scorrer le terre da essi dipendenti con istruzioni generali intorno al
buon governo, o come oggi si dice, alla polizia del popolo. «Niuno, ivi
è detto, s'attenti d'appropriarsi i servi, i confini, il terreno, nè
altro che appartiene all'imperatore, e nè tampoco faccia di trafugargli
o nascondergli i suoi servi fuggitivi, che falsamente e ingiustamente
si spaccian per liberi, ecc.» Le quali istruzioni e provvisioni
amplissime, sovr'ogni punto di polizia, sono una maniera di ordinamento
amministrativo nell'esaltazione dell'imperatore, chè dopo il giuramento
ben era d'uopo far conoscere i voleri del nuovo signore, e consolidar
l'azione dell'invigilanza sua su tutto l'impero. Poi, stabilito
quest'ordinamento politico, seguono tosto le provvisioni intorno
al clero, però che i due ordini civile ed ecclesiastico sempre si
mescolano e confondono insieme. «I vescovi, gli abbati, e le abbadesse,
abbian loro avvocati, e vice signori, e centurioni versati nelle leggi,
amanti della giustizia, pacifici e buoni, che mirino in tutta pace e
concordia a terminar le liti secondo la legge. I conti e i centurioni
chiamino tutti dinanzi a loro, per rendere a tutti giustizia, e
tengano per subalterni persone che osservino fedelmente la legge, che
non opprimano i poveri nè tampoco nascondano per promesse o doni, nè
per qualunque altra ragione, i ladri, gli omicidi, gli adulteri, gli
stregoni, gl'incantatori, le indovine; ma anzi li palesino affinchè
sieno puniti secondo la legge, e il popolo cristiano sia liberato da
siffatte molestie.» Con molte altre simili provvisioni, in tutte le
quali v'ha qualcosa che sa dell'ospitalità germanica, ivi il principe
essendo il padre comune, il protettore dei deboli, e l'imperatore
parlandovi parole paternali che ricordano le foreste di Lamagna, e
quelle antiche quercie ospitali. Del resto la potente autorità sua
dee a tutto provvedere, e però egli prosegue: «Ognuno si tenga pronto
a ricevere gli ordini nostri, e se taluno adduca in pretesto non
essersi trovato pronto al momento in cui giunse il nostro ordine,
sia tradotto al nostro palazzo. Ognuno porga aiuto ai nostri messi
affinchè si faccia buona giustizia. Lo spergiuro sia severissimamente
vietato, necessario essendo di estirpar dal grembo della cristianità
quest'abbominevol delitto; s'egli è provato che taluno abbia giurato il
falso, perda la mano diritta, e sia privato del suo patrimonio, fino ad
ulterior nostra decisione.» Lo spergiuro infatti è un gran delitto in
una legislazione che tanto si posa sul giuramento.
Poi vengono le leggi intorno alla custodia delle foreste, e luoghi
di passatempo e bandite dall'imperatore, e tutte queste leggi sono
severissime, come suole nelle civiltà primitive, e confidate alla
vigilanza dei messi regi.
I _missi dominici_ eran dunque, come si vede, gli organi e i ministri
d'una grande centrificazione[74] che avea per nocciolo, a così dire,
l'imperatore. Carlomagno vuol tutto sapere, tutto conoscere da sè
stesso, poichè trovandosi a fronte d'una civiltà mezzo barbarica
e imperfetta, gli convien tutto senza posa ridurre all'unità con
un'attenta soprantendenza. Tre anni appresso un'altra commissione
viene affidata a que' regi ufiziali, e quella è di recare i capitolari
dell'imperatore in tutte le provincie, e inculcarne l'osservanza. Un
articolo sembra ivi speciale pe' Bavari, da lui pur dianzi assoggettati
all'impero suo, quello in cui vuol che rispettati sieno gli usi loro e
privilegi; conservando così il conquistatore le leggi dei duchi di quel
paese, benchè spogliati della signoria loro, in quel modo che già ebbe
a conservar le leggi dei Longobardi, dei Visigoti e dei Sassoni stessi.
