La Germania infatti facea sua grande occupazione della caccia, nè

cosa udir puossi più vera, più evidente, più di que' tempi, della

descrizione che il poeta sassone fa di quelle nobili corti plenarie

raccolte dall'imperatore nelle sue reggie, al momento che i latrati

dei cani e gli strilli de' falchi annunzian la caccia. «Uso è di

Carlomagno (così il poeta) abbandonarsi, nelle foreste, ai dolci

passatempi dalla campagna[81]; ivi egli sguinzaglia i suoi cani ad

inseguir le fiere, e tra il fitto degli alberi atterra i cervi a

frecciate. Al primo levar del sole, i giovani più cari al re corrono

verso il bosco, mentre i nobili signori stan già raccolti alle soglie

del palazzo, alle cui dorate cime s'innalza grande strepito sì che

quasi turba l'aere d'intorno; il guaito risponde al guaito, il cavallo

risponde all'annitrio del cavallo; i servi da piè si vanno l'un l'altro

chiamando, e i valletti, pronti a seguire i passi del loro signore,

si schierano dietro di lui. Il destriero che portar dee l'imperatore,

tutto coperto d'oro e d'altri preziosi metalli, par che trionfi,

e scuote irrequieto la testa, quasi a chieder licenza di correre a

grado suo per campi e per monti. Ci son giovani che recano bolzoni

guerniti di ferree punte, e reti di maglie a quattro fili, ed altri che

conducono accoppiati al guinzaglio veltri latranti e furibondi mastin.

Da ultimo vien re Carlo con cinta la fronte d'un ricco diadema d'oro;

il volto suo risplende di lume sovrumano, e la statura sua sopravanza

quella di quanti gli stanno d'intorno; i più sublimi in dignità fra i

duchi e i conti lo seguono. Le porte della città si spalancano, i corni

fan rintronar l'aere da lunge, e i giovani sbrigliano i cavalli al

galoppo. La reina stessa, la bella Luitgarda, lasciando finalmente il

superbo letto, s'inoltra in mezzo al corteo che l'accompagna; tinta ha

la gola d'un vivissimo color di rosa[82], e i capelli annodati da bende

purpuree, che le cingon le tempia, la clamide stretta al corpo da fila

d'oro, e la testa coperta d'un tocco. Lo splendor del suo diadema d'oro

e delle sue vesti di porpora si confonde con quel delle gioie ond'ha

ornato il collo. Le giovinette e care sue figlie l'attorniano, e il

destriero intanto va sotto di lei balzellando. Il resto della gioventù

aspetta fuori i figli del re, dei quali ecco finalmente apparir Carlo,

somigliante sì al padre nel nome, nelle fattezze e nei modi; e dopo

lui Pipino con le tempia cinte d'un luminoso metallo, in groppa ad un

generoso corsiero, ed in mezzo a numerosa comitiva; dietro a lui viene

il Consiglio, e i corni udir fanno il loro frastuono che giunge fino

alle nubi. Si avanzano quindi le figlie del re; Rotrude la prima, coi

capegli framezzati di filze d'amatiste, sulle quali brillano altre

pietre preziose, disposte senza disegno, per dar luogo alla splendida

corona di cui ha ornata la fronte, e al bel velo annodato da un filo

d'oro. Viene indi Berta, in mezzo alle sue figliuole, e nella voce,

nello spirito, nel portamento, nel sembiante tutta il padre: ella reca

in capo un magnifico diadema; ha le chiome intrecciate di fila d'oro,

il seno coperto di rare e preziose pellicce, le vesti coperte di perle,

ed anche le maniche tempestate di brillanti. Dopo di lei si fa innanzi

Gisela, splendida di modestia, in mezzo a un drappello di giovinette

vergini, vestita d'una roba tinta in malva[83], e col velo adorno di

vistosi galani di porpora. Adelaide, che segue a lei dappresso, è tutta

sfolgorante delle ricche gioie ond'è coperta; con un serico manto che

le scende dagli omeri, con la clamide annodata da un fibbiaglio d'oro,

guernito di fitte perle, e colla fronte ornata d'una corona similmente

di perle. Il focoso palafreno la porta negli opachi recessi dove si

nascondono i cervi. Vedi che s'avanza pur la bella Teodrada, con le

chiome aggruppate da lacci d'oro, con un ricco monile di smeraldi cinta

la gola, e di sofocleo coturno calzata il bel piede. Viene ultima

Ilrude, a cui la sorte assegnò questo luogo in coda della comitiva.

