliuoli; da quello apparendo che un Franco, a cui Lodovico
re d'Aquitania avea donato certa terra da coltivare nel proprio reame,
fu obbligato di ottener la confermazione del dono da Carlomagno stesso,
che gliela concesse ad istanza del re suo figliuolo. Ed in ogni cosa
si vede questa soprantendenza dell'imperatore sul governo de' suoi,
chè tutte le menti supreme son così fatte, concetto ch'esse abbiano
qualche gran disegno, raro accolgono i consigli, nè mai le opposizioni
degli altri, e se taluno esce dal cerchio delle idee da loro segnato,
lo sterminano; se alcuna volontà si attraversa alla loro, la scrollano.
Ogni grande intelletto altro non vuol che strumenti, nè sostiene uguali
e molto men superiori.
Le figlie dell'imperatore furono in maggior numero che i figli maschi.
Abitavan elle ne' suoi palazzi, sotto gli occhi suoi, e sempre
ei si mostrò tenerissimo verso di queste fanciulle, alle quali le
croniche danno i seguenti nomi: Rotrude, che fu per pochi dì fidanzata
all'imperatore Costantino Porfirogenito, e poi maritata a Roricone,
conte del Maine; Berta[110], la seconda, che fu sposa ad Angilberto;
dopo di queste si trovano nelle carte i nomi di Teodala e d'Eltruda,
figlie pur esse di Carlomagno, e abbadessa l'una d'Argenteuil, l'altra
di Marmoutier[111]. Ma la più famosa tra queste figliuole, colei
che lasciò lunghe tracce nelle memorie dei leggendari, si fu Imma o
Emma, che dalla tradizione si dà per amante e consorte a Eginardo, lo
storico, il cancelliere di Carlomagno, che diligentissimo raccolse
ogni minimo fatto del suo signore. Il racconto di questa patetica
leggenda trovasi appunto nella cronica del monastero di Lauresheim, pia
fondazione di Eginardo, posta nella diocesi di Vormazia, in mezzo alle
dilettose e amene montagne d'Eidelberga, dove religiosamente serbavasi
quanto render potea cara al popolo la memoria del suo fondatore.
Ecco ora la tenera storia della leggenda di Emma[112] e d'Eginardo, tal
quale dalla cronica è riferita: «Eginardo, arcicappellano e segretario
di Carlo imperatore, siccome colui che onoratissimamente esercitava
l'ufizio suo in corte, era da tutti ben voluto, ma sopra tutto dalla
figliuola dell'imperatore medesimo, di nome Emma, e già fidanzata al re
dei Greci, che lo amava di ardentissimo amore; il quale in brevissimo
tempo era venuto in amendue a dismisura crescendo, ma temendo l'ira
del re, non s'attentavano di pur mirarsi in viso. Se non che Amore,
sagacissimo, di tutto trionfa; e quell'orrevolissimo uomo, acceso
di tanto fuoco senza ristoro, non osando indirizzarsi per messaggeri
alla donzella, fattosi animo, tutt'a un tratto recossi, nel bel mezzo
della notte, nascostamente alle sue stanze, dove picchiato pian piano,
e come avesse ordine di parlarle da parte del re, ottenne licenza di
entrare. Trovatosi indi solo con lei, seppe tanto piacerle coi segreti
suoi ragionari, che dopo vari vicendevoli abbracciamenti, gli fu dato
cogliere il tanto desiderato frutto dell'amor suo[113]. Ma ecco che
volendo, all'appressar del giorno, tornarsene fra le ultime ombre della
notte, s'avvede esser d'improvviso caduto un gran nevazio, onde non
s'attenta d'uscire per tema che l'orme del piede non palesino il suo
segreto. Amendue dunque si rimangon chiusi, tutti angosciati pensando
a quanto avean fatto; quando nel consigliarsi tra il turbamento loro,
intorno a ciò che far doveano, la vezzosa donzella, fatta coraggiosa
dall'amore, pose innanzi un suo partito, e disse: che curvandosi
ella il terrebbe in ispalla, il porterebbe innanzi giorno fin presso
alla sua dimora, e ritornerebbe poi, ricalcando diligentissimamente
le stesse orme; alle proprie stanze. Ora avvenne, per voler divino,
siccome pare, che l'imperatore, avendo passato in veglia quella notte,
levatosi prima del giorno, si ponesse a guardar dalle finestre del
suo palazzo, e vedesse la figlia sua camminar lentamente e con passo
malfermo sotto il suo carico, e poi depostolo, ripigliar frettolosa