Questi capitolari, che intitolar si possono dell'esaltazione
all'impero, sono affidati, per l'esecuzione, a messi regi tolti fra
iconti ed i vescovi, a ognun de' quali l'imperatore medesimo addita
l'itinerario suo, in questi termini: «L'arcivescovo Magno e il conte
Gotifredo si recheran dapprima da Orleans alla Saona, per la più
corta, poi si renderanno a Troyes e nel contado di questa città, indi
a Langres e da Langres a Besanzone in Borgogna, poi di quivi ad Autun
e alla Loira fino ad Orleans. Fardolfo e Stefano scorreranno il contado
di Parigi, le terre di Melun, Etampes, Chartres e il Poissy. I vescovi
Mainardo e Madelgando scorreranno il Maine, il Bessinese, il Cotentino,
l'Avranchino, il territorio d'Evreux, e su questa medesima riva della
Senna, il territorio pure di Reims.» Nei capitolari non abbiamo altri
nomi di messi che i sopraddetti, ma non è tuttavia men certo che tutto
il territorio dell'impero fu visitato da questi deputati imperiali,
assegnata a ciascuno la sua particolar giurisdizione.
Nell'anno medesimo, un'altra general commissione viene affidata ai
missi dominici che scorrer deggion l'impero, e il capitolare ad essi
indiritto è dato da Carlomagno dal palazzo di Nimega, in mezzo alle
solitudini e alle selve del Vaalla. Il qual capitolare, tutto speciale
siccome quello che si riferisce a' tempi di carestia, comprende il
principio delle due grandi provvisioni di cui ho più sopra parlato,
l'uniformità dei pesi e delle misure, e il maximum, o per lo meno la
tassazion regolare del prezzo de' grani. Un altro capitolare, indiritto
pur esso ai messi regi, comprende discipline ancor più generali
sui placiti[75], sulle diete e sulle imposte. «Nessuno, eccetto gli
scabini e vassalli del conte, sia obbligato presentarsi al placito,
se non ha cause da far giudicare; e i nostri messi usino misericordia
inverso di tutti. I testimoni vengano al placito ancor digiuni[76],
come già ordinammo nei precedenti capitolari, e se mangiarono, non
possano più render testimonianza, nè prestar giuramento, e prima di
farli giurare sieno appartatamente interrogati.» E così via in questo
capitolare, si vien tutto ordinando ciò che si riferisce alla buona
e retta amministrazione della giustizia, salvo colà dove si ammette
il combattimento giudiziario fra l'accusato di giuramento falso
e l'accusatore; ma era la consuetudine dei tempi in cui la forza
prevaleva alla ragione.
Ma se da una parte Carlomagno vuol che a tutti sia resa giustizia,
egli dall'altra desidera di non essere in casa noiato con ingiuste
doglianze, e però i litiganti non deggiono a lui ricorrere se non per
forti e gravi cagioni. «I nostri messi e i conti ci faccian sapere
i litiganti rei di menzogna perchè sieno puniti. Le cause che si
riferiscono alla proprietà o alla libertà delle persone, non debbono
conchiudersi dinanzi ai vicarii o centurioni, ma sibbene alla presenza
dei messi imperiali o del conte, ecc.» Poi a queste formole generali
di diritto, che gl'inviati o messi regi seco recavano, come il sunto
delle sovrane intenzioni, Carlomagno aggiungeva peculiari istruzioni
atte ad indirizzarli, e tenerli a segno nell'ufizio loro. Essi dovean
poi principalmente informarsi delle cagioni onde non pochi pretendevano