Tutti finalmente sono raccolti: si lasciano i cani, i cavalieri

accerchiano la selva, il cignale è scovato, i cacciatori s'imboscano;

Carlo si avventa sul cignale incalzato dai cani, e gl'immerge la spada

nel fianco, intantochè i figli suoi, da un alto circostante poggio,

godon di quello spettacolo. Indi egli comanda che si entri di nuovo in

caccia, e si atterrano altri cignali assai. All'ultimo si giunge ad un

luogo del bosco, dove furon, per questa occasione, così d'improvviso,

rizzati padiglioni e fontane, ed ivi Carlo, radunati i vegliardi, i

provetti e le caste verginette, li fa tutti sedere a mensa, ordinando

di mescer loro il falerno a ribocco. Intanto il Sol fugge, e la notte

copre dell'ombre sue tutto il creato.»

Questa bella descrizione d'una caccia carolina, all'ottavo o al nono

secolo, è una delle più curiose pitture che dar si possano delle

grandi corti plenarie: essa ci porta in mezzo alla famiglia stessa

dell'imperatore, alle sue donne, alle figlie sue, a' suoi sollazzi e

alle pratiche della sua casa. Tutte quelle gemme, tutto quell'oro, di

che risplendono le figlie regali, fanno contrasto con ciò che ci narran

le cronache intorno al vestir consueto, semplice tanto, di Carlomagno.

A quei tempi la vita pubblica era tutto, il capo signore tutto prestava

sè stesso a' vassalli suoi; gli accoglieva pomposamente, dovea loro

ospitalità alla foggia degli antichi, e banchettarli imperialmente, con

le tazze d'amatista, che passavano in giro, con pavoni, con le membra

del cervo palpitante, con la testa del cignale, e con vin del Reno a

fiumi.

Teodolfo vescovo, il poeta per eccellenza, ci descrive uno di questi

regali banchetti, alla corte di Francoforte, nei seguenti termini: «Già

i grandi ufiziali del palazzo[84] arrivano, ed ognuno è sollecito a

compier l'ufizio suo. Tirsi, pronto sempre al servigio del suo signore,

è tutto lesto, ed ha piedi, e cuore, e mani sempre in moto. Egli

porge l'orecchio alle suppliche che gli vengon da ogni parte rivolte,

fa le viste di non intenderne alcune, altre ne ascolta volontieri,

ed a chi concede l'entrata, a chi la nega. Questo zelante servitore

si tien sempre accanto al trono, tutto prudenza ed ossequio. Ecco

il vescovo, dal cui volto, candido come il suo cuore, traspare la

contentezza dell'animo. Vien egli per benedire il cibo e la bevanda del

re, e per mangiare anch'egli, se il re così vuole. Anche Flacco[85]

è qui, Flacco, la vera gloria dei nostri poeti, famoso per l'ingegno

e per le opere, che spiega i sacri dommi della Scrittura, e si ride

di ogni malagevolezza del verso. Poi v'è Ricolfo dalla grossa voce,

di mente svegliata, di elegante parlare. Ei dimorò lungo tempo in

regioni lontane, ma almeno non ebbe a tornarne a man vuota. E per

te pure, amabile Omero, avrei canti dolcissimi, se tu fossi qui,

ma tu se' lontano, e la mia musa si tace. L'accorto Escambaldo v'è

anch'esso venuto, con le doppie sue tabelle in mano; le mani, che gli

pendono ai fianchi, stanno per ivi raccoglier le vostre parole, e le

ridiranno senza ch'ei parli. Lentulo reca un cesto di poma, Lentulo,

anima fida, di pronto ingegno, ma di tarde membra. Nardino corre da

un luogo all'altro, simile a una formica, con instancabil piede[86];

un ospite industre abita l'angusta sua casetta, e un gran cuore anima

il suo picciol corpicciuolo, onde ora tu lo vedi intento nel libro che

ei reca in mano, ed ora in atto d'aguzzare il dardo che dee dar morte

allo Scozzese. Frisidio prete vien poi, a fianco di Ocolfo, compagno

suo, uomini semplici amendue, ma dottissimi. Insieme accompagnati

Escambaldo, Nardino ed Ocolfo far potrebbono a meraviglia i tre piedi

d'un desco, però che quantunque uno di loro sia più grosso degli altri,

son tutti d'una medesima grandezza. Giunge indi Menalca, tergendosi

la fronte bagnata di sudore, entra e rientra spesso fra panattieri

e cuochi, recando cautamente le imbandigioni, ch'ei passa dinanzi al

re; Eppino, il coppiere, viene anch'esso, portando vasi preziosi che

chiudono vini squisiti. Tutti i convitati siedono intorno intorno alla

regia mensa; la gioia regna in tutti i volti, nè sì tosto Alcuino avrà

benedetto i commensali, ognuno parteciperà del convito.»