l'orme sue. Ma dopo di averli amendue tenuti d'occhio per un pezzo,
côlto in uno d'ammirazione e di dolore, e stimando che ciò non fosse
accaduto senza disposizione del cielo, raffrenossi, e tacque intorno
a quanto aveva veduto. Eginardo intanto, straziato dal suo fallo, e
ben sapendo che in un modo o nell'altro la cosa verrebbe all'orecchio
del re suo signore, prese, dopo molto dubitare, un partito, ed andò
all'imperatore, pregandolo in ginocchio, di affidargli una legazione,
sotto pretesto che i grandi e moltiplici servigi suoi non erano
stati ancora convenevolmente ricompensati[114]. Alle quali parole
il re, senza dare indizio di saper quanto sapeva, si tacque alcun
poco; poi assicurando Eginardo che avrebbe dato in breve risposta
alla sua dimanda, gli assegnò un giorno per venire a riceverla. Dopo
di che convocò tosto i suoi consiglieri, i baroni del regno e gli
altri della sua corte, e ragunato che fu questo splendido consesso,
cominciò dicendo che la maestà imperiale era stata sfacciatamente
oltraggiata dall'amor di sua figlia pel proprio suo segretario, onde
era grandemente offeso e turbato. Gli astanti a questo dire rimasero
stupefatti, e alcuni di loro, mostrando di pur dubitarne, tanto la
cosa era temeraria ed inaudita, il re la fece loro toccar con mano,
raccontando quel che veduto aveva con gli occhi suoi propri, e si
fece a dimandar loro consiglio in proposito. Diverse furon quindi le
sentenze contro l'audace autore del fatto; chi voleva ch'ei fosse
sottoposto a un castigo senza esempio; chi esiliato, e chi punito
con altre pene, parlando ciascuno a seconda della passione che il
movea. Certi altri tuttavia, tanto clementi più quanto più savi, dopo
essersi stretti a consiglio tra loro, supplicarono istantemente il re
d'esaminare da sè questa faccenda, e giudicar secondo la prudenza che
avea ricevuto da Dio.
«Visto ch'ebbe il re l'amore che ognun gli portava, e scelto fra i
vari pareri quello a cui voleva attenersi, fecesi a parlar loro di
questo modo: — Voi sapete gli uomini andar soggetti a vari casi, e
accader cose spesso che cominciano male e finiscono in bene. Non ci
disperiamo adunque, ma in questo fatto che per la novità e gravità sua
ha sorpassato la prudenza nostra, cerchiamo anzi piamente e rispettiamo
i fini della Providenza che mai non s'inganna, e sa convertire il male
in bene. Io non assoggetterò dunque per questa condannabile azione il
mio segretario ad un castigo, il quale non farebbe se non accrescere
il disonore di mia figlia anzichè cancellarlo; meglio stimando e più
dicevole alla dignità del nostro impero il perdonare alla gioventù
loro, e congiungerli in legittimo matrimonio, dando così all'impudica
colpa loro una veste d'onestà. — Alle quali parole del re tutti assai
si rallegrarono, altamente lodando la magnanimità e la clemenza sua.
Fu quindi introdotto Eginardo, e il re, salutandolo, gli disse con
piglio benigno: — Voi ci avete mosso lagnanza perchè la regia nostra
munificenza non abbia per anco degnamente rimunerato i vostri servigi:
ma, per dir vero, ne dovete dar colpa alla negligenza vostra, perchè
quantunque avvolto in tante brighe, delle quali io solo porto il peso,
se avessi saputa cosa che vi piacesse, avrei conceduto con essa il
premio dovuto al vostro servire. Ma per non trattenervi più in parole,
farò sul fatto cessare ogni vostra lagnanza con un magnifico dono, e
volendo avervi sempre fedele a me, come per lo passato, vi concedo in
isposa la figlia mia[115], la vostra portatrice, colei che, succignendo
le vesti, si mostrò sì mansueta a portarvi. — Poi tosto, per comando
del re, fu fatta entrare in mezzo a numeroso corteo la figlia sua,
coperto il volto di bel rossore, e il padre mise la sua mano in quella
di Eginardo con una ricca dote in terre, oro ed argento a dovizia,
e altre robe preziose. Morto poi il padre, anche Lodovico, piissimo
imperatore, fece dono a Eginardo della signoria di Michlenstad, e
dell'altra di Mulenheim, che ora si chiama Seligenstad[116].»