esser esenti dalla milizia, e tutte egli le riassume nelle sue
istruzioni a loro; indi, a far che siffatti grandi abusi nel militare
servigio non si rinovino, tocca, in un capitolare, ai messi medesimi
indirizzato, delle leggi che al detto servigio si riferivano, con le
seguenti parole. «Ogni uomo libero che possegga quattro mansi del suo,
o dategli in beneficio da qualche altro, sia pronto a muovere insiem
col suo signore, contro il nemico. A chi non possiede più di tre mansi,
un uomo aggiungasi che sia possessore di una, se la intendano fra di
loro, e basta che un solo di essi rendasi al campo. Chi ha due mansi
verrà accompagnato con chi ne abbia altri due, ed essi pure si acconcin
fra loro in modo che un solo si muova; e così si accompagneranno
e acconcieranno quattro possessori d'un manso solo per ciascuno,
affinchè l'un solo di essi abbia a partire. Chiunque sarà convinto di
non aver voluto acconciarsi con un altro, o muovere contra il nemico,
dovrà pagare un'ammenda, secondo la legge. Se alcuno adduce essere
rimasto a casa per ordine del conte, del vicario o del centurione, e
aver a questi contato il danaro che gli sarebbe convenuto adoperar
nell'allestirsi per la guerra, i nostri messi faranno indagini a
scoprir se sia vero, e quando sì, condannino all'ammenda colui che avrà
dato all'uomo licenza di restarsene, sia pur esso un conte, un vicario,
l'avvocato d'un vescovo o d'un abbate. Da quest'ordine e dall'ammenda,
sieno esenti i due uomini dal conte lasciati a casa in custodia della
moglie, e i due altri ancora rimasti a guardia delle sue sostanze o
per utile nostro e servigio[77]. Per lo stesso motivo noi vogliamo
che oltre ai due nominati da lasciare in custodia della sua donna, il
conte ne lasci altri due in ciascuna delle sue possessioni; ma tutti
gli altri debbon seguirli alla guerra. I vescovi e gli abbati pure non
dovranno tener seco a casa se non due dei laici loro. Tutta la nostra
gente, e quella dei vescovi e degli abbati, che possiede beni del suo o
in benefizi, marciar dee contra il nemico ad ogni comando nostro, salvo
quelli a cui abbiam conceduto di rimanersene co' loro signori, e se
v'ha chi abbia pagato danaro per cansarsene, o sia restato a casa con
permissione del suo signore, paghi, come dicemmo, un'ammenda al nostro
fisco. Così pure vogliamo che i nostri messi faccian pagare ammende a
tutti coloro, sien conti, vicarii o centurioni, che dovean marciare
contro al nemico, e nol fecero. Di questo capitolare saran fatte
quattro copie, una delle quali da serbarsi in mano dei regi messi, ed
un'altra da consegnarsi al conte nel cui governo dovrà essere eseguito,
affinchè nè gli uni nè l'altro facciano cosa in contrario agli ordini
nostri. I messi che comandano l'esercito, avranno la terza copia, e la
quarta sarà conservata dal nostro cancelliere.»
Or che tu hai conosciuta questa sì vasta legislazione intorno ai
missi dominici, puoi anche aver curiosità d'informarti, con l'esame
degli antichi documenti, del modo con cui quelli adempievano l'ufizio
loro; ci restano in fatti ancora alcune relazioni dei medesimi, nelle
quali è da cercare la storia dell'amministrazione di Carlomagno.