Questi splendidi conviti si tenevano solo a' giorni solenni dell'anno,

però che, se deesi prestar fede a Eginardo, Carlomagno era per costume

il più frugale degli uomini. Egli non mangiava solitamente più di

quattro leggerissimi piatti[87], comechè avesse una statura di sette

piedi, ed un ventre trionfale. A somiglianza di tutti gli uomini di

razza germanica, gli piacea la carne arrosto, perchè rinforza il corpo

e dà vigore alle membra; affaticava molto, sì che gli era tolto il

digiunare, anche in quaresima, ed avea preso in Italia l'uso di dormir,

dopo il pasto, di pien meriggio, e questo sonno meriggiano miglior gli

parea che quel della notte, uso, com'era spesso, a levarsi fra quella,

e porsi al lavoro co' suoi segretari. Le vesti e gli abbigliamenti

dell'imperatore e de' suoi leudi niente aveano di sfarzoso, eccettochè

nelle feste solenni, delle quali ho parlato; l'inverno portava, di

solito, una pelle di lontra foltissima per difendersi dal freddo;

nelle miniature poi del _messale_ di Carlo il Calvo, lo abbiamo

dipinto in clamide, con alcuni ornamenti tolti da quelli della corte di

Costantinopoli, chè i Barbari amano essi pure il lusso, quand'hanno a

mostrarsi agli occhi della moltitudine.

Nelle sue pratiche cotidiane Carlomagno era sobrio, siccome gode di

dire Eginardo, e la testimonianza sua, non ostante il favore che ei

mostra spesso pel principe e signor suo, ha un tal colore di verità da

non poterla rifiutare. «Sobrio nel mangiare, così egli, ma più sobrio

ancora nel bere, aborriva l'ubriachezza in chichessia, non dico poi in

sè stesso e ne' suoi. Quanto al cibo, ei non potea tanto privarsene

quanto avrebbe voluto, e di frequente lagnavasi che il digiuno lo

molestava. Non dava, se non assai raramente, grandi banchetti, alle

feste principali soltanto, e allora convitava gran numero di persone.

Ne' suoi pasti cotidiani non si servivano mai più di quattro piatti,

oltre l'arrosto, che era dai cacciatori recato in sullo schidone, e di

questo egli era più ghiotto che d'ogn'altra vivanda. Durante il pranzo

si facea recitare a memoria o leggere, più volontieri che altro, le

storie e le croniche dei tempi passati. Gli piacevano pure assai le

opere di sant'Agostino, e particolarmente quella che ha per titolo

_la città di Dio_. Era sifattamente astemio del vino e d'ogni altra

specie di liquori spiritosi che non bevea più di tre volte in tutto

il suo desinare. In estate, dopo il pasto meridiano, mangiava qualche

po' di frutta, beveva un tratto, poi si spogliava delle vesti e della

calzatura, come facea la sera per andare a letto, e riposava un due o

tre ore, uso com'egli era, non che ad interromper, destandosi, quattro

o cinque fiate il sonno della notte, ma ben anche a levarsi del tutto.

Nè solo egli ricevea gli amici mentre si calzava e vestiva, ma se il

conte del palazzo gli avea a render conto di qualche causa in cui non

si potesse giudicare senz'ordine suo, facea pur issoffatto introdurre

le parti, informavasi della quistione, e sentenziava, come s'egli

sedesse in tribunale; e non bastandogli di sbrigare in quei momenti le

cause, spediva quanto avea a fare tra 'l giorno, e dava gli ordini a'

suoi ministri.»