La storia d'Emma e d'Eginardo è fors'ella pure una di quelle cotali
leggende cavalleresche, di quelle tradizioni dei paesi in riva al
Reno, che sì piacevolmente dilettano l'imaginazione del viaggiatore
mentre scorre la Turingia e la Svevia, framezzo alle ruine di quegli
alpestri castelli, o lunghesso le acque del fiume che attraversano le
antiche città di Strasburgo, Magonza e Colonia? I critici di maggior
senno, combattono l'autenticità di questa leggenda; prima di tutti,
essi dicono, non trovarsi punto questo nome d'Imma o d'Emma nella lunga
lista delle figlie di Carlomagno, tutte nominate nei diplomi e nelle
croniche; ma e queste croniche stesse non dicon pure che: «L'imperatore
ebbe ancora molti figliuoli naturali ch'esse non nominano?» Poi gli
stessi critici aggiungono, che Eginardo medesimo non fa pur parola
ne' suoi annali della tenera avventura sua; ma quand'egli scrisse gli
annali, era uomo di tutta santità e la memoria dell'amor suo per una
donna conturbava l'anima dell'uomo divenuto austero e religioso, del
fondatore d'una badia[117]. Del resto i palazzi di Carlomagno erano
popolati de' figli suoi, e il superbo imperatore mitissimo era con
essi, e quegli occhi suoi, sì spesso sfolgoranti di sdegno e di furore,
tosto si rabbonacciavano alla vista loro, e sappiamo che le figlie
sue, libere troppo e scostumate, gli empievan la reggia di scandali,
tanto che dopo la morte di lui, il medesimo Lodovico, suo figlio, non
può fare di non dolersi del vivere licenzioso delle proprie sorelle;
altro punto questo di rassomiglianza tra Carlomagno ed Augusto, e con
l'antica famiglia dei Cesari di Roma. La tenerezza dell'imperatore
germanico per le sue figlie passò il segno, e le croniche toccano di
triste e incestuose loro passioni, che travagliaron la vita del comune
padre e signore.
L'imperatore, attempatosi, elesse per sua stabil dimora il palazzo
d'Aquisgrana, laddove quand'egli era giovine, e sentiva bollirsi il
sangue nelle vene, non avea residenza ferma, e mostravasi in ogni
luogo, sul Reno, sul Meno, in Baviera, in Ischiavonia, o ben anche
sull'Ebro; indole impaziente in un corpo vigoroso ed attivo egli godea
d'abitare i monti e le rive dei fiumi; ma di mano in mano ch'egli
s'inoltra negli anni quella vigoría e quell'attività lo abbandonano,
e allora il luogo del suo soggiorno è Aquisgrana; chè assalito com'è
da frequenti spasmi reumatici, contratti nei tempi delle sue regie
cacce framezzo ai boschi, e logorato dagli esercizi d'ogni sorta cui
si diede senza riguardo in tempo di sua gioventù, or ch'egli è vecchio
ne patisce, e ha bisogno di bagni caldi e dell'acque minerali che
scaturiscono ad Aquisgrana, dove fatta costrurre un'ampia vasca di
marmo, si tuffava tutto in quell'onda gorgogliante, per fortificare le
debili sue membra, e nuotando in quei bagni come un figlio del Reno
e dell'Elba, vi rimanea gl'interi giorni a tentar di rinvigorire il
corpo già fiacco e indolenzito, accorgendosi oramai che la vecchiaia lo
stringe, e ch'egli non è più il medesimo uomo.
Poi, ordinato ch'egli ha il suo vasto impero, Carlomagno attende
più specialmente ad apparecchiarsi il cammin della morte, ai doveri
suoi religiosi; moltiplica le carte di donazione ai monasteri e alle
chiese; edifica, innalza, costruisce, e tutto intento a cercar modi
con che perpetuare l'opera sua, trovasi in procinto già di lasciare un
immenso retaggio. Ma l'impero potrà egli durare ancora? Molti pericoli
tuttavia gli sovrastanno; i popoli del Nord, per poco rintuzzati,
non sono altrimenti sottomessi; gli Scandinavi serbano pur sempre
la loro fierezza e il desiderio di vendicarsi; i Sassoni fremono
sotto il giogo, onde, in cospetto della tomba, una viva inquietudine
s'impadronisce di Carlomagno, che ha misurato il pericolo e avuto
bisogno di ferrea mano ad arrestare il sollevamento dei Barbari contro
il grande impero da lui fondato. Ivi è l'immensa, l'inevitabil causa di
sua dissoluzione; ei ben se 'l vede, e vuole impedirla, onde s'accinge
a nuove guerre, e disciplina i Sassoni, e promulga capitolari; i Danesi
minacciano le sue frontiere, e l'imperatore, che non si sente più
forza per combattere, vuole che i suoi conti e leudi trattin d'accordo
con loro; vuole e desidera una pace, una tregua, una determinazion di
confini: la Baviera, la Sassonia, la Frisia fanno parte dell'impero
suo, e i Danesi rimangono nella penisola della Giutlandia; vorrebbe ivi
rattenerli, ma il potrà egli?