Ecco dunque le formole che questi _missi dominici_, investiti d'una
smisurata podestà com'erano, usavano coi conti, e cogli abbati,
legittimi possessori dei benefizi. «Adalardo, Folrado, Unroco, ed
Orcolfo, _messi_ dell'imperatore, salutano nel Signore il conte
dilettissimo. Non è ignoto alla bontà vostra che l'imperatore mandò
noi, Radone, Folrado, ed Unroco in questa legazione, per fare quel
più che crederemo opportuno, secondo la volontà di Dio e la sua. Se
non che Radone, essendo caduto infermo s'è trovato impedito a formar
parte di questa deputazione, in tempo che più che mai sentir facevasi
il bisogno della presenza sua, onde piacque al nostro imperatore
d'aggiungere a noi Adalardo ed Orcolfo, affinchè tutti, di compagnia,
abbiamo a metterci all'opera, secondo la volontà di Dio e la sua,
come testè abbiamo detto. Entrati adunque in questa legazione, noi
vi mandiamo questa lettera, ordinandovi, per parte dell'imperatore, e
pregandovi, per parte nostra, di provedere in tutti i modi possibili
a tutte le cose che da voi dipendono, tanto a quelle che riguardano
il culto di Dio e il servigio del signor nostro, quanto a quelle che
riguardano la salute e difesa del popolo cristiano, comandato essendo
così a noi come a tutti gli altri messi, di dargli relazione verso
la metà d'aprile, del modo in cui saranno stati eseguiti gli ordini
suoi, affin ch'ei dar possa le meritate lodi a coloro che gli abbiano
adempiuti, e riprender severamente quelli che ad essi si sien mostrati
recalcitranti e ribelli. E che potremmo noi dirvi di più? Egli vuole
che non solo gli riferiamo in che siasi contravvenuto agli ordini
suoi, ma ben anche gli additiamo coloro, dalla cui negligenza aiutate
furono simili contravvenzioni. Noi quindi vi ammoniamo a rileggere
i capitolari, a ricordarvi degli ordini avuti in voce, ed a porre in
tutto il vostro zelo, sì che non abbiate se non ricompense a ricevere
tanto da Dio, quanto dal vostro potentissimo signore. Noi vi ordiniamo
altresì, ed esortiamo, insieme con tutti i vostri subordinati e
cogli abitanti della vostra provincia, d'essere obbedienti al vostro
vescovo, sia egli presente, o aver vi faccia gli ordini suoi, senza
por trascuranza nell'eseguirli; e il medesimo fate negli obblighi
vostri verso l'imperatore e in tutto ciò che vi fu ordinato in iscritto
ovvero in voce. Rendete la giustizia alle chiese, alle vedove, agli
orfani, a tutti insomma, senza male preoccupazioni, senza trarne
ingiusto profitto, senza indugio fuorchè il necessario, in forma intera
e irreprensibile, giustamente e rettamente, sia che la cosa riguardi
voi medesimi, sia che essa riguardi alcuno dei vostri dipendenti o
tutt'altra persona. I ribelli o scredenti agli ordini vostri, e coloro
che sottometter non si volessero alla giustizia vostra, sieno da
voi fatti incarcerare, qualunque sia il numero loro, e se fa d'uopo,
mandateli a noi, o diteci il bisogno, quando saremo insiem raccolti,
sì che noi possiamo metter in pratica contro di loro i comandi avuti
dall'imperatore. Se v'ha qualcosa negli ordini da voi ricevuti di che
non siete ben certi, mandateci in diligenza qualche uomo intelligente,
che noi glielo spiegheremo, affinchè vi sia fatto chiaro, e lo mandiate
con l'aiuto di Dio ad esecuzione. Badate bene altresì, che non si trovi
alcun di voi, o della vostra contea, che dica: _Zitto! zitto! lasciamo
passare i messi, e poi ci faremo giustizia tra noi_. La giustizia non
dee esser così soprattenuta nel suo corso, anzi fate che le cause tutte
sieno recate innanzi a noi. Perchè se tanta sia la tristizia vostra, e
abbiate prodotto, sino alla nostra venuta quelle cause che voi avreste
potuto giudicar senza l'aiuto nostro, sappiate che renderemo di voi
rigorosissime informazioni[78]. Conservate questa lettera, e leggetela
spesso affinchè ella vi serva d'istruzione, e dir possiate d'aver
operato appunto siccome vi fu da noi scritto.»
Non v'ha cosa che meglio di queste contemporanee scritture manifesti
l'andamento e il merito dell'amministrazione di Carlomagno; sono
avanzi di leggi e monumenti venerandi, entro i quali cercar si debbono
i costumi, gli usi e le consuetudini di que' tempi; i capitolari e
le istruzioni date ad un di questi messi appien vi narrano il vero
spirito dell'amministrazione politica dell'ottavo e del nono secolo.
Uomini ben potenti eran cotesti messi regi, però che la podestà loro
non avea limiti, e comandavano ai conti con l'autorità che tenean
dall'imperatore, ed erano imagine quasi e simbolo dell'unità carolina.