In tutti i dipinti della Germania a riva del Reno, che ritraggono

Carlomagno, noi lo vediamo pur sempre sotto le medesime forme, con

la statura medesima, col medesimo piglio; un gigante cioè, con la sua

clamide, il suo manto reale, la palla del mondo, la spada e lo scettro

in mano, e la corona in fronte: il quale non è forse tanto il ritratto

fisico di Carlomagno, quanto il concetto che il mondo erasi fatto della

sua grandezza, ed un sunto delle tradizioni contemporanee che passano

di secolo in secolo. Il Carlomagno delle leggende e delle croniche è

fatto sullo stesso modello, e quasi dissi, col medesimo bronzo; a Monza

egli è tale quale ad Aquisgrana, in sul Reno, sull'Elba, alle Alpi ed

a' Pirenei. Alemanno, Lombardo o Sassone egli è sempre qualcosa al di

sopra dell'umanità.

Non pertanto quelle diverse nazioni raccolte in un solo impero

conservaron le costumanze loro e le loro leggi, nè i capitolari,

esperimento com'ei sono d'unità per la legislazione, ottener mai

non poterono questo fine. La lingua comune e volgare era la romanza,

miscuglio di latino e di gallo, unito a qualche frase sassonica, e

parlavasi generalmente nelle città, nei contadi fra i servi; ma il

tempo appena ci conservò qualche sparso frammento di questa lingua

primitiva; i sermoni più antichi che si abbiano, appartengono al decimo

secolo, poichè i concili ordinavano predicazioni in lingua volgare, a

farsi meglio intender dal popolo. Il latino era usato dai cherici nelle

loro corrispondenze con Roma, centro e grande unità che conservava e

perpetuava la coesione fra le diverse molecole della cristianità; i

concilii, la legislazione, i capitolari, tutto fu scritto in latino.

La lingua tedesca o germanica fu pur essa gelosamente conservata da

tutti gli uomini d'arme che seguivan Carlomagno alla guerra, ed ei pure

si dilettava di parlarla, e d'udir recitare, in questo idioma della

patria, le gesta degli antenati; la tedesca era la sua lingua usuale,

chè germanico di costumi e d'origine, quest'imperatore non era nè gallo

nè latino, e tutto in lui sapea delle costumanze alemanne. In fatti,

quand'egli ha a dare i nomi ai mesi dell'anno, appicca loro epiteti di

origine sassonica, e gennaio è detto il mese dell'inverno; febbraio,

del fango; marzo, della primavera; aprile, della Pasqua; maggio,

dell'amore; al mese di giugno dà un nome sassone, d'ignoto significato;

luglio è il mese del fieno; agosto quel delle messi; settembre e

ottobre, della vendemmia; novembre, dell'autunno; dicembre pure ha un

nome sassone d'ignota significazione. Anche a distinguere i venti, ei

toglie altre parole dell'idioma sassone[88], chè la lingua barbara gli

piace, e la parla usualmente, nè per altro mantiene la pratica della

lingua latina, e lo studio della greca, se non perch'ei fondar vuole

un imperio romano sugli elementi delle consuetudini di Bisanzio e della

città eterna.

Nelle sue relazioni coi leudi, Carlomagno anch'egli parla la lingua

tedesca che usasi ne' suoi palazzi; duchi, conti, _missi dominici_,

tutti accorrono alla sua chiamata, ed egli tutti li raduna nelle

sue corti plenarie, alle grandi solennità di Pasqua e Natale; colà

egli ascolta i rapporti loro, e sa quanto avviene in ogni provincia.

L'adunanza delibera s'egli è a far guerra o pace, se a muovere ai

confini dell'impero, se a compiere qualche nuova spedizione. Il popolo

ha pur voce nei capitolari, e sotto il nome di popolo si dee intendere

i grandi, i vescovi, i cherici, i conti, i leudi, i Franchi che

assistevano alle corti plenarie, però che il popolo vero altro non è

che la gallica turba dei merciaiuoli, dei servi, degli affrancati, che

vivevano del tutto estranei alle pubbliche cose.

La vita attiva non è altrimenti pel colono, ma sì per lo leudo, pel

conte, pel vescovo, pel cherico, per tutti coloro che muovono alla

guerra, o signoreggiano la generazione con le dottrine religiose.

L'imperatore avea bisogno degli uomini d'arme per le spedizioni

lontane, e dei cherici per le preci, per la predicazione, per l'ordine,

per la disciplina: d'onde l'usar suo sì frequente coi conti e coi

vescovi, e il parlar famigliarmente con loro, come con la sua gente di

casa. Ei regola la polizia, e quando il zelo comincia a raffreddarsi ei

lo rinfoca, e scrive ad uno de' suoi conti: «Adelardo, tu non facesti

il dover tuo, e ti sei quindi meritato il mio sdegno.» Ed a questo o

quel vescovo: «Tu non osservi i sacri canoni, tel dico io.» Il monaco

di San Gallo narra, nella sua poetica relazione, ben venti fatti circa

il modo che tenea Carlomagno a invigilare sui portamenti dei conti e

dei vescovi[89].