Il più eminente di questi grandi magistrati ambulatorii si fu il
vescovo d'Orleans, del quale toccai già più sopra, di nome Teodolfo,
che fu da Carlomagno deputato a formar parte della legazione, l'anno
811 mandata a visitar tutte le città meridionali, a veder se i placiti
erano ben condotti, se a dovere le Assise, se l'entrate del fisco erano
regolarmente raccolte, se le città romane conservavano i loro privilegi
o i loro municipii, se le chiese stavano soggette alla disciplina.
Teodolfo era una mente amministrativa di grandissimo valore, uomo di
segnalata dottrina, e per l'origine sua apparteneva alla scuola italica
insieme e longobarda. I suoi scritti, que' pure in verso, hanno un
colore politico; scorse egli le due Narbonesi, dove compose il suo
poema col titolo: _Esortazioni ai giudici_, per confortarli a rendere
altrui buona giustizia, ed a dare a tutti il suo. La più ragguardevole
tuttavia dell'opere sue si è la relazione di genere amministrativo,
della sua legazione nelle due Narbonesi; egli ha tutto visto e
visitato, e porge un sunto delle sue impressioni all'imperatore. In un
poema poi sulla sua legazione nelle provincie meridionali, raccoglie
pure le sue rimembranze; egli vide Nimes con le sue antichità, Beziers
co' suoi Ebrei, Marsiglia con le sue istituzioni municipali, e vuole
che il suo viaggio resti a memoria, onde toglie a prestito per esso un
profano e virgiliano linguaggio.
Quanto alle relazioni scritte dai messi regi all'imperatore intorno
al governo in generale, esse venivano lette ad alta voce nei placiti
e nelle adunanze del campo di maggio, dove l'alto signore raccoglieva
i suoi leudi e conti e uomini d'armi. Per mezzo dei _missi dominici_
Carlomagno era informato d'ogni menomo accidente della pubblica
amministrazione, e sapeva le consuetudini e le forze dell'impero
suo dall'Ebro fino al Danubio. I capitolari erano la gran legge che
tutto riduceva ad uniformità; i conti erano magistrati stabili sì
da non potersi usar di loro ad applicar la legge fuori de' luoghi
ove risedevano; era dunque bisogno di procuratori che scorressero
tutto l'impero, con la piena confidenza del principe, nè questi esser
doveano uomini de' municipii o delle provincie, ma sì delegati propri
dell'imperatore che seco recassero lo spirito di unificazione dei
capitolari. Ogni volta che fu mestieri d'imprimere un certo vigoroso
impulso sulla superficie d'alcun vasto impero, fu anche mestieri d'aver
ricorso a questi siffatti delegati speciali e commissari straordinari
che si pongono in un più alto cerchio dei magistrati locali, sempre
impressionati dello spirito circoscritto dei distretti da essi
amministrati.
CAPITOLO VII.
USI E COSTUMI DEL REGNO DI CARLOMAGNO.
La vita cristiana. — Il battesimo. — Il matrimonio. — Le carte
testamentarie. — La morte. — Le corti plenarie. — I banchetti.
— Le cacce. — La vita delle foreste. — Vestimenta e lingua. — La
tedesca. — La franca. — La romanza. — Relazioni di Carlomagno co'
leudi. — I vescovi. — Gli abbati. — Forme delle epistole. — Dei
sigilli. — Consuetudini del palazzo per la sottoscrizione delle
carte e diplomi. — Monete. — Misure.
768 — 814.
Le memorie della vita privata d'un popolo sono sparsamente comprese
nelle tradizioni e nelle leggende, specchio fedele de' suoi costumi e
delle sue consuetudini; le croniche generali sono sterili, e narrano
bensì, per ordine di tempi, le gesta del re o dell'imperatore, le
guerre lontane, le spedizioni militari; ma del viver domestico, dei
costumi e degli usi della società, appena toccano, e il cronichista vi
passa per mezzo senza nulla dirne, non essendo uficio suo raccontar le
cose comuni, la vita del castello o anche del monastero. Carlomagno,
conquistator della Lombardia, de' Pirenei e della Sassonia, è il
soggetto del suo racconto, e gli annalisti, come sono i monaci di
San Dionigi, di Fulda, o di San Bertino, altro non vi dicono se non
che egli passò le feste di Natale ad Aquisgrana, e celebrò la Pasqua
a Magonza, e indarno ivi a cercar vi fareste come nascano, vivano e
muoiano i conti, i leudi, il Franco, il Romano, l'uom libero, il servo,
chè di tutto ciò neppur motto.
A' tempi carlinghi tuttavia talun di que' cronisti narrò la vita
pubblica e privata dell'imperatore, ed Eginardo stesso, suo biografo,
suo cancelliere e suo cherico, tenne scrupolosamente dietro alle gesta
di lui, e le raccontò a servigio dei contemporanei e dei posteri. Il
monaco di San Gallo, cui la storia tiene in dispregio più che non
dovrebbe, è quello fra' cronichisti, che meglio narri d'ogni altro
le condizioni della vita privata degli uomini d'arme, e dei cherici,
e accostandosi egli a' leggendari, ritrae dello spirito loro, e si
intrattiene sui più piccioli accidenti, dove appunto stanno i costumi
di quel tempo. Il cronista sassone usa nelle solenni sue descrizioni
e nelle relazioni delle corti plenarie, dei castelli, e della vita
di corte la forma poetica, e poeta com'egli è di viva ed ardente
imaginazione, gode di ridir le pompe della famiglia carolina. Dopo
Eginardo, il monaco di San Gallo e il poeta sassone, non si vuol cercar
gli usi di quella società se non nelle leggende, nelle scritture e nei
diplomi, documenti che soli vi guidano nella parte intima di quelle
generazioni; e bello, parmi, vederle così appien dipinte con le vesti,
con le usanze, con le passioni loro e le loro opinioni.
In mezzo a quella tutta religiosa generazione la Chiesa disciplinava
la vita dalla nascita fino alla morte. Il battesimo iniziava l'uomo
nella vita morale e religiosa della società; non sempre il ministravano
a' fanciulli, agli adulti sì, ed osservavasi la consuetudine seguita
già nei primi tempi del cristianesimo verso i neofiti, che venivano ad
inginocchiarsi appiè del battistero dimandando l'acqua benedetta. Tra
quelle popolazioni, pur dianzi convertite, tuttodì avveniva che uomini,
a mezzo già della vita, si presentassero per esser fatti cristiani,
e il battesimo era pure un segno di sommessione e d'ubbidienza alle
leggi dell'impero; così quando i Sassoni, i Danesi, i Frisoni si
sottomettevano al tributo, il battesimo era il primo pegno ch'ei davano
della ubbidienza loro; donde l'uso di situar il battistero fuor della
Chiesa, affinchè accorrer vi potesse la moltitudine. Nelle basiliche
poi non sorgeva esso di que' giorni fra gl'intercolunnii, ma sì nel
peristilio, con una cattedra in cui saliva un cherico ad esortar i
novelli cristiani ad osservare i comandamenti di Dio e del principe.
E però l'infrazione di questo patto era delitto di azione pubblica,
e quelli fra i Sassoni e i Danesi che si scioglievan dal vincolo del
battesimo, erano reputati ribelli, chè conversione e sommessione eran
tutt'uno. Quindi le leggi politiche e gli atti, che punivan di morte il
Sassone che violava gli obblighi contratti col battesimo.
Il matrimonio, secondo atto della vita cristiana, nulla serbato avea
della sua casta unità, nè rado era il vedere più donne attinenti al
medesimo principe, leudo o conte, sotto un medesimo tetto. Le passioni
signoreggiavano i cuori di quegli uomini violenti, e quando una donna
era lor venuta a noia, la gittavano come una tazza dopo tracannatone
il vin del Reno o della Mosa che conteneva; il Franco, tutto inteso
nelle guerre e spedizioni lontane, pigliava a grado suo una concubina,
ripudiava la moglie legittima, o la serbava, dandole un'altra compagna.