Abbiam detto che la lingua usuale di Carlomagno era la tedesca, ma pure

il carteggio suo il teneva in latino; se non che i suoi scritti e le

sue lettere non erano vergate da lui, essendo in ogni villa e palazzo

scrivani o segretari che ponevano in carta i voleri dell'imperatore,

i diplomi o i capitolari. Carlo tratteggiava assai male le lettere, ma

disegnava a perfezione il suo monogramma; il nome Karolus si comprendea

quasi tutto in una sola k, l'a in sulla destra, l'r in cima, l'o

sulla sinistra, e lus appiè del monogramma. Il segretario cancelliere

scriveva il diploma, e questo semplice monogramma, in un col sigillo,

bastava a significar i voleri dell'imperatore. Rarissime volte era

nel sigillo impressa l'effigie di Carlomagno, chè anzi usavasi quasi

sempre un cammeo antico, con l'effigie di Aureliano, di Traiano, di

Marco Aurelio, e talvolta ben anco d'un'antica deità, che improntavasi

appiè del rescritto o del diploma; uso questo introdotto fin dal tempo

de' Merovei. Sì belle eran poi queste imagini romane, che gli artefici

franchi non si sarebbero attentati di cambiarle.

Gli atti promulgati da Carlomagno son tanti, che impossibil sarebbe di

tutti annoverarli, ed a pena toccar si può per sommi capi d'alcuni di

essi. Ed ecco presentarcisi primo un diploma, con cui egli elegge a

messo regio Olderico, a sentenziar le cause de' monasteri in Italia.

Poi un altro, con che fonda il monastero di Neustad, e piglia sotto

la sua protezione le badie di San Dionigi e di San Martino, grandiose

fondazioni di quel tempo. Dalle grandi cose passa indi alle più

piccole, e ad un soldato gregario, di nome Giovanni, che combattè da

prode contro i Saraceni, concede un gran feudo nel borgo di Narbona;

e conferma le immunità loro alle chiese del Mans, i suoi privilegi a

San Martino di Tours, e le donazioni fatte da sua sorella Gisela al

monastero di San Dionigi; poi edifica e dota il monastero di Eresburgo,

ed ancora concede a San Martino di Tours due legni per navigar la

Loira e la Vienna; comanda che restituiscasi a San Vincenzo di Macon

quanto gli fu ingiustamente carpito; assegna le formole al giuramento

di fedeltà per tutti i monaci e canonici; conferma i privilegi della

chiesa d'Osnabruc, sgrava certi monasteri d'ogni gabella di navigazione

e di trasporto, e li regala d'alcune foreste. Queste carte, quasi

tutte appoggiate alle medesime ragioni di pietà, hanno una formola

generale, che ripetesi in tutti gli atti carolini, e siccome recano

indistintamente la data del regno d'Italia o di Francia, o dell'impero

d'Occidente di Carlomagno, così ci ha in queste date grandissima

confusione.

Le monete del suo regno sono rarissime, chè ben poche scamparono ai

guasti del tempo, e consistono in alcuni danai d'oro o d'argento, con

l'impronta della città, solo che sur una o due si discerne un'effigie

che può esser presa per quella dell'imperatore. I conti facevansi per

soldi, lire e denari; la lira era di dodici once romane d'argento,

e dividevasi in venti soldi, e il soldo in dodici denari; e quanto

ai pesi, ben è vero che s'eran conservate quasi da per tutto le

denominazioni romane, ma pure ogni luogo aveva le sue; facevasi il

conto a misure, come si vede ne' capitolari; il sestaro, lo staio,

il piede, si veggono accennati a fondamento de' calcoli agrarii; e

l'aripenno e la mensa eran le misure del terreno, siccome abbiamo dal

Poliptico dell'abbate Irminone. Il prezzo facevasi generalmente in

soldi, la lira era una specie di moneta di convenzione, che figurava

nelle scritture; nè v'era altra moneta effettiva che il soldo e il

danaio, però che la lira sarebbe stata una di troppo peso; tutti i

contratti facevansi a soldi.