Le contese fra i papi ed i re, fra i vescovi ed i conti, spesso non
aveano altra cagione, che il disegno in quelli di frenar le passioni
della concupiscenza e del sangue; i papi principalmente instavano coi
re e conti perchè abbandonassero le concubine ond'era macchiato il
loro talamo nuziale, e si facevano scudo alla debolezza della donna
contro la sfrenatezza di quegli uomini rotti, che la cacciavan da sè
come tosto saziata fosse la loro passione. Le leggende ci narrano
pietose istorie di povere mogli abbandonate dal prepotente marito
preso d'altro amorazzo; e l'unità del matrimonio fu pel cristianesimo,
al medio evo, la conquista più malagevole, chè quando la passion
bolle, la morale è impotente, e languida è la sua voce in mezzo alle
tempeste dell'imaginazione e dei sensi. I cherici stessi non erano
esenti da questa tendenza verso il concubinato, e ne fan fede i canoni
dei concilii che li richiamano al loro dovere. Ammirabil fu in ciò la
potenza dei papi, che soli condussero a fine il grande incivilimento
dei costumi in grembo alla Chiesa; rimbombar facendo il terribil grido
della morte, eglino ricordavano alle genti altro non esser la vita che
un breve passo verso l'eternità, e in mezzo a quelle sensuali delizie
scagliavano le imagini dell'inferno.
Quanto più le passioni eran vive, strepitose, impetuose in mezzo
al vigor della vita, e tanto più il pensier della religione giungea
peritoso e fiacco alle soglie della morte, e curiosissimo, in effetto,
è lo studio delle carte testamentarie, sì varie e moltiplici come
furono al medio evo. In que' caratteri, vergati all'avvicinar della
morte, cercar si vuole l'ora del pentimento di que' guerrieri chè a
nulla aveano avuto rispetto nella gioventù loro, e venivano a morir
sulla cenere. Le quali carte e formole testamentarie quasi sempre si
risolvono in pie donazioni; ora vediamo il barone fondare un romitorio
al deserto perchè si preghi per l'anima sua; ora fare un lascio ai
poveri infermi, in espiazione dei ladroneggi e dei disordini d'una
vita sfrenata[79]. Spesso ancora la scritta testamentaria è l'atto di
qualche pia donna, di nome Ildegarda, o Emma, o Batilde, che edifica
un monastero, dove si faccia orazione, e dove, in commemorazione della
Santa Maddalena, donzelle e madri tergano i piedi ai pellegrini di
Cristo. Giammai non v'ebbe più rapido trapasso dai pensieri sensuali
alla mortificazione e alla penitenza; quel fiero leudo spregiatore
dei santi, che pur ora empiea la sacra tribuna de' suoi falchi, e
il battistero de' suoi cani, saccheggiatore di arche sante, quel
turculento soldato di Carlo Martello, veniva in fin di morte a
pentirsi, e tutto dava, fin l'abito suo, a' poveri monaci per ottener
l'ultima sua dimora nella basilica, dove scolpivasi in rilievo la
figura sua su quelle lapidi, quale ancor la vediamo dieci secoli
dopo[80] a dispetto dei guasti del tempo, quel gran verme che rode la
pietra, in quella guisa che il verme del sepolcro rode il cadavere.
La vita di tutta quella generazione era o privata o pubblica, e passava
quindi o alle guerre lontane, o nelle grandi tenute e stabili del
fisco, o nei monasteri; ogni stagione dell'anno aveva la sua solenne
rappresentazione, la sua corte plenaria; il lusso e la magnificenza
splendevano in ogni luogo. A simili ragunate convenivano i conti, i
leudi, i vescovi, e tutti quelli che dipendevano dall'alto signore, e
nelle cristiane solennità della Pasqua, della Pentecoste, o del Natale.
Carlomagno tener solea le sue diete in Aquisgrana, sede sua prediletta,
raccogliendovi Galli, Franchi, Germani a splendide feste ed a latranti
cacce nelle ampie selve della Mosa e del Reno.