Al tempo di Carlomagno furon pur coniate alquante medaglie, a

celebrare i grandi avvenimenti, come quelli sarebbero della caduta de'

Longobardi, e dell'esaltazione all'impero del re franco, due fatti che

si collegano con le tradizioni di Roma. A Roma era l'uso di tramandar

nel bronzo le memorie degli eventi, e intanto che il trionfatore

scorreva le vie principali, si coniavan medaglie in commemorazione,

onde che Carlomagno, uso toglier dai Romani quanto riferivasi alle

memorie, alla magnificenza, alla porpora, non trascura nè in questo

le forme antiche. Ed è a notar qui che la schiatta carolina ben poco

trae dalle instituzioni e consuetudini de' Merovei; la creazione d'un

impero d'Occidente, tramuta, a così dir, le antiche costumanze della

monarchia; una nuova era comincia sotto il doppio impero delle idee

germaniche, quanto alla forza materiale, e delle forme romane, quanto

alla potenza storica e morale. E' non trattasi già più dell'antica

Neustria e dell'Austrasia, ma d'un impero d'Occidente, di cui la

Francia non è altro più che una frazione; tanto che quando quest'impero

ebbe a cadere, furon de' rottami suoi composti diversi principati,

ognuno sotto ad un re; i Carlinghi non furon da nulla preceduti, che

somigliar potesse all'opera loro, e questa tutta perì insiem con loro.

L'eredità delle consuetudini, delle leggi, dei costumi dell'impero dura

ben più in Germania che in Francia; in sul Reno tutto ancor sente della

schiatta carlinga; in Francia, all'incontro, i Capeti non furono se

non conti franchi, che si fecero re dei Franchi. E che avean eglino di

comune con Carlomagno?

CAPITOLO VIII.

ULTIMO PERIODO DEI CAPITOLARI.

I capitolari legislativi. — Personalità delle leggi barbare,

franche, saliche, ripensi, lombarde, visigote, romane. — Capitolare

addizionale alle leggi saliche e ripensi. — Analisi del _Poliptico

dell'abbate Irminone_. Giurisdizione dei conti e dei vescovi.

Placiti degli scabini e dei centurioni. — Capitolari circa la

milizia. — Forma delle dimande all'imperatore. — Rescritti. —

Somiglianza e dissomiglianza tra i sinodi e i placiti. — Indole

generale della legislazione di Carlomagno.

800 — 814.

I capitolari di Carlomagno non tutti derivano dal medesimo principio,

nè tutti hanno il medesimo intento; alcuni, meramente domestici,

non altro comprendono che l'amministrazione dei dominii regi, e si

riferiscono alla disciplina, all'economia dei palazzi, delle tenute,

delle colonie che compongono il reddito maggiore del principe; altri,

che sanno di origine ecclesiastica, non sono che concilii nazionali

deliberati dai vescovi, i quali attingon lo spirito loro dai principii

generali della Chiesa; i più finalmente di essi capitolari mirano più

specialmente a regolar la legge civile, vale a dire lo stato delle

persone, leudi, uomini d'arme, coloni o servi che fossero; indi a

stabilire la qualificazione delle proprietà, in allodio, benefizio

o dominio, divenendo per siffatto modo, come se tu dicessi, il

supplimento al codice d'ognuna di quelle barbare nazioni.

Delle quali nazioni la maggior passione era quella di governarsi con le

proprie leggi; niente v'era che affezionasse le persone al suolo, nè

v'erano statuti o leggi territoriali, chè le popolazioni, correndo da

un luogo in l'altro, seco portavan le leggi loro, nella guisa che gli

antichi le are de' loro Dei. Il vasto impero di Carlomagno comprendeva

popoli diversi, ognun de' quali aveva il suo diritto scritto; i

Longobardi, le loro leggi particolari deliberate nelle diete di Pavia o

di Milano; i Bavari, il codice teodosiano e il giustinianeo; i Salii e

i Ripensi, quelle due grandi famiglie della gente franca, le loro leggi

personali; i Romani ed i Sassoni invocavano essi pure una legislazione

speciale, per modo che ognuno era governato secondo il proprio suo

codice e diritto. La legislazione era, per così dire, a scelta di chi

volea: e un uomo libero potea dichiararsi soggetto alla legge che a lui

meglio tornasse; il diritto fra que' popoli era tutto personale, e il

Franco, l'Alemanno, il Gallo, il Longobardo, il Romano, il leudo, il

cherico, dir poteva: «Questa è la mia legge; io sto a questa, nè altra

io ne voglio.»

Storia di Carlomagno vol. 2/2 · 第 9 / 23